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Francesca Albanese cittadina onoraria di Bologna #intervista al prof. Gianfranco Pasquino @RadioRadicale
https://www.radioradicale.it/scheda/771187
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
“Francesca Albanese cittadina onoraria di Bologna, intervista al prof. Gianfranco Pasquino” realizzata da Lanfranco Palazzolo con Gianfranco Pasquino (politologo, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna).
L’intervista è stata registrata venerdì 10 ottobre 2025 alle ore 12:00.
Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Bologna, Cittadinanza, Comuni, Esteri, Gaza, Geopolitica, Guerra, Hamas, Israele, Lepore, Manifestazioni, Medio Oriente, Meloni, Nobel, Pace, Palestinesi, Polemiche, Premio, Terrorismo Internazionale, Trump, Violenza.
Francesca Albanese e la cittadinanza onoraria di Bologna, Gianfranco Pasquino: «Lepore sbaglia, questo Pd non avrà il mio voto» #intervista @corrierebologna

intervista di Francesco Rosano
Il professore emerito di Scienza politica critica la scelta caldeggiata dal sindaco Matteo Lepore: «La relatrice Onu non ha tutti i meriti che le vengono attribuiti, è una donna aggressiva e assolutista. Il primo cittadino così insegue la sinistra estrema»
«Un partito che dà la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese è un partito che non avrà il mio voto». Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, critica con forza il riconoscimento alla relatrice speciale Onu per la Palestina voluto dal Pd e dal centrosinistra. E mette in guardia dem e Cgil dal rischio di seguire un movimento di proteste pro Gaza che non sono in grado di governare: «Serve una sinistra che sblocca, non che blocca».
Professore, prima la consegna a Reggio Emilia del Primo Tricolore ad Albanese con la contestazioni e la pubblica reprimenda al sindaco Marco Massari, adesso la cittadinanza onoraria a Bologna caldeggiata dal sindaco Matteo Lepore. Come giudica questo rapporto tra i dem e la relatrice speciale Onu?
«Io credo che il Pd non stia dando un buona immagine di sé. Il Pd è un partito importante, indispensabile nello schieramento italiano, che dovrebbe tenere conto di sensibilità diverse. Francesca Albanese è una donna aggressiva e assolutista, che non ha tutti i meriti che le vengono attribuiti e che si è comportata in modo molto maleducato. Non le avrei dato la cittadinanza onoraria, la sua attività non ha dato nessun contributo specifico alla causa della pace, ed è il motivo per cui il Pd non avrà il mio voto».
Perché Palazzo d’Accursio si è mosso in questa direzione allora?
«Il sindaco Lepore aveva già sbagliato una volta esponendo la sola bandiera palestinese, in certi conflitti prendere parte senza argomentare in maniera approfondita non è mai un buon segnale. Adesso riconoscere addirittura una cittadinanza onoraria per meriti che non ci sono vuole dire rincorrere l’elettorato di sinistra estrema. Ma siamo sicuri che i pro Pal che distruggono le vetrine siano anche elettori e non solo distruttori?».
Quello del sindaco le sembra un autogol?
«Non mi interessa se Lepore fa un autogol, ma che giochi una partita diversa che giovi a tutti i bolognesi».
C’è molto nervosismo nell’area riformista del Pd. Dall’europarlamentare dem Elisabetta Gualmini in poi, molti stanno esprimendo insofferenza per questa «comunione» con le posizioni della relatrice Onu. Crede ci saranno contraccolpi nel partito?
«Non so cosa succederà, ma ho espresso subito il mio apprezzamento a Gualmini e le ho detto che è giusto combattere certe battaglie dentro il Pd, non in futuri partitini che potrebbero nascere. È il Pd che deve cambiare».
Bologna è una delle città dove le mobilitazioni per Gaza sono state più intense. Perché secondo lei?
«Con ogni probabilità dipende dal numero di studenti universitari presenti in città. Il problema è che c’è la convinzione che qui ci sia un clima di permissivismo, che si possano fare della cose che altrove non sarebbero possibili. La rottura delle vetrine, l’assalto alla stazione, i blocchi stradali non sono l’espressione di una sinistra che mi piace e che fa avanzare il Paese».
