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Gianfranco Pasquino ricorda Norberto Bobbio

In occasione dell’anniversario della nascita di Norberto Bobbio, Torino 18 ottobre 1909, mentre gran parte di un paese senza memoria e senza cultura lo ha dimenticato, spesso senza averlo mai “conosciuto” e apprezzato, forse è utile rileggere quanto diceva, con affetto, con “scienza” e con riconoscenza, un suo allievo. (ndr)

Intervista raccolta da Annamaria Abbate e pubblicata su La Cronaca 6 ottobre 2009 .

Gianfranco Pasquino ricorda Norberto Bobbio
Allievo del filosofo, ne ricostruisce la figura in occasione del centenario della nascita

Il 18 ottobre 2009 sarà il centesimo anniversario della nascita di Norberto Bobbio scomparso nel gennaio del 2004 alla fine di una vita lunga, operosa e influente. Nel 1984, quando fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, a un giornalista che gli chiedeva: “Ora come vuol essere chiamato, senatore o professore?”, Bobbio rispose semplicemente: “Io sono un professore”. L´insegnamento universitario, esercitato per mezzo secolo passando dalla filosofia del diritto alla scienza politica e alla filosofia politica, è stato il luogo privilegiato della sua straordinaria produzione scientifica. Per valutarne la personalità e i contributi abbiamo intervistato Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica nell’Università di Bologna.

Professor Pasquino possiamo definirla un allievo di Norberto Bobbio?

Certamente, sì, per due ragioni. Mi sono laureato con una tesi di Scienza politica con lui relatore. Un giorno, espressamente, seduti entrambi sui banchi del Senato, gli chiesi se avevo i titoli giusti per mettere nel mio curriculum “allievo di Bobbio”. Mi rispose, sorridendo, di sì, che ne sarebbe stato lieto. A me fa molto piacere aggiungere che con Bobbio e con Nicola Matteucci, abbiamo curato il Dizionario di Politica (UTET, 2004) la cui terza edizione, purtroppo, non riuscì a vedere.

Quali sono a suo giudizio i volumi più importanti della sua enorme produzione accademica?

Bobbio divenne molto noto grazie al suo dialogo (senza concessioni) e al confronto anche aspro con le idee e le posizioni di Togliatti relativamente al ruolo degli intellettuali e delle idee. Politica e cultura, pubblicato la prima volta nel 1955, raccoglie e sistema una tematica di immutato interesse e valore. In seguito, due altri volumi: Il futuro della democrazia (1984), pubblicato casualmente (sic) in epoca craxiana, e Destra e sinistra (1994) pubblicato e ripubblicato nient’affatto casualmente (sic) in epoca berlusconiana (con un successo di vendite che lo sorprese moltissimo), segnarono la riflessione politica e culturale. Però, Bobbio era particolarmente contento del suo eccellente excursus sulla cultura e sugli intellettuali tratteggiato nel Profilo ideologico del novecento italiano (1968, 1986) e della sua raccolta di saggi su Carlo Cattaneo: Una filosofia militante (1971). Ma credo che il suo libro preferito (ne posseggo una copia con dedica) sia Thomas Hobbes (1989), lo studioso che apprezzava in massimo grado per il rigore, l’acume, il duro realismo e la brillantezza della scrittura.

Come si spiegano il successo e la fama di un professore di Filosofia politica che non andava mai, per sua libera scelta, in televisione?

