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Crimini e conversioni @HuffPostItalia

Il confinamento sociale si giustifica, ed è stato molto ampiamente accettato e praticato dai cittadini italiani, in base al principio che la nostra libertà di circolazione non deve creare rischi (di contagio) agli altri. È assunzione di responsabilità. Pagare il riscatto per qualsiasi persona rapita e addirittura rendere noto che questa è la “dottrina” italiana, significa assolvere dalla responsabilità le varie associazioni di cooperazione, i loro operatori e tutti coloro che in paesi notoriamente pericolosi mettono a rischio la loro persona, ma anche quella di altri. Indirettamente, in questo modo ne risultano incentivati i rapimenti nella suprema consapevolezza dei rapitori che il loro reato contro quella persona li arricchirà. Per di più, è molto probabile che i soldi ottenuti saranno usati per altri rapimenti, per accrescere il potere di quella banda rispetto ad altre, certamente non per opere di bene come quelle perseguite dalle associazioni di cooperazione. A sua volta, chi va in luoghi dove i rapimenti sono pratica diffusa dovrebbe essere consapevole del rischio che corre e delle conseguenze che non saranno positive neppure per quelle parti di popolazione che qualsiasi cooperante, laico o religioso, intenda aiutare, con qualsiasi motivazione prevalentemente altruistica (che non merita mai di essere sminuita né derisa).

Fra le motivazioni possono trovarsi anche credenze religiose di vario tipo che ciascuno dei cooperanti può nutrire a suo piacimento. Può scegliere di non avere nessun credo, ma anche di cambiarlo, di convertirsi. Nessuno può sapere quanti si convertano leggendo i testi sacri delle religioni monoteistiche. Nessuno può affermare con inspiegabile sicurezza che l’Islam è una religione di pace piuttosto che di guerra, e che esiste un’interpretazione moderata del Corano, che automaticamente e logicamente implica che ve ne sia anche una estremistica, radicale. Tuttavia, appare azzardato sostenere che siano “moderati” coloro che minacciano l’uccisione del rapito/a, minaccia spesso condotta alle sue estreme conseguenze, in caso di non pagamento del riscatto. Che la lettura del Corano suggerita (imposta?) dai rapitori serva a ispirare una conversione proprio al credo contenuto in quel libro che viene utilizzato per giustificare e più volte vantare comportamenti efferati fino alle uccisioni degli ostaggi, è alquanto azzardato, non facilmente comprensibile, questionabile, ma non automaticamente ridicolizzabile.

Naturalmente, nessuno è in grado di scrutare nel profondo dell’anima delle donne e degli uomini. Nessuno, se non i diretti interessati, è in grado di sapere quanto soffocante possa essere il senso di oppressione che attanaglia chi è ridotto in condizioni di subalternità assoluta. Non posso, però, esimermi dal rilevare che molti fenomeni e comportamenti dovrebbero essere sufficientemente conosciuti anche sulla base dei molti precedenti, conversioni comprese. Ne consegue che la dottrina italiana in materia di rapimenti e di riscatti va assolutamente rivisitata per evitare che i soldi italiani servano ai rapimenti e alle uccisioni di altre persone, a prescindere dalla loro nazionalità. Le considerazioni sulle conversioni non possono arrestarsi alla soglia di credenze, preferenze, esperienze intimamente personali. Debbono spingersi fino alle riflessioni sulle conseguenze per gli altri della legittimazione di azioni che, anche poste sotto l’insegna di credenze sacre, sono e rimangono criminose. Il resto è preferibile che sia silenzio.  

Pubblicato il 12 maggio 2020 su huffingtonpost.it

Seconda #intervista Come mettere in equilibrio economia e salute #ACEF Associazione Culturale Economia e Finanza

 

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QUI LA PRIMA INTERVISTA

QUI TUTTE LE INTERVISTE DEL PRESIDENTE ACEF – Associazione Culturale Economia e Finanza

 

La governabilità fra 10, Downing Street e Westminster #recensione Storia costituzionale del Regno Unito attraverso i Primi ministri

Alessandro Torre, Storia costituzionale del Regno Unito attraverso i Primi ministri, (Milano, Wolters Kluwer, 2020)