Lei critica le proteste e il «permissivismo» in città, sembra quasi che si ritrovi nelle posizioni del centrodestra bolognese.
«C’è un fondo di verità in quello che dicono, fermo restando che l’ordine che loro vogliono è quello della quiete che non disturba il governo, io voglio l’ordine del movimento, bisogna sapere sostenere e guidare coloro che si muovono, non vedere negozi distrutti e agenti assaliti».
La Cgil, in tutto questo, è andata un po’ al traino dei sindacati di base che sono stati i veri animatori delle proteste.
«Sono state alcune delle parole d’ordine di Landini ad aprire la strada ai sindacati di base, come quando ha parlato di “rivolta sociale”. Esagera lo scontro perché non ha una linea politica e obiettivi chiari. La Cgil che ricordo io aveva un servizio d’ordine che conteneva e i facinorosi, evidentemente non è più così».
Pubblicato il 10 ottobre 2025 sul Corriere di Bologna
Cosa imparare dal partito dell’astensione @DomaniGiornale

Le Marche sono, oramai lo sappiamo tutti, l’Ohio dell’Italia. Perdere lì, come hanno fatto i “campeggiatori” del centro-sinistra, è brutt’affare assai. Invece, la Calabria è il Tennessee dove raramente vincono i progressisti. E poi lì, troppi dicono che con poco più del 50 per cento dei non voti ha vinto il Partito dell’Astensionismo. Però, sorpresona o classica truffa elettorale, quel Partito non ha ottenuto neanche un seggio. Non sapremo mai dai suoi non-eletti se i loro non-elettori vogliono più sanità o più Palestina, più servizi e meno criminalità organizzata e sommersa. Da quale proposta più “radicale” saranno raggiunti quei novecentomila elettori che alle urne non ci sono andati e probabilmente non erano neanche andati in piazza con le bandiere della Palestina? Tanto per cominciare, sparse abbondanti lacrime coccodrillo, i politici potrebbero pensare al voto postale in tutte le sue varianti, compresa la possibilità di votare in anticipo. Lungi da me, peraltro, credere che un meccanismo tecnico risolva un problema politico gigantesco che riguarda il campo a geometria troppo variabile del centro-sinistra (e la politica italiana).
Il punto di partenza è prendere sempre atto che nelle amministrazioni locali, comuni e regioni, le elezioni si vincono sulle tematiche che riguardano e preoccupano gli elettorati delle diverse zone. Nessun elettore di destra voterà una lista di sinistra perché è Pro-Palestina. Meno che mai quegli elettori andranno alle urne dell’Ohio e del Tennessee, chiedo scusa, delle Marche e della Calabria, per “cacciare” Giorgia Meloni da Palazzo Chigi. Gli elettori prossimi venturi della California, alias Toscana, che voteranno Eugenio Giani Presidente della regione sanno quello che vogliono, ma non si aspettano che il loro voto sia una spallata al governo delle destre. Saranno tanto più soddisfatti se potranno votare una candidatura di persona che conoscono, che abita nel collegio, che fa campagna elettorale sui temi politici, economici e sociali sui quali la coalizione a suo sostegno ha elaborato una posizione condivisa. Quegli elettori non si chiederanno se stanno dalla parte giusta della storia, dove li aspetta graniticamente attestato Nicola Fratoianni. Saranno probabilmente molto più interessati a stare con chi propone credibilmente soluzioni fattibili.
A sua volta, almeno in parte, la platea degli astenuti tornerebbe in “campo” se quelle proposte la raggiungessero, se ne vedessero i portatori, se venissero convinti che, andata al governo, quella coalizione non si dividesse, non si paralizzasse in estenuanti mediazioni, non precipitasse travolta da ambizioni personalistiche e da profonde contraddizioni. Quegli astenuti hanno opinioni che possono essere plasmate e ridefinite, che un partito capace di meritevole pedagogia politica può fare cambiare a cominciare dall’insegnamento costituzionale che l’esercizio del voto è “dovere civico” (art. 48). Quel partito pedagogico sa anche che ha molto da imparare sulla sua inadeguatezza da chi si astiene, dai motivi talvolta fondati (rappresentanza tradita) ai motivi sbagliati: la politica è autoreferenziale, “non si occupa di persone come me”.