Anzitutto, Bobbio è stato un grande professore per più di quarant’anni. Ha insegnato a generazioni di studenti sia le materie dei suoi corsi, mai ripetitivi, sia un metodo di riflessione sia uno stile di vita, austero, ma impegnato, e ha fatto conferenze in tutto il mondo. In secondo luogo, Bobbio ha affrontato sempre tematiche analiticamente e politicamente significative senza mai essere settario o fazioso, sforzandosi di capire e di porre gli interrogativi più stimolanti. Non era, però, come alcuni hanno scritto, il “filosofo del dubbio”. Aveva convinzioni solide, ma era aperto alla ricerca. In terzo luogo, la sua fama si è estesa quando cominciò nel 1976 a collaborare a “La Stampa”, con editoriali e interventi lucidissimi e rigorosi. Fu da allora che, anche a causa della turbolenta storia italiana, ottenne e esercitò, senza volerlo, il ruolo di coscienza critica. Quel ruolo, naturalmente, gli costò anche molte critiche, spesso stupide e becere, dalla destra, ma non solo. Mi limito a ricordare che, alla pubblicazione di un articolo su “La Stampa” con il titolo La democrazia dell’applauso che criticava l’acclamazione con la quale il Congresso socialista aveva “rieletto” Craxi segretario, Craxi replicò stizzito stigmatizzando “i filosofi che hanno perso il senno”.

Che cosa rimane di Bobbio e del suo pensiero, oggi?

Bobbio non ha successori, anche se c’è una affollata corsa a dichiararsi tali. È una corsa, cominciata già negli ultimi anni della vita di Bobbio, che ho criticato in un articolo intitolato “Il culto di Bobbio” (commento di Bobbio: “temo che tu abbia ragione”). Nessuno, oggi, ha la sua stessa autorevolezza, il suo rigore, torinese (Bobbio ha scritto un ottimo saggio sulla cultura a Torino), il suo senso dell’impegno di stampo azionista, ma anche la sua limpida cognizione del limite. Bobbio vorrebbe essere ricordato, come mi sembra abbia scritto, probabilmente nella sua Autobiografia (1997), altro libro che posseggo con dedica,” nelle opere e negli affetti”. In quest’Italia che non gli sarebbe piaciuta e la cui evoluzione lo aveva tanto amareggiato, sono, per fortuna, molti che lo ricordano con affetto anche per le sue opere.

***

Norberto Bobbio, grande filosofo assurto a coscienza critica dell’Italia civile
Norberto Bobbio fu testimone e protagonista tra i più eminenti del Novecento avendolo attraversato quasi per intero e oltrepassato di alcuni anni (1909 – 2004). Aveva da pochi giorni compiuto tredici anni quando il fascismo conquistò il potere. Non aveva ancora trent´anni quando scoppiò la seconda guerra mondiale e già da tempo era entrato a far parte attiva della resistenza. Dopo la liberazione, diede impulso al rinnovamento culturale e politico della nuova Italia repubblicana contribuendo alla formazione del movimento liberalsocialista poi confluito nel Partito d´Azione. Alle soglie dei sessant´anni, attraversò il ´68, e poi la stagione del terrorismo interno, gli anni di piombo e della strategia della tensione. Divenuto editorialista del quotidiano “La Stampa” di Torino dal 1976, il suo pensiero raggiunse più vaste cerchie di cittadinanza e divenne perciò popolare anche al di fuori degli ambiti strettamente accademici, come coscienza critica dell´Italia civile. Giunto agli ottant´anni, assistette al fallimento dell´universo del socialismo reale, che interpretò come l’inevitabile destino di una “utopia capovolta”. Poco dopo, la corruzione della vita pubblica in Italia che lui aveva apertamente denunciato e combattuto, portò al crollo della prima Repubblica . Nell´ultimo decennio della sua vita, si oppose all´avvento di nuove e vecchie destre in cui vedeva un chiaro pericolo per la democrazia. Il magistero intellettuale e morale di Norberto Bobbio non è meno vasto della sua opera scientifica e si potrebbe ricostruire la storia politico-culturale italiana del secondo Novecento attraverso i dibattiti che egli ha animato e suscitato. Per celebrare il centenario della nascita di Norberto Bobbio il Ministro per i Beni e le Attività culturali ha istituito un Comitato Nazionale, composto da oltre cento istituzioni e personalità intellettuali italiane e straniere. Il Comitato Nazionale ha elaborato un ampio programma di attività per promuovere il dialogo e la riflessione sul pensiero e sulla figura di Norberto Bobbio e sul futuro della nostra democrazia, della nostra cultura e della nostra civiltà. Il primo evento in programma è un convegno internazionale “Dal Novecento al Duemila. Il futuro di Norberto Bobbio”Torino, 15 – 17 ottobre 2009. I lavori saranno aperti da un discorso inaugurale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. (aa)

