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Le parole (sbagliate) della politica

Larivistailmulino

«La» proporzionale non esiste. Da più di cento anni esistono molte leggi elettorali definibili «proporzionali» che si distinguono per tre aspetti: per la dimensione delle circoscrizioni (piccole se vi si eleggono meno di 10 parlamentari, medie e grandi a seconda del numero di parlamentari loro assegnati); per l’esistenza o meno di soglie, percentuali o di altro tipo, di accesso al Parlamento; per la formula di traduzione dei voti in seggi (D’Hondt, Hare, Saint Lagüe, che avvantaggiano/svantaggiano i partiti). Sia il Porcellum sia l’Italicum sono leggi elettorali proporzionali, corrette o, a seconda del punto di vista, distorte da un premio di maggioranza. Dunque, abbandonare l’Italicum non significa di per sé «tornare» alla proporzionale perché nella «cattiva» proporzionale con l’Italicum c’eravamo già, alla grande. Poi, dipende da quale proporzionale il Parlamento vorrà/saprà scrivere. Meglio sarebbe che gli anti-proporzionalisti, il cui punto di convergenza sembra essere, senza alcuna fantasia, il premio di maggioranza, si esprimessero in maniera coerentemente maggioritaria (first past the post inglese, voto alternativo australiano, doppio turno francese) e dicessero alto e forte che i collegi uninominali consentono una migliore selezione del ceto parlamentare.
In nessuna delle democrazie attualmente esistenti, meno che mai in quelle parlamentari, è aperto il surrealissimo dibattito su rappresentatività e governabilità. In tutte la rappresentatività è vista come la premessa essenziale della governabilità. Persino laddove i sistemi elettorali sono maggioritari, applicati in collegi uninominali, la rappresentatività è assicurata dall’imperativo per il candidato vittorioso in ciascun collegio di rappresentare non soltanto gli elettori che lo hanno votato, ma anche quelli che non l’hanno votato. Alcuni di questi elettori potrebbero votarlo la volta successiva se avrà ben rappresentato il collegio tutto.

L’elezione del segretario di un partito non è mai una primaria. L’ho già detto, ripetuto e scritto (Le parole della politica, Il Mulino, 2010). Le primarie che, secondo gli apologeti, si troverebbero nel Dna del Partito democratico, servono esclusivamente a fare scegliere a iscritti, elettori, simpatizzanti di un partito le candidature alle cariche pubbliche monocratiche: sindaco, governatore della regione, presidente del Consiglio. L’elezione del segretario del Pd che, con filtri e vagli, può giungere persino a essere decisa dall’Assemblea nazionale non è affatto una primaria. Inoltre, congresso del Partito ed elezione del nuovo segretario hanno scadenze proprie che non debbono tenere e non hanno tenuto conto delle occasioni elettorali. Per di più, sono disponibili le fattispecie di almeno due importanti elezioni del segretario del Pd: quella di Walter Veltroni nel 2007 e quella di Pierluigi Bersani nel 2009. In entrambe le occasioni nessuno dei dirigenti, militanti, iscritti, simpatizzanti, pure se era ampiamente usata la terminologia sbagliata, credeva di stare incoronando il candidato alla carica di presidente del Consiglio (anche se la cavalcata di Veltroni, inconsciamente/subconsciamente, terminò con la sua inevitabile candidatura grazie alla caduta del governo Prodi). Che «primarie» suoni pomposamente bene è un fatto (in parte positivo per le primarie correttamente intese), ma il suo uso per l’elezione del segretario del Pd rimane fuorviante e sbagliato.

Altrove – come negli Stati Uniti, dove non esiste affatto una legge federale che le regolamenti, ma ciascun partito in ciascuno Stato decide a suo piacimento requisiti e regole – attraverso le primarie si designano i candidati alla Camera dei rappresentanti e al Senato, al governo degli Stati, alla presidenza. Sono facoltative, dunque, cosicché ogniqualvolta c’è un unico candidato, rappresentante, senatore, governatore, senza sfidante non si terrà alcuna elezione primaria. Sono anche criticate perché esposte a manipolazioni di molti generi e perché, qualche volta, sono divisive. Rimangono un efficacissimo strumento di mobilitazione, partecipazione, comunicazione e influenza dei cittadini-elettori.