Non bisogna rottamare chi si è astenuto, ma offrire buone ragioni di ravvedimento operoso. Non bisogna disintermediare, ma fare sì che il partito e i suoi candidati/e si rapportino alle associazioni economiche (i sindacati, proprio così), sociali, religiose, culturali, non con mire egemoniche strumentalizzanti, ma per interazioni fruttuose produttive di quel capitale sociale che rende robuste e vibranti le società, anche quelle non proprio e non sempre davvero civili. Sì, la politica in Italia, la politica italiana è arrivata al tornante al quale senza esagerazioni né drammatizzanti né superlative l’astensionismo ne dichiara e evidenzia una condizione deplorevole, tutt’altro che attribuibile esclusivamente al governo di destra e tutt’altro che magicamente risolvibile da una qualsiasi coalizione di centro sinistra. Ma se il centro-sinistra vuole tornare, provare a vincere meglio che tenga conto del sintetico catalogo sopra squadernato.
Pubblicato l’8 ottobre 2025 su Domani
Un’altra sinistra è possibile, ma bisogna scompaginare @DomaniGiornale

Nelle Marche il Presidente uscente, Francesco Acquaroli, ha ottenuto 50 mila voti di più dello sfidante, Matteo Ricci, europarlamentare in carica da un anno per dieci anni visibilissimo sindaco di Pesaro. Nelle Marche ha votato il 50 per cento degli iscritti nelle liste elettorali. Più di 600 mila elettori hanno preferito astenersi. Una parte di loro sicuramente non è stata in grado di andare a votare per ragioni personali, professionali, congiunturali. Una parte ha consapevolmente deciso di non andare a votare. Una parte non è stata né raggiunta né convinta dai candidati e dai loro partiti ad andare a votare. Eppure, la scelta sembrava importante.
Anche se è giusto interrogarsi sul guaio giudiziario che si era aperto intorno a Ricci, altrettanto giusto chiedersi quanto mettere al collo la bandiera della Palestina possa essere stato controproducente, ancora più interessante sapere quanti elettori abbiano deciso di appoggiare il centro-destra marchigiano per evitare contraccolpi sul governo nazionale, la risposta più soddisfacente suggerita dai numeri è che la coalizione del centro-sinistra non ha saputo mobilitare abbastanza elettori.
Tenacemente e testardamente, coerentemente, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha dichiarato che, comunque, quella del campo largo è la coalizione da perseguire: TINA (There Is No Alternative). Per chi ragiona a bocce ferme è vero: i componenti possibili e necessari sono quelli e non si vedono in giro altri attori portatori di voti. Ma politica è, rimanendo nella mia metafora, sapere giocare con quelle bocce e con i giocatori cercando di creare movimento e entusiasmo. Insomma, facendo sì che una parte almeno degli spettatori decida di dare attivamente il suo contributo, di entrare in campo. Invece, gli elementi poco incoraggianti, se non addirittura scoraggianti sembrano prevalere.
Da un lato, una parte dei Democratici fa fatica a ingoiare la necessità di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma non riesce a proporre qualcosa di diverso. Dall’altro lato, il capo delle 5 Stelle cerca quasi scientificamente di sfruttare tutte le tematiche che siano controverse all’interno del PD, a cominciare da quelle che riguardano le politiche europee, non soltanto la difesa. Tutti, poi, percepiscono che fin troppo spesso Giuseppe Conte lascia trapelare la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi. Anche se palesemente non sostenuta dai numeri, questa ambizione sicuramente turba non pochi elettori e consente a troppi male intenzionati commentatori di usarla contro Schlein. In qualsiasi contesto democratico, la Germania è da decenni l’esempio migliore, indiscussa è la candidatura a capo del governo del/la leader del partito che ottiene più voti. Altrimenti, si ha ricatto, anche quando non esplicito, che sicuramente inquieterebbe non pochi elettori. Infine, sicuramente fanno problema anche coloro, come spesso Carlo Calenda, che si oppongono a qualsiasi alleanza con i 5 Stelle, ma mancano della capacità di supplire al venir meno di quei voti. Però, è anche vero che è probabile che almeno una parte di elettori pentastellati nel momento della verità voterebbe comunque per una coalizione contro il governo. Peraltro, nelle Marche i numeri indicano che molti elettori già pentastellati hanno scelto di non andare alle urne forse memori del non lontano passato renziano di Matteo Ricci.