Ho sempre pensato e regolarmente insegnato che il Primo ministro inglese è il capo di governo più “forte” di tutti regimi democratici, comprese le repubbliche presidenziali. Più forte perché è in grado di tradurre le promesse elettorali sue e del suo partito con la massima fedeltà in politiche pubbliche, poiché è effettivamente, come ha scritto Max Weber, il “dittatore del campo di battaglia parlamentare” e dal Parlamento e con il Parlamento guida il suo paese. Almeno a partire dall’inizio del secolo scorso, è davvero forte perché diventa Primo ministro chi è capo del partito che ha (conquistato) la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Ciascuno dei parlamentari di maggioranza è ampiamente consapevole che se il “suo” governo funziona in maniera apprezzabile, le sue chances di essere rieletto rimarranno (molto) buone. Quindi, quel parlamentare sosterrà il governo e il Primo ministro nell’attuazione del programma, della party platform, che il suo partito ha presentato agli elettori ritenendo, per lo più correttamente, che gli elettori abbiano dato loro il mandato di attuarlo. Pertanto, il Primo ministro, il suo Cabinet composto dai senior Ministers, la sua compagine di governo, i parlamentari del partito di maggioranza hanno non soltanto il diritto istituzionale di tradurre le promesse elettorali in politiche pubbliche. Hanno anche il dovere politico di farlo. Dal canto loro, i parlamentari di maggioranza hanno la facoltà di dissentire esclusivamente su materie che attengono a loro profondi convincimenti (ma anche alle preferenze, almeno come le conoscono, proprio del loro collegio) che debbono, ogniqualvolta appaia necessario, giustificare e spiegare ai colleghi parlamentari, al Primo ministro e, naturalmente, agli elettori, in particolare, ma non soltanto, a quelli del loro collegio. I parlamentari di maggioranza sono tenuti ad accettare, con più o meno preoccupazione, lo scioglimento della Camera quando lo deciderà il Primo ministro poiché ritengono e sperano che il Primo ministro abbia fatto bene i suoi conti, con riferimento all’attuazione/esaurimento del programma, alla popolarità del governo, ai sondaggi. Tutto questo nella sua talvolta ingannevole linearità e nei molteplici elementi di discrezionalità, mi è sempre apparso affascinante. Coerentemente, ho pensato che imporre per legge che la legislatura durasse cinque anni, come fece la coalizione Conservatori-LiberalDemocratici all’inizio della loro fase di governo nel 2010, significasse un irrigidimento dannoso contro una prassi che garantiva invece positiva flessibilità (alla quale, in parte, sono già tornati).

Questo modello costituzionale inglese che ho descritto a grandi linee è in larga misura non imitabile. Tuttavia, è stato esportato e ha finora funzionato più che soddisfacentemente laddove esiste una cultura politica “anglosassone”: Australia, Canada, Nuova Zelanda e in alcuni paesi dei Caraibi. Si è sviluppato nel tempo anche, forse, soprattutto, accompagnando l’evoluzione della figura del Primo ministro che è, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, centrale e cruciale. Pertanto, apprezzo molto l’idea portante di quanto ha organizzato e inteso fare Alessandro Torre in un densissimo importante volume: ripercorrere la Storia costituzionale del Regno Unito attraverso i Primi ministri (Milano, Wolters Kluwer, 2020). Ne è risultata un’opera straordinaria che consta di 1210 pagine di cui non esiste l’eguale nella letteratura in materia. È una storia lunga che Torre fa cominciare con Robert Walpole, intitolando il capitolo da lui stesso scritto “Nascita e formazione di un Primo ministro”. Walpole è stato colui che plasmò la carica da lui ottenuta anche grazie al fatto che la occupò per ben ventuno anni, dal 1721 al 1742, più di qualunque altro Primo ministro dopo di lui. Finora di Primi ministri ce ne sono stati, in tutto, cinquantacinque. I lettori e gli autori mi scuseranno, dunque, se non recensirò/discuterò approfonditamente nessuno dei capitoli, cercando, invece, di mettere in rilievo i punti nodali e le trasformazioni intervenute nel tempo, mirando a dare un senso alla storia complessiva.

