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Liste calate dall’alto? Non vale per tutti i partiti #intervista @ilriformista

Il politologo: «Cassese dice che le forze politiche sono diventate oligarchie? Sbagliato generalizzare. Realtà come il Pd hanno scelto i candidati anche in base a competenze importanti. Giudicherà chi vota» Intervista raccolta da Umberto De Giovannangeli

Tra gli scienziati della politica italiani, Gianfranco Pasquino è tra i più accreditati. Professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, dal 2005 socio dell’Accademia dei Lincei. Tra le sue numerose pubblicazioni, ricordiamo la più recente: Tra scienza e politica. Una autobiografia (Utet, 2002).

“Il modo in cui si sono formate le liste è un’ulteriore dimostrazione del carattere oligarchico del nostro sistema politico”. Così Sabino Cassese in una intervista a questo giornale. Lei come la vede?

Le liste vengono formate in maniera molto diversa da partito a partito. Non sono in grado di generalizzare e non vado alla ricerca di modalità democratiche, modalità oligarchiche etc. Parlerei piuttosto di modalità funzionali. Ciascun partito decide cos’è meglio per la sua organizzazione, per i suoi militanti che poi dovranno fare anche un po’ di campagna elettorale, per i candidati che deve scegliere. Non possiamo dire che il Partito democratico abbia scelto i suoi candidati allo stesso modo con il quale li ha scelti Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia. E sappiamo da tempo immemorabile che i candidati di Forza Italia vengono scelti da Silvio Berlusconi e abbiamo visto che i 5Stelle utilizzano anche le cosiddette “parlamentarie”. Di tanto in tanto il Pd fa anche delle primarie che purtroppo i commentatori sbeffeggiano, sbagliando.

Perché, professor Pasquino?

Perché se condotto con metodi decenti, rappresenta un metodo democratico. Quindi non generalizzo, le scelte dei candidati sono state fatte in un certo modo e sono in grado di criticare di volta in volta le modalità e le scelte effettive. Mi chiedo, ad esempio, che senso ha paracadutare Elisabetta Casellati in Basilicata quando era eletta e ambita in Veneto, mentre al suo posto c’è Anna Maria Bernini che notoriamente è una bolognese. Naturalmente ho molto da dire sul fatto che Piero Fassino va a fare il parlamentare del Veneto dopo aver fatto il parlamentare del collegio di Modena e Sassuolo. Questo riguarda anche la forza del candidato. Fassino è un uomo molto forte nel suo partito e sceglie dove andare. Nel caso della Casellati, Berlusconi e Tajani preferiscono candidarla in Basilicata. Però non si può generalizzare. Possiamo dire che il metodo comunque non ci convince, dopodiché affidiamo il resto agli elettori. Saranno loro a valutare se sono buoni candidati oppure no, se fanno campagna elettorale, se rappresentano il territorio, se non sanno solo ascoltare ma come dico io anche interloquire con i loro elettori, oppure se è semplicemente un’operazione nel segno di rieleggetemi e buona fortuna.

Nel dibattito aperto da Il Riformista, Sergio Fabbrini, altro autorevole scienziato della politica e dei sistemi istituzionali, ha sostenuto: “Gli eletti sono diventati degli imprenditori di se stessi e quindi si comportano sulla base dei vantaggi immediati che possono conquistare nel mercato politico”. Concorda ?

No, anche se ne apprezzo il rigore e la nettezza. Non sono d’accordo perché, di nuovo, occorre differenziare tra i vari partiti. Nel Partito democratico ci sono le carriere. Persone che hanno iniziato a fare politica prima che ci fosse il Partito democratico e che proseguono nella loro carriera. Non sono degli “imprenditori di se stessi”, come li definisce Fabbrini. Secondo me sono semplicemente dei professionisti, qualche volta anche perché hanno acquisito delle competenze vere. Per non restare nel vago. Non si può fare a meno di uno come Franceschini, perché è bravo, ha delle competenze. Ed è sbagliato respingere la candidatura di Casini, perché anche lui è bravo e ha delle competenze. Siamo di fronte a professionisti, a semi professionisti e come una volta mi disse Domenico Fisichella a “gentleman in politics”. Naturalmente si riferiva a se stesso, cioè a persone che hanno una biografia professionale tale da permettere loro di fare un po’ di politica e poi tornare alla loro professione senza nessuna preoccupazione. Questo vale per il Partito democratico come anche, sul versante opposto, per Fratelli d’Italia, perché è l’unico altro partito rimasto vivo. Il Msi era un partito organizzato sul territorio. E non vale invece in altri casi. Come quello di Forza Italia Ha ragione Berlusconi: i suoi candidati vengono effettivamente dalla società civile. Di errato c’è semmai il verbo. I candidati non “vengono” dalla società civile, è lui che li ha “prelevati” dalla società civile ed è lui che li “ricaccia” nella società civile quando non gli servono più. Nessuna generalizzazione è possibile, insisto su questo, ma analizzare caso per caso, e sul singolo caso costruire una spiegazione, soprattutto quando certe scelte suscitano polemiche non sempre pretestuose.

Venendo ai “campi” che si fronteggiano. Cosa teme di più del destra-centro: la leadership Meloni?

