Home » Articles posted by gianfrancopasquino (Pagina 188)

Author Archives: gianfrancopasquino

La legge elettorale, i sistemi politici e 5 cose da non dimenticare @StudiElettorali

Bisogna sfatare un po’ di luoghi comuni sul dibattito attuale e prendere con le pinze le stime del voto che si fanno a quattro mesi dal voto.

Questo è un articolo dell’Atlante elettorale della Società Italiana di Studi Elettorali (Sise) che – in collaborazione con Repubblica – offre ai lettori una serie di uscite settimanali in vista delle elezioni politiche del 2018. La Sise promuove dal 1980 la ricerca nel campo delle elezioni, delle scelte di voto e del funzionamento dei sistemi elettorali. L’Associazione si avvale del contributo di giuristi, sociologi, storici e scienziati della politica, con l’obiettivo di favorire la discussione attraverso l’organizzazione di convegni di taglio accademico aperti anche al contributo di politici e commentatori.

La legge elettorale Rosato assegna due terzi dei seggi (66 per cento) della Camera e del Senato con metodo proporzionale e un terzo con metodo maggioritario in collegi uninominali. Nel 2006 circa il 90 per cento dei seggi furono assegnati con il metodo proporzionale; nel 2008, più dell’85 per cento; nel 2013 più del 75 per cento. Quindi, l’Italia non sta affatto “tornando alla proporzionale”. Non ne era mai uscita, neanche con l’Italicum. Al contrario, è cresciuta la percentuale di seggi attribuiti con metodo maggioritario.

Tutte le democrazie parlamentari europee utilizzano da tempo, quelle scandinave, il Belgio e l’Olanda, da più di cent’anni, leggi elettorali proporzionali. La legge tedesca, che si chiama “rappresentanza proporzionale personalizzata”, in vigore dal 1949, ha subito diversi piccoli adattamenti, ma la struttura è invariata.

Soltanto la Francia ha dal 1958, con la sola interruzione delle elezioni legislative del 1986, una legge elettorale maggioritaria in collegi uninominali con clausola di accesso al secondo turno. Talvolta, raramente, passano al secondo turno soltanto due candidati. Allora si ha tecnicamente ballottaggio. Quando i candidati che rimangono in lizza sono più di due si ha, per l’appunto, il secondo turno nel quale chi vince raramente ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi.

La quasi totalità dei governi delle democrazie europee sono governi di coalizione, composti da due o più partiti. Rari sono i casi di governi composti da un solo partito, ovviamente ad esclusione della Gran Bretagna (tranne nel periodo 2010-2015) e, soprattutto nel passato, dei governi di minoranza socialdemocratici, in particolare in Svezia, agevolati dalla non necessità di un esplicito voto di sfiducia.

I governi di coalizione si caratterizzano per due elementi. Il primo elemento è che, comprensibilmente, due partiti rappresentano l’elettorato, le sue preferenze, i suoi interessi, persino i suoi ideali, meglio di quanto possa fare un solo partito. Il secondo elemento è che il programma concordato, faticosamente quanto si vuole (ma con meno fatica se non è la prima volta che si forma quella coalizione di governo) smusserà le punte estreme dei programmi dei differenti partiti. Quel governo risulterà meglio rappresentativo delle preferenze degli elettori mediani.

Nonostante recenti, comparativamente e numericamente del tutto infondate, affermazioni, non è affatto vero che l’alternanza al governo fra partiti e coalizioni costituisca una costante nel funzionamento delle democrazie parlamentari europee. Al contrario, l’alternanza è un fenomeno generalmente raro e l’alternanza “completa” – quella nella quale un partito o una coalizione subentrano ad un partito e ad una coalizione escludendoli totalmente – è un fenomeno rarissimo. Richiede l’esistenza di un solido sistema bipartitico com’è stato quello inglese dal 1945 al 2010, nel quale soltanto due partiti, gli stessi, potevano ottenere la maggioranza assoluta di seggi nella Camera dei comuni e, quando la ottenevano, governavano da soli. Altrove, nella grande maggioranza dei casi, quello che avviene è la sostituzione di uno o due partiti al governo accompagnata dalla persistenza di uno o due partiti nel governo: semi-alternanza? Semi-rotazione?