È molto probabile che le coalizioni volute da Schlein vinceranno in Toscana, Puglia e Campania, ma il rischio è che di conseguenza gli interrogativi scomodi proprio sulla qualità dei campi larghi vengano fatti sparire. Certo, l’obiettivo grosso è costituito dalle elezioni politiche nazionali del 2027. Bisognerebbe sapere fare, come scrisse e più volte disse quel grande uomo di sinistra che fu Vittorio Foa, la mossa del cavallo. Scompaginare. Uscire da quella che non sempre è una confort zone per andare a battibeccare con gli astensionisti. Meglio cominciare subito.
Pubblicato il 1° ottobre 2025 su Domani
Solo un governo fatto da vassalli non riconosce la Palestina @DomaniGiornale

Giorno dopo giorno Gaza diventa il condensato dei drammi e delle contraddizioni del conflitto in Medio-Oriente e delle incapacità, delle inadeguatezze e dei neppure molto oscuri disegni di alcuni protagonisti. In primis non possono che stare le tremende condizioni in cui Netanyahu ha ridotto i gazawi. Non basta dire che tutto finirebbe se Hamas liberasse gli ostaggi anche se le pressioni sui capi di quell’organizzazione debbono essere intensificate da tutti e l’eventuale bluff merita di essere chiamato con un cessate il fuoco temporaneo. I dirigenti israeliani e i loro sostenitori non possono avere dimenticato in che modo furono trattati gli ebrei nell’Europa dell’Olocausto. Oramai raggiunti dall’accusa di genocidio e con Netanyahu criminale di guerra dovrebbero porre un limite alle loro efferate azioni a Gaza. Questo esito sarebbe più probabile se il Presidente Trump smettesse di inviare armi ad Israele. Non verrà avvicinato dalla sequenza di riconoscimenti dello stato della Palestina.
Oggettivamente, quello stato non esiste e la sua costruzione richiederà tempo e impegno. Legittimo è anche pensare che l’attuale Autorità Nazionale Palestinese non abbia né l’autorevolezza politica né la credibilità e la competenza per procedervi in maniera efficace. E’ altresì possibile dubitare che Abu Mazen riesca a controllare, disarmare, escludere i dirigenti di Hamas, ma molto difficile sarà comunque evitare che le migliaia di palestinesi che anni fa votarono Hamas e che lo hanno a lungo sostenuto non intendano avere un ruolo politico nel nuovo stato. Se il riconoscimento è un gesto politico inteso a mandare soprattutto, credo, un messaggio di profonda riprovazione al governo Netanyahu e in subordine di sostegno alle aspirazioni di molti palestinesi, anche il non riconoscimento è un gesto politico. Se il cancelliere tedesco Merz sente giustamente il peso di un passato indimenticabile, le motivazioni del governo italiano appaiono fragili e sono forse opportunistiche.
Non compiere un gesto simbolico, ma tutt’altro che ininfluente soprattutto perché risulterebbe sgradito al Presidente degli USA, è una posizione molto criticabile che segnala subordinazione, mancanza di autonomia, forse persino rinuncia all’esercizio della sovranità nazionale da parte del governo italiano. Ancora più triste sarà il giorno in cui il riconoscimento dello Stato palestinese da parte del governo italiano dovesse arrivare a ruota di quello di Trump. Peggio ancora se quel riconoscimento fosse rivendicato come contributo alla posizione comune e condivisa dell’Occidente.