C’è un Paese nel quale sembra non s’insegnino più i congiuntivi e, con grande dolore dei professori, neppure se ne faccia accorto uso. Potrebbero quei professori inquietarsi anche per il cattivo ed erroneo uso di alcune parole chiave della politica e delle istituzioni? Tanto usare le parole sbagliate quanto manipolarle produce confusione che, certo, non giova né alla politica né alla cultura politica.

Pubblicato il 17 febbraio 2017 su la rivista il Mulino

Una visione dell’Italia desiderata #PartitoDemocratico

“Un paese, un partito, le persone”. Questo è l’ordine di priorità che Bersani auspica per il Partito Democratico. Le date contano, eccome. L’elenco di Bersani le contiene in maniera sufficientemente chiara. Primo, il governo Gentiloni, guidato da un esponente del Partito Democratico designato dal segretario Renzi, deve durare fino alla scadenza naturale della legislatura, vale a dire fine febbraio 2018. Dunque, secondo, il Congresso del Partito Democratico non deve essere convocato frettolosamente per andare, poi, subito alla crisi di governo e a elezioni anticipate. Terzo, il Congresso non deve diventare il luogo del regolamento di conti con le minoranze come, dal 5 dicembre mattina, Renzi e alcuni suoi collaboratori, in particolare, una livida Maria Elena Boschi, sembrano fortemente volere. Qui sta il discorso sulle persone ovvero sulle poltrone come, deliberatamente, Renzi impostò la campagna referendaria all’insegna dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Certamente, le minoranze nutrono il giustificato timore che il renziano regolamento di conti implichi che, quando Renzi sceglierà le candidature, molti di loro, probabilmente la maggioranza, saranno esclusi. Nessuno di loro sarà capolista bloccato. Tutti i sopravvissuti dovranno conquistarsi le preferenze. È una preoccupazione più che legittima, ma non è la più importante delle motivazioni a fondamento di una possibile scissione.

Emiliano, Rossi e Speranza, i tre dirigenti del PD che hanno annunciato la loro candidatura se il Congresso si svolgerà con regole garantiste, e Bersani e D’Alema hanno motivazioni molto più significative che vanno da una linea politica e da riforme, spesso contraddittorie, che non hanno condiviso, alle modalità con le quali il segretario del loro partito e il suo cosiddetto “giglio magico” li hanno regolarmente e duramente trattati in occasione di tutte le riunioni formali della direzione e dell’Assemblea finora tenute: con disprezzo delle loro posizioni e della loro dignità politica. Certo, la maggioranza ha il diritto di fare valere i suoi numeri, meglio se accompagnati dalle idee, ma, in un partito democratico, le minoranze, tutte, devono essere ascoltate e rispettate. Non è chiaro, mentre alcuni “pontieri”, forse tardivamente, probabilmente pochissimo presi in considerazione, svolgono una difficilissima opera di mediazione, se Renzi è disponibile a quello che per lui sarebbe non soltanto ascolto, ma un passo indietro su una tabella di marcia disegnata per acquisire il controllo totale del partito e dei gruppi parlamentari prossimi venturi.

Qualcuno, fra i commentatori politici, spesso gli stessi che sono stati a favore del “sì”, già si affanna a gettare tutta la responsabilità di un’eventuale scissione sulle spalle degli oppositori di Renzi accusandoli, da un lato, di indebolire il partito e addirittura l’Italia e, dall’altro, affermando che desiderano una legge proporzionale soltanto per sopravvivere. Come se con il Mattarellum o con un sistema di collegi uninominali quelle minoranze non potessero risultare comunque utili al PD e spesso decisive alle vittorie collegio per collegio! La divisione imporrà comunque la ricerca di accordi su basi nuove e con prospettive mutate.