Io temo l’inesperienza di una parte non marginale di quella classe dirigente. Temo l’eccessiva gioiosità per aver vinto le elezioni, e l’incapacità di capire che cosa vuole l’Europa da noi. E soprattutto temo gesti eclatanti volti a dimostrare che quello a cui daranno vita è un Governo “nuovo”, che siamo entrati in un’era “nuova”. Tutto questo temo. E ne temo l’insieme. E che Giorgia Meloni si lasci trascinare dall’entusiasmo. Mi è rimasta negli occhi, e in parte anche nelle orecchie, la sua performance al congresso di Vox. Non vorrei mai più vedere una Giorgia Meloni così. Certo è che se lei va in Europa con quella grinta la cacciano subito via.

Passando al centrosinistra. Cosa resta del “campo largo” su cui aveva puntato Enrico Letta?

Purtroppo questi politici non hanno studiato la scienza politica. Ne sono proprio digiuni e non sanno proprio di cosa parlano. Non mi riferisco solo alla legge elettorale, di cui non sanno nulla se non tutelare i propri interessi. Davvero non sanno di cosa parlano. “Campo largo” non c’era proprio bisogno di dirlo. Perché se uno avesse acquisito i rudimenti, non dico di più, della scienza politica, saprebbe che in politica si fanno le coalizioni. Questo è il principio dominante. In tutti i sistemi politico si fanno coalizioni. Persino in Gran Bretagna, dal 2010 al 2015 c’è stata una coalizione tra conservatori e liberali. Hanno addirittura stilato le regole della coalizione. Macchè “campo largo”, parliamo di coalizioni. E le coalizioni – c’è una letteratura splendida in proposito – si fanno fra partiti che sono vicini, geograficamente vicini, ideologicamente compatibili, programmaticamente in grado di convergere su quelle che ritengono essere le priorità del Paese. Letta ci ha provato ma evidentemente non conosce la teoria delle coalizioni. Dopodiché ha fatto del suo meglio, anche perché ha dovuto fare i conti con individui che sono molto ambiziosi, ingiustificatamente ambiziosi, immeritatamente ambiziosi, che hanno, come ho avuto modo di dire e scrivere, il loro ego in perenne erezione. Con quella gente è difficile trattare. Chi riesce a fare meglio le coalizioni meglio riesce ad ottenere il consenso. Giuliano Urbani, che è uno scienziato della politica, disse a suo tempo a Berlusconi “fai due coalizioni: una che si chiama Polo del buongoverno e l’altra Polo delle libertà. E in questo modo riesci a mettere insieme sia gli ex missini sia la Lega”. Questo è quello che è successo nel ’94. È il prodotto delle competenze politiche del professore di Scienza politica Giuliano Urbani. Mi lasci aggiungere un consiglio che non vuol essere “professorale”: si dovrebbe sempre chiedere a chi parla/ scrive di tematiche istituzionali-elettorali quali libri/articoli scientifici abbia letto, quali sono gli autori a sostegno delle sue analisi e valutazioni. Per non alimentare una confusione già così diffusa e grande sarebbe cosa alquanto opportuna fare pulizia terminologica per riportare il dibattito sui binari solidi e rigorosi della Scienza politica.

In Italia c’è ancora chi sostiene che si vince occupando il centro.

La Scienza politica racconta un’altra storia…

Quale?

Il centro è un luogo geografico. Non sappiamo quanti elettori stanno al centro, ma soprattutto sappiamo che vi sono elettori che stanno all’estrema sinistra e all’estrema destra. Non possiamo perderli. Dobbiamo andarli a cercare. Sapendo, innanzitutto, che dobbiamo motivare gli elettori a venirci a votare. In Italia vincerebbero alla grande le elezioni coloro che sapessero motivare gli astensionisti, quantomeno trovando la chiave per raggiungerne alcuni settori. Non c’è un “partito degli astensionisti”. Anche qui, evitiamo dannose, oltreché erronee, generalizzazioni. Quegli astensionisti non sappiamo di dove sono, se sono di centro, di destra, di sinistra. C’è di tutto, coprono l’intero arco politico. Si tratta di andare a cercare gli elettori su tematiche specifiche. La scienza politica indica che ci sono tematiche valoriali che sono politiche: le famose issues. Devi trovare la issue giusta e devi sapere anche quali sono i valori condivisi di quegli elettori che cerchi. Quel valore condiviso potrebbe essere, per esempio, molto semplicemente la democrazia in Europa, o qualcos’altro, magari di segno opposto. Ad esempio, manteniamo un alto livello di diseguaglianze perché noi elettori siamo bravi e quindi riusciremmo a trarne profitto. Operazioni che richiedono intelligenza politica a cui abbinare la capacità di un politico di stare sul territorio. Come può Fassino mobilitare gli elettori del Veneto che non l’hanno visto mai se non in televisione? Casini mobilita gli elettori bolognesi perché qui ci abita da quando è nato, perché ha fatto campagna elettorale, perché è notissimo. Ed è per questo che lui è un valore aggiunto.

