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L’Italia di Draghi dove arriverà? #19febbraio ore 12:30 #StampaEsteraSocialClub

ATTENZIONE AL CAMBIO DATA

gianfrancopasquino

Associazione della Stampa Estera in Italia

Incontro in streaming sulla pagina facebook #StampaEsteraSocialClub

modera Julia Sandra Virsta

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Las democracias hoy y mañana #ConferenciaMagistral #18febrero @FundacionAlem

La Fundación Alem te invita a participar, vía Zoom, de la Conferencia Magistral, que brindará el Profesor Gianfranco Pasquino, el 18 de febrero a las 11 hs.

Las democracias hoy y mañana

Conferencia magistral
Jueves 18 de febrero 11:00 hs zoom

Governare il paese stando in Europa

Un chiaro, sobrio, limpido appello ai senatori e ai loro partiti a sostenere “il governo del paese”: questo è il contenuto centrale, importante, decisivo del discorso del Presidente del Consiglio Draghi. Per governare il paese Draghi pone come asse strategico internazionale la combinazione di europeismo e atlantismo (quindi, ne deduco, nessun flirt con la Cina). Draghi dichiara e sottolinea che il suo compito si svolgerà nel quadro dell’Unione Europea fuori della quale non c’è nessun recupero di sovranità nazionale, ma solitudine (triste e rischiosa, aggiungo io). Tre sono le priorità dettate dai fatti: pandemia, economia e futuro. Per costruire un futuro decente, di nuovo l’aggettivo è mio, bisogna affrontare con rigore e impegno continuativo la pandemia, curare e salvare vite. Per reggere economicamente e rilanciare il paese, bisogna non soltanto formulare i programmi indispensabili a ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione dell’Italia dall’Unione Europea, ma utilizzarli al meglio in tempi stretti. Le aree dell’utilizzazione si trovano già nelle direttive del NextGenerationEU. Dentro quell’ambito il Presidente del Consiglio ha segnalato quali riforme ritiene essenziali: quelle della burocrazia e del funzionamento del sistema giudiziario. Cruciale e ripetutamente sottolineata è l’esigenza di dare pari opportunità alle donne e ai giovani affinché le migliori energie del paese trovino sbocchi in Italia e nessuno sia costretto ad emigrare. Pertanto anche la scuola deve essere profondamente riformata.

Con stile, il Presidente del Consiglio Draghi ha reso omaggio al suo predecessore Giuseppe Conte convintamente applaudito dalla maggioranza che lo aveva espresso e sostenuto, e in larga misura il suo programma si situa inevitabilmente e proficuamente nel solco tracciato da Conte. Inevitabilmente, poiché i problemi non sono cambiati; proficuamente, poiché ne consegue una ripartenza da posizioni già avanzate. Le correzioni a quanto fatto da Conte sono, al momento, visibili soprattutto come sottolineature tranne su una tematica molto rilevante, quella della riforma del sistema fiscale che Draghi ha preannunciato non con una legge in più o in meno, ma come una nuova visione complessiva.

In conclusione, due sono le più significative novità del “governo del paese” a guida Draghi. La prima è una maggioranza molto ampia, ancorché composita, nella quale inevitabilmente si avranno tensioni e conflitti, ma che Draghi chiama ad una assunzione piena di responsabilità. La seconda è la composizione del governo, alla quale Draghi non ha fatto nessun riferimento, che combina tecnici di provate capacità con uomini e donne di partito, ma la cui forza sta in special modo in Draghi stesso, nella sua personalità, nelle sue competenze, nella sua convinzione e ambizione di lavorare avendo come stella polare il futuro. Molto, quindi, dipenderà dalla capacità, fondamentalmente politica e finora non ancora messa alla prova, di Draghi nel guidare con polso fermo l’inusitato “governo del paese”. 

Pubblicato AGL il 18 febbraio 2021

L’Italia di Draghi dove arriverà? #19febbraio ore 12:30 #StampaEsteraSocialClub

Associazione della Stampa Estera in Italia

Incontro in streaming sulla pagina facebook #StampaEsteraSocialClub

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VIDEO: “Il programma di Draghi e i mal di pancia dei partiti” #17febbraio @WarRoomCisnetto

Il programma di Draghi e i mal di pancia dei partiti @WarRoomCisnetto

Fatto il governo italiano bisogna fare gli europei

L’Europa si avvia alla Conferenza sul suo futuro, fissata per il 9 maggio 2021, settantunesimo anniversario della dichiarazione di Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, che è considerata la data d’inizio del lungo percorso effettuato. In maniera sicuramente del tutto fortuita si è insediato in questi giorni il governo guidato dall’italiano che, quando era Presidente della Banca Centrale Europea, ha salvato l’Euro e, in sostanza, l’Unione stessa in uno dei momenti più drammatici di una storia complessa, ma sostanzialmente di successo.