La casistica è amplissima. Mi limiterò ai due esempi più recenti. In Austria, i Popolari, già al governo, hanno deciso di fare una nuova (ma non inusitata) coalizione di governo escludendo i Socialdemocratici e includendo i Liberali. In Germania è ritornata possibile la Grande Coalizione, esempio probante di non alternanza. In nessuna delle democrazie parlamentari europee è mai stato posto l’obiettivo di conoscere “chi ha vinto” la sera stessa delle elezioni.
Infine, una nota di cautela sulle simulazioni relative ai risultati elettorali e alle loro conseguenze sui governi possibili. Ragionare su quelle simulazioni a quattro mesi dalle elezioni prendendole come attendibili significa ritenere che:
1. la campagna elettorale non farà nessuna differenza;
2. gli accordi pre-elettorali fra i partiti saranno irrilevanti;
3. le personalità dei leader degli schieramenti non conteranno quasi nulla;
4. nessuno degli antagonisti commetterà errori significativi né troverà un asso nella manica;
5. le preferenze degli elettori, molti dei quali, è noto, decideranno il loro voto nell’ultima settimana, se non la notte prima dell’elezione, rimarranno stabili.
Tutto improbabile.

* Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica.

Pubblicato il 7 dicembre 2017 su Repubblica.it

 

 

Clase magistral “Los Desafíos de la Ciencia Política en el Siglo XXI” #Hidalgo Lunes 4 de Diciembre

Universidad Autónoma del Estado de Hidalgo
Instituto de Ciencia Sociales y Humanidades Área Académica de Ciencias Políticas y Administración Pública

 

Clase magistral
“Los Desafíos de la Ciencia Política en el Siglo XXI”

 

Auditorio Jesus Ángeles Contreras (ICSHu)
Lunes 4 de Diciembre 12.00 pm

“Democrazia e ri-definizioni. La democratic theory di Giovanni Sartori trent’anni dopo”A cura di Gianfranco Pasquino

È uscito il fascicolo 03/2017 della “Rivista di Politica” diretta da Alessandro Campi

 

¿La ciencia politica perpetua el status quo?

La Feria internacional del libro y el Centro Universitario de Ciencia Sociales y Humanidades, a través de la División de Estudios Políticos y Sociales y del Departimento de Estudios Políticos y el Posgrado de Ciencia Política

organizaron el evento

¿La ciencia politica perpetua el status quo?

Charla privada con
Gianfranco Pasquino

Premiación del 1er Concurso Giovanni Sartori

 

Viernes 1 de diciembre 10.00 horas
Guadalajara
Auditorio Adalberto Navarro Sanchez
CUCSH – La Normal

Una delle nostre migliori giornate #4dicembre I meriti di quel voto #No

Domenica 4 dicembre 2016 è stata una bella giornata, una delle migliori per il sistema politico italiano e per la Costituzione. Il NO nel referendum costituzionale che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva trasformato in un plebiscito sulla sua persona ha impedito lo slittamento del sistema politico italiano in direzione populista. Ha anche bloccato per alcuni anni i ripetuti tentativi di strattonare la Costituzione verso due esiti: terribili semplificazioni istituzionali e riduzione del potere degli elettori, che pochissimo hanno a che vedere con il suo impianto e con i suoi obiettivi tuttora solidi e validi. La Costituzione ha dimostrato di sapere accompagnare molti cambiamenti, ma anche di resistere a qualsiasi tentativo di sfigurarla.

A un anno di distanza non dobbiamo né sottovalutare né dimenticare quelle che erano allora e rimangono pervicacemente le patetiche argomentazioni dei fautori del “sì”, renziani della prima ora e renziani saliti sul carro quando sembrava andare verso la vittoria decisiva. L’algoritmo del Centro Studi della Confindustria aveva previsto gravissime conseguenze economiche, nessuna delle quali si è prodotta. Anzi, semmai, dopo il NO, anche se non necessariamente a causa del NO, è cominciata una leggera ripresa dell’andamento dell’economia. A grappolo, il quotidiano della Confindustria aveva concesso tutto lo spazio possibile ai sostenitori del sì. Con mia non troppo grande sorpresa, politologi e storici della LUISS, l’Università della Confindustria, si erano schierati come un sol uomo (infatti, fra loro non c’era neanche una donna) a vantare le lodi delle riforme renzian-boschiane. Non riesco neppure a parlare di “tradimento dei chierici” perché sarebbe per loro troppo onore. D’altronde, le pagine di alcuni quotidiani nazionali erano ricolme di articoli di chierici e di aspiranti tali che argomentavano sottilmente che, come scrisse Michele Salvati, votare contro le riforme era votare contro l’interesse nazionale. Già allora notai che una frase del genere era pericolosamente vicina ad accusare i No di essere “nemici del popolo”. Altri chierici, per esempio, la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, decisero di non ospitare dibattiti. Tutti schierati per il sì, quei giuristi si trincerarono dietro una frase che contiene qualcosa di strabiliante e di inquietante: “all’università non si fa politica”. Comunque, difendere la Costituzione da riforme che la squilibrerebbero, che produrrebbero esiti peggiorativi, che aprirebbero la strada a confusioni nei rapporti fra cittadini e istituzioni e fra governo, Parlamento e Presidente della Repubblica, non è fare politica, ma è agire democratico. Per fortuna, a organizzare un dibattito pubblico (fra l’ex-Presidente della Camera, Luciano Violante, e il sottoscritto) ci pensò un’associazione di studenti, in larga misura di giurisprudenza, di sinistra per il “sì”. Quanto all’ex- Presidente della Camera, seguendo la strada aperta da alcuni cattivi maestri, s’impadronì e ripetutamente utilizzò l’espressione, inusitata in scienza politica e fra gli studiosi delle democrazie, “democrazia decidente”. A questo agognato esito avrebbero dovuto condurre, anzi, saremmo sicuramente pervenuti grazie a quelle modifiche costituzionali, anche se nessuna di loro riguardava, come pure sarebbe stato possibile, il luogo per eccellenza della decisione: il governo.