In parte, l’operazione cui mi accingo è svolta efficacemente da Angus Hawkins nella sua introduzione intitolata The Office of Prime Minister. È una storia che si dipana nell’ambito di una Costituzione che è “scritta”, sostiene Hawkins, ma “non codificata”. La si trova in qualche modo scritta nelle tradizioni, nei precedenti, nelle sentenze della magistratura, negli Atti del Parlamento, nonché, naturalmente, nei comportamenti dei Primi ministri. Esiste un consenso abbastanza ampio fra gli studiosi del Primo ministro che, in effetti, la carica è, nelle parole di Herbert Henry Asquith, Primo ministro liberale dal 1908 al 1916 (l’apposito capitolo è opera di Paola Piciacchia), “quello che il suo detentore sceglie ed è capace di farne”. Questa affermazione, da un lato, suggerisce che il Primo ministro ha una grande discrezionalità nella sua interpretazione del ruolo; dall’altro, scoraggia dal tentare una comparazione fra i 55 Primi ministri presentati nel libro. Personalmente, sono, in larga misura, d’accordo con l’esistenza di notevoli opportunità per il Primo ministro di esercitare il suo ruolo, ma è innegabile che esistano dei limiti, delle costrizioni, delle restrizioni e che, nel corso del tempo, vi siano stati cambiamenti significativi a cominciare dal contesto. Il declino del potere della monarchia è uno di questi cambiamenti “epocali”. La comparsa di partiti organizzati è il secondo cambiamento, mentre il terzo discende dall’aumento dell’importanza dei mass media, della comunicazione politica. Le difficoltà della comparazione non mi scoraggiano, ma certo costituiscono una sfida che accetto sapendo, però, che è possibile fare molto di più.

Noterò criticamente che il curatore avrebbe dovuto chiedere agli autori di offrire in maniera sistematica alcuni dati aderendo ad un template. Mi limito ad alcuni esempi: età di elezione alla camera dei Comuni; età di ascesa alla carica di Primo ministro; durata in carica. Tutti i primi ministri sono stati parlamentari, per lo più alla Camera dei Comuni. Nel caso di Douglas Home, 1963-1964 (capitolo di Giulia Aravantinou Leonidi) dovette rinunciare al titolo di Lord. Tutti i Primi ministri hanno ricoperto la carica di Ministro prima di diventare l’inquilino di 10 Downing Street, ad eccezione di Tony Blair (1997-2007, dal 1983, anno della sua prima elezione, il Labour Party fu confinato all’opposizione fino alla sua vittoria nel 1997), quindi, giungevano a guidare il governo almeno relativamente preparati. Tutti o quasi, ma qui azzardo, erano i capi dei rispettivi partiti. Non più di un quarto di loro ha guidato più governi. Credo sia giusto menzionare i più famosi Pitt il Giovane, 1783-1801, 1804-1806 (capitolo di Marina Calamo Specchia); Henry John Temple, più noto come Lord Palmerston, 1855-1858, 1859-1865; Benjamin Disraeli, 1868, 1874-1880 (capitolo di Miryam Jacometti); William Gladstone 1868-1874, 1880-1885, 1886, 1892-1894 (capitolo di Claudio Martinelli); Stanley Baldwin, 1923-1924, 1924-1929, 1935-1937 (capitolo di Davide Rossi); Winston Churchill, 1940-1945, 1951-1955 (capitolo di Carlo Fusaro); Harold Wilson, 1964-1970, 1974-1976 (capitolo di Francesca Rosa), fino ai casi molto noti di Margaret Thatcher, 1979.1983, 1983-1987, 1987-1990 (capitolo di Ginevra Cerrina Feroni) e Tony Blair, 1997-2001, 2001-2005, 2005-2007 ( capitolo di Francesco Clementi). Da questo elenco trarrei una sola conclusione che mi sembra abbastanza fondata e plausibile. A periodi di continuità nella carica fanno seguito periodi nei quali i Primi ministri cambiano spesso. Questi cambiamenti sono, ovviamente, dovuti ai risultati elettorali, ma spesso il cattivo esito delle elezioni è anche il prodotto delle divisioni/lacerazioni all’interno dei singoli partiti.

Leggendo i vari profili mi sono spesso chiesto se non fosse utile cercare di giungere ad una valutazione complessiva dei Primi ministri. Wikipedia mi ha offerto una pluralità di fonti e di tabelle. Ne esiste anche una contenente la valutazione di tutti i Primi ministri a partire da Walpole. Ho preferito guardare ai Primi ministri del dopoguerra e alla Tabella costruita nel 2016 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Leeds sulla base delle risposte di 82 docenti britannici specialisti di storia e politica inglese nel secondo dopoguerra. La Tabella non richiede una interpretazione raffinata, ma è importante segnalare come il primo posto sia occupato dal laburista Clement Attlee che guidò un solo governo, avendo sconfitto Winston Churchill, pure l’artefice della vittoriosa resistenza contro Hitler. Nel sottotitolo del suo capitolo dedicato a Attlee, Salvatore Bonfiglio lo definisce The “Unorthodox”. Mi pare ci sia molto di più: una carriera politica, doti di negoziatore e persuasore, capacità di fare funzionare il Gabinetto, l’attuazione di un programma di respiro, ricostruzione e trasformazione. La classifica degli studiosi riconosce in Attlee non solo il miglior Primo ministro del dopoguerra, ma un grande uomo politico.