   Festeggio il governo Draghi, che, peraltro, deve essere visto all’opera senza fare schizzare le aspettative (come troppi commentatori di giornaloni e giornalini hanno già fatto), suggerendo al Presidente del Consiglio di pensare e poi magari anche dire “fatto il governo in Italia è ora di fare gli europei”. Con le parole di un europeo, non proprio europeista, ma con grande, forse fin troppo, senso dello stato (e dello humour), vale a dire il Gen. de Gaulle, non ho difficoltà a sostenere che sarebbe un davvero vaste programme. Per quanto l’obiettivo sia effettivamente molto ambizioso, il governo Draghi ha a sua disposizione una quantità molto ingente di risorse: 209 miliardi di Euro.

   Sono certo che Draghi e i suoi più stretti collaboratori hanno le idee chiare su come assegnarli lungo le direttive e gli ambiti già indicati dalla Commissione Europea. Non è, naturalmente, soltanto un problema tecnico poiché lungo quelle direttive e all’interno di quegli ambiti molte scelte saranno necessariamente politiche. Non sono altrettanto sicuro che il governo e lo stesso Draghi abbiano fin dall’inizio le competenze politiche per rendere i progetti non soltanto fattibili, finanziabili, attuabili in tempi relativamente brevi e soprattutto in grado di fare diventare gli italiani effettivamente cittadini europei. Non si tratta di discutere se l’inconveniente sia quello costituito dal diminuito e oggi scarso numero di ministri provenienti dal Sud. Se i ministri non sanno acquisire/avere una visione nazionale, allora, semplicemente, sono stati scelti male e dovranno essere orientati dal Consiglio dei Ministri a fare proposte e compiere azioni che giovino a tutto il paese e non alle loro aree di provenienza. Il punto, però, è un altro, molto più importante.

   L’ex-Presidente della Banca Centrale Europea deve intraprendere da subito un compito imprevisto, ma cruciale. Deve diventare il predicatore che combina le esigenze italiane con le richieste europee e che, ogniqualvolta possibile, riesce a mettere in grande evidenza tutto quello che l’Italia si trova in condizione di fare grazie al sostegno dell’Unione Europea, osservandone le regole e praticando i comportamenti che da quelle regole discendono. Diventare “europei” significa, per l’appunto, abbandonare i localismi sotto qualsiasi forma si presentino, anche di rappresentanza politica asfittica. Significa ricorrere alle best practices europee, per esempio, nel ristrutturare insegnamenti e percorsi nella scuola a tutti i livelli. Implica due riforme cruciali: quella della tassazione (lo so che lo diciamo da decenni e, per l’appunto, il vizio/reato dell’evasione fiscale diventa sempre più intollerabile) e dell’amministrazione della giustizia.

   Da Draghi e dai suoi ministri, non soltanto “tecnici”, spesso professionisti di alto livello, ma anche quelli di provenienza partitica, vorrei che le riforme fossero presentate, spiegate e argomentate non con la pudica giustificazione “ce le chiede l’Europa” quanto con la semplicissima, decisiva motivazione “vogliamo conseguire i più elevati standard europei”. NextGenerationEU, europei della generazione che viene.

Pubblicato il 15 febbraio 2021 su PARADOXAforum

Due chiacchiere con il professore Gianfranco Pasquino @Newsinunclick

15 febbraio 2021 su notizieinunclick.com

Pasquino: «Conte? Un signore, Mattarella poteva dargli un’altra chance» #intervista #Ventuno

Intervista raccolta da Ruggero Tantulli

«Giuseppe Conte è stato sostituito malamente. Il suo governo poteva continuare». A dirlo è il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che risponde al telefono alle domande di Ventuno. Il governo Draghi, secondo il professore torinese, «non è il governo dei migliori». E soprattutto non deriva «affatto da una crisi della politica», ma da un «comportamento ricattatorio e irresponsabile di Matteo Renzi». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era davvero obbligato a chiamare “Supermario” Draghi, come acriticamente riportato su gran parte dei media? No: avrebbe potuto dare «un’altra chance a Conte».

Professore, è nato il governo Draghi. Qual è il suo giudizio?