Nell’Assemblea, giocatore d’azzardo come pochi, Renzi potrebbe andare a vedere se davvero basterà qualche piccola concessione in materia di data del Congresso, uno scivolamento di mese o poco più, senza compromettersi sulla scadenza della legislatura (da lui, peraltro, indicata nel passato proprio nel febbraio 2018) e del governo Gentiloni. Lo scontro, però, riguarda la linea politica e le persone, con le loro, spesso legittime, ambizioni. Il PD non ha mai saputo fondere le culture riformiste che dovevano stare a suo fondamento e, sostanzialmente, le ha viste affievolirsi, se non scomparire. Il segretario ritiene quello della cultura politica è un argomento di poco interesse. Infatti, ha già respinto la richiesta di una conferenza programmatica. La probabile scissione, forse solo procrastinabile, potrebbe avere come effetto, non voluto, ma neppure sgradito, quello di obbligare sia le minoranze sia i renziani a elaborare una visione di che paese desiderano e con quali riforme intendono costruirlo. Il segretario, che ha ancora adesso il potere di scongiurare la scissione e ne porterebbe le maggiori responsabilità, dovrebbe lanciare lui la conferenza programmatica come sua iniziativa. Potrebbe farne una giornata particolare obbligando tutti a confrontarsi e rendendo un buon servizio al Partito Democratico.

Pubblicato AGL 19 febbraio 2017

Le scissioni fanno parte della storia della sinistra europea

Tutti i maggiori partiti di sinistra europei hanno avuto scissioni. Più articolata e variegata delle destre, la sinistra non ha ancora imparato come fare fronte alle diversità, sociali, generazionali, culturali, del suo elettorato. Nessun pensiero unico meno che mai il comando di un uomo può caratterizzare la sinistra. Solo una sinistra plurale riesce a garantire rappresentatività e governo.

È appena uscito “L’Europa in trenta lezioni” UTET (2017). Per capire che cosa rischiamo di perdere…

Un tempo l’Unione Europea non era che un sogno. Confinati dal fascismo sull’isola di Ventotene, tra i bagliori sinistri della guerra mondiale che infuria lontano, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrivono il famoso Manifesto, in cui l’unità dell’Europa è già «una impellente tragica necessità».

Oggi l’Unione Europea – a sessant’anni dagli accordi di Roma che diedero vita il 25 marzo 1957 al suo nucleo iniziale, la Comunità Economica Europea – viene considerata da molti suoi cittadini un’istituzione distante e complessa, per non dire complicata e dannosa. Una realtà per pochi e a favore di pochi. Eppure, per il suo ruolo centrale su tutti gli aspetti del vivere comune, l’immigrazione, l’economia, la difesa dei diritti individuali e collettivi e la tutela delle minoranze, è giusto considerarla una risorsa di tutti e che tutti riguarda.

A partire da questa consapevolezza, Gianfranco Pasquino ci racconta con passo rapido e ampiezza di sguardo il passato e il presente di questo sogno difficile: trenta limpide lezioni che ricostruiscono gli equilibri di potere su cui si regge, gli organismi di cui è composta, i suoi valori-guida, le personalità che ne hanno influenzato lo sviluppo, le problematiche di ieri e di oggi. Un inedito viaggio nell’“Europa che c’è” e in quella che avrebbe potuto – e potrà – esserci, tra il progetto federalista degli Stati Uniti d’Europa e le brusche frenate degli ultimi anni (la più clamorosa, la Brexit: il referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’UE).

L’Europa in trenta lezioni è un’occasione per fare il punto sull’Europa che abbiamo costruito fin qua, nel momento in cui più forti soffiano i venti contrari del populismo e del nazionalismo più ottuso. Un modo per capire cosa rischiamo di perdere e cosa potremmo invece riconquistare, recuperando i valori di libertà, di pace, di prosperità da cui, nelle ore più buie del secolo scorso, è nata l’idea di Europa unita.