Concludo facendo riferimento alle riflessioni di George W. Jones contenute in una conferenza del 2014 e pubblicate come conclusione del volume. Sono riflessioni dedicate in senso lato al problema della crescita dei poteri del Primo ministro, della cosiddetta più o meno intenzionale “presidenzializzazione” della sua carica, del suo ruolo. Sono riflessioni sagge e ricche di sfumature che sottolineano come il ruolo e il potere del Primo ministro inglese siano fluttuanti, dipendano dal contesto, dagli eventi, dalla popolarità e dalla composizione del governo, dal grado di successo o no delle politiche, dall’atteggiamento dei suoi ministri. Mettono in fortissimo dubbio che altrove, per esempio, in Italia dove se ne è dissennatamente e forsennatamente discusso, sia possibile costruire con qualche riformetta elettorale e qualche aggiuntina di poteri un Premierato “forte”. Implicitamente respingendo la tesi della presidenzializzazione, Jones conclude che “al di sopra di tutto il Primo ministro risulta potente tanto quanto lo lasciano essere i colleghi di governo”. È la lezione da apprendere dai duecentocinquanta anni di questa utile e efficace storia costituzionale del Regno Unito attraverso i suoi protagonisti: i Primi ministri.

Pubblicato il 9 maggio 2020 su casadellacultura.it

È giunta l’ora di ripensare cos’è la libertà @fattoquotidiano

La pandemia, con la necessità di porre dei limiti alle libertà personali, obbliga tutti, a cominciare dai politici, che dovranno decidere che cosa, come, quanto, ai giuristi, ai filosofi, agli scienziati della politica, a ripensare al significato di libertà e alla realtà della/e libertà nel mondo contemporaneo. Non possiamo accontentarci della pure feconda, ma anche controversa, distinzione effettuata da Isaiah Berlin fra libertà “da” e libertà “di”. Certo, è importante essere liberi da impedimenti e da interferenze che vengano dallo Stato, dai detentori del potere politico, da chiunque abbia risorse tali da influenzarci in maniera notevole e sgradevole. Proprio se e quando riusciamo a sfuggire alle influenze esterne siamo liberi di agire e di fare. Allora, ci troveremo in condizione di perseguire i fini che desideriamo, di appagare le nostre preferenze. Quelle libertà individuali sono essenziali.

Tuttavia, abbiamo imparato da Thomas Hobbes che quando tutti tentano di ottenere quello che desiderano senza osservare nessuna regola finiscono inesorabilmente per scontrarsi producendo la grave situazione del bellum omnium contra omnes. L’ordine, prodromo di esiti autoritari, dovrà essere e verrà imposto dall’alto a meno che si pervenga ad una condivisione di regole accettate da tutti o quasi. L’ordine politico, premessa della democrazia e sua positiva conseguenza, implica che tutti rispettino le libertà altrui e che nessuno eserciti la sua libertà a scapito di quella degli altri. Forse, il pensiero politico non si è esercitato a sufficienza sui limiti reciproci della libertà.

La riflessione che ho svolto, finora molto carente in Italia, è indispensabile per passare ai casi pratici, a cominciare dalla libertà di circolazione che, riconosciuta nell’art. 16 della Costituzione italiana, è stata fortemente circoscritta dai decreti del Presidente del Consiglio. L’articolo afferma che la circolazione è libera “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. Quindi, gli interventi limitati possono (debbono?) essere sanati da una legge successiva. Più concretamente, a suo sostegno e giustificazione, il governo deve argomentare che la libertà dei cittadini di circolare sul territorio nazionale, di uscirne e di rientrarvi trova un limite oggettivo nel diritto alla salute qualora esista una ragionevole preoccupazione che i cittadini circolanti siano portatori di malattie. Allo stesso modo e per ragioni simili, possono essere sospesi il diritto di riunione (art. 17) e il diritto di esercitare “in pubblico il culto” (art. 19). Tutti questi sono diritti che definirei sociali. Trovano presenza, protezione e promozione nell’ambito della società, nella socialità.