Quello che sappiamo delle opinioni pubbliche nelle democrazie europee e occidentali nelle quali hanno la possibilità di esprimersi liberamente è che il governo israeliano ha bruciato gran parte del capitale di sostegno di cui ha a lungo goduto. Dappertutto le opinioni pubbliche occidentali hanno, per così dire, svoltato. Le immagini di repressione e di oppressione ad opera del governo israeliano assolutamente e inequivocabilmente sproporzionate rispetto a qualsiasi comprensibile rappresaglia per le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, soprattutto l’agonia e la morte di un numero elevatissimo di bambini, hanno giustamente contribuito alla crescita di sostegno per i palestinesi. Quel sostegno non può essere intaccato neppure dalle totalmente deprecabili manifestazioni di dissennata violenza dei sedicenti pro-Pal italiani. Al tempo stesso, quel sostegno è tuttora privo di uno sbocco politico in direzione di un reale sollievo per i palestinesi di Gaza.
Resta da vedere se l’operazione della Global Sumud Flotilla riuscirà a conseguire i suoi obiettivi, a cominciare dalla rottura pacifica del blocco navale imposto da Israele. Da un lato, rinunciando a scorte armate, i partecipanti dimostrerebbero che mezzi non violenti possono conseguire obiettivi di notevole importanza, non tanto contro Israele, ma soprattutto a favore della popolazione di Gaza. Dall’altro lato, al governo israeliano si offre la grande opportunità di dimostrare che “pietà non l’è morta”.
Pubblicato il 24 settembre 2025 su Domani
INVITO Parole della politica #26settembre #Imola @edizionimulino
Venerdì 26 settembre 2025
ore 17,30
Circolo Giovannini, via Scarabelli 4
Imola
La Cooperativa Andrea Costa invita la S.V. alla conversazione su
Parole della politica
di Gianfranco Pasquino
Edizioni il Mulino
Ne parleranno:
Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica
Fabrizio Castellari
Consigliere Regionale Emilia-Romagna
Luca Martignani
Esperto di marketing e comunicazione
Modera:
Carlo Bacchilega
Componente CdA Coop. Andrea Costa
Gaza è una tragedia dell’Umanità @DomaniGiornale

Gaza è una tragedia, non “umanitaria”, aggettivo tremendamente ambiguo in questa situazione, ma dell’umanità. Conseguenza anche, ma nient’affatto esclusiva e necessitata, dei crimini commessi da Hamas il 7 ottobre e che probabilmente Hamas avrebbe potuto evitare liberando senza condizioni gli ostaggi israeliani, Gaza sta affondano sotto il tiro incrociato di altri crimini, di gravissimi errori, di deprecabili ambizioni. La rappresaglia, secondo qualsiasi criterio davvero sproporzionata, scatenata dal Primo ministro Netanyahu lo ha giustamente reso un criminale di guerra. Finora la continuazione della rappresaglia contro Hamas e i palestinesi gli è anche servita, obiettivo da non dimenticare, a mantenere la carica e a procrastinare il processo per reati di corruzione.
L’opinione pubblica israeliana, inevitabilmente attraversata da molte linee di divisione, sembra dare priorità allo sforzo bellico. Una piccola parte protesta contro quella che è l’indifferenza del capo del governo alla sorte degli ostaggi ancora in vita. La destra, soprattutto quella religiosa, trae vantaggio dalla situazione che contempla il suo ruolo indispensabile per la continuazione del governo e ne approfitta per espandere gli insediamenti. Grande e fondato appare il timore che la democrazia in Israele venga imprigionata e sottomessa dai comportamenti di Netanyahu e dei suoi sostenitori.
Il riconoscimento, da parte di alcuni governi, non soltanto europei, di un improbabile Stato palestinese, risulta essere poco più che una mossa propagandistica più o meno apprezzabile e condivisibile, che purtroppo fa anche correre il rischio che si tralasci di pensare e di operare rapidamente per soluzioni più concrete e praticabili. La foto del segretario di Stato Marco Rubio a Gerusalemme con il Primo ministro israeliano proprio nelle ore in cui questi lanciava l’invasione di Gaza che dovrebbe essere l’operazione finale (non commento la terminologia e la sua macabra assonanza con “soluzione finale”) è certamente meno raccapricciante di quelle dei tre autocrati Xi Jinping, Putin, Kim Jong-un a Shanghai alla ricerca di un diverso ordine internazionale, mai specialità dei dittatori. Però, segnala l’impotenza degli USA e la connivenza del loro Presidente con il governo israeliano.