Una storia da ricostruire. Il PCI sotto le Due Torri

Corriere di Bologna

Chi non conosce la storia è condannato a riviverla”. Magari, commenterebbero alcuni vecchi comunisti italiani, orgogliosi della storia del PCI e della loro storia personale di impegno, di azione, di cultura politica. Forse, più che riviverla, quella storia bisognerebbe, non rottamarla, ma insegnarla nelle sue luci e nelle sue ombre, in quello che fu positivo, anche per la democrazia italiana, e in quello che fu negativo e che ha portato all’inadeguata trasformazione del PCI che non riuscì mai a imboccare la strada difficile, ma promettente, della socialdemocrazia. Naturalmente, una storia è fatta di azioni e di interpretazioni, si (ri)costruisce su documentazioni e riflessioni, anche su critiche e autocritiche. Una buona storia è recupero di un patrimonio culturale costituito anche da immagini, simboli, effigi. Nulla di tutto questo parla da solo, ma tutto può essere interrogato da chi ne abbia gli strumenti per farlo.

Curiosamente, sappiamo molto della città di Bologna, della sua storia recente, dall’avvento del fascismo alla liberazione, dei governi comunisti, dell’alleanza fra PCI e PSI, della leggendaria campagna elettorale del 1956: “Dossetti contro Dozza”, dei sindaci. Non esiste, però, una vera e propria storia del Partito Comunista Bolognese. Adesso, dalla bella indagine di Pier Paolo Velonà apprendiamo che colui che fu anche il tesoriere del PCI, ovvero Mauro Roda, adesso presidente della Fondazione 2000, possiede un vero tesoretto di oggetti che fanno parte della storia del PCI e che sarebbero essenziali per chiunque volesse ricostruire quella storia con appropriati metodi di indagine che la illuminino anche nel vissuto quotidiano del partito, dei dirigenti, dei militanti.

Forse un simile patrimonio, integrato da elementi che altri comunisti posseggono, dovrebbe trovare una sua sede ampiamente accessibile. Qui torna la storia con la necessità di una rivisitazione per capirne di più sulla costruzione della democrazia a Bologna e dintorni e sul modo con il quale il PCB mantenne un livello di consenso molto elevato per un lungo periodo di tempo. Qualcuno potrebbe anche giungere a pensare che documenti e oggetti, azioni e trasformazioni poggiavano tutte su una base solida: una cultura politica di fondo, anche ideologica, non priva di difetti, ma omogenea e capace di indicare obiettivi. Al proposito, guardando a quanto è successo negli ultimi quindici-vent’anni, una qualche forma di nostalgia appare più che giustificata.

Pubblicato il 14 febbraio 2017

La respuesta a reformas mal hechas y plebiscitarias es “no”

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Favorecidos por el escaso y a veces folclórico conocimiento que los extranjeros tienen del sistema político italiano, algunos voluntariosos profesores del “sí”, que han perdido a lo grande el referéndum constitucional del 4 de diciembre de 2016, continúan escribiendo cosas que son erróneas. Ninguno de ellos ha sabido responder en ningún momento a la pregunta clave: “¿Las reformas constitucionales sometidas a aprobación, habrían mejorado o empeorado el sistema político italiano?” La respuesta de 19.420.000 electores, el 60% -no, por tanto, de restringidas elites negativas sino de una sorprendente mayoría de ciudadanos de carne y hueso- fue un cristalino “no”. Esas reformas gubernamentales, como argumentaron algunos exponentes del frente del NO: primero, no abordaban los problemas más significativos del sistema político italiano; segundo, habrían producido confusión y conflictos inter-institucionales que habrían empeorado el funcionamiento del sistema político; tercero, constituían una tentativa plebiscitaria del presidente del gobierno Matteo Renzi para acrecentar su poder político personal.