Atto nel segno del populismo

Con un inusitato atto di violenza populista che ha colto di sorpresa il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Economia, quasi tutto il gruppo dei deputati del Partito Democratico ha approvato una mozione che sostanzialmente dichiara la contrarietà del segretario del loro Partito a rinnovare il mandato al Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. La mozione è giunta sostanzialmente inaspettata mentre Renzi, che l’ha ispirata e avallata, iniziava il suo viaggio ferroviario pre-elettorale (e mentre una apposita Commissione parlamentare sta “investigando” lo status e l’attività delle banche italiane, Banca d’Italia compresa). Non si è fatta attendere, alquanto indispettita, nella misura in cui glielo consente la sua personalità, la reazione del Presidente della Repubblica che l’ha affidata all’agenzia internazionale Reuters quasi a volere informare soprattutto gli operatori economici stranieri. Se sapesse infuriarsi, il Presidente del Consiglio lo sarebbe moltissimo così come il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Senza indulgere in nessuna illazione, ad esempio, quella che Visco è divenuto malvisto a Renzi proprio perché Bankitalia indaga su misfatti di banche in qualche modo collegate con il segretario del PD, con la sua fidata sottosegretaria Maria Elena Boschi, con loro parenti, quella mozione va valutata da due prospettive. La prima è quella europea. Proprio mentre la politica dell’Unione nei confronti delle banche dei diversi Stati-membri annuncia rinnovato rigore, indebolire in qualsiasi modo la Banca Centrale di uno Stato-membro ad opera del partito di maggioranza manda un segnale pericoloso, di una discontinuità che difficilmente potrebbe essere considerata positiva e di apertura di un conflitto non destinato ad essere facilmente ricomposto. Ne va della credibilità del sistema Italia sulla scena europea, in particolare poiché il conflitto nasce e si situa nel cuore del governo contrapponendo il segretario del Partito democratico al Presidente del Consiglio espressione di quel partito. Per quel che riguarda la situazione nazionale, va rilevato come la mozione dei deputati del PD, più volte limata e depurata (secondo alcune fonti retrosceniste la prima versione era sostanzialmente equiparabile un voto di piena sfiducia nei confronti del Governatore in carica), sembra avere rincorso la mozione dei deputati del Movimento Cinque Stelle da tempo molto critici non solo di Ignazio Visco, ma della Banca d’Italia in quanto istituzione. Dunque, il partito che Renzi dichiara costituire l’argine contro i populisti, che, secondo lui, si trovano sia a destra sia dentro le Cinque Stelle, si sposta lui stesso su posizioni populiste. Notoriamente, quando i populisti elaborano un discorso sulle istituzioni, il cuore è costituito da una sequenza di affermazioni semplici, semplicistiche, trancianti: il potere deriva del popolo, dal popolo viene esercitato attraverso le elezioni, chi ottiene il mandato politico-elettorale dal popolo sta al di sopra delle istituzioni. Secondo loro, chi ha (avuto) più voti deve contare più del Parlamento, della Magistratura e, ovviamente, della Banca d’Italia. Fra i nemici del popolo i banchieri occupano regolarmente una posizione privilegiata. Attraverso il gruppo parlamentare dei suoi deputati, ai quali il segretario del PD ha forse ricordato che sta arrivando il tempo delle ri-candidature, Renzi pretende di dettare la linea della non riconferma di Visco interferendo pesantemente nei poteri del capo del suo governo e del Ministro dell’Economia, ai quali spetta, unitamente al Consiglio direttivo della Banca d’Italia, la designazione del Governatore, e nella prerogativa del Presidente della Repubblica al quale, ovviamente, consultato in precedenza, spetta di ratificare la nomina. Quando un partito tenta di imporre le sue preferenze alle istituzioni che svolgono compiti chiaramente definiti dalla legge non è possibile non cogliere un grave e pericoloso sconfinamento populista.