L’affarista newyorkese insediatosi alla Casa Bianca, stende il tappeto rosso per il criminale di guerra Putin in cambio di nulla (certo non, visti gli esiti del pessimamente organizzato e deprecabile incontro bilaterale, l’agognato Premio Nobel), ma fa di peggio con Netanyahu. Smettesse di sostenerlo economicamente e soprattutto con abbondanti forniture di armi potrebbe cercare di avvicinare la fine del conflitto. Qualcuno dovrebbe far sapere a Trump l’immobiliarista che soltanto a conflitto concluso sarà possibile cominciare i lavori per costruire, incuranti degli ordigni bellici che saranno rimasti in grande quantità, luoghi di vacanze di superlusso. Quanto breve in questa visione malata è il passaggio di Gaza dalla tragedia alla farsa che, però, sarebbe riscattata dalle migliaia di posti di lavoro a disposizione dei palestinesi locali. Questo è, finora non sono arrivate smentite e neppure indicazioni alternative, il livello di raffinatezza del pensiero geopolitico elaborato a Washington.
Immagino che sul continente europeo molti, come me continuino a sentire acutamente un profondo senso di colpa per i comportamenti dei loro governanti e dei loro connazionali ai tempi dell’Olocausto. Nessuno creda che la tragedia di Gaza offra l’opportunità di liberarsi di sensi di colpa. Anzi, dovremmo tutti interrogarci sulle ragioni della nostra inadeguatezza di pensiero e di azione. Giusto armare l’Unione Europea per dissuadere gli attacchi dal fronte orientale e difendersi adeguatamente, In qualche modo, però, interrogandosi sugli errori commessi in Medio Oriente l’Unione Europea deve provvedere anche a elaborare una strategia ad ampio raggio per il perseguimento di paci giuste fuori del suo continente, a cominciare da quel che resterà di Gaza.
Pubblicato il 17 settembre 2025 su Domani
INVITO In nome del popolo sovrano Potere e ambiguità delle riforme in democrazia @egeaonline #17settembre #Sarzana
Mercoledì 17 settembre alle ore 17,30
Sala della Repubblica in Via Falcinello, 1
Sarzana
Conferenza del prof. Gianfranco Pasquino in occasione della presentazione del libro
In nome del popolo sovrano Potere e ambiguità delle riforme in democrazia
(Ed. Egea)
Fare riforme istituzionali è un compito importante. Può migliorare la vita del popolo sovrano. Analizzando quanto fatto e non fatto, Gianfranco Pasquino giunge a una limpida e documentata valutazione: finora gli improvvisati e imperterriti riformatori italiani non hanno dato buona prova. E con il cosiddetto premierato, ovvero l’elezione popolare del presidente del Consiglio, stanno facendo persino peggio. La Costituzione ha disegnato una democrazia parlamentare fondata sui partiti che ha accompagnato la crescita politica ed economica dell’Italia. Il Presidente della Repubblica ha saputo «suonare» al meglio la fisarmonica dei suoi poteri, ma Parlamenti e governi hanno funzionato mediamente male e nel corso del tempo la qualità dei partiti e della classe politica è scaduta. In più, le brutte leggi elettorali consentono oggi ai dirigenti di partito di farsi eleggere quando e dove vogliono e di imporre i loro amici, amiche e collaboratori. Buona è invece la legge elettorale che dà potere a chi vota. Con cittadini interessati alla politica, informati, partecipanti ed «europeisti» è però ancora possibile migliorare, grazie a pochi ritocchi al Parlamento e al governo. Con scienza politica e impegno civile, questo libro spiega come e perché.