Desde el primer momento, Renzi reivindicó como suyas las reformas, como las primeras reformas de los últimos treinta años (no es verdad: se hicieron reformas importantes en 1993, en 2001, en 2005, constitucionales y electorales) y apostó su carrera política anunciando su dimisión y abandono de la política en caso de perder. No ha sido fiel a su palabra y ha dimitido solo como jefe de gobierno. Como secretario del Partito Democratico ha dirigido descaradamente su sucesión, imponiendo a Gentiloni y, ahora, le está debilitando para desencadenar elecciones anticipadas. No podrá lograrlo rápidamente porque se ha abierto un debate sobre la ley electoral tras la sentencia de la Corte constitucional del 25 de enero de 2017 que ha abolido el balotaje para la atribución del premio en escaños de la mayoría, es decir, el corazón del Italicum, ley definida por Renzi y por su ministro Boschi como “una ley óptima que toda Europa envidiará y media Europa imitará”. Combinando reformas que reducían drásticamente los poderes del Senado con una ley electoral que daba enorme poder al partido y al líder que obtuviese el premio de la mayoría,

Renzi pretendía cambiar de manera torticera la forma de gobierno arrinconando a la oposición.
El diagnóstico sobre el que se basaba la reforma estaba profundamente equivocado. Ni el bicameralismo paritario italiano ni, específicamente, el Senado, han sido nunca un obstáculo a la acción del gobierno. Los datos comparados, todos concordantes, ponen en evidencia que el bicameralismo italiano ha producido regularmente un número más elevado de leyes que el bicameralismo británico, alemán y francés, y lo ha hecho en tiempos de media inferiores. Casi el 85% de las leyes aprobadas son de iniciativa gubernamental. Más de la mitad de las leyes formuladas por el gobierno Renzi fueron impuestas por decreto y aprobadas mediante voto de confianza. El gobierno italiano obtiene lo que quiere y cuando quiere del parlamento, siempre que sepa qué cosa quiere. Es verdad que en Italia ha habido 64 gobiernos de 1946 a hoy, pero también es cierto que solo ha habido 23 primeros ministros y que muchos ministros han permanecido en sus cargos largo tiempo, garantizando la continuidad de las políticas públicas. Es verdad que la duración media de un gobierno italiano es de alrededor de un año y medio, pero también es verdad que muchos gobiernos, Craxi, Prodi, Berlusconi, se han mantenido durante dos, tres, cuatro años y que muchos jefes de gobierno se han sucedido a sí mismos: desde Alcide de Gasperi, diciembre 1945-marzo de 1953, a Aldo Moro, diciembre 1963-junio 1968 a Silvio Berlusconi, mayo 2001-abril 2006. Se podría continuar fácilmente.

Me limito a señalar dos hechos. Primero, el gobierno de Renzi, febrero 2014-diciembre 2016, ha durado 1.011 días, es decir, casi tres años. Segundo, solo dos gobiernos italianos han caído a causa de la pérdida de confianza: Prodi, octubre de 1998, sometió a la Cámara una no necesaria cuestión de confianza; y Prodi, en enero de 2008, por una ajustadísima moción de censura en el Senado, obra de unos senadores que habían “vendido” su voto. ¿Un ejemplo de la clásica enfermedad parlamentaria italiana, el trasformismo? Ciertamente sí, pero en la reforma constitucional no se proponía ningún remedio al transformismo. Para reforzar y estabilizar el gobierno, como saben los españoles y antes que ellos los alemanes que lo inventaron legalmente, se podía pensar en la introducción de la moción de censura constructiva. No se ha tomado nunca en consideración. Renzi estaba convencido de que el premio de la mayoría de la ley electoral lo habría hecho muy fuerte, mucho mejor y mucho más que cualquier mecanismo institucional “alemán” que hubiera podido incluso permitir a su mayoría sustituirle. Por último, los poderes de las regiones eran notablemente redimensionados y al Estado (o sea, al gobierno) se atribuía la última y decisiva palabra gracias a la cláusula de supremacía: de un Estado regionalista a un Estado re-centralizador.

La debilidad de Italia en la Unión Europea depende poco de los mecanismos institucionales y mucho de la falta de fiabilidad de los gobernantes italianos, Renzi incluido, quizá con la única excepción de los dos gobiernos dirigidos por Romano Prodi (1996-1998 y 2006-2008 con Tommaso Padoa Schioppa como ministro de Economía). Sin embargo, es impensable que la credibilidad italiana hubiera mejorado atribuyendo las políticas europeas casi en exclusiva al Senado reformado, compuesto por consejeros regionales nombrados por sus colegas, evidentemente sin ninguna consideración relativa a sus (casi seguramente inexistentes) conocimientos y competencias europeos, que no es el elemento central de su campaña para hacerse elegir en los varios consejos regionales.