Pubblicato il 27 agosto 2022 su Il Riformista

La rivoluzione della minestra riscaldata da Meloni @DomaniGiornale

Mettersi avanti con il lavoro può sempre essere utile. No, non facendo i nomi dei ministri, come vorrebbe Salvini, con grave interferenze nelle prerogative del Presidente della Repubblica, ma mettendo in pole position alcune personalità di qualche (non voglio esagerare) autorevolezza forse non del tutto appassita. Risponde ad una strategia di Giorgia Meloni il pacchetto di mischia di ultrasettantacinquenni candidati al Parlamento: Carlo Nordio, già procuratore aggiunto a Venezia, poi votato come Presidente della Repubblica, Marcello Pera, già presidente del Senato, Giulio Tremonti, a lungo Ministro dell’Economia, e Giulio Terzi di Sant’Agata ambasciatore e Ministro degli Affari Esteri (2011-2013). Facile trovare la collocazione di Tremonti e di Terzi. Dando per scontato che naturalmente Nordio sarebbe unicamente predestinato al Ministero della Giustizia, non si può dimenticare che quel posto era stato ambito anche da Pera. Con riferimento al passato appoggio dato con entusiasmo alle riforme costituzionali renziane, a Pera si potrebbe assegnare il Ministero delle Riforme Istituzionali che, con la proposta di (semi-)presidenzialismo, diventerà alquanto importante.

 Attraverso il reclutamento di queste personalità, due provenienti da Forza Italia e uno da Lista Civica, Giorgia Meloni manda due importanti segnali: uno positivo, l’altro, almeno in partenza, problematico. Il segnale positivo è duplice: l’apertura di Fratelli d’Italia alle competenze necessarie a governare e la disponibilità di quei competenti, la cui non modesta ambizione è sufficientemente (sic) nota, ad accettare la candidatura e quel che potrebbe seguirne. Il segnale problematico riguarda il partito Fratelli d’Italia. Non troppo implicitamente Meloni lascia percepire di avere preso atto che la mai messa alla prova classe dirigente di Fratelli d’Italia non sarebbe da sola adeguata a esprimere governanti di qualità. Deve rivolgersi altrove. Lo sfaldamento di Forza Italia, tutt’altro che terminato, libera energie. Però, il fatto è che quelle sono le energie di uomini del passato, rappresentanti di un periodo non particolarmente gioioso e di governi che nessuno ricorda con nostalgia. Le loro minestre non potranno che essere riscaldate. Peggio sarebbe se venissero cucinate all’insegna della rivalsa, di quello che, molti anni fa né Tremonti né Pera né tantomeno Nordio riuscirono a fare. Quanto abbiamo sentito dalla loro (redi)viva voce non sembra tenere conto delle molto mutate condizioni nazionali e internazionali. Non appare né promettente né orientato al futuro. Detto che le candidature parlamentari degli altri partiti a cominciare da quelle avallate dal competitor principale, Enrico Letta, non sono strabilianti, sorge spontaneo il suggerimento: provaci ancora Giorgia.

Pubblicato il 24 agosto 2022 su Domani

Paracadutare i candidati, e le idee?

Adesso possiamo dirlo a ragion veduta, pardon, a liste rese pubbliche. Gli uomini e, in misura ovviamente inferiore, le donne già in cariche politiche si sono difese da par loro. Praticamente tutti, nonostante la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari, sono riusciti a trovare posto nelle liste dei loro partiti, dei loro “poli”. Naturalmente, i leader non si sono fatti mancare niente. Troppi commentatori parlano di duelli, ma laddove nei collegi uninominali ci sono, visibili, due leader in posizione di preminenza, gli elettori non si lascino ingannare. Ciascuno e tutti si sono premuniti candidandosi anche in collegi che ne consentiranno comunque l’elezione. Ecco spiegato perché, nonostante le molte critiche, raramente da parte loro, la Legge Rosato non è stata neppure minimamente ritoccata. Consente le pluricandidature e ai dirigenti offre anche la possibilità di scegliere con buona approssimazione chi degli esponenti del loro partito/polo vogliono collocare in posizione eleggibile. Poi, grazie all’assenza di qualsiasi requisito di residenza, si manifesta il fenomeno dei paracadutati. Sono persone, spesso con lunga carriera politica, che non trovano posto nel loro territorio e vengono mandati lontano dove non sono, nel bene e nel male, abbastanza noti e dove probabilmente, fatta, forse, la campagna elettorale, non torneranno più. Prossimo giro nuovo “paracadutamento”. Naturalmente, la rappresentanza politica risentirà negativamente di tutti questi trucchetti che gli elettori non possono sventare tranne forse nei collegi definiti “contendibili” ovvero dove lo spostamento di non molti voti può effettivamente fare la differenza. Ma quello spostamento deve essere organizzato e coordinato. Al momento non se ne vedono neppure le prime avvisaglie. Certo l’interrogativo più importante riguarda chi vincerà, con il centro-destra, pur diviso su tematiche europee e sulla leadership, piazzato in testa, ma ancora in grado di commettere errori anche decisivi. Giustamente, però, gli elettori, mi permetto di interpretarli, vorrebbero sapere con quali capacità e competenze i candidati promettono di affrontare e risolvere i problemi la cui gravità è innegabile: energia e inflazione con tutto quel che ne segue in termini di bollette, di salari e di costo della vita. È lecito pensare e temere che i professionisti della politica, i soliti noti più i rientranti, come Marcello Pera e Giulio Tremonti, non abbiano idee e ricette particolarmente originali. C’è chi, consapevole delle sue carenze, si aggrappa alla “agenda Draghi”, ma per attuarla bisognerebbe ricorrere al suo ideatore con la consapevolezza che Draghi saprebbe opportunamente adattarla e aggiornarla. Il compito dei professionisti della politica si presenta arduo, ma se lo sono cercati loro. Non resta che suggerire agli elettori italiani di valutare con attenzione chi dice che cosa e quanto credibile è. Chi non vota non conta. Consente agli altri di scegliere per lui/lei e non avrà nessun diritto di lamentarsi, dopo.