«La composizione del governo rispecchia i rapporti di forza dei partiti in questo Parlamento. Sì, è il manuale Cencelli ma esiste in tutte le democrazie parlamentari. I governi si fanno comunque così. Per quanto riguarda i ministri c’è una notevole continuità e penso vedremo anche molti sottosegretari e viceministri che faranno la loro ricomparsa. I tecnici, poi, sono “i migliori”, come si dice con esagerazione? No. Bisogna intendersi sul significato di “migliori” in politica: spesso sono quelli che ottengono più voti o che fanno scelte sagge nei momenti eccezionali. Ci sono certamente buoni ministri: stimo Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Roberto Speranza».

Rispetto al Conte-2, possiamo dire che c’è stato uno spostamento verso destra?

«No, direi verso il centro. Perché la Lega è stata costretta a capire che bisogna seguire le linee portanti della Ue. Quindi è un successo del sistema europeo nel suo insieme. C’è una conversione opportunista verso il centro di Salvini. Però la conversione vera è quella di Giorgetti».

Giuseppe Conte è uscito da Palazzo Chigi tra gli applausi dei dipendenti e le ovazioni da via del Corso. Cosa vuol dire?

«I sondaggi, che lo davano sopra il 50%, non mentivano. Conte come persona è un signore e si è dimostrato tale anche uscendo da Palazzo Chigi. Io sono d’accordo con chi lo applaudiva e mi auguro recuperi un ruolo politico. Ma voglio aggiungere una cosa: per me è stato sostituito malamente perché quel governo poteva continuare».

Ecco. Nel dibattito pubblico spesso si sente dire che per il presidente della Repubblica chiamare Mario Draghi fosse l’unica scelta possibile. È davvero così?

«La metto in maniera ipotetica. Quando Fico (dopo il mandato esplorativo, ndr) ha riferito che i partiti non erano in grado di convergere su qualcosa, Mattarella aveva due strade: o dire lui cosa fare o prendere atto che Conte aveva ottenuto la fiducia, abbondante alla Camera e risicatissima al Senato, dicendogli di andare avanti. E avvertendolo che, in caso di sconfitta su un disegno di legge come quello sulla riforma della giustizia, allora gli avrebbe chiesto di dimettersi. Poteva dargli un’altra chance. Evidentemente ha ricevuto pressioni da qualcuno oppure non voleva rischiare di rimandare Conte in Parlamento e di ritrovarselo pochi giorni dopo sconfitto in un voto importante».

Visto che ha parlato di “pressioni”: si sente spesso dire, come presupposto incontestabile, che la crisi nasce da una crisi politica di sistema. Non è però nata dalla scelta di un partito che forse si è mosso sulla base anche di altri interessi, come quelli di gruppi di potere?

«La crisi si è aperta per un comportamento ricattatorio e irresponsabile di Renzi e di Italia Viva. Non c’era alcun bisogno di aprirla. Evidentemente Renzi voleva far valere qualcosa contro Conte. Certamente non era solo: i giornali da mesi conducevano una campagna contro Conte, direi da giugno (“È pronto Draghi”, “Poi arriva Draghi” etc.), per ragioni che mi sfuggono. Una parte dei giornali non vuole il M5s: in particolare il Corriere della sera e in una certa misura anche la Repubblica. Loro hanno creato le premesse. Un leader ricattatorio ha avuto un colpo di fortuna e adesso sostiene di aver scelto lui Draghi. Una frase francamente eccessiva. Sostiene anche di aver fatto lui questo governo: nel 2018 poteva fare un governo

con il M5s da segretario del Pd ma buttò il partito all’opposizione senza neanche convocare gli organismi dirigenti. Sento dire che sarebbe un genio della politica: dissento fortemente. La politica, comunque, non è affatto fallita. E nemmeno il sistema. La democrazia parlamentare è sufficientemente flessibile da accomodare diversi tipi di governo e sapersi adattare. Quindi non siamo affatto di fronte a una crisi di sistema, lo rifiuto nella maniera più totale. La Costituzione ha tutte le risposte da dare anche in queste situazioni. Mattarella infatti, anche se secondo me con qualche leggera forzatura, ha utilizzato la Costituzione. Dopodiché sono convinto che ci sia stato un lungo dialogo tra Mattarella e Draghi per scegliere i ministri, perché sono altrettanto convinto che Draghi non conosca bene la politica italiana e i partiti italiani».

Renzi ha portato Lega e Fi al governo. Non un gran risultato, visto da sinistra…

«Renzi non sta guardando da sinistra ma dal centro. Solo che è inchiodato al 2,8% e se si fa una legge elettorale con soglia di sbarramento non entra più. Ma sono sicuro che tratterà per un seggio sicuro per sé e per Maria Elena Boschi».