En suma, las reformas constitucionales del gobierno Renzi no solo no tenían sentido, sino que seguramente no habrían mejorado el funcionamiento del sistema político. También por esta razón han sido sonoramente rechazadas. No ha ocurrido ninguno de los desastres preconizados de manera intimidatoria por el gobierno y por sus seguidores, también por muchos profesores del “sí” que esperaban recompensas y cargos. No ha ocurrido ningún ataque a la economía italiana. Ningún aumento de la prima de riesgo entre los bonos del Tesoro italiano y los alemanes. Incluso la crisis de gobierno se ha resuelto rápidamente, aunque no de manera convincente. El gobierno Gentiloni es una fotocopia del gobierno Renzi con un solo ministro nuevo (mujer, por lo demás responsable de las malas reformas constitucionales). Las dificultades italianas continúan, pero atribuirlas a los que han tumbado las reformas constitucionales es simplemente equivocado. Igualmente equivocado es sostener que las reformas habrían resuelto problemas mal identificados. Se pueden hacer reformas mejores, comenzando por la ley electoral. Es la tarea de una clase política digna de ese nombre. Desgraciadamente, en una situación en la que en eccasi todos los países europeos existe un problema de liderazgo, Italia no es una excepción. Los electores del NO han dicho que no quieren gobernantes inadecuados que enreden con la Constitución italiana. Nada más, pero sobre todo, nada menos.

Pubblicado 08/02/2017 Faes, Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales

Il PD e i suoi obblighi di fronte agli elettori

Chiediamoci pure che cosa possiamo fare per il Partito Democratico. Però, chiediamoci soprattutto che cosa il Partito Democratico non deve fare (contro di noi, italiani). Quello che possiamo fare è ricordare al segretario Renzi, a coloro che ne stanno prendendo le distanze e alle minoranze varie che debbono sempre pensare al sistema politico italiano. Nel bene, che c’è, e nel male, che si vede, il Partito Democratico non è soltanto l’ultima organizzazione politica rimasta in Italia a meritarsi il nome di partito, ma è l’asse portante del sistema. Un suo squilibrio, non soltanto in forma di scissione, manderebbe in tilt sicuramente il governo, probabilmente l’intero sistema politico. Che cosa, dunque, deve fare il Partito democratico nelle sue varie articolazioni? Chi ha più potere dentro il PD ha, ovviamente, anche molta più responsabilità. La prima mossa spetta al segretario. Non c’è dubbio che due mesi non sono affatto bastati a Renzi per metabolizzare la pesantissima sconfitta nel referendum. Pochi sono anche i dubbi sulla sua volontà di rivalsa e di ritorno. Renzi teme, in particolare, il trascorrere del tempo che consentirebbe al Presidente del Consiglio Gentiloni di consolidarsi e alle minoranze di rafforzarsi, mentre coloro che sembravano suoi strenui sostenitori vanno alla ricerca di collocazioni alternative, persino come suoi potenziali successori. Tutti questi movimenti sarebbero sicuramente scongiurati e bloccati da elezioni anticipate che, però, stanno diventando sempre più difficili. La bocciatura costituzionale in alcuni punti essenziali della sua legge elettorale Italicum, obbliga Renzi, nel più semplice dei casi, a recepire per la Camera il testo che risulta dalla sentenza della Corte e a scriverne uno il più simile possibile per il Senato.

Gli esperti sostengono che, poi, se mai si volesse una legge elettorale migliore, allora ne risulterebbe chiusa immediatamente qualsiasi finestra di opportunità per elezioni anticipate. Per di più, il calendario politico è fittissimo di adempimenti importanti, come il 60esimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo, e il G7 a Taormina verso fine maggio. Le autorità europee e gli altri partner non gradirebbero affatto un’Italia in campagna elettorale mentre non ha neppure ancora risposto ai rilievi della Commissione sulla riscrittura di alcune parti della legge di bilancio. Sentendo venir meno parte del suo consenso interno al partito, Renzi vorrebbe andare rapidamente a un Congresso, che sembra sicuro di vincere alla grande, e poi tentare la strada delle elezioni anticipate (decidendo lui le liste dei candidati). Inevitabilmente, si arriverebbe all’autunno, ma sarebbe pur sempre difficile spiegare perché Gentiloni debba andarsene e come fare la nuova delicatissima manovra di bilancio.