Pubblicato AGL il 24 agosto 2022

Il Rosatellum. La legge elettorale e i politici inadeguati @DomaniGiornale

Il criterio dominante per valutare qualità e bontà di qualsiasi legge elettorale è quanto potere attribuisce agli elettori. Altri criteri sono accessori o sbagliati come l’elezione diretta del governo, uno dei cavallini di battaglia del centro-destra. La vigente legge Rosato consente agli elettori soltanto di tracciare una crocetta sulla candidatura nei collegi uninominali oppure sul partito prescelto, cioè, impossibilità di voto disgiunto, trascinando quel voto in entrambe le direzioni. Inoltre, la Legge Rosato consente di essere candidati sia in un collegio uninominale sia in più circoscrizioni. Sostanzialmente, nessun elettore può essere sicuro che il suo voto servirà ad eleggere il candidato nella sua circoscrizione. Ma, quel che è peggio, saranno gli eletti a decidere a quale collegio/circoscrizione desiderano generosamente prestare la loro opera di rappresentanza politica (che sia il caso di pretendere il requisito di residenza?). Quanto più alcuni candidati sono forti nel loro partito tanto più potranno permettersi di non curarsi affatto della rappresentanza specifica. Non dovranno rispondere del fatto, del non fatto, del malfatto. Tanto in quel collegio davanti a quegli elettori non torneranno affatto. Saranno tecnicamente e politicamente irresponsabili poiché si faranno candidare in un altro collegio sicuro, magari anche da un altro partito se trasformisticamente avranno cambiato casacca in Parlamento come fra il 2018 e i 2022 hanno fatto più di trecento parlamentari su 945.

   Anche se, certamente, il trasformismo è una malattia italiana che viene da lontano, la Legge Rosato ha offerto/offre condizioni molto favorevoli al suo manifestarsi. La crisi di rappresentanza comincia nei partiti e nei partiti dovrebbe essere cercata la soluzione, ma senza riformare la legge elettorale vigente continueranno a essere moltissimi, la maggioranza, i cittadini che dichiarano e lamentano di non sentirsi rappresentati. Hanno ragione, il che non esime dal rimproverarli per la loro mancanza di interesse per la politica, per le scarse informazioni che acquisiscono, per la loro partecipazione politica e elettorale limitata e intermittente, anche se scoraggiata dalle regole che la disciplinano.

Non sarà, dunque, soltanto per la diminuzione del numero dei parlamentari che gli italiani avranno un Parlamento inadeguato a rappresentarli e a controllare e stimolare l’azione del governo. Grande responsabilità per questo esito negativo va a chi a suo tempo approvò la legge Rosato, ma non è possibile esimere dalle responsabilità neppure i parlamentari uscenti e soprattutto i dirigenti dei partiti che non hanno brillato per la loro ansia di riformatori e che, anzi, è legittimo pensare, hanno preferito tenersi una legge che garantisce loro di essere rieletti e di nominare i parlamentari fedeli. Niente male.

Pubblicato il 20 agosto 2022 su Domani

La rappresentanza politica non cade dal cielo

Le candidature al parlamento sono il volto e le gambe di un partito/coalizione. Sono il volto perché, politici di lungo corso e esperti provenienti dalla società “civile”, donne espressione di associazioni, giovani all’inizio della carriera, offrono l’immagine che il partito vuole dare di se stesso agli elettori. Le candidature sono le gambe del partito poiché tocca a loro portare il programma alle organizzazioni sociali, economiche, culturali e religiose, alle iniziative con gruppi di elettori, nei salotti televisivi. La disponibilità e la capacità dei candidati di “spendersi” sul territorio delle circoscrizioni elettorali, diventate molto ampie in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari, sono qualità importanti che possono fare la differenza e che, pertanto, meritano di essere prese in seria considerazione e premiate.

   Le tensioni e le critiche che hanno accompagnato la formazione delle liste dei candidati del Partito Democratico sono, da un lato, inevitabili, dall’altro, istruttive. Il PD è un partito piuttosto grande e diversificato. Nel 2018 la maggioranza dei suoi parlamentari era stata scelta da Renzi. Inevitabile che il nuovo segretario Letta volesse procedere ad un rinnovamento. Per qualcuno/a di loro la non-ricandidatura o l’essere collocato/a in posizione di difficilissima eleggibilità può significare la fine della carriera. Tuttavia, chi fa politica “per passione” dovrebbe comunque impegnarsi pancia a terra per il suo partito/coalizione.

