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Meno non significa meglio #tagliodeiparlamentari
L’obiezione più rilevante alla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non può essere che il risparmio sarà minimo, forse il prezzo di un caffè per ciascun italiano. Non può neppure essere che se gli italiani confermassero con il referendum quella riduzione sarebbe indispensabile scrivere una nuova legge elettorale poiché una legge elettorale migliore di quella vigente è comunque assolutamente auspicabile. Farla senza conoscere il numero dei parlamentari da eleggere è uno spreco di tempo e di energie. La vera obiezione è che meno parlamentari non significa automaticamente un parlamento migliore. Anzi, ci sono alcune buone ragioni per pensare che, in assenza di altre riforme, gli italiani avranno parlamentari scelti male e costretti a operare in condizioni peggiori.
Il guaio grosso non è affatto che meno parlamentari implica anche, probabilmente meno disegni di legge. Piuttosto è che, poiché quasi il 90 per cento delle leggi sono di origine governativa, né potrebbe essere altrimenti in quanto il governo ha il dovere di tradurre in politiche pubbliche le promesse elettorali, meno parlamentari non riuscirebbero a valutare le molte leggi del governo o lo farebbero in maniera approssimativa e superficiale. Inoltre, in qualsiasi emergenza, il governo procederebbe alla decretazione d’urgenza intasando il parlamento e superandone il controllo con il ricorso al voto di fiducia. Già, anche a causa delle scandalose candidature multiple e bloccate (cioè, senza possibilità per gli elettori di scegliere il candidato preferito), poco rappresentativi dell’elettorato, i parlamentari lo diventerebbero ancor meno non potendo, in collegi necessariamente più grandi degli attuali, confrontarsi con gli elettori. I sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari replicano che sarà la tecnologia a rendere irrilevanti questi problemi obbligando una istituzione ottocentesca, il Parlamento bicamerale paritario, a diventare finalmente moderno. Purtroppo, da un lato, non c’è traccia dei provvedimenti specifici, comunque già introducibili, che modernizzerebbero il Parlamento; dall’altro, dovremmo avere imparato che lo smart working presenta molti inconvenienti anche per altre attività che si basano su rapporti fra persone, come l’insegnamento scolastico e universitario.
La politica e la rappresentanza politica sono di qualità migliore quando elettori e eletti hanno modo di incontrarsi, vedersi, interagire fisicamente. Meno sono gli eletti che avranno fatto campagna elettorale per informare e convincere gli elettori al fine di dare loro rappresentanza maggiore sarà l’insoddisfazione degli elettori nei confronti di persone che non conoscono e che non sono in grado di valutare. Una buona legge elettorale, le attuali proposte non sono apprezzabili, risolverebbe in parte alcune carenze della rappresentanza che in un democrazia parlamentare è lo snodo cruciale. Allo stato attuale del dibattito, però, la riduzione del numero dei parlamentari è più un salto nel buio che un positivo passo avanti.
Pubblicato AGL il 9 agosto 2020
Ma quale rimpasto, è ora di studiare. La versione di Pasquino @formichenews
Non è il momento di pensare a un rimpasto di governo che, peraltro, potrebbe non piacere troppo all’Europa. È l’ora di studiare, scrive Gianfranco Pasquino, e stilare con immaginazione i progetti, tempi e costi, per ottenere i fondi europei. Il commento del professore emerito di Scienza Politica
Il gioco italiano del rimpasto mi ha sempre affascinato. Circolano nomi, anche fantasiosi. Si evocano spettri, anche maligni. Si saltano a pié pari, ma anche dispari, i problemi e le motivazioni. Si fa credere ai retroscenisti che il rimpasto/quel rimpasto è un’operazione di enorme rilevanza. Risolutiva. Infine, si intervista anche qualche stratega peso massimo per ottenere conferme che puntuali arrivano, ma anche no, tanto ci siamo già scordati dei punti di partenza. Sono due, in contemporanea: le elezioni regionali e il referendum sul taglio (riduzione del numero) dei parlamentari.