Se, come pare opportuno e acquisito, attribuiamo allo Stato il compito di proteggere la vita e di promuovere il benessere dei cittadini, allora ne consegue che il governo deve essere in grado di predisporre e di fare osservare le misure necessarie ai compiti primari. Potremo giustamente discutere il contenuto e i dettagli di queste misure (ad esempio, la definizione dei congiunti e il numero massimo di partecipanti ai funerali) chiedendo che il governo offra motivazioni specifiche e precise. Fra queste misure non può non essere collocato il ricorso al contact tracing (rin-tracciabilità dei movimenti e degli incontri) che richiede una trattazione specifica, ma i cui criteri irrinunciabili sono volontarietà, provvisorietà, temporaneità (ovvero la certezza che i dati raccolti saranno rapidamente distrutti dopo l’uso al quale erano stati destinati).

Primum vivere deinde philosophari, ma filosofeggiare sulle libertà nel mondo interdipendente significa andare ripetutamente, ostinatamente alla ricerca dei più accettabili punti di equilibrio fra le libertà dei cittadini. Niente di meno niente di più niente di diverso. Il diavolo potrà anche annidarsi nei dettagli, ma, forse, dobbiamo temere di più i diavoli che fanno un uso spregiudicato dei dettagli con l’intento di oscurare the big picture, il quadro complessivo: una pandemia che colpisce tutti e tutti mette e mantiene in pericolo.

Pubblicato il 8 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Il gioco duro della Corte Costituzionale tedesca #Karlsruhe

Da qualsiasi parte la si giri e la si guarda, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca è una brutta roba. Dichiarando sostanzialmente illegale l’acquisto di bond da parte della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, incide pesantemente sui poteri e sui comportamenti sia della Corte di Giustizia Europea (CGE) sia, per l’appunto, su quello che potrebbe/potrà fare la Banca Centrale oggi guidata da Christine Lagarde. Non tenendo in nessun conto il giudizio della Corte Europea, la Corte Costituzionale tedesca fa fare un lungo passo indietro al processo di integrazione fra gli Stati-membri dell’Unione che la CGE ha sempre assecondato con le sue sentenze di stampo coerentemente europeo. Se altre Corti Costituzionali seguissero la sentenza tedesca di “diritto europeo” non si potrebbe più in nessun modo parlare. La Banca Centrale Europea dovrà rispondere alle obiezioni della sentenza tedesca e certamente lo farà giustificando le modalità con le quali Draghi aveva attuato il programma noto come quantitative easing. Però, anche una ottima, e possibile, giustificazione potrebbe non essere sufficientemente poiché la sentenza della Corte tedesca è diretta ad impedire alla Bundesbank di partecipare al programma di Quantitative Easing e di conseguenze a programmi simili che la Banca Europea intenda mettere in campo per contrastare l’emergenza del Covid-19. Anche in questo caso, il precedente avrebbe conseguenze gravissime se fosse invocato anche da altre banche centrali. All’entrata a gamba tesissima della Corte Costituzionale tedesca nel campo di gioco europeo, molti sono i giocatori che debbono attivarsi se vogliono preservare non solo le possibilità di una risposta condivisa e efficace al Civid-19, ma anche quella di interventi futuri della Banca Centrale. Al momento, non mi pare che la sentenza tedesca sia stata colta in tutta la sua portata di estrema gravità. Forse per rassicurarci, il ministro dell’Economia Gualtieri ha detto che non cambia nulla. Temo, al contrario, che possa e debba cambiare molto. Il senso del cambiamento sarà notevolmente negativo se la Banca Centrale sarà costretta a limitarsi nell’ampiezza dei suoi interventi e la Bundesbank si ritrarrà in tutto o in parte. Il senso del cambiamento potrà risultare positivo se verrà riaffermato il ruolo superiore della Corte di Giustizia Europea e se la Commissione Europea e il Consiglio dei capi di Stato e di governo riusciranno ad adottare rapidamente gli emendamenti necessari ai Trattati. Purtroppo, la procedura è lunga e richiede l’unanimità nel Consiglio.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2020

Retroscenisti e onorevoli: responsabili?

Qualche retroscenista, che cerca ostinatamente di indebolire il governo Conte, resuscita i “responsabili”. Non hanno vincolo di mandato. Decideranno loro se e come impegnarsi a salvare sia il governo sia la legislatura per mantenere, legittimamente, il loro seggio parlamentare. Esiste un legame insopprimibile fra legge elettorale e rappresentanza politica cosicché, a causa della pessima legge elettorale del renziano Rosato, a nessuno dei Responsabili sarà possibile, nel bene e nel male, conoscere, oggi e domani, come gli elettori valutano i loro comportamenti.