La “congiura” di Renzi è arrivata proprio quando bisogna pianificare l’investimento dei 209 miliardi ottenuti da Conte con il Recovery Fund. Non è un tempismo sospetto?

«Qui mi chiede dietrologie e su questo non sono particolarmente bravo. Conte sicuramente sapeva in quale direzione andare per usare quei fondi. Credo che lo sappia anche Draghi e che non cederebbe a pressioni. Credo che Renzi non riuscirà a influenzare le scelte di Draghi».

Draghi è stato osannato dalla quasi totalità dei media. Non è stato eccessivo? Inoltre, il parlare di “governo dei migliori” non nasconde una concezione aristocratica della politica volta quasi a svilire la portata della democrazia?  

«Chi vuole il governo dei migliori non opera all’interno delle regole della democrazia: il governo è fatto da coloro che sono riusciti ad avere il maggior numero di seggi in Parlamento. Qualche volta sono migliori dei loro cittadini, qualche volta no. Conosco qualche esempio di governo dei migliori: l’amministrazione di John Kennedy(Usa, 1961-1963, ndr), alcuni governi di De Gaulle, il primo governo laburista (1945-1951). Questo non è il governo dei migliori. Anche se devo dire che in questo Paese non ho mai visto un governo dei migliori».

Ma a proposito di democrazia, lasciare solo un partito all’opposizione è normale o è un’anomalia?

«I partiti decidono se andare al governo o all’opposizione. Giorgia Meloni ha giustificato in maniera condivisibile la sua scelta. Io naturalmente preferisco un sistema dove c’è una vera opposizione che si candida come alternativa al governo.  Ma sono molto rari i sistemi bipolari eh! In Europa, contrariamente a quanto si pensa, l’alternanza vera è una merce rarissima (dopo l’intervista, anche Sinistra italiana ha comunicato la decisione di non votare la fiducia al governo Draghi, come sostenuto dal segretario Nicola Fratoianni, ndr)».

Il M5s è stato criticato per aver consultato i propri iscritti. E soprattutto per come è stato scritto il quesito, contestato anche al suo interno. Che ne pensa?

«Io preferisco 77mila persone che votano su Rousseau al metodo decisionale di una o poche persone».

Come valuta questa mutazione definitiva del M5s, che ha comportato una spaccatura netta tra l’ala governista e quella di opposizione?

«Credo sia errato dire che ci siano un’ala governista e una di opposizione. Per me ci sono quelli che hanno imparato che se vuoi cambiare le cose devi stare al governo e far passare le tue idee e quelli che si beano di stare all’opposizione e testimoniare».

Pensa che ci sarà una scissione o che i ribelli proveranno a riprendersi il Movimento?

«Se fanno una scissione si suicidano. Mi auguro rimangano nel M5s e in Parlamento combattendo le loro battaglie, anche sugli emendamenti. In politica stare in disparte è un errore».

Il governo Draghi è stato criticato per la scarsa presenza femminile e per aver depotenziato il ruolo del Sud. Che ne pensa?

«La scelta delle donne dipende dai partiti. Sul Sud, da torinese mi sembra che Draghi sia romano: quindi il Sud è ben rappresentato».

Legge elettorale. Ai cittadini suona come un tema inutile ma in realtà non è così. Riuscirà questo Parlamento a farla, soprattutto dopo la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari?

«La convinzione secondo la quale ai cittadini non interessa la legge elettorale è sbagliata. E se fosse giusta sarebbe colpa dei politici che devono dire ai cittadini che è importante! Prima i partiti iniziano questa opera pedagogica fondamentale, meglio sarà. Rosato (da cui il Rosatellum, ndr) può dire quello che vuole ma la legge elettorale è pessima. Alcune cose non dovrebbero esserci mai: la possibilità di pluricandidature è assolutamente scandalosa. Sono contrario poi ai candidati paracadutati. Credo che dovrebbero esserci un voto di preferenza vero e la possibilità di un voto disgiunto. Dopodiché se si vuole una buona rappresentanza politica la soluzione è il sistema elettorale tedesco: si chiama proporzionale personalizzato. Se si vuole un buon maggioritario, invece, si può seguire il modello francese. Il criterio principe per valutare le leggi elettorali è: quanto potere hanno gli elettori? Con la legge Rosato gli elettori hanno pochissimo potere. Con il Porcellum di Calderoli ne avevano ancora meno. Con il Mattarellum invece ne avevano. Se non si vuole imitare un modello estero, basta adattare la legge Mattarella con un paio di ritocchi».

Che futuro vede per Conte?