Un richiamo al drammatico omicidio di Charlie Kirk sbagliato #intervista il Resto del Carlino @qn_carlino

*Qui il testo dell’intervista approvato dal prof Pasquino. In fondo allegata **l’intervista fortemente rimaneggiata pubblicata da il Resto del Carlino
*Un richiamo al drammatico omicidio di Charlie Kirk sbagliato, perché la situazione fra Stati Uniti e Italia non è paragonabile, e spudoratamente volto a trarre qualche vantaggio politico.
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, boccia le accuse lanciate dalla premier Meloni e l’allarme della destra italiana, che ha messo in guardia sul rischio emulazione.
Professor Pasquino, che idea si è fatto dell’assassinio di Charlie Kirk?
«In America la violenza è di casa sempre. Come disse un tempo un leader delle Pantere Nere, la violenza è “americana come la torta di mele” e quindi non mi stupisco e più di nulla. Può succedere in qualsiasi momento contro un politico, contro i bambini che vanno a scuola. Contro i clienti di un supermercato, in qualsiasi situazione che in qualche modo possa eccitare qualche mente malata che dispone di armi».
In Italia, però, c’è un dibattito piuttosto infervorato sulla possibilità che questa ondata di violenza approdi anche in Italia. La premier Meloni ieri ha parlato di clima insostenibile e lanciato accuse alla sinistra, rea secondo lei di minimizzare quanto accaduto negli Stati Uniti…
«Anzitutto, andrebbe ricordato alla premier Meloni che la stagione dei neofascisti stragisti non è estranea all’Italia e che le bombe in Piazza Fontana e alla stazione di Bologna sono bombe dichiarate dai magistrati fasciste. Credo non vada dimenticato. In secondo luogo, non c’è il clima perché ci sia una radicalizzazione violenta nella società e mi auguro che non ci siano neanche coloro che sperano di trarre vantaggio politico. I tempi sono altri e fa molto male a richiamarli. Giorgia Meloni deve pensare ad altro».
Quindi, da politologo e docente universitario, non vede una polarizzazione all’interno degli atenei come quella che si può osservare negli Stati Uniti?
«C’è una situazione di tensione fra i giovani, soprattutto per quanto riguarda la delicata situazione internazionale, con particolare riferimento a Israele e Hamas. In una parte di attivisti pro Palestina è ravvisabile una qualche propensione alla violenza, ma si tratta di un fenomeno abbastanza limitato. L’Italia non è paragonabile agli Stati Uniti sotto nessun punto di vista».
Ha detto che i tempi sono cambiati e che la situazione italiana non è paragonabile a quella statunitense. Ma, in concreto, che cosa, secondo lei, mette al riparo l’Italia da un rischio di emulazione dell’esperienza americana?
«Negli Stati Uniti, la tradizione di violenza è stata coltivata nel corso dei decenni, non si è mai né attenuata, né tanto meno estinta. Al contrario, in Italia è stata respinta in modo molto chiaro. Non mi pare che adesso nel nostro Paese ci siano gli spiragli o le motivazioni per portare avanti azioni di violenza politica motivata. È proprio un paragone che non sta in piedi, a meno che non si si riferisca a Casa Pound e a Forza Nuova, gli assaltatori della sede romana della CGIL .
La premier, però, ha accusato la sinistra di minimizzare l’omicidio di Kirk, parlando di ‘clima insostenibile’. Come mai una posizione tanto netta?
«Pensa di poter trarre vantaggio politico, soprattutto se si considera che, spesso, chi chiede legge e ordine sono gli elettori di destra. Questo, dal punto di vista elettorale, a volte funziona, ma che brutta strumentalizzazione».
L’opposizione è stata attaccata duramente, come dovrebbe replicare, secondo lei, soprattutto in ragione del fatto che, per fortuna, in Italia al momento non ci sono atti eversivi o violenti?
«Dovrebbe replicare dicendo a Giorgia Meloni di fare pulizia nei suoi dintorni, perché la violenza si annida sui versanti della destra estrema, non della sinistra italiana».
** Intervista rimaneggiata pubblicata il 14 settembre 2025 su il Resto del Carlino

