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Questa legge elettorale fa felici leader di partito e capicorrente. E il voto di fiducia è una grave forzatura
Intervista raccolta da Marco Sarti
Il politologo Gianfranco Pasquino: “La richiesta del voto di fiducia viene da Renzi, Gentiloni si è solo adeguato. Ma sulle leggi elettorali è il Parlamento che deve decidere. Questa riforma iniqua e poco democratica toglie il potere agli elettori e lo consegna ai capicorrente.
La scelta del governo di porre la questione di fiducia sul Rosatellum rappresenta una forzatura istituzionale. In tema di leggi elettorali deve essere il Parlamento ad assumersi la responsabilità di decidere. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, autore apprezzato e già senatore della Sinistra Indipendente e dei Progressisti. In ogni caso il politologo resta fortemente critico sull’impianto della riforma. “Una legge iniqua e scarsamente democratica – spiega – perché toglie il potere agli elettori e lo consegna a dirigenti di partito e capicorrente”.
Professore, alla fine il governo ha autorizzato il voto di fiducia sul Rosatellum. Troppo alto il rischio dei franchi tiratori. C’è chi denuncia una forzatura istituzionale, ma se questa fosse l’unica maniera per superare lo stallo parlamentare?
Per me si tratta di una forzatura istituzionale. Evidentemente il governo ritiene che la propria maggioranza non terrebbe davanti a una brutta legge. Ma è preoccupante, perché è il Parlamento che deve decidere sulla riforma elettorale.
Sarà anche discutibile, ma il voto di fiducia resta una legittima scelta del governo. Non crede?
Guardi, ci sono decisioni che restano in una zona grigia. La richiesta è lecita, ma la legge elettorale è forse materia del governo? Questa riforma si trovava nel programma elettorale di qualcuno dei partiti che oggi sono in maggioranza?
In realtà non è la prima volta che un governo chiede la fiducia su una riforma elettorale. In questa legislatura l’esecutivo Renzi aveva fatto lo stesso con l’Italicum.
Anche quella è stata un’imposizione del Partito democratico. E allora si trattava di una legge elettorale talmente brutta che, in seguito, la Corte Costituzionale ne ha distrutto le parti essenziali.
Come esce da questa vicenda il presidente del Consiglio Gentiloni? Il premier aveva escluso un intervento del governo nel percorso della riforma, deve aver ha cambiato opinione.
Gentiloni non ha cambiato idea, gliel’hanno fatta cambiare. La richiesta di fiducia viene dal segretario del Partito democratico. Comprensibilmente, Gentiloni si è adeguato.
Professore, non si arrabbi. Ma proviamo a osservare la vicenda dal punto di vista di chi sostiene il Rosatellum: questa legge elettorale nasce da un ampio compromesso politico.
Sono un uomo sempre pacato, perché mai mi dovrei arrabbiare? È vero, questa legge elettorale è frutto di un compromesso. Ma un pessimo compromesso. Si tagliano fuori gli elettori che non potranno più scegliere i loro parlamentari. È un compromesso fondato su liste di nominati e impossibilità di voto disgiunto, che consegna il potere totale a segretari di partito e capicorrente.
Nella scheda gli elettori potranno esprimere un unico voto.
Quindi non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e la lista di un altro partito nella parte proporzionale. E parliamo di liste bloccate: i candidati saranno eletti in Parlamento secondo l’ordine deciso dai segretari di partito.
I detrattori del Rosatellum puntano il dito anche contro le pluricandidature, possibili fino a un massimo di cinque.
Le pluricandidature servono ai capipartito per essere certi della rielezione. Fondamentalmente servono ad Alfano, che non sa in quale collegio sarà eletto. E servono ad alcuni dei candidati che Berlusconi vorrà portare in Parlamento.
Qualcuno teme che anche questa legge elettorale sia incostituzionale. Eppure, lo ha segnalato anche lei, la Consulta potrà intervenire solo a legge approvata e, probabilmente, già applicata. Il prossimo Parlamento sarà delegittimato in partenza?
Temo proprio di sì. Il ricorso alla Corte costituzionale non potrà essere presentato fino all’approvazione della legge. Calendario alla mano, si può immaginare che sarà accolto tra gennaio e febbraio. Molto vicino alla data delle elezioni. A quel punto, per evitare la patata bollente, la Consulta potrebbe posticipare ulteriormente la decisione.