 

 

 

 

Chi può essere così stupido da fare una crisi di governo? #Intervista @fattoquotidiano

È ridicolo accusare Conte di una svolta autoritaria. Ed è folle pensare di sostituirlo durante la pandemia

Intervista raccolta da Tommaso Rodano

“Non andrà tutto bene e non torneremo come prima”. Gianfranco Pasquino si muove tra un ragionamento e l’altro con ampio ricorso all’ironia. Non è appassionato della retorica anti-virus, sorride degli slogan di questi giorni. “Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio”.

C’è chi accusa il governo di calpestare le garanzie costituzionali. Cito Matteo Renzi; “Nemmeno durante il terrorismo abbiamo derogato così tanto alla Costituzione”. Concorda?

Scriva che la risposta inizia così:. Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità.

Secondo lei Conte non ha commesso nessuna forzatura?

Chi sa interpretare la Costituzione spiega questo: ci sono delle azioni che stanno dentro la Carta, altre che sono fuori dalla carta (ma senza arrecarle danno) e altre ancora che invece le vanno contro. Nel peggiore dei casi -e io non concordo con questa tesi- i decreti del Presidente del Consiglio possono essere considerati extra-costituzionali. Peraltro i DPCM sono stati raccolti in un testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento. Siamo seri: è incredibile pensare davvero che Conte stia scivolando verso una deriva autoritaria.

Riconoscerà che c’è un aumento del controllo e della pressione dello Stato sulle libertà individuali. Non la preoccupa?

Penso che sia sempre legittimo preoccuparsi delle proprie libertà, ma credo pure che si debbano considerare le libertà degli altri. Il limite è sempre quello: posso rivendicare il mio diritto a circolare liberamente se mette in pericolo il diritto alla salute di chi mi sta vicino? Le scelte del governo mi paiono giustificate e giustificabili.

Sono anche giuste, oltre che giustificabili?

Alcune cose si potevano fare meglio. Alcune decisioni potevano essere modulate in modo diverso. Ma sarebbe servita una grandissima capacità, che temo la burocrazia italiana non abbia. Vista la gravità della situazione, meglio essere più rigidi piuttosto che più flessibili.

Almeno sulla comunicazione il governo poteva lavorare meglio, non crede?

Avrei preferito che il Presidente del Consiglio comunicasse meno, e magari in orari più consoni. Nel complesso però il tono di Conte mi è parso buono: è sfuggito sia alla retorica dell’esagerazione sia al vittimismo di spostare la responsabilità su altri. E poi mi chiedo: qualcun altro ha comunicato meglio di Conte? O avrebbe potuto comunicare meglio?

Salvini ha “occupato” il Parlamento.

Segno di un nervosismo clamoroso. Era stato beffato dal flash mob della Meloni, ha dovuto alzare l’asticella, ma non mi pare un gran gesto. La sua macchina della comunicazione ha perso originalità, è capace solo di una propaganda aggressiva. In questa situazione invece servono empatia e condivisione del dolore. Non si guadagna consenso attaccando il governo.

Ne è così sicuro? Nei retroscena dei quotidiani è un gran scrivere di “unità nazionale”, un governo nuovo per sostituire Conte. Non ci crede?

Io non metto in dubbio che ci sia qualcuno che ritenga necessario sostituire Conte. Però penso che sbagli. Il premier ha un indice di gradimento molto alto, non è facile nemmeno immaginare una figura di quel genere, ha dimostrato capacità notevoli in questa fase. E poi attenzione: sostituire Conte significa aprire una crisi di governo. Chi può essere così stupido da provocare una crisi di governo nel pieno di un’emergenza tremenda?

Sono sicuro che qualcuno le viene in mente

Ma ci sono delle difficoltà che è impossibile ignorare. Una nuova maggioranza deve passare attraverso il Movimento Cinque Stelle. E i grillini non sono disponibili a sostituire Conte. In questa fase evocare la crisi è un discorso pazzesco che possono permettersi solo alcuni editorialisti e commentatori che non sanno scrivere di altro.

Sta di fatto che si parla e si scrive tanto di Mario Draghi

La figura di Draghi pesa: ha statura, visibilità, competenza. Io lo conosco personalmente, almeno un po’, e non mi pare proprio che abbia l’ambizione di essere preso da qualcuno e piazzato a Palazzo Chigi.