Mi sforzo, ma non riesco a individuare quali sarebbero i ministri da rimpastare se, per fare un esempio, i giallo-rossi perdessero qualche regione di troppo. Chi dovrebbe andarsene se saggiamente gli elettori dicessero no al taglio della loro già incerta e claudicante rappresentanza? Qualcuno ha per caso stilato un elenco delle cose fatte e delle malefatte dei ministri di Conte? Certo, il rimpasto non può toccare il Presidente del Consiglio popolarissimo e stimato punto di equilibrio della coalizione. Dopo il Conte Due si trova soltanto un eventuale Conte Tre per andare a elezioni, quindi, dopo il gennaio-febbraio 2022, avvenuta l’elezione del Presidente della Repubblica in un trilottaggio scintillante e appassionante “Casellati/Casini/Draghi” (a domanda di Formiche, spiegherò, un’altra volta).
Nel frattempo, le ambizioni dei ministrables vanno tenute sotto controllo. Si dedichino a risolvere i rimanenti problemi con le autostrade. A stilare con immaginazione i progetti, tempi e costi, per ottenere i fondi europei. A leggere, non dico un libro (vaste programme per i politici italiani sosterrebbe de Gaulle), ma un articolo scientifico sulle leggi elettorali e le loro conseguenze. Potrebbe servire e poiché non è affatto urgente hanno tutto il tempo per dedicarvisi, ma assumano l’impegno magari per farsi spiegare da Delrio come la legge Rosato sia nel frattempo diventata da 2/3 Pr e 1/3 maggioritaria addirittura “ipermaggioritaria”. Naturalmente, alcuni di noi, viziosi e viziati studiosi, apprezzerebbero essere informati su qualche altro esempio esemplare di legge elettorale maggioritaria, non “il sindaco d’Italia” che è una forma di governo similpresidenziale, non una legge elettorale.
Mentre i Cinque Stelle si arrovellano su Crimi e su Di Battista e i Dem si interrogano su come ricostruire una cultura politica, scriverò, azzardatamente, un aggettivo da prendere con le molle, esplosivo: “riformista” (no? allora progressista), non è credibile che abbiano tempo e capacità di fare due cose insieme, aggiungendovi il rimpasto anche perchè all’orizzonte non si affacciano personalità straordinarie alle quali affidare i ministeri decisivi. Riesco, però, ad immaginare le facce sgradevolmente sorprese e inquiete delle autorità europee se dovessero essere obbligati a trattare con qualche faccia italiana nuova, non sperimentata, meno affidabile del (non già brillante) solito. Buone vacanze.
Pubblicato il 6 agosto 2020 su formiche.net
Caro Zingaretti, di legge elettorale parla quando saprai quanti saranno i parlamentari da eleggere @HuffPostItalia @nzingaretti
Scrivere una qualsiasi legge elettorale senza conoscere con precisione il numero dei rappresentanti da eleggere è un’operazione azzardata. Due punti, però, possono essere decisi subito in prospettiva di una buona rappresentanza politica: nessuna candidatura bloccata, nessuna possibilità di candidature multiple. L’elettore deve potere scegliere il/la suo/a rappresentante. Quindi, o collegi uninominali o almeno un voto di preferenza.
Non impossibili, i collegi uninominali se i deputati e i senatori da eleggere saranno rispettivamente 400 e 200 avranno come minimo, rispettivamente, circa 125 e circa 250 mila elettori. Lieviteranno i costi delle campagne elettorali, conteranno anche altre risorse, sarà molto difficile per gli eletti “conoscere” i loro elettori, preferenze e esigenze. Sarebbe auspicabile che una legge elettorale proporzionale avesse circoscrizioni relativamente piccole: 40 per la Camera e 20 per il Senato con dieci eletti per circoscrizione. La soglia implicita è poco meno del 10 per cento dei voti. Premierebbe quei candidati che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto molti voti e dunque rappresentano una parte di elettori/trici anche se il loro partito non avesse superato un’eventuale soglia percentuale nazionale.