In Direzione, le minoranze andranno ad argomentare che bisogna lasciare lavorare il governo, che è imperativo fare leggi elettorali decenti e che le elezioni debbono tenersi nel febbraio 2018, che è la data, più volte evocata da Renzi prima della sua sconfitta referendaria, di scadenza naturale della legislatura. Naturalmente, le minoranze desiderano, da un lato, logorare Renzi, dall’altro, trovare accordi interni e alleati esterni. Qui sta quello che i cittadini italiani hanno il diritto di chiedere al Partito Democratico, intendano votarlo o no, vale a dire di formulare una strategia che, senza escludere del tutto gli interessi del segretario, dei suoi sfidanti manifesti e delle minoranze, tenga in conto maggiore quello che serve al paese ovvero la strada che ne danneggia meno il futuro prossimo. A sentire sia il Presidente emerito Giorgio Napolitano sia le parole più ovattate, ma non meno ferme, del Presidente Mattarella, quella strada non porterebbe a elezioni anticipate, ma si allungherebbe con il governo Gentiloni fino al completamento della legislatura.

Pubblicato AGL il 13 febbraio 2017

Ulivo o Araba fenice?

Ulivo e Non-Ulivo. L’Ulivo è un’Araba fenice? No. Può risorgere dalle ceneri della sua brevissima esperienza soltanto se non sarà brandito come un’arma né dalle sue vestali né dai dissidenti dem né dai delusi del renzismo. Poiché la grande novità ulivista fu la mobilitazione di parti notevoli della società, chi vuole, vestali comprese, un rinnovato Ulivo dovrebbe sollecitare i Comitati del No, chiamarli ad una prospettiva di governo. Il resto sono chiacchiere, cheap talk, parole a basso costo.

L’ITALIA DOPO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE – Il sistema elettorale #eunomia2017

eunomia

EUNOMIAMASTER – XII EDIZIONE
 PROGRAMMA

Sabato 11 febbraio 2017
h. 11,30 – 13,00: Il sistema elettorale
Gianfranco Pasquino, Stefano Ceccanti
Coordina: Andrea Simoncini

Porcelli, canguri e mercato delle vacche

Animali politici o no, è venuto il momento che i parlamentari smettano di dedicarsi al latinorum e, destreggiandosi fra porcelli, canguri e vacche, leggano qualcosa di europeo. Ecco, qui un breve testo del 2 luglio 2013 pubblicato in “Mondoperaio” e poi accolto alla fine del capitolo 2 “Oggetto di oscuri desideri: la legge elettorale” del mio libro Cittadini senza scettro (Egea-UniBocconi 2015).

È un segno dei tempi quando tocca ai tacchini e ai grillini riformare leggi elettorali grazie alle quali sono, per lo più senza nessuna cognizione di causa, entrati in Parlamento. Naturalmente, anche se a parole diffondono il loro convincimento che non bisognerà mai più votare con il Porcellum, il non frenetico attivismo dei parlamentari in carica suggerisce che del maiale non intendono buttare via proprio niente, meno che mai le liste bloccate. Uno dei modi più frequentemente utilizzati per salvare il maiale consiste nell’avanzare proposte variamente complicate che combinino in maniera assolutamente inusuale e imprevedibile pezzi di sistemi elettorali usati in altri paesi. Proposte di questo genere non fanno molta strada, ma fanno perdere (o, a seconda dei punti di vista, guadagnare) tempo. Nel recente passato, una delle più efficaci perditempo è consistita nella indigeribile combinazione di elementi dei sistemi elettorali tedesco e spagnolo.