Pubblicato AGL il 19 ottobre 2017

Dieci anni dopo, richiamarsi all’Ulivo è peggio che mai

Dieci anni perduti non per caso.

Nessuno, e si vede si sente, nel PD ha mai neppure iniziato l’elaborazione di quella strombazzata (e condivisa) cultura politica che avrebbe messo insieme il meglio del popolarismo, del progressismo, dell’ambientalismo (dimenticando proprio quanto di buono c’è, tuttora, nel socialismo).

Richiamarsi all’Ulivo è peggio che mai. Nessuno nel PD autoreferenziale e autoombelicale ha mai neppure provato a rapportarsi alle associazioni riformiste.

L’Ulivo tentò di essere centro-sinistra doppiamente plurale, partiti e associazioni. Il PD è quasi soltanto partito personale, di Veltroni e di quel che resta di Renzi.

Italia non è Europa: solo da noi sono proibite le preferenze

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

Per arricchire e migliorare il dibattito in corso, che non riguarda soltanto la legge elettorale, ma il ruolo dei partiti e si spinge, percettibilmente, fino alla forma di governo, vorremmo precisare quattro punti secondo noi di grande importanza.

Primo, lo Statuto del Partito Democratico afferma che il Segretario è automaticamente candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Giusto. Ricordiamo, però, che nel 2012 il segretario Bersani accettò la sfida di Renzi e, fin troppo generosamente, concesse le primarie. Di più, non avendo nessuno dei candidati superata la soglia del 50 per cento concesse anche il ballottaggio. Nell’aprile 2017 Renzi è stato rieletto alla Segreteria del partito. Quelle furono votazioni per quella specifica carica che non debbono essere definite primarie (quanti guasti continua a fare l’uso indiscriminato di questo termine). Se il Partito Democratico farà, come sembra, una coalizione con altri partiti (ma non aveva giurato e spergiurato di non volere le coalizioni?), il candidato a capo di governo non potrà essere automaticamente il segretario del partito. Dovrà, invece, logicamente e politicamente, essere selezionato con le primarie, proprio come avvenne con Prodi nel fatidico ottobre 2005.

Secondo, abbiamo forse, anche noi, sbagliato nell’insistere sul (mis)fatto che la legge elettorale Rosato, più dell’Italicum, probabilmente non meno del Porcellum, produrrà un Parlamento di nominati. Desideriamo cambiare il termine: parlamentari diventeranno i predestinati. Vogliamo dire che, sì, certo, i partiti possono accampare il diritto di “nominare” (designare) i loro candidati, ma agli elettori deve essere concesso di scegliere fra quei candidati: promuovere e bocciare. È avvenuto così dal 1946 al 1992 quando gli elettori avevano tre/quattro voti di preferenza. È avvenuto nei collegi uninominali del Mattarellum dove, designati dal loro partito, sia lo stesso Mattarella sia Mario Segni furono sconfitti dal voto. Invece, tanto la designazione in un collegio uninominale quanto l’ordine di collocazione in una lista proporzionale determineranno le chance di elezione dei candidati che non potranno fare nulla per cambiare il loro destino. Quasi tutti, anche grazie alle candidature multiple, sapranno di essere e saranno predestinati alla Camera e al Senato. Non dovremmo scandalizzarci, si sostiene poiché anche altrove, dappertutto. è così. Sono i partiti che designano, che nominano, che predestinano. No, non è così.