Però il suo intervento nel dibattito sulla crisi è stato significativo. E non ha mai smentito queste voci.

Il suo articolo sul Financial Times serviva -e in parte c’è riuscito- a orientare la politica della Commissione europea. Poi sono convinto che non smentisca le voci su di lui perché non vuole alimentare con il chiacchiericcio politico: sta zitto perché non vuole essere coinvolto. E credo sappia benissimo che guidare un paese è molto diverso da amministrare una banca centrale. Non lo vedo premier ora ma potrebbe essere un eccellente candidato alla presidenza della Repubblica nel 2022. La sua figura avrebbe un peso nel quadro europeo.

La politica è diventata subalterna di tecnici e scienziati?

No. È diventata consapevole di una verità importante: le competenze scientifiche sono irrinunciabili perché i politici facciano scelte corrette. Se i tecnici e gli scienziati sono bravi, il loro lavoro è fondamentale per indicare il costo di una scelta pubblica. È un passo avanti, non una rinuncia all’autonomia.

Pubblicato il 4 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Le conseguenze dell’emergenza #coronavirus, la credibilità del #Governo, l’ipotesi di unità nazionale, la popolarità di #Salvini, la solidarietà europea #intervista @RadioRadicale

Intervista a Gianfranco Pasquino su politica del governo e unità nazionale realizzata da Claudio Landi registrata lunedì 4 maggio 2020
La registrazione audio ha una durata di 8 minuti

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Essere più buoni (e più costituzionali) ai tempi di Covid-19 @formichenews

Tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. E allora, sull’emergenza, potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando alle Camere il compito di precisare, limare, eventualmente migliorare.

Trovo molto fastidiosa la pretesa di alcuni, giuristi e giornalisti, di qualificarsi come più buoni, più rispettosi della Costituzione, più protettori delle libertà dei cittadini e dunque più autorizzati, anzi, i soli autorizzati a criticare il governo e, in particolare, il Presidente del Consiglio. La maggior parte delle critiche sono pretestuose, politicamente (im)motivate e, infine, diseducative. Due sono i punti più discutibili: i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e la (eventuale) limitazione delle libertà personali.

Con i DPCM il “cattivo” Conte avrebbe imposto la sua linea “a prescindere”, secondo alcuni fuoriuscendo dalla Costituzione, secondo altri andando contro la Costituzione, ma, evidentemente, con il sostegno della “sua” maggioranza. Poiché continuo a credere che il custode della Costituzione è il Presidente della Repubblica, ritengo il silenzio di Mattarella assolutamente eloquente. So anche che da Palazzo Chigi al Quirinale funzionano linee telefoniche, c’è anche, come si dice, una “batteria” e, dunque, sono certo che le due autorità si sono confrontate. Tralascio tutto il discorso sui decreti, che dovrebbero essere emanati soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art.77) quando è arcinoto che entrambi i requisiti sono sistematicamente violati, l’urgenza essendo spesso procurata. Ma, scrive giustamente Vincenzo Lippolis, “le norme costituzionali vanno interpretate con riferimento al contesto” cosicché mi pare lecito aggiungere e sottolineare che i DPCM si giustificano pienamente proprio con riferimento al contesto.

Giuristi e giornalisti hanno lamentato la compressione del Parlamento, la sua emarginazione, il suo mancato funzionamento. Credo che il Presidente della Camera Roberto Fico abbia già risposto soddisfacentemente. Rilevo che il Parlamento italiano oggi è un’istituzione nella quale stanno uomini e donne di partito malamente eletti da una pessima legge elettorale che li rende dipendenti da chi li ha candidati: capipartito e capicorrente (con aiutini da parte di qualche lobby). Sono loro a non fare funzionare il Parlamento, non il Presidente del Consiglio. Infatti, “un Parlamento che non vuole essere emarginato ha tutte le possibilità per chiamare il governo a spiegare la sua linea d’azione e a controllare il suo operato” (Lippolis).

A maggior ragione il Parlamento dovrebbe chiamare il governo a rispondere nei casi in cui ravvisi violazioni delle libertà e dei diritti. Qui entrano in campo anche i filosofi e i sociologi. Davvero la libertà di circolazione è un diritto assoluto? Quando la libertà di circolazione incide sul mio (e vostro) diritto alla salute, non potrebbe/dovrebbe essere limitata, circoscritta, anche con un’apposita tecnologia? È possibile suggerire come punto di partenza quantomeno che tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. Potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando al parlamento di precisare, limare, eventualmente migliorare. John Locke suggerirebbe un elenco che vede al primo posto la vita, poi, la proprietà, al terzo posto la libertà. Lo interpreto flessibilmente. Se non c’è vita (quindi la salute), la proprietà non serve a nulla, ma come si può esercitare la libertà senza il possesso di un minimo di risorse personali? Ecco, forse, proprio questo Primo Maggio è più appropriato di altri a farci riflettere senza formalismi e garbugli sull’elenco (e le priorità che mi paiono attualissime) di Locke.