Tema governabilità. Secondo alcuni questa legge elettorale ci consegnerà un Parlamento senza una chiara maggioranza. È d’accordo anche lei?
Qui il discorso si fa più complesso. Le leggi elettorali servono a scegliere un Parlamento che rappresenti gli interessi, le aspettative, forse anche gli ideali, degli elettori. Usciamo da questa idea che la legge elettorale deve per forza eleggere un governo. Questo non succede da nessuna parte del mondo. La governabilità dipende da altro, semmai: dalle competenze e dalla capacità del presidente del Consiglio di trovare un’intesa con i suoi alleati. Dire che la legge elettorale serve alla governabilità è una frase senza senso. La lascerei ad altri, magari a Fiano e Rosato.
Vesto i panni dell’avvocato del diavolo. Arrivati a questo punto, davanti al rischio concreto di andare al voto con il Consultellum, la legge elettorale su cui il governo ha posto la fiducia non è comunque il male minore?
Guardi, forse il diavolo avrebbe bisogno di un altro avvocato… La legge elettorale deve scriverla il Parlamento, sono i parlamentari che se ne devono assumere la responsabilità. Ecco perché sono contrario al voto di fiducia, ma sono contrario anche al voto segreto. Avrei voluto una legge elettorale diversa, che si poteva fare. Ma se i capi di partito vogliono nominare i loro parlamentari…
Intanto a Montecitorio è scoppiato il caos. I Cinque Stelle gridano al golpe, denunciano la scelta eversiva del governo e chiamano il popolo in piazza per difendere la democrazia. Forse la temperatura è salita un po’ troppo?
Il clima è surriscaldato, certo. Ma li capisco i Cinque stelle, devono alzare la voce. Molti aspetti di questa riforma elettorale sono contro di loro. Questa legge non è fair, come direbbero gli inglesi. È una legge iniqua. Se fossi un avvocato davanti alla Corte costituzionale direi che le candidature multiple e le liste bloccate rompono il principio di uguaglianza. Non è una riforma immorale, come ha detto qualcuno. Ma riconosce più potere ai dirigenti di partito che agli elettori. È una legge scarsamente democratica perché dà poco potere al popolo.
Pubblicato 11 Ottobre 2017 su LINKIESTA
Le sinistre che odiano la leadership
Pisapia se n’è andato, forse, e, come ironizzano i social, ha lasciato sole (e viceversa) le altre piccole sparse membra della sinistra: il Movimento Democratico e Progressista, Possibile, Sinistra Italiana. Non posso scrivere “chi più ne ha più ne metta” poiché di organizzato, a sinistra, c’è ben poco d’altro. D’altronde, Pisapia aveva proposto un Campo (ancorché Progressista) non una modalità organizzativa quello che, invece, a mio parere giustamente, desiderano i politici di MDP. Prima il Campo oppure prima il Programma e, prima o poi, vista la dichiarata indisponibilità dello stesso Pisapia, il/un leader? Purtroppo per loro, le sinistre hanno sempre avuto delle idiosincrasie negative nei confronti della leadership. Infatti, l’avvento di Renzi, quanto sia leader si vedrà, ma certamente e fermamente ha voluto esserlo, ha scompaginato la sinistra. È proprio sulla leadership di Renzi che si è arenata l’operazione, peraltro già con molti elementi di ambiguità suoi propri, condotta da Pisapia.