   In seguito alla riduzione del numero dei parlamentari, comunque vada il PD perderà un terzo dei suoi parlamentari. L’unico partito certo di guadagnare parlamentari, quasi triplicandone il numero, è Fratelli d’Italia che, dunque, dovrebbe riuscire a sfuggire a tensioni, conflitti, recriminazioni. Non soltanto Giorgia Meloni potrà permettersi di riconfermare tutti i parlamentari uscenti, ma sarà in grado di reclutare i nuovi in un ambito affollato di ambiziosi e pretendenti. Probabilmente, cercherà anche qualche colpo ad effetto: candidature inaspettate e prestigiose e sarà generosa con gli alleati.

   In chiave più ampia, anche perché le elezioni del 25 settembre saranno importantissime per il governo del paese, è mia opinione che gli elettori dovranno valutare le candidature con riferimento ad un criterio sovrastante: se eletto/a quel(la) parlamentare vorrà e saprà interpretare e rappresentare le mie preferenze, i miei interessi, le mie necessità in maniera “fedele” e efficace? Questo criterio implica che quanti più sono i paracadutati tanto più difficile e rara sarà una buona rappresentanza politica. Parlamentari che non vivono nel collegio nel quale vengono eletti non riusciranno, neppure con il più intenso degli impegni, a offrire quella rappresentanza politica che solo chi conosce un territorio e i suoi abitanti può dare. Se i cittadini si sentiranno poco e male rappresentati aumenterà tristemente la loro distanza dalla politica con conseguenze negative sia sull’opposizione sia sullo stesso governo.

Pubblicato AGL il 18 agosto 2022

Cosa non si dice sul possibile presidenzialismo. La lezione di Pasquino @formichenews

Presidenzialismo? Per lo più i suoi imperterriti proponenti non sanno di cosa parlano. Comunque, non dicono che cosa vogliono tranne un punto: l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica, che, sia subito chiaro, non è l’elezione del governo, ma, nel migliore dei casi, del capo del governo. Se l’esempio sono gli USA, allora non è neppure vero che si tratta di elezione popolare diretta, fra il voto degli elettori e il Presidente si frappongono i Grandi Elettori. Può succedere che chi vince il voto popolare non conquisti la Presidenza: il democratico Al Gore nel 2000 ebbe 500 mila voti in più di George W. Bush; nel 2016 Hillary Clinton ottenne 3 milioni di voti in più rispetto a Trump. Succede anche che il Presidente eletto non abbia la maggioranza del suo partito in una o in entrambe le camere del Congresso: governo diviso (non “anatra zoppa”). Nella nomina dei suoi ministri (segretari), dunque, nient’affatto eletti/legittimati dal voto popolare, il Presidente USA deve sempre tenere conto delle preferenze dei Senatori che possono confermarli o respingerli.

Giorgia Meloni sembra essersi espressa per il semipresidenzialismo francese, presidente eletto con il 50 per cento più uno oppure dopo un ballottaggio. Se il partito del Presidente oppure la sua coalizione hanno la maggioranza assoluta nell’Assemblea Nazionale, il Presidente nomina il Primo ministro e i ministri, non tutti parlamentari quindi non eletti dal popolo. Se nell’Assemblea nazionale esiste una maggioranza diversa da quella presidenziale, il Presidente dovrà accettare come Primo ministro colui/colei indicato/a da quella maggioranza e i ministri da loro prescelti. È la situazione nota come coabitazione nella quale chi governa è il Primo ministro sicuramente non eletto da popolo. In entrambi i “presidenzialismi”, l’uomo/la donna sola al comando potrebbero essere costretti a fare i conti con Congresso/Parlamento. Sono sicuramente stabili, ma politicamente possono risultare deboli e inefficaci.

    Lascio da parte qualsiasi discussione sui freni e contrappesi, molto differenti fra USA e V Repubblica francese, ma segnalo che nessuna proposta di presidenzialismo merita di essere discussa se non è debitamente accompagnata dalla indicazione del sistema elettorale con il quale verrà eletto il Parlamento. Al momento, ma non da oggi, tutte le vaghe e confuse proposte “presidenzialiste” che sono state avanzate (formulate sarebbe un complimento immeritato) appaiono come terribili scorciatoie miranti ad attribuire e accrescere il potere decisionale del Presidente della Repubblica/capo del governo. Finirebbero fuori strada lasciando pesanti macerie istituzionali.

   Una volta approvata la riforma presidenzialista, Mattarella sarebbe obbligato a dimettersi? Non necessariamente anche perché la riforma potrebbe contenere la clausola che la sua applicabilità inizierebbe al termine del mandato di Mattarella. Ciò detto, da un lato, sono convinto che per ammirevole sensibilità costituzionale, Mattarella annuncerebbe le sue irrevocabili dimissioni un minuto dopo l’approvazione della riforma. Dall’altro, credo che chi fra i sedicenti riformatori presidenzialisti pone il problema del mandare a casa Mattarella segnala di essere personaggio costituzionalmente incolto e screanzato nei confronti del quale è doveroso avere il massimo di diffidenza. Buon Ferragosto parlamentare.

P.S. Dal punto di vista istituzionale e politico, il più forte e autorevole capo di governo al mondo è il Primo Ministro inglese, Margaret Thatcher (1979-1990) e Tony Blair (1997-2007) docent. Eletti in un collegio uninominale, ma leader del partito che ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento, i Primi ministri del Regno Unito godono di un potere decisionale senza paragoni.     