Questi relativamente semplici calcoli non dicono nulla sulla qualità della rappresentanza. La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari non può essere giustificata soltanto con un risparmio modesto di soldi, quando poi si avrebbero spese potenzialmente “folli” nelle campagne elettorali e negli uffici da mantenere fra una campagna e l’altra. Un buon parlamento e buoni parlamentari debbono svolgere due compiti di assoluta importanza in un democrazia parlamentare: dare rappresentanza ai cittadini, controllare le attività del governo, criticarlo, stimolarlo, eventualmente sostituirlo. I parlamentari saranno tanto più liberi e efficaci in entrambi i compiti se sono debitori della elezione alle loro capacità di ottenere il consenso degli elettori e non alla cooptazione ad opera dei dirigenti dei partiti e delle correnti. È anche probabile che per svolgere soddisfacentemente quei compiti, ad esempio, valutando le leggi e i decreti legge del governo e il loro impatto e l’operato dei ministri e della burocrazia, i parlamentari debbano distribuirsi i compiti.
Un numero ridotto di parlamentari avrebbe molto probabilmente conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento spostando potere nelle mani dei governanti. Qui, l’azzardo è palese: meno (parlamentari) non significa meglio (migliore rappresentanza politica e miglior funzionamento del Parlamento e dei rapporti Parlamento/Governo). Anzi, è più probabile che meno significhi peggio, un peggio al quale nessuna legge elettorale potrebbe ovviare, anche se alcune potrebbero ridurre rischi e danni.
Post Scriptum Un minimo di prudenza politica suggerirebbe (anche al segretario del PD Nicola Zingaretti e agli strateghi di riferimento) il silenzio, strategico, sulle indicazioni di fondo relative alla prossima (la legge Rosato è, comunque, da cancellare) legge fintantoché non si sa quanti saranno i parlamentari da eleggere.
Pubblicato il 4 agosto 2020 su huffingtonpost.it
Lecciones que nos va dejando la pandemia @clarincom
Cualquier estrategia de cierre más o menos selectivo de las fronteras nacionales puede lograr cierto éxito, pero si no va acompañada de otras intervenciones importantes, a mediano plazo terminará mostrando fallas y resultará costosísima.
Millones de hombres y mujeres diferentes por todas las características posibles e imaginables, en un orden sin importancia (ya que es probable que cada uno tenga sus propias preferencias): color de piel, religión, nivel de educación, ingresos y patrimonio, edad, clase social, nacionalidad y lugares de residencia, han estado obligados a permanecer encerrados en sus casas (muchos aún lo están).
Durante meses no tuvieron relaciones sociales. Miraban con gran sospecha a quien se les acercaba. Trataron de evitar cualquier contacto físico. Los límites entre precaución, miedo y desconfianza respecto de los demás resultaron extremadamente lábiles. Si la pandemia aparece y se transmite de persona a persona, es necesario pues mantenerse a distancia de cualquier persona portadora potencial de contagio.
Hizo falta cerrar, además de otras fronteras, las puertas de la casa. Algunos, como el Primer Ministro británico Boris Johnson y los gobernantes suecos, creyeron que podían frenar la propagación del contagio esperando la llamada inmunidad de los rebaños.
No funcionó. Por el contrario, fueron los países que procedieron más rápidamente y de manera más drástica al confinamiento y al aislamiento, como Nueva Zelanda, los que obtuvieron los mejores resultados en cuanto a salvar vidas de sus ciudadanos, disciplinados porque tienen gran confianza en su gobierno y en la Primera Ministra.
Los líderes que se jactaron de la libertad que les dejaban a sus ciudadanos, como Trump y Bolsonaro, son quienes cargan en su conciencia con un número elevadísimo y en aumento de muertes. Ambos presidentes deberían haber aprendido de los mismos teóricos de la libertad, los verdaderos liberales, que la libertad de cada uno de nosotros/de todos termina donde se encuentra con la libertad de cualquier otra persona.