Il sistema elettorale australiano, sbucato alla fine del 2012 da non ricordo più quale fervida mente riformatrice e subito non molto originalmente definito “kangurum”, sembrava già dimenticato. Invece è rispuntato, facendo, come si conviene ai canguri, un bel balzo. È poco più di una variante del maggioritario di stampo inglese. In Australia (e in pochissimi non importanti altri paesi) funziona efficacemente, vale a dire conferisce agli elettori il potere di scegliere il candidato preferito nei collegi uninominali. Di più (per esempio, dare vita ad un governo) non fa, essendo questo comunque compito dei partiti a seconda dell’esito del voto. Particolari non proprio di contorno del caso australiano sono che il voto è obbligatorio, il sistema partitico si è da tempo assestato sulla competizione bipolare, il capo dello Stato è la Regina d’Inghilterra. Se i pregi più vantati del sistema australiano, ovvero la sua peculiarità positiva, sono che l’elettore deve mettere in una graduatoria le sue preferenze e che si vota in collegi uninominali ad un turno solo (evitando quindi il presunto “mercato delle vacche” che si avrebbe con il doppio turno), entrambi possono cadere – o almeno indebolirsi, sotto il fuoco di motivate critiche.

Ci vogliono candidati e partiti molto bravi per insegnare ad elettori come quelli australiani – peraltro in buona misura già abituati – come stilare la graduatoria dei candidati in ordine di preferenza. Non sottovaluto le capacità di apprendimento degli elettori italiani, ma boccio quelle pedagogiche dei candidati e dei partiti italiani (molti dei quali continuano a non sapere quasi nulla dei sistemi elettorali). Quanto al “mercato delle vacche” (nell’esempio più richiamato, quello francese), ne farò un moderato, ma seriamente motivato elogio. Chiunque abbia mai frequentato un mercato delle vacche sa che gli animali stanno in bella vista, che ciascun compratore può guardarli a lungo, toccarli, valutarli e ottenere tutte le informazioni aggiuntive che desidera. I venditori si comportano correttamente non perché sono gentili, ma perché (anche senza avere letto Adam Smith) sanno di essere in un mercato competitivo dove altri venditori vanteranno la superiore qualità delle loro vacche e la eventuale maggiore adeguatezza alle necessità del compratore. Dunque il mercato delle vacche ha due enormi pregi: è trasparente ed è concorrenziale. Chi truffa verrà inesorabilmente punito, escluso.

In effetti è proprio vero: in Francia, dove si usa il doppio turno per eleggere un solo candidato, c’è un mercato delle vacche che molti intellettuali catholic-chic o comunisti ancien régime respingono a priori, senza saperne abbastanza, ma anche perché hanno scarsissima fiducia nell’elettorato. Non credono alle capacità degli elettori di seguire la “conversazione” che chiamerò elettorale (ma è anche “democratica”) che si svolge fra il primo e il secondo turno. Candidati che non superano la soglia di accesso al secondo turno e che dicono agli elettori, soprattutto ai loro, quale candidato preferiscono fra quelli rimasti in lizza. Candidati che desistono spiegando perché (ad esempio, con l’obiettivo di evitare la dispersione di voti, a sinistra o a destra, che favorirebbe l’elezione del candidato più sgradito). Dirigenti di partito che raggiungono accordi tali per cui votare per uno specifico candidato significa dare anche approvazione ad una coalizione che potrebbe farsi governo. Il doppio turno di collegio con clausola di accesso al secondo turno produce, fra il primo e il secondo turno, il massimo di informazioni per gli elettori, anche perché i mass media seguiranno e riferiranno le contrattazione con grande attenzione. Infine, se gli elettori avranno sbagliato a scegliere il candidato (a comprare la loro vacca, nella offensiva e fuorviante analogia), potranno fare mea culpa, cambiare idea, e la volta successiva bocciare l’incumbent e “acquistare” (compatibilmente con le offerte del mercato) una vacca migliore. Più informazione, più potere del cittadino elettore/compratore: il collaudato sistema elettorale francese continua ad essere preferibile a quello australiano. Les vaches sconfiggono i canguri.