La sconfitta del “sì” non ha consentito il dibattito indispensabile, magari dopo qualche buona lettura (ad esempio, almeno un libro di Giovanni Sartori, Democrazia. Cosa è), riguardante quale democrazia parlamentare, oppure anche semi-presidenziale, è possibile e auspicabile costruire. I sostenitori del “sì” hanno preferito esibirsi su un altro versante, quello, inizialmente delineato da Paolo Mieli, del “ritorno alla proporzionale” e del conseguente “rischio Weimar” reso plausibile, quasi imminente dai “no”. È stato molto difficile convincere coloro che avevano dato il loro sostegno all’Italicum che quella legge elettorale così come la precedente legge Calderoli giustamente nota come Porcellum, era già una legge proporzionale, accompagnata o distorta da un premio di maggioranza. Due terzi proporzionale è anche la legge Rosato, che rappresenta quindi un ritorno addolcito, ma anche manipolato, alla proporzionale. “Decidente” sarebbe, dunque, una democrazia che si basa su un premio in seggi? Le vedove politologiche del premio e del ballottaggio, à la D’Alimonte, si sono esibite in spericolate comparazioni fra l’elezione del Presidente della Repubblica francese e il voto per eleggere un Parlamento oppure, à la Renzi, paragonando le percentuali del sì referendario, sicuramente non tutti voti suoi, con le percentuali di Macron, composte da voti praticamente tutti indirizzati a lui.

A un anno da quella bella giornata di dicembre, mentre il mio account twitter continua a registrare i lamenti dei sostenitori del sì per cui tutto quello che loro vorrebbero e non avviene (anche l’eliminazione della nazionale di calcio ad opera degli svedesi) è da attribuirsi alla vittoria del no, resta da constatare come la cultura politico-istituzionale dei chierici abbia imparato poco o nulla. Per fortuna non sono loro a fare funzionare un parlamento che sarebbe stato bislaccamente squilibrato.

Pubblicato il 4 dicembre 2017

 

Homenaje a Giovanni Sartori #Guadalajara noviembre 30

Jueves 30 de noviembre 10.00 hrs
Salón 6, planta baja, Expo Guadalajara

Homenaje a
Giovanni Sartori 1924 – 2017

Ponente
Gianfranco Pasquino

Comentador
Jorge Islas

 

Unión Europea y Estados Nacionales ¿ Obsoletos y obstinados? – Conferencia Magistral 29 de noviembre

El Instituto de Investigaciones Sociales (IIS-UNAM)y la Facultad de Ciencias Politícas y Sociales (FCPYS-UNAM) de la Universidad Autónoma de México le invitan a la

Conferencia Magistral
Unión Europea y Estados Nacionales
¿ Obsoletos y obstinados?

Imparte:
Gianfranco Pasquino
Profesor Emérito por la Universidad de Bolonia

Modera: Fernando Castañeda, FCPyS-UNAM

Comentan: Fernando Barrientos del Monte
Universidad de Guanajuato y Fernando Castaños, IIS-UNAM

Miércoles 29 de noviembre, 11.00 horas
Auditorio de Instituto de Investigaciones Sociales, UNAM

“Política y Ciencia Política en el pensamento de Sartori” 27 de noviembre Ciudad de México

UNIVERSIDAD NACIONAL AUTÓNOMA DE MÉXICO

HOMANAJE PÓSTUMO
“LA CIENCIA POLÍTICA DE GIOVANNI SARTORI”

PALACIO DE MINERÍA
NOVIMBRE 27 Y 28, 2017

Lunes 27 de noviembre, 9: hrs
Ceremonia de inauguración

Conferencia Inaugural:
“Política y Ciencia Política en el pensamento de Sartori”

Gianfranco Pasquino
Universidad de Bolonia
Soledad Loaeza COLMEX
Moderador:
Raúl Contreras Bustamante
Director, Facultad de Derecho, UNAM

La decisione di Di Battista e la democrazia parlamentare

Di Battista non si ricandida per il secondo mandato parlamentare. Preferisce stare a casa con il figlio, magari scrivere un libro. Vorrà forse anche tenersi pronto per una carica di governo? Mette comunque in luce una conseguenza del non-Statuto delle Cinque Stelle. Con il limite dei due mandati, il Movimento si priva di parlamentari che potrebbero avere acquisito esperienza e competenza e rende impossibile agli elettori di scegliere i migliori fra i parlamentari che li hanno rappresentati e che accettano la responsabilità di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Porre limiti ai mandati elettivi spesso configura una perdita secca per la democrazia parlamentare.