Para muchos fue demasiado fácil atribuir la pandemia y la catástrofe socioeconómica que causó a la globalización, a ese fenómeno extraordinario de nuestra época que, directa o indirectamente, involucra a todos, que no sabemos cómo gobernar, que no somos capaces de frenar y mucho menos anular.
Nadie puede considerarse fuera de la globalización, ni siquiera los religiosos, frailes y monjas, relegados a sus conventos, excepto, tal vez, los ermitaños, siempre que vivan realmente solos, logrando mantenerse alejados de todo y de todos: una condición que se aplica a muy pocos. No man is an island, escribió ya en 1624 el poeta inglés John Donne.
Por lo tanto, cualquier estrategia de cierre más o menos selectivo de las fronteras nacionales puede lograr cierto éxito, pero si no va acompañada de otras intervenciones importantes, a mediano plazo terminará mostrando fallas y resultará costosísima.
Los hombres y las mujeres no sólo viven en sociedad, sino que siempre han tratado de mejorar sus oportunidades y condiciones de vida yendo a diferentes lugares e intercambiando ideas, pero también bienes. El libre comercio es un componente importante de la libertad de las personas, quizás esencial. Sin comercio sere(ía)mos todos más pobres. No puede haber comercio sin libertad de movimiento también para las personas.
Podría no existir una solución definitiva a la pandemia, al Covid-19, pero, obviamente, es imperativo avanzar en la búsqueda de una vacuna. Es posible que algunos laboratorios nacionales ya estén por delante de otros, en ocasiones porque han intercambiado información entre ellos, la ciencia es a menudo colaboración, y porque sus investigadores proceden de experiencias de estudio y trabajo en una multiplicidad de países. Algunos estados, como EE.UU., parecen querer restringir el conocimiento, la producción y la disponibilidad de vacunas exclusivamente a sus ciudadanos.
Es muy poco probable que tengan éxito con su nacionalismo o “proteccionismo de la vacuna”, consecuencia lógica de lemas como “America First” (Estados Unidos Primero). Sin embargo, ni siquiera la “salvación” individual de una nación, de un pueblo se encuentra en hacer revivir el aislacionismo y en cerrazones egoístas.
Un día será posible evaluar la acción en conjunto de la Organización Mundial de la Salud. También se puede presuponer y considerar que ha cometido algunos errores de subestimación y diplomacia excesiva, por ejemplo, en relación con la gravísima falta de transparencia de China, que no se atrevió a cuestionar y criticar desde el principio.
Es indudable, no obstante, que sólo una organización internacional supranacional es y será capaz de dar respuestas válidas y coordinadas, acordadas por la organización con los estados miembros en un constante flujo mutuo de información y conocimientos.
Al final de la jornada, aunque el día va a ser muy largo todavía, casi todos deberíamos haber aprendido algunas lecciones fundamentales. La primera lección es que sin una autoridad central, nacional que reconozca el rol de la ciencia y las competencias específicas de los científicos y busque respuestas y remedios colectivos, el Covid-19 habría producido un desastre aún más devastador.
La segunda lección es que sin un acuerdo global entre los estados, un acuerdo que sólo una organización como la OMS (adecuadamente revisada) y similares puede fomentar, proporcionando orientación y control, el mundo seguirá padeciendo consecuencias gravísimas por las emergencias que se produzcan.
A modo de conclusión, en la medida en que gobernantes, representantes y ciudadanos quieran estar preparados para una futura emergencia, se vuelve indispensable reflexionar sobre las modalidades de las relaciones vigentes entre la sociedad civil y el Estado no sólo en cada situación nacional, sino a un nivel superior. Para quienes piensan que es necesario un nuevo contrato social, el material para intentar una primera elaboración es ya abundante.