Terzo, ma non vorrete mica reintrodurre le preferenze, meccanismo produttore di corruzione e che, peggio, consentirebbe poi ai magistrati con loro interventi selettivi di ridefinire la composizione del Parlamento? Ricordiamo che il primo referendum elettorale, 9 giugno 1991, questa è la data da celebrare, portò alle urne, contro praticamente tutti i gruppi dirigenti dei partiti, il 62,5 per cento di italiani con il 90 per cento e più che approvò il ricorso ad una sola preferenza da esprimere, per evitare facili brogli, scrivendo il cognome del/la candidato/a preferito/a. Si tenne una sola elezione politica con la preferenza unica nel 1992, probabilmente quella con meno brogli in assoluto [G. Pasquino, a cura di, Votare un solo candidato. Le conseguenze politiche della preferenza unica, Il Mulino 1993]. Una preferenza servirebbe agli elettori per cambiare l’ordine delle candidature nelle circoscrizioni. La replica è debolissima: gli elettori italiani fanno scarso uso delle preferenze. Uno su tre su scala nazionale, ma sei su dieci nelle regioni meridionali: voto di scambio, voto di scambio, corruzione, magistratura etc. Forse, no, ma…

Quarto, soltanto in Italia e, detto da Paolo Mieli a La7, in Grecia, in Zambia (complimenti per le conoscenze comparate) e in Corea del Nord (al cui proposito nessun commento è possibile), esiste il voto di preferenza. Tagliamo la testa al toro con la tabella qui presentata dalla quale si evince facilmente come un po’dappertutto in Europa all’elettorato siano dati alcuni strumenti per la scelta del candidati al Parlamento.

Clicca sulla tabella per ingrandire l’immagine

Naturalmente, chi sa di essere stato inviato in Parlamento dagli elettori a quegli elettori renderà conto di quello che ha fatto, non fatto, fatto male e da loro imparerà che cosa correggere e quali sono le priorità e le soluzioni auspicate. Chi è stato designato dai capi partito e capi-corrente e predestinato allo scranno parlamentare saprà perfettamente di quali “opinioni” (siamo nel pudicamente corretto) tenere conto, a prescindere da quelle di elettori che non conosce, che non conoscono lui/lei, che non avranno nessuna influenza sulle ricandidature e sulle rielezioni. Questo è quanto sappiamo. Non è poco.

Pubblicato il 18 ottobre 2017

INVITO #Firenze 19ottobre “Patologia della corruzione parlamentare” di Piero Calamandrei

Giovedì 19 ottobre ore 17.30

Fondazione Circolo Rosselli
via degli Alfani, 101 – Firenze

Presentazione del libro

 Piero Calamandrei

Patologia della corruzione parlamentare

 introduzione di Gianfranco Pasquino

Edizioni di Storia e Letteratura, 2017

Intervengono

Paolo Ermini
direttore del Corriere Fiorentino

Antonio Floridia
Regione Toscana

Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica (Università di Bologna)

Coordina Valdo Spini
(Presidente Fondazione Circolo Rosselli)

Non è una buona legge elettorale #leggeElettorale #Rosatellumbis @OmnibusLa7 @La7tv

Non è una buona legge elettorale!
Il commento di Gianfranco Pasquino a Omnibus La7, p
untata del 16 ottobre 2017

 VIDEO

La Sinistra ha sbagliato la campagna elettorale #AustrianElection @OmnibusLa7 @La7tv

Il commento di Gianfranco Pasquino sulle elezioni politiche in Austria, Omnibus La7, puntata del 16 ottobre 2017

VIDEO

Il budino letale e puzzolente dei soliti cuochi #leggeElettorale #RosatellumBis

Inquinato, da tempo, con riferimenti a una governabilità che consisterebbe nel premiare con molti seggi un partito e a una rappresentanza politica che sarebbe delega totale ai capipartito e ai capi corrente, il dibattito sulla legge elettorale è culminato con l’affermazione di Sabino Cassese che “la prova del budino sta nel mangiarlo” e con la sua valutazione positiva del budino perché ha “armonizzato” le leggi elettorali per Camera e Senato. Lascio da parte che a qualcuno, me compreso, i budini non piacciono, ci sono comunque molte buone ragioni per evitare persino di assaggiarlo: quando conosciamo i cuochi e, sulla base di budini precedenti, non ci fidiamo; perché quel budino è fatto di ingredienti di bassissima qualità già usati nel passato; perché è maleodorante e rischia di avvelenare in maniera letale oppure lasciando durature conseguenze inabilitanti.