«L’ho visto accompagnato da una bella signora bionda. Lo vedo in vacanza per una settimana, fuori da questa gabbia dove ci si scambia colpi di pugnale. Conte ha dimostrato di avere delle capacità, è cresciuto nella sua carica e secondo me ha fatto bene. Fare politica è una scelta di vita, non so se lo voglia. Potrebbe avere una carriera europea o un futuro anche in questo governo. Ma non gli suggerirei di fare un partito. Comunque do una valutazione positiva di Conte. Il suo futuro è in parte nelle sue mani».

Pubblicato il 15 febbraio 2021 su Ventuno

Draghi, Pasquino ad Affari:”Il M5S stia nel governo. Al lavoro con i Dem-Leu” #intervista @Affaritaliani

Il celebre politologo sui mal di pancia dei 5S: “Cerchino con intelligenza di influenzare le scelte politiche del governo Draghi. Star fuori è scelta sbagliata”

Intervista raccolta da Carlo Patrignani

Il nuovo governo di Mario Draghi, colui che ha salvato l’euro e l’Europa, ha da usare e gestire i 209 miliardi del Recovery Plan: è questa una grossa opportunità e insieme una speranza per il rilancio del Paese, messo in ginocchio dalla pandemia Covid19. Molto dipenderà dalle capacità non solo di Draghi, ma di Colao e di Cingolani di sfruttare al meglio quest’occasione. E’ l’opinione del politologo Gianfranco Pasquino che si dice “relativamente ottimista” sulla possibilità del nuovo governo di poter centrare l’ambizioso obiettivo. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna ed Accademico dei Lincei, il politologo ha alle spalle anche la preziosa esperienza di senatore della Repubblica che gli consente analisi più approfondite. 

“C’è stata una assordante campagna di stampa, in modo particolare da parte dei giornaloni, nell’invocare Draghi come ‘il salvatore dell’Italia’, appunto dopo aver salvato l’euro e con esso l’Europa, mentre il governo Conte – osserva Pasquino – stava facendo bene, andava nella giusta direzione”. Fatta questa osservazione dovuta, “Draghi – sottolinea il politologo – ha un suo percorso preciso, ma dalla sua ha uno sponsor politico chiaro, autorevole, come il Presidente della Repubblica, Mattarella, che, non v’è dubbio, saprà consigliarlo al meglio in questo passaggio delicatissimo”.

Come dire, pur se Draghi ha sempre operato nel mondo delle banche e della finanza, fino alla presidenza della Bce, “forse potrà essere meno keynesiano del suo maestro Caffe’, forse non avrà sufficiente esperienza politica, però – evidenzia Pasquino – non è un salvatore della Patria, ma è tutt’altro che sprovveduto e saprà essere all’altezza del compito affidatogli dal Presidente della Repubblica“.

Insomma, attorno al neo premier troppi sperticati, eccessivi elogi non richiesti: una enfasi sopra le righe. “Sono relativamente ottimista”, ribadisce Pasquino rispetto all’irripetibile opportunità di rilancio del Paese grazie ai 209 miliardi del Recovery Plan. Eppure dopo il pronunciamento favorevole al nuovo governo di tutte le forze presenti in Parlamento, ad eccezione di Fdl, ci sono fermenti dentro il M5S sul voto di fiducia per la composizione della compagine governativa e sulla distribuzione dei ministeri. 

“Mi pare che il M5S si sia pronunciato, abbia già votato e la maggioranza ha scelto di dare il via alla formazione del governo Draghi di cui farà parte – evidenzia Pasquino – Ora lavori bene e cerchi con intelligenza di influenzarne le scelte politiche, quali politiche fare. Star fuori dal governo è, per me, una scelta sbagliata”. Tanto più che in ballo c’è ancora la possibilità di una alleanza più o meno strutturale con Pd e Leu.

“Certamente l’esperienza accumulata con il governo Conte non va dispersa, anzi va rafforzata dal momento che anche Pd e Leu fanno parte del governo che – nota Pasquino – dovrà metter mano alla legge elettorale: occasione per formulare proposte magari comuni“. Poi in primavera ci sono importanti test amministrativi, in grandi città: occasione per dar vita ad alleanze elettorali.

“Si tratta di tanti passaggi importanti – conclude Pasquino – sui quali lavorare, non solo il Recovery Plan, ma la legge elettorale, la lotta alla pandemia, il piano vaccinazioni, per proseguire e migliorare l’esperienza realizzata con il governo Conte“. E con un occhio alla prossima tornata elettorale. I voti contano. Contare tanti voti serve.

Pubblicato il 14 febbraio su affaritaliani.it