Gianfranco Pasquino 01/08/2020 Clarín.com
Traducción: Román García Azcárate
L’Unione Europea c’è e funziona
Ho sempre sostenuto e, per fortuna, anche scritto (quindi, è possibile controllare la veridicità delle mie affermazioni) che l’Unione Europea, persino nei momenti di maggiore difficoltà, non rimaneva mai bloccata. Faceva regolarmente dei passi avanti, piccoli, lenti, zoppicanti, ma avanti. Non si trovava mai a scegliere fra la disastrosa disgregazione e riforme epocali, le sole che la salvassero. Ho sempre sostenuto anche che l’Unione Europea e le sue istituzioni non soffrivano/soffrono affatto di insuperabili deficit democratici, ma hanno alcuni problemi di funzionalità. Il Consiglio Europeo* 17-20 luglio ha detto molte cose importanti (per quel che riguarda importanza e entità delle risorse economiche esauriente è l’intervento di Paolo Onofri che condivido in toto), ma soprattutto ha segnalato che le istituzioni dell’Unione funzionano. La Commissione Europea, fatta da uomini e donne con precedenti esperienze di governo anche ai massimi livelli nei loro paesi, quindi non “burocrati” né, in larga misura, tecnocrati, ha formulato, suo compito politico fondamentale, una proposta. Dopo un necessariamente lungo negoziato, quella proposta è stata quasi totalmente accettata, con variazioni minime sulla distribuzione dei fondi. Il Consiglio Europeo, sicuramente un organismo democratico poiché composto dai capi di governo degli Stati-membri, i quali, dunque, hanno una maggioranza politica che li sostiene nei loro paesi, ha lungamente discusso, alla fine approvando senza nessun dissenso. Inoltre, è stata respinta la richiesta del Premier olandese Mark Rutte che voleva che i prossimi piani di ripresa dei singoli Stati fossero approvati dal Consiglio all’unanimità.
Come procedura decisionale l’unanimità non è assolutamente democratica. Da un lato, consente ad uno stato di esercitare enorme potere di ricatto nei confronti di tutti gli altri; dall’altro, implica che gli altri Stati sarebbero talvolta costretti a “comprare” quel voto con concessioni costose, privilegi, favoritismi sostanzialmente diseducativi. Si è, però, concesso ad uno Stato il potere di bloccare il programma di un altro Stato, freno di emergenza, ma l’ultima parola in materia di utilizzo dei fondi spetterà alla Commissione che ha la facoltà di decidere a maggioranza. Incidentalmente, in tutta la sua storia la Commissione e i Commissari si sono dimostrati i protagonisti più europeisti, tutti disposti a lavorare per fare avanzare il processo di unificazione politica dell’Europa. Fondi assegnati, programmi di utilizzo, valutazione complessiva del grado di successo conseguito nel tentativo di porre rimedio alle gravissime ferite economiche e sociali inferte dalla pandemia agli Stati e alla società europea saranno oggetto di discussione e di monitoraggio anche ad opera del Parlamento europeo. È giusto così poiché, anche se ci rammarichiamo di una partecipazione elettorale inadeguata, il Parlamento è il luogo della rappresentanza politica degli europei che produce informazioni, coadiuva l’attività della Commissione, approva il bilancio dell’Unione.
Il quadro complessivo è quello di istituzioni che sanno adempiere ai loro impegni, che riescono spesso ad andare oltre l’intergovernativismo, che hanno dimostrato di saper praticare la solidarietà e la cooperazione. Il sovranismo, ovvero la strategia per la quale ciascun Stato-membro cerca di strappare il massimo senza concedere nulla, ne esce sonoramente sconfitto. I sovranisti alzano la voce perché sono costretti ad abbassare la cresta. Gli europeisti sanno che l’opera è lunga, ma che è giusto godere il successo attuale che non sarà quello di una sola estate. Riguardatevi: l’Unione Europea è al vostro fianco.