Pubblicato il 12 agosto 2022 su Formiche.net

La guerra è un male. Ma l’autodifesa è un male minore @DomaniGiornale

Dalla sua città natale, Köenigsberg, purtroppo diventata Kaliningrad (ma “il reale è razionale”, dice di avere letto), Immanuel Kant mi comunica che, nonostante il blocco, continua a ricevere libri. Comunque, i più importanti sui temi “guerra e pace” li ha già letti e sono facilmente consultabili nella sua accogliente capiente biblioteca. Oltre alla guerra, quello che lo preoccupa davvero sono coloro che ne parlano senza avere mai letto uno dei classici in materia. No, dice, non è una preoccupazione narcisistica. Il suo piccolo saggio Per la pace perpetua (1795) è notissimo anche se non sempre effettivamente compreso. C’è molto altro anche sul pacifismo. Ma, sostiene Kant, bisogna sapere distinguere fra gli imperativi categorici: “non fare agli altri quello che non vorresti essere fatto a te”, certamente pacifista, e l’interesse nazionale, difendere la patria, efficacemente argomentato da Hans Morgenthau (1948 e 1951). Di recente, aggiunge Kant, è stato scritto e documentato che le democrazie non si fanno la guerra.

   Un conto, per le democrazie, è entrare in guerra per una varietà di obiettivi, ciascuno dei quali deve essere motivato: consentire l’autodeterminazione di uno Stato debole, minacciato e invaso; colpire le organizzazioni terroristiche e i loro santuari; persino rovesciare i dittatori e, sì, a determinate condizioni, tentare l’esportazione della democrazia. Molta è la letteratura disponibile, spesso controversa, talvolta illuminante. Un conto molto diverso è identificare situazioni e eventi nei quali lo scontro bellico avviene fra due o più democrazie. Sostanzialmente non esistono esempi di questa fattispecie. Al contrario, l’Unione Europea costituisce la conferma più clamorosa della generalizzazione “le democrazie non si fanno la guerra”. La sua formazione fu consapevolmente e deliberatamente perseguita, fra gli altri da Altiero Spinelli, proprio per impedire il rischio di un ennesimo conflitto fra Francia e Germania. Poi tutti gli Stati che liberamente scelsero di aderire all’Unione hanno rinunciato a qualsiasi soluzione armata dei loro eventuali e possibili conflitti. Da più di settant’anni l’UE è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. È anche, conclude Kant, la migliore prova provata che la pace perpetua può essere conseguita nell’ambito di Stati democratici che danno vita ad una Federazione. Questo è il modo per porre fine alla guerra: federare le democrazie.

   Non saranno i singoli che rinunciano a qualsiasi difesa personale, scelta nobilissima se coerentemente mantenuta, a produrre la pace fra le nazioni. Saranno le istituzioni democratiche e federali a conseguire e preservare questo auspicabile esito. Incidentalmente, nessun pacifista può pretendere di imporre la sua scelta ai suoi concittadini, meno che mai a uomini e donne militarmente aggrediti. Può solo tentare di convincerli che la non difesa (ma a quale costo in termini di vite, dignità e libertà?) è comunque la scelta meno grave, in prospettiva più promettente. Sicuramente, guerra è l’aggressione di uno Stato non-democratico a uno Stato democratico. Nessun pacifista può trovare sollievo nella eventuale scoperta di azioni dello Stato democratico caratterizzabili come sfide, minacce, intimidazioni nei confronti dello Stato non-democratico.

   Tutti dovrebbero sapere che la storia di aggressioni compiute da regimi non-democratici è ricca di esempi a riprova dei tentativi di quelle leadership di risolvere le loro contraddizioni con un successo militare, i più recenti essendo: la giunta greca nel 1974 alla conquista di Cipro; i governanti autoritari portoghesi con la strenua difesa delle loro colonie africane; i militari argentini nel 1982 per annettersi le isole Falkland. È confortante ricordare che gli sconfitti non hanno perso soltanto la guerra, ma anche il potere politico, il potere di intraprendere altre guerre di aggressione. La democratizzazione di quei regimi autoritari ha portato anche alla fine di qualsiasi mira espansionistica e di qualsiasi tentativo di ricorrere alla guerra per risolvere problemi politici nazionali. Non è azzardato, meno che mai scandaloso, pensare che la sconfitta della Russia abbia come conseguenza un cambio di regime a Mosca. Se, poi, emergesse un regime democratico sarebbe più che lecito pensare che non tenterebbe di risolvere i suoi problemi di funzionamento e di consenso ingaggiando una guerra. Nella piena consapevolezza che la guerra è male, farebbe sempre i conti con il male minore (che è quello che sfugge nell’articolo di Mario Giro, Critichiamo la guerra in sé, in “Domani”, 10 agosto p. 12): la guerra di autodifesa.