Il budino Rosatellum bis sintetizza tutte le ragioni che lo rendono pericoloso anche per la democrazia rappresentativa. No, persino a detta dei proponenti non garantirà la governabilità, ma le leggi elettorali, dappertutto e soprattutto nelle democrazie parlamentari debbono eleggere “bene” un Parlamento, mai un governo e mai “fabbricare” una maggioranza assoluta. La governabilità la può garantire esclusivamente una classe politica preparata, competente, selezionata anche dagli elettori. Se i parlamentari sono tutti nominati, dai capi dei rispettivi partiti nonché dai capicorrente (a mo’ d’esempio chiedo: rinuncerà Franceschini a nominare i suoi sostenitori? Farà a meno Orlando di imporre i suoi collaboratori e, per cambiare registro, ottenuta la sua personale clausola di salvaguardia-seggio, il mio ex-studente Denis Verdini abbandonerà alla deriva i “verdiniani”?) che tipo di rappresentanza di preferenze, di interessi, di ideali (sì, lo, nello slancio mi sono allargato) gli eletti saranno in grado di offrire? Il problema non si pone soltanto proprio per quegli eletti che, inevitabilmente, dovranno mostrare la loro gratitudine agli sponsor (incidentalmente, per quelli che paventano le conseguenze nefaste del voto di preferenza, davvero si può credere che le organizzazioni di interessi, le lobby non si preoccupino di fare inserire in quelle liste qualcuno sul quale faranno affidamento?), si pone anche per gli elettori. Da un lato, non sapranno chi è il/la loro rappresentante che, comunque, da loro non si farà vedere più di tanto il loro rientro in Parlamento non dipendendo in nessun modo da quegli elettori, ma dai capi: lo zen Renzi, l’avvocato Ghedini, Alfano e Lupi …, quegli eletti impiegheranno il loro tempo e le loro energie in altre attività, per esempio, nel vagabondare fra gruppi parlamentari seguendo l’acclamata prassi italiana del trasformismo. D’altronde, non essendo stato introdotto nella legge neppure un requisito minimo di residenza nel collegio nel quale si viene candidati (oops, paracadutati) e anche protetti, grazie alla possibilità delle multicandidature (fino a cinque), bisognerebbe costruirli ab ovo quei rapporti con l’elettorato: troppa fatica per nulla. Gli eletti potenti sapranno farsi ricandidare altrove. In questo modo, comprensibilmente, la legge non offre possibilità di rappresentanza politica, ma neppure di responsabilizzazione che, ad esempio, consentirebbe agli elettori che hanno trangugiato un budino andato male di chiederne conto ai parlamentari che hanno contribuito a metterlo sul mercato elettorale. Invece, chi non può sapere da chi è stato eletto non dovrà minimamente preoccuparsi di rendere conto dei suoi comportamenti, nel mio mantra: di quello che ha fatto, non ha fatto, fatto male. Peccato poiché raccontano alcuni studiosi della democrazia, persino italiani, come Giovanni Sartori, che l’interlocuzione e l’interazione fra candidati e elettori e poi fra i parlamentari e l’elettorato, non unicamente il “loro” (peraltro, sconosciuto): “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” (art. 67), stanno al cuore di una democrazia rappresentativa, la fanno pulsare e le danno energia.