Pubblicato il 20 luglio 2020 su paradoxaforum.com
Gli esami parlamentari non finiscono mai
La apparentemente grande effervescenza parlamentare di questi giorni è poco più di un segno dei tempi. Non deriva da una qualche riflessione approfondita su quali dovrebbero essere i rapporti fra governo e parlamento ai tempi del Covid che non è sparito, su come migliorare la qualità delle leggi e, per entrare nell’attualità, con quali criteri chiedere e distribuire gli ingenti fondi che la Commissione Europea ha assegnato all’Italia e quale posizione prendere sul referendum che intende bocciare la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. Di tanto in tanto persino i Presidenti delle Camere, ieri, la Presidente del Senato, lamentano la perdita di un potere che nessun Parlamento nelle democrazie parlamentari ha mai avuto: quello di fare, ovvero iniziare, le leggi e condurle fino all’approvazione. Per metterci subito su un terreno solido, in qualsiasi modo si giungerà all’elaborazione dei piani che l’Europa vuole per darci i fondi per la ripresa, sarà il governo, saranno i Ministri a scrivere i disegni di legge che preciseranno che cosa e quanto, a chi e in che modo verrà dato. Che non significa affatto “perdita di potere” del Parlamento e neppure dei singoli parlamentari, se sono competenti e preparati. Anzi, proprio valutando e controllando quanto il governo avrà inviato alle Commissioni parlamentari, deputati e senatori svolgeranno un compito di grande utilità, insostituibile. Naturalmente, dovrebbero farlo con rapidità, “presto e bene”, senza meline e ostruzionismi.
Chi si lamenta dell’eccesso di decreti legge con l’approvazione ottenuta dal governo a colpi di fiducia, fenomeno che dura da almeno quarant’anni, dovrebbe sapere che, qualche volta l’inadempienza è del governo, lento e pasticcione. Spesso, però, sono i ritardi dei parlamentari, i loro conflitti, i loro tentativi di strappare favori e risorse che obbligano il governo a decretare d’urgenza. Proprio per questa inarrestabile tendenza di non pochi parlamentari singoli, ma anche di alcune correnti di partiti non proprio coesi, affidare la progettazione “europea” ad una commissione bicamerale mi parrebbe un’operazione sostanzialmente rischiosa. Produrrebbe testi influenzati anche dalle lobby con i quali partiti e correnti intrattengono rapporti delicati di scambio: decisioni prese per ottenere aiuto nelle campagne elettorali. Sono scambi ai quali un governo avrebbe/ha maggiore forza per resistere anche poiché sa collocare i progetti in una prospettiva più ampia e più coerente. Non è possibile dire quanto complesso e impegnativo sarà il lavoro da fare per soddisfare i legittimi criteri stabiliti dall’Europa, ma, sicuramente, non è possibile pensare che meno parlamentari ci saranno più spedito e più efficace arriverà l’esito. Comunque, che i singoli parlamentari trovino anche un po’ di tempo per chiarire agli elettori perché sono pro o contro la riduzione del loro numero e come migliorerà o peggiorerà la rappresentanza politica è l’esame autunnale al quale nessuno dovrebbe sottrarsi.
Pubblicato AGL il 30 luglio 2020
Democrazia e leadership ai tempi del Covid #31luglio h18 Centro Studi “Fiorentino Sullo”
Venerdì 31 luglio alle ore 18, il Centro Studi “Fiorentino Sullo” discute di “Democrazia e leadership ai tempi del Covid” con Gianfranco Pasquino.
Torinese, laureatosi con Norberto Bobbio in Scienza politica e specializzatosi con Giovanni Sartori in Politica comparata, Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna.
Già direttore della rivista “il Mulino” e della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, di cui è stato uno dei fondatori, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a ed.).
Dal 1983 al 1996, è stato eletto tre volte Senatore della Repubblica italiana per la Sinistra Indipendente e per i Progressisti. I suoi libri più recenti sono L’Europa in trenta lezioni (2017), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019), Minima Politica (2020) e Italian Democracy. How it Works (2020).