Pubblicato il 1° maggio 2020 su formiche.net

Coscienza di classe, da remoto #FormicheRivista #Orwell2020 @formichenews

Da Rivista Formiche n. 158/maggio 2020 Orwell 2020, il virus della sorveglianza, pp. 54-55

 

Niente tornerà come prima. Molto rischia di essere peggio di prima. Dall’uomo di Aristotele, animale politico, poiché viveva con altri uomini (e donne) nella polis, ai simposi romani nei quali si gozzovigliava insieme, dall’ecclesia, comunione di persone, di credenze, di speranze, ai salotti illuministi, dagli americani osservati da Tocqueville che si associavano ogniqualvolta dovessero risolvere un problema, alle rumorose birrerie bavaresi dove si lanciavano putsch, dagli amici e colleghi di via Panisperna e oltre (lascio deliberatamente incompleto questo elenco), uomini e donne hanno sempre, nel bene e nel male, cercato di rapportarsi reciprocamente. L’arte di associarsi ha accompagnato la civilizzazione e civilizzato la politica, ha fatto uscire dalla condizione di homo homini lupus, e di foemina foeminae lupior. Ha costruito comunità nelle quali (quasi) tutti sono consapevoli della loro interdipendenza e molti sanno che la fiducia reciproca è una componente essenziale del capitale sociale che arricchisce tanto la comunità quanto i singoli.

Quella fiducia si crea nelle interazioni fra persone, negli approcci e nelle conversazioni. Con gli avvicinamenti si intessono rapporti. Il distanziamento sociale, che nasce dal timore che gli altri siano portatori di pericoli, inevitabilmente conduce alla diffidenza, al sospetto, alla disintegrazione sociale e politica. Qualcuno potrà anche vantarsi di avere contenuto possibili catastrofi economiche attraverso forme di smart working, peraltro, non estensibili a tutte le attività. Certo, lo smart working non creerà coscienza di classe, ma neppure sentimenti e orgogli di appartenenza. Altri si rallegreranno della capacità di docenti e studenti di proseguire le lezioni online. Non ne seguirà mai quella identità di gruppo che si formò negli anni Venti e Trenta fra classi diverse, ma con gli stessi professori, al Liceo D’Azeglio di Torino. E nessuno avrà più il privilegio, che traggo dai mie personali ricordi, dei seminari all’Istituto di Scienze Politiche di Torino, condotti da Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d’Entrèves. Quando gli sguardi d’intesa, di perplessità, di desiderio di saperne di più si incrociavano fra gli studenti e fra loro e i docenti. Ovvieremo con qualche piattaforma, semplice da usare, alle rumorose riunioni nelle quali si progettano i fascicoli di Formiche e la newsletter? La sera andremo in Via Veneto oppure ci parleremo attraverso Skype? Compreremo libri da Amazon dopo averne letto una stringata scheda grazie a Google oppure avremmo preferito discuterne con il libraio e magari con qualche amico/a al bar? Come faremo in quei pomeriggi troppi lunghi e azzurri sapendo che sì, il prete per chiacchierar ci sarebbe pure, ma è impegnato a dire messa per i parrocchiani che si sono abituati a “riceverla” a casa, sul loro divano, inginocchiati sul loro tappeto?

“There is no such thing as society” affermò perentoriamente il Primo Ministro Margaret Thatcher (peccato che John Locke non riuscì a replicare a causa della sua scarsissima dimestichezza con il computer). Medici, infermieri, personale sanitario di tutte le qualifiche e le mansioni dimostrano, invece, che ci sono donne e uomini che hanno senso sociale, del dovere verso gli altri, che ci credono. Abbiamo già iniziato a cercare di sostituirli con allegri robottini meno fragili emotivamente, forse meno costosi, ma anche più efficienti? Ma la carezza affettuosa, l’ultimo sguardo come saranno trasmessi? Dobbiamo essere preoccupati sia da coloro che ripetono che tutto tornerà come prima sia, forse più, da coloro che pensano di andare oltre grazie