È chiaro, ovvero dovrebbe esserlo, che non può esistere nessuna riaggregazione a sinistra che consideri nemico il più grande partito che si trova da quelle parti, il Partito Democratico, situato a cavallo fra sinistra e centro. Se Tomaso Montanari e Anna Falcone di Alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza sostengono che il PD è una variante della destra italiana, non soltanto sbagliano, ma sicuramente faranno pochissima strada. Per Pisapia e per quasi tutti gli altri esponenti nella sinistra il PD è, giustamente, un interlocutore. Nessuna sinistra italiana sarà in grado di vincere (questo verbo quasi non ha senso) le elezioni contro il PD, senza il PD. Assodato che il PD debba essere un interlocutore delle sinistre, è, però, strutturalmente, anche un competitore. Tuttavia, il gioco elettorale non è necessariamente “a somma zero”, vale a dire che le sinistre guadagnano quello che il PD perde e viceversa se le sinistre vanno male questo farebbe automaticamente bene al PD. Il gioco è molto più complicato, a cominciare dal coinvolgimento o no degli astensionisti, non di tutto il grosso modo 25 per cento di quelli che non hanno votato nel 2013, ma almeno del 10-12 per cento che, con un’offerta programmatica, di leadership e di governo, sceglierebbero di tornare a votare. Vi si potrebbe aggiungere una parte di elettori che scelsero il Movimento Cinque Stelle nel 2013 e che non sono propriamente entusiasti delle prove nazionali e locali date dai suoi esponenti.
Anche se la politica non si dovrebbe fare con i risentimenti e con i rancori, è evidente che lo scoglio più grosso nei rapporti dentro e fra le sinistre è costituito dalla figura di Matteo Renzi, dalle sue esternazioni, amplificate dai suoi seguaci e dal suo prossimo eventuale ruolo. Dopo avere detto ripetutamente no alle coalizioni, Renzi le ha riscoperte di recente (bastava che guardasse oltre le Alpi e avrebbe visto che tutti i governi delle democrazie parlamentari sono coalizioni) e adesso dichiara la sua disponibilità. Le varie sinistre sanno che dovranno comunque fare una coalizione in parlamento (se ci entreranno) e che quella coalizione ha un unico alleato plausibile: il PD, a meno che qualcuno già pensi ad offrirsi come alleato del Movimento Cinque Stelle. Vantandosi di avere avuto due milioni di voti per la sua rielezione (in realtà, meno di due milioni furono i votanti e 1.257 mila i voti per Renzi), il segretario del PD non intende farsi da parte. Però, proprio questo è l’obiettivo delle sinistre, forse anche di Pisapia: non averlo come capo. Per non perdere altro tempo, c’è una soluzione: presentare le liste, fare campagna elettorale, contare i voti ai quali, grazie alla proporzionale, corrisponderanno i seggi e si vedrà se e chi andrà a guidare il governo. In sostanza, invece di scambiarsi insulti e indulgere in rancori, è giunta l’ora che le sinistre parlino con i cittadini e si organizzino sul territorio. Le sinistre liquide faranno certamente una brutta fine.
Pubblicato AGL il 10 ottobre 2017
Democrazia in pericolo? Germania e Italia tra crisi finanziaria, immigrazione ed euroscetticismo #12ottobre #Bolzano @unibz_news
Gefährdete Demokratie? Deutschland und Italien zwischen Finanzkrise, Zuwanderung und Europaskepsis
Freie Universität Bozen / Libera Università di Bolzano
Universitätsplatz 1, Bozen / Piazza Università 1, Bolzano
Hörsaal / Aula: D1.02Donnerstag / Giovedì, 12.10.2017
(10.00-13.00)Gefahrenherde: Politisches System und Parteien
Focolai di rischio: il sistema politico e i partitiChair: Gianfranco Pasquino (Bologna)
Wolfgang Merkel (Berlin):
Der Strukturwandel des Parteiensystems und die Erosion der Volksparteien / Il cambio strutturale del sistema dei partiti e l’erosione dei partiti tradizionaliThomas Schlemmer (München):
Reformstau? Die schwierige Modernisierung des politischen Prozesses / Blocco delle riforme? La modernizzazione difficile del processo politicoMarica Tolomelli (Bologna):
Sicurezza interna, Stato forte e diritti dei cittadini / Innere Sicherheit, starker Staat und Bürgerrechte
VIDEO Le istituzioni europee nella tensione tra casa comune e sovranità nazionali 10 ottobre Magenta
Con lo sciopero, oltre lo sciopero #Università