Dal luglio 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei. Dal 2011 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana.
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Vi spiego perché Conte non ha intrapreso una deriva autoritaria. A lezione da Pasquino @formichenews
Fermo restando che l’aggettivo più appropriato alle molteplici derive italiane è confusionarie, altri molto diversi e molto più concreti sono i pericoli incombenti. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica
Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, un beneducato di talento (parafraso la non dimenticabile valutazione di Renzi, “un maleducato di talento”, scritta qualche tempo fa dall’allora Direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio De Bortoli) ha ancora una volta irretito il Parlamento italiano provocando grande irritazione in Matteo Salvini e Giorgia Meloni (e contenuta preoccupazione in alcuni Dem), chiedendo e ottenendo il prolungamento dei suoi poteri di emergenza fino al 15 ottobre. Poi, chi sa.
Grazie al suo talento e alla sua buona educazione Conte era già riuscito ad irretire il frugalissimo Mark Rutte, e dovremmo rallegrarcene. Ma, come ha saggiamente scritto (o lasciato capire fra le righe) l’Ecclesiaste, c’è un tempo per irretire e un tempo per agire. Il tempo per irretire si presenta spesso; quello per agire arriva e passa. Spesso è poco più di un attimo per l’appunto fuggente. Il primo tempo non può essere usato per irretire il secondo, ma deve, invece, saperlo preparare. Incidentalmente, neppure la sequenza di alcune, tre-quattro richieste, debitamente approvate dal Parlamento, dei poteri di emergenza, può giustificare l’eccitazione dei giuristi allarmisti. No, Conte non arriverà mai alla vetta dei pieni poteri rivendicati da Salvini (è sempre il caso di ricordarglielo al leader della Lega, aggiungendo che, a suo tempo, dalla furente costituzionalista Meloni non pervennero riserve, neppure velate). Non ricordo casi di fondatori di regimi autoritari una delle cui doti fosse la buona educazione. No, Conte non ha intrapreso nessuna deriva autoritaria.
Fermo restando che l’aggettivo più appropriato alle molteplici derive italiane è confusionarie, altri molto diversi e molto più concreti sono i pericoli incombenti. Come irretire gli appetiti dei parlamentari e dei numerosissimi gruppi di pressione, le famigerate lobby, che scalpitano per avere almeno una fetta della enorme torta di fondi europei? Sul punto, temo che il Conte non abbia le idee chiare e che le chiarissime idee delle lobby, Confindustria compresa, non siano propriamente né quello di cui il paese ha bisogno né quello che la Commissione Europea vorrebbe dall’Italia. Un programma di interventi precisi, circostanziati, con tempi, modi, costi, lungo le direttive ecologiche e digitali, per il lavoro e per la ricerca e, magari, anche per la sanità, è quanto bisogna elaborare. Solo parzialmente mi pare lo potrebbe fare il Parlamento nelle cui commissioni di merito pure ci sono donne e uomini competenti (ma la sintesi?). Una Commissione bicamerale, anche eventualmente presieduta da Renato Brunetta, correrebbe due rischi: spettacolarizzazione ad usum dei mass media e scambi impropri fra le diverse “parti” politiche.
Per molte buone ragioni deve essere il governo con i suoi ministri e con le loro burocrazie, che poi valuteremo anche con riferimento alle concrete prestazioni, a formulare il piano. Ad assumersene la responsabilità. A sottoporlo molto tempestivamente al Parlamento nelle molte sedi e nelle molte forme già disponibili. Vedremo allora se la buona educazione del Presidente del Consiglio si estende oltre la sua capacità di equilibrio, di coordinamento, di combinazione di esigenze e preferenze e arriva fino alla innovazione e alla decisione motivata sulle scelte possibili. Ci vuole talento.
Pubblicato il 29 luglio 2020 su formiche.net
Bienvenido Estado (de nuevo) @clarincom
Clarín La Europa que viene- 25 luglio 2020
El politólogo italiano solamente el Estado es capaz de movilizar los recursos económicos, médicos, culturales para una situación extrema como la del presente pandémico.