Infine, molti studiosi e, per fortuna, anche molti uomini e donne in politica continuano a ritenere che le leggi elettorali debbano essere valutate anche con riferimento alla quantità di potere che consentono di esercitare ai cittadini elettori. Una crocetta su un simbolo che serve a eleggere un candidato e dare consenso a un partito o a una coalizione è proprio il minimo. Per rimanere nella logica di Rosato e di chi per lui “non si poteva fare meglio”, certo che si poteva fare meglio: con la possibilità del voto disgiunto previsto e ampiamente utilizzato in Germania oppure con il doppio turno nei collegi uninominali come per l’elezione dell’Assemblea nazionale in Francia. Buttate, voi senatori, l’Italian pudding nella raccolta indifferenziata. Non c’è nulla da riciclare.

Pubblicato il 14 ottobre 2017

La legge elettorale di fronte alla “fiducia” #leggeElettorale #Fiducia @RadioRadicale

Intervista realizzata da Lanfranco Palazzolo registrata giovedì 12 ottobre 2017 alle ore 17:53.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Elezioni, Fiducia, Gentiloni, Governo, Legge Elettorale, Mattarella, Napolitano, Parlamento, Partito Democratico, Politica, Presidenza Della Repubblica, Renzi, Riforme, Sindaci.

La registrazione audio ha una durata di 8 minuti.

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I movimenti e l’ombelico del PD

La buona politica mira a rappresentare le preferenze, gli interessi, anche gli ideali dei cittadini. In democrazia i cittadini si associano, proprio come voleva Tocqueville, qualche volta, in Italia raramente, per risolvere loro stessi i problemi oppure, spesso giustamente, protestano contro i politici che non sanno/non vogliono/ non riescono a risolvere problemi. Quando le associazioni sono tante, viva il pluralismo!, diventa indispensabile che i politici si confrontino con loro, persino per trarre informazioni utili costruendo consenso intorno alla decisione.

Una volta il grande corpo del PCI era anche il luogo di sintesi del pluralismo, ammansiva fin troppo le tensioni, teneva basso il livello di conflitto rappresentando tutto il possibile, e un pochino di più. Poi è cominciata lentamente una deriva autoreferenziale e, invece di tenere aperti i canali di comunicazione con la società, i successori del PCI hanno preferito guardarsi con compiacimento l’ombelico. È quello che sostanzialmente stanno facendo anche i candidati alla segreteria del partito locale. Quegli ombelichi non sono attraenti, ma soprattutto distolgono lo sguardo dalle richieste e dalle sfide dei movimenti per la qualità dell’aria e per alcune scelte ambientali. Adesso, questi variegati movimenti, spesso criticabili per la loro tendenza alla semplificazione e alla cura esclusiva del loro giardinetto, hanno deciso di coalizzarsi (le coalizioni di cui una volta il PCI era maestro) per sfidare il governo locale, che certamente non è un falco decisionista. , e potrebbero offrire alternative sia alla prossima disfida per il sindaco sia per le elezioni politiche nazionali che sono quasi dietro l’angolo.

Senza esibirsi in spericolate previsioni, è, però, fin d’ora possibile rilevare: primo, che una o più risposte alle domande movimentiste debbono essere date; secondo, che se i movimenti si coalizzano possono diventare uno sfidante importante. Le risposte che vanno date non sono affatto di pura e semplice accettazione, ma di interlocuzione e di spiegazione. Decisioni prese su alternative rese comprensibili a tutti avranno migliori e maggiori probabilità di essere attuate. Quanto agli agguerriti partecipanti ai movimenti, in elezioni nazionali potranno forse influenzare poco la scelta degli eletti (colpa delle liste protervamente bloccate), mentre in un’elezione locale, in prima persona oppure spostandosi su una o altra lista, potrebbero avere un effetto molto significativo. Finita la buriana dell’elezione del segretario provinciale del PD sentiremo dall’eletto parole (di sinistra) convincenti per i cittadini e per parte almeno dei movimentisti?

Pubblicato il 13 ottobre 2017