Lo sciopero dei professori universitari è praticamente e rapidamente sparito dall’attenzione dei sistemi informativi italiani. È terminato, e come? Con quali risultati? È servito specificamente a cosa? Riflettendo anche su quanto ho chiesto ai collaboratori del fascicolo di “Paradoxa” (Aprile/Giugno 2017) dedicato a Le società incivili e su quanto ha scritto Stefano Semplici (Libertà e autonomia come dovere e come tentazione. I professori universitari dalla Costituzione alla VQR), ho deciso di chiedermi: se fossi ancora stato in ruolo avrei partecipato? Sicuramente no, per una ragione di ordine generale e una di ordine specifico (credo che entrambe sarebbero state condivise dai molti professori che affollarono le scarne file del Partito d’Azione). In generale, ritengo che gli scioperi che danneggiano non la controparte, ovvero i ‘proprietari dei mezzi di produzione’, ma gli utenti, in questo caso, gli studenti, siano un’arma sbagliata. Naturalmente, questa considerazione vale per tutto il settore pubblico, luogo di grande ‘corporativismo amorale’, quando gli utenti sono i cittadini che subiscono conseguenze negative, talvolta disagi di notevoli proporzioni. Temo che non siano stati affatto pochi gli studenti incorsi in una molteplicità di disagi che non derivano da nessuna loro responsabilità. Esiste un’alternativa allo sciopero in casi simili? Bisogna cercarla e trovarla, compito che i sindacalisti dovrebbero avere cominciato a svolgere tempo fa e non continuare imperterriti a usare una “forma di lotta” vecchia più di centocinquant’anni e logora assai. Per esempio, avrei suggerito ai miei colleghi di continuare a lavorare, fare esami, seguire le tesi, tenere puntualmente le ore di ricevimento (cose che, lo so per esperienza, non proprio tutti fanno con regolarità e senza eccezioni: gli studenti ne hanno di ‘aneddoti’ da raccontare, e dovrebbero farlo se non temessero di subire ‘rappresaglie’ senza ottenere benefici né per loro né per gli studenti che seguiranno) e stabilire, nobilissimo gesto di bridging per ricorrere a uno dei termini che uso nella mia presentazione del fascicolo della rivista, che la parte del loro stipendio derivante dalle giornate scioperate confluisse in un fondo di dipartimento, di Facoltà, di Ateneo al quale attingere variamente. Si potrebbero dare borse ai meritevoli; si potrebbero comprare attrezzature per laboratori e libri per le biblioteche (mettendo l’etichetta “comprata grazie allo sciopero del settembre 2017”); si potrebbe fare una migliore opera di pubblicizzazione di quella Facoltà; si potrebbe invitare qualche personalità prestigiosa (non con il solo classico obiettivo di reciprocità: farsi invitare come restituzione di favore). Non esaurisco tutta la casistica possibile poiché sono assolutamente sicuro che un sano confronto fra docenti e studenti farebbe emergere molte altre proposte aggiuntive degne di nota, di interesse, di attuazione. Naturalmente, i professori scioperanti avranno ancora tempo e modo di prendere spunto da quello che ho scritto per le loro prossime ‘agitazioni’.
Quanto alla ragione particolare per la quale non avrei scioperato, è in realtà un gomitolo di motivazioni. Esordisco in maniera rischiosa affermando che, tutto sommato, gli stipendi dei professori universitari sono buoni. Mi cautelo subito aggiungendo che il blocco degli stipendi è, da qualche tempo, ingiustificato e ingiusto. Dunque, condivido che il governo dovrebbe procedere alla sua abolizione. Tuttavia, non sta lì il problema dell’Università italiana, forse, meglio al plurale, degli Atenei italiani. Uscire dal corporativismo salariale significherebbe, da parte dei professori, non tanto riflettere, poiché alcune problematiche sono talmente evidenti, ma indicare soluzioni. Immagino che il richiamo ai doveri costitutivi, già accennato sopra, sarebbe respinto con fastidio, ma se nessuno dei docenti sgarrasse sarebbe più facile chiedere agli studenti di osservare a loro volta le regole per lo studio, per la frequenza, per gli esami (rendendo improbabile quel che successe vent’anni fa a una giovane studentessa la quale, di fronte alla bacheca che conteneva le date degli appelli, mi chiese se, per caso, conoscessi il prof di Scienza politica), persino per l’inevitabile selezione. Questo sciopero, fondamentalmente, ma, in parte, anche comprensibilmente, corporativo, avrebbe potuto essere ri-orientato cogliendo l’occasione non certo per riformare hic et nunc le università italiane, ma per evidenziarne coram populo i problemi culturali, non quelli burocratici, e cominciare a proporre qualche soluzione passibile di rapida attuazione. Qui, concludo, sta il linking: migliore sarebbe, e più fecondo, il rapporto fra docenti e studenti se né gli uni né gli altri si sentissero e trattassero come controparti, ma se entrambi, senza evitare i conflitti, agissero per migliorare il funzionamento delle istituzioni universitarie facendone una priorità.
Pubblicato il 28 settembre 2017 su PARADOXAforum
Non fate girare le porte Coop
Non sono perfettamente girevoli le porte (o dovrei scrivere revolving doors visti i toni di scambio fra gentiluomini anglosassoni in corsa per la segreteria del PD di Bologna) fra partito e cooperazione. Storicamente, hanno girato molto di più nel senso della cooperazione la quale, molto accogliente, offriva posizioni di ricaduta a chi avesse oramai perso qualsiasi chance di carriera nel partito. Ovviamente, le coop avevano comunque qualcosa che girava a loro favore. No, non siate sospettosi, non di soli appalti si trattava, anche se, naturalmente, un occhio di riguardo per quel che poteva servire alle coop gli amministratori del partito l’hanno sempre avuto. Un po’ meno, l’ha avuto di recente il sindaco di San Lazzaro, Isabella Conti. Eh sì, questa volta il nome va fatto e, forse, il suo gran rifiuto alla “colata di Idice” non è ancora stato del tutto digerito. I tornaconti delle coop sono probabilmente anche consistiti in qualche informazione strategica al momento giusto, o un attimo prima, per l’investimento “più” giusto. E, certamente, qualche candidato alle cariche elettive, persino, per esempio, a sindaco di Bologna, partiva avvantaggiato se godeva dell’appoggio delle coop. Insomma, giravano le porte, si aprivano impieghi, partivano candidature e si manteneva vivo e vitale quell’insieme di rapporti che, includendo anche altri attori, in primis, il sindacato aveva prodotto il blocco sociale (ed economico) del modello emiliano nonché bolognese. Sicuramente, non c’erano né fra i dirigenti delle Coop né fra gli uomini (e le donne) di partito tensioni speciali. È curioso che qualcuno, passato alle Coop, dopo una buona carriera nel partito, paventi di essere diventato cittadino (o iscritto) di serie B. Forse, permettendo di interpretare il non-detto del segretario Critelli, quello che si sente soffiare è un sostegno improprio da alcuni dirigenti delle Coop al suo sfidante, un sostegno organizzato. Tutto da provare, certo. Per una compagna elettorale che non passerà alla storia, ma che alcuni di noi ricorderanno come quella nella quale le insolenze hanno preso il posto dei contenuti (che, a mio avviso, dovevano riguardare le modalità con le quali guidare il PD locale), sarebbe meglio non parlare di porte girevoli, ma di porte sbattute in faccia. Alla faccia della buona politica. Another time another place.
Pubblicato il 30 settembre 2017
Il futuro dell’Europa 29settembre #conferenzadisistema #chia2017 @Confcommercio
CONFERENZA DI SISTEMA CONFCOMMERCIO 2017
Chia Laguna Resort
CHIA (CA)venerdì 29 settembre ore 16
IL FUTURO DELL’EUROPA
Gustavo Piga
Professore Ordinario di “Economia politica”, Università di Roma Tor Vergata
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di “Scienza politica”, Università di BolognaDaniela Coli
Professoressa di “Storia della filosofia politica”, Università di FirenzeCoordina Mario Sechi
“Against populism, participation helps” #28september #Maastricht
« Thinking Europe Forward »
Event on the occasion of the 25th anniversary of the
Treaty of Maastricht
28 September 2017
Government Building Province of Limburg, Maastricht, Netherlands
Speakers:
Federica Mogherini
Hans-Gert Pöttering
Organisation:
Konrad-Adenauer-Stiftung
5.00 pm
‘Against populism, participation helps’
Speaker: Prof. Gianfranco Pasquino
Professor Emeritus of Political Science
University of Bologna
Chair: Dr. Patrick Bijsmans
PROGRAM ► MAASTRICHT Program 28.09