Algunos de nosotros, keynesianos impertérritos y socialdemócratas impenitentes, lo sabíamos y nunca lo olvidamos. Alguno incluso recordaba a Thomas Hobbes: el Estado nace para detener la “guerra de todos contra todos” creando un orden “justo” que salva las vidas (me repito deliberadamente) de los ciudadanos. Después de eso, el Estado puede, pero deben ser los ciudadanos los que lo deseen libre y reiteradamente, proveer también el bienestar de todos los ciudadanos: el Estado de bienestar. Los liberales primitivos y los neoliberales han negado todo esto y llevado descaradamente a muchos estados por el camino de la desregulación y la soberanía, a menudo arrastrando con ellos sectores del populismo.
El Covid-19 ha demostrado cruelmente que nadie se salva. Que los independentistas no pueden cerrarle las puertas al virus. Que los populistas no salvan a “su” pueblo. Por el contrario, que, burlándose de los expertos y de la ciencia médica, los populistas incluso exponen a todo el pueblo, al contagio del rebaño. No man is an island (ningún hombre es una isla) repetiría infinitamente el poeta John Donne, pero en el archipiélago de la globalización, de la epidemia para todos, de la pandemia, todos necesitamos respuestas colectivas. No obstante, independentistas y populistas dan respuestas egoístas y corporativas de validez inexistente, inadecuadas, contraproducentes.
Solamente el Estado, apoyado en la legitimidad de sus instituciones, en la legalidad de sus procedimientos y sus normas, en la responsabilidad bajo la cual operan los titulares del poder político, es capaz de movilizar los recursos económicos, médicos, culturales. Puede hacer el mejor uso posible de los conocimientos generales y específicos. Tiene la capacidad de responder a los requerimientos de los ciudadanos: qué reglas respetar, qué sacrificios exigir y compartir, qué bienes y recursos distribuir equitativamente a cada uno según sus necesidades y sus méritos. Sólo el Estado puede identificar los sectores que permitirán la recuperación económica, que relanzarán la cultura, que generarán nuevas y mejores solidaridades, que expresarán innovación, que institucionalizarán las innovaciones. La mano invisible del mercado funciona cuando los actores saben que alguien ha establecido reglas que sabe hacer cumplir, que alguien corta regularmente el nudo gordiano de los conflictos de intereses, que todo el mundo confía no sólo en el carnicero de Adam Smith, sino también en sus conciudadanos.
Dado que en un marco irresistible e irreversiblemente globalizado ningún desafío se detiene en las fronteras de un Estado, aunque se lo caracterice como superpotencia, sabemos que es en las organizaciones internacionales y supranacionales donde debemos depositar nuestra confianza. Las Naciones Unidas, la Organización Mundial del Comercio, la Organización Mundial de la Salud son agentes colectivos que, si bien en medio de grandes dificultades y obstáculos, persiguen el bienestar colectivo. Hemos aprendido, finalmente, lo que hace ochenta años inspiró la acción implacable y obstinada de Altiero Spinelli, que sólo una unión o al menos una coordinación estrecha y unida entre los Estados, que hoy se denomina Unión Europea, está en condiciones de dar respuestas adecuadas en situaciones de grandes crisis dramáticas y sorpresivas, que sus instituciones: el Parlamento, el Tribunal de Justicia de la Unión Europea, el Banco Central Europeo y la Comisión, lejos de tener un déficit democrático, interpretan las exigencias colectivas y tienen más posibilidades de satisfacerlas que cualquier estado nacional. Bienvenido de nuevo, Estado (del bienestar que reconstruiremos), Europa (el de nuestro destino).
©Gianfranco Pasquino. Traducción: Román García Azcárate. Pasquino es autor del libro “Bobbio y Sartori. Entender y cambiar la política” (2019), próximamente traducido por Eudeba.