Pubblicato il 12 agosto 2022 su Domani

La disfida delle agende di fronte agli elettori @DomaniGiornale

Le coalizioni (elettorali, politiche, di governo) si fanno fra contraenti che si fidano, su programmi concordati, per obiettivi condivisibili e condivisi. La pessima legge elettorale Rosato (stretto compagno d’armi del Presidente Renzi) obbliga a fare tutte le coalizioni immaginabili sotto forma di accozzaglie e ammucchiate e le premia. Certo, l’omogeneità iniziale è auspicabile, ma non necessariamente utile quando il problema consiste nell’attrarre il maggior numero di elettori. Ripetutamente Calenda ha affermato che l’Agenda Draghi, ovvero quanto impostato e lasciato in eredità dal Presidente del Consiglio uscente, è il suo programma, la sua agenda. Molto generosamente, se Draghi non potrà essere richiamato, Calenda si è messo a disposizione per guidare il prossimo governo. Poi, però, ha dimostrato di non avere quel coraggio che costituisce una virtù politica per eccellenza rifiutandosi di fare parte di una coalizione che includa Fratoianni (e Bonelli) poiché il leader di Sinistra Italiana ha votato 56 volte contro la fiducia a Draghi, poi anche pervicacemente contro l’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato. Calenda ha, dunque, avuto paura che nel campo largo di Letta le sue idee, la sua interpretazione dell’Agenda Draghi sarebbero state sconfitte dalle idee di Fratoianni e Bonelli. Di conseguenza, è logico dedurne che ritiene, o semplicemente spera, che la sua agenda troverà maggiore spazio se corre da solo o, a giudicare da ipotesi che circolano, in coalizione con Matteo Renzi (più affidabile di Letta?).

Un’agenda elettorale, politica, di governo è destinata a camminare sulle gambe dei suoi portatori. Farà molta più strada se i portatori sono numerosi e autorevoli. Un embrione di “terzo polo” non soddisfa questa esigenza che, al contrario di quel che sembra avere in mente Letta, può essere conseguita candidando nei collegi uninominali tutte le personalità più autorevoli del Partito Democratico, di +Europa, di Sinistra Italiana e dei Verdi. In quei collegi i candidati dispiegheranno la loro forza propulsiva con l’obiettivo di attrarre e convincere quei molti elettori indecisi persino se votare. In coalizione Calenda avrebbe potuto dimostrare di stare selezionando o di avere già un pacchetto di classe dirigente nuova, all’altezza della sfida.

Infine, già di per se un’agenda di governo contiene una presa di distanza e una critica a tutte le proposte diverse e alternative, più o meno coerentemente impacchettate. Non vedo grande coerenza in molte proposte e posizioni della destra. Sarà importante per Letta e, se lo vorrà, per Calenda ricorrere puntualmente e puntigliosamente a quanto hanno messo nelle rispettive agende per marcare le distanze dalla destra e l’originalità concreta di quanto promettono di fare. A mio parere questo è il modo migliore per sanare lo strappo di Calenda e per consentire agli elettori di pronunciarsi a ragion, pardon, a agenda veduta.

Pubblicato il 10 agosto 2022 su Domani

Il giorno della rottura tra Carlo Calenda & Enrico Letta @RadioRadicale intervista Gianfranco Pasquino

Controcorrente, puntata di lunedì 8 agosto 2022 , intervista condotta da Lanfranco Palazzolo

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Dizionario per capire il confuso dibattito politico di questi giorni @DomaniGiornale

Caro Direttore,

mi accingo, ancora una volta senza esitazione di sorta, ad assolvere al missionario compito – di questi tempi assi arduo e scomodo – di sgomberare il dibattito pubblico dai detriti dell’ignoranza, dalle macerie delle culture politiche degenerate e estinte, e dalle trappole della manipolazione per riportalo sui binari solidi e rigorosi della Scienza Politica.

Mi sento obbligato a cominciare esponendo le mie credenziali, forse un’aggravante. Per 43 anni ho insegnato Scienza politica nell’Università di Bologna. Ho tenuto anche corsi in università straniere da Washington, D.C. a Los Angeles, da Harvard a Madrid, da Oxford a Natollin (Polonia). Ho maturato esperienza e competenza nell’ambito dei Sistemi politici comparati. Ho scritto almeno cinque volumi specificamente in materia più un prezioso (sic) libretto sui Sistemi elettorali. Sono particolarmente orgoglioso di Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985) dove, a scanso di equivoci che persistono, il principe non è il capo del governo, ma il cittadino sovrano già identificato da Lelio Basso. Nel dicembre 1985 il libro fu presentato a Torino da Norberto Bobbio e Pietro Ingrao (nel pubblico ricordo mia mamma molto emozionata). Ho scritto articoli accademici usciti in diverse lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, da ultimo, cinese. Ho pubblicato più di un centinaio di articoli di divulgazione su quotidiani e settimanali (ricordo con piacere “Rinascita”). Dal novembre 1983 al 1 febbraio 1985 ho fatto parte della Commissione Bozzi per le Riforme Istituzionali. Fra i molti colleghi parlamentari ricordo Roberto Ruffilli, capogruppo della DC, Pietro Scoppola, Beniamino Andreatta, Sergio Mattarella, Mario Segni, Gino Giugni, Stefano Rodotà, Augusto Barbera, Eliseo Milani (con il quale scrivemmo la Relazione di Minoranza della Sinistra Indipendente del Senato), provenienze e competenze diverse, ma nessuno tanto sprovveduto quanto i contemporanei. Nell’estate-autunno 2016 sono stato presente, spesso protagonista, in circa ottanta iniziative per sostenere il NO al plebiscito costituzionale indetto e cavalcato da Matteo Renzi. Da ultimo sono frequentemente presente nel dibattito con tweet, spero puntuti e chiarificatori, nel complesso, temo, inefficaci, ma non ho ancora avuto il coraggio di chiedere chi parla/scrive di tematiche istituzionali-elettorali quali libri/articoli scientifici abbia letto, quali sono gli autori a sostegno delle sue analisi e valutazioni.