Taglia e cuci a misura di candidato #CollegiUninominali

Corre voce che il governo, che ha chiesto e ottenuto la delega a disegnare i nuovi collegi uninominali previsti dalla legge Rosato, stia incontrando non poche difficoltà a procedere. Non è affatto sorprendente. Gli apprendisti stregoni elettorali hanno fatto le pentole, vale a dire scritto che 232 deputati e 116 senatori dovranno essere eletti in collegi uninominali, ma non sanno come fare i coperchi, cioè come disegnare sul territorio quei collegi elettorali. È un’operazione tecnicamente complessa e politicamente delicatissima. Quando nel 1993 fu approvata la legge Matttarella, il disegno dei collegi uninominali fu affidato a una Commissione di esperti che ebbe parecchi mesi a disposizione e che, in definitiva, fece un lavoro apprezzabile ricevendo soltanto pochissime e marginali critiche. Oggi, quei collegi uninominali, che erano molti di più di quelli indicati nella legge Rosato, possono servire al massimo come punto di partenza generale anche perché in una certa misura nei più di vent’anni trascorsi da allora è cambiata la distribuzione geografica dell’elettorato italiano.

È possibile segnalare almeno due problemi. Il primo è che sia i collegi per la Camera sia quelli per il Senato saranno molto più grandi, in termini di elettori, di quelli della legge Mattarella, all’incirca quasi il doppio. Naturalmente, non si potrà semplicemente combinare insieme coppie di collegi per giungere a un esito apprezzabile. Infatti, bisognerà fare sì che il disegno di quei collegi abbia un senso dal punto di vista della geografia, per esempio, tenendo conto di confini naturali, come i fiumi e le montagne e non “spaccando” arbitrariamente i quartieri di alcune grandi città. Inoltre, conoscendo l’insediamento dei partiti, è necessario che non siano dati vantaggi in partenza a nessun partito (e quindi ai loro candidati/e). Il secondo problema consiste proprio nel garantire che, nella misura del possibile, i collegi siano competitivi, vale a dire non si possa già in partenza dare per scontata, fatte salve alcune eccezioni, la vittoria di qualsiasi specifico candidato.
Quelli che amano i paragoni, sempre utili se fatti con cognizione di causa (e di storia), aggiungono che bisogna evitare il fenomeno noto come gerrymandering, vale a dire il furbesco e fraudolento ritaglio dei collegi a favore di specifici candidati. Lanciato all’inizio del XVIII secolo dal governatore dello stato del Massachusetts Elbridge Gerry, il disegno partigiano dei collegi (a forma di salamandra, in inglese salamander) continua a costituire uno strumento nelle mani delle maggioranze partitiche, quasi esclusivamente repubblicane, di molti stati USA. Pende proprio quest’anno un ricorso alla Corte Suprema affinché lo dichiari incostituzionale e suggerisca a quali criteri di massima gli Stati dovranno attenersi. In Italia, il gerrymandering non è dietro l’angolo anche perché non sono le maggioranze politiche nelle regioni a legiferare in questa materia elettorale. Tuttavia, è molto importante che le prossime elezioni, che si annunciano dense di incognite e fortemente competitive, non siano in nessun modo macchiate da ritagli truffaldini dei collegi uninominali.

In maniera molto cinica potrei concludere che per molti, quasi tutti i candidati “importanti” potrebbero non esserci conseguenze sgradevoli. Infatti, se sono uomini e donne politicamente potenti chiederanno e otterranno di sfruttare l’opportunità delle candidature plurime fino a cinque circoscrizioni proporzionali (uno dei diversi meccanismi molto criticabili della legge Rosato). Però, è una questione di pulizia e giustizia elettorale. Se vogliamo elezioni competitive ed eque dobbiamo esigere collegi uninominali disegnati in maniera assolutamente equilibrata che diano effettivo potere agli elettori. Qui sta il secondo grave inconveniente della legge Rosato. L’impossibilità del voto disgiunto, per un candidato/a e per un partito diverso da quello del candidato/a, o viceversa, svalorizza il collegio uninominale. Non è comunque una buona ragione per non preoccuparsi di renderlo quel collegio, e tutti gli altri, il più competitivo possibile.

Pubblicato AGL 24 novembre 2017