Già durante l’esperienza referendaria mi resi tristemente conto di quanto diffusa e grande fosse/sia la confusione sotto il cielo delle regole e delle istituzioni. Da allora si è estesa e fatta persino più spessa. Su un solo punto, posso, credo, cantare vittoria. Sembra che quasi tutti i politici e i giornalisti abbiano imparato che in nessuna democrazia parlamentare, mai il governo è eletto dal popolo. In verità neanche nelle democrazie presidenziali e semipresidenziali il popolo elegge il governo, ma soltanto il Presidente che poi con modalità varie formerà e trasformerà quasi a piacimento libitum il suo governo, cambiando i suoi ministri, mai previamente presentati agli elettori.

Con il taglio, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari è tornato in auge il bicameralismo perfetto che tale non è. Perfetto è aggettivo che si riferisce al funzionamento, mentre i bicameralismi esistenti, quello italiano compreso, possono essere paritari o differenziati secondo criteri appositi. Non parlerò delle leggi elettorali, quelle che portano i rappresentanti in parlamento, se non per menzionare due notissime firme del Corriere della Sera, la prima che concluse un suo denso articolo con lo scoop che sarebbe tornato un sistema proporzionale a turno unico, la seconda che, riflettendo sulle elezioni parlamentari francesi del giugno 2022 annunciò la probabilità di non pochi ballottaggi con tre o addirittura quattro candidati/e. Mi limiterò a sottolineare che il ballottaggio non prevede desistenze e non consente alleanze preventive. Invece, praticamente tutte le varianti di doppio turno offrono ampie gamme di opportunità a candidati, partiti, elettori.

L’instabilità governativa essendo notoriamente il più grave problema politico-costituzionale italiano di tanto in tanto qualcuno formula la proposta del presidenzialismo, anatema per la sinistra, ma oggetto largamente non identificato neppure dai suoi proponenti. Sembra che intorno a Giorgia Meloni abbiano deciso, riportato dal Corriere, che si potrebbe avere il semipresidenzialismo alla francese insieme al voto di sfiducia costruttivo previsto nella Costituzione della Repubblica parlamentare tedesca: una combinazione assolutamente e fecondamente europea. Esultano le cancellerie degli Stati-membri dell’Unione Europea che si interrogavano preoccupati sul tasso di europeismo di Fratelli d’Italia. Via tweet è arrivata la benedizione “mi auguro ci sia il presidenzialismo. Il mio modello è la Germania”, di Giovanni Toti (forse un omonimo, Professore di Diritto Costituzionale Comparato nell’Università della Liguria, non certamente il Presidente della Regione, ma non ho visto smentite).

Quod omnes tangit ab omnibus probari debet. Bisogna garantire a molti la possibilità di intervenire nel dibattito sulle regole e sulla loro eventuale riforma offrendo rappresentanza parlamentare. Irrompe così nel deprimente discorso sulle implicazioni e conseguenze della Legge Rosato il cosiddetto diritto di tribuna ovvero la più o meno graziosa e generosa concessione da parte dello schieramento guidato da Enrico Letta di qualche seggio a Sinistra Italiana e ai Verdi in cambio dei loro pochi, ma, chi sa, talvolta decisivi, voti nei collegi uninominali. I francesi ne hanno discusso, inconcludentemente per anni. Nei collegi uninominali a causa del sistema elettorale maggioritario candidati di aggregazioni che, complessivamente, potevano raccogliere 6-8 e più per cento di voti su scala nazionale finivano per non vincere mai. Si pensò di riservare un 10 per cento di seggi per garantire l’ingresso in parlamento di rappresentanti di quelle liste chiamandolo diritto di tribuna. Non se ne fece, giustamente (poiché candidature eccellenti trova-va-no accoglienza da leader intelligenti), niente. La logica italiana, offerta di seggi in cambio di voti, è sostanzialmente diversa da quella francese: ampliare la rappresentanza politico-parlamentare, da suggerire di non ricorrere all’espressione “diritto di tribuna”.

Concludo, almeno temporaneamente, criticando l’uso del termine front runner. Negli USA, front runner è colui/colei che in un affollato campo di partecipanti alle elezioni primarie per designare il candidato/a alla Presidenza della Repubblica si trova in testa dopo tre o quattro primarie negli Stati. Il front runner non è il capo di un partito, non il capo del partito più grande, non il leader o il tessitore di una coalizione. Sostanzialmente, è una terminologia che nel contesto italiano non ha senso e, comunque, se del caso, oggi la front runner è Giorgia Meloni.

So che questo mio ennesimo tentativo di pulizia e precisione terminologica difficilmente risulterà vittorioso. Pazienza: tornerò su questi e altri termini ogniqualvolta l’uso fattone sarà scandaloso. Nel frattempo, dixi et salvavi animam meam.

GIANFRANCO PASQUINO

Accademico dei Lincei

Pubblicato 7 agosto 2022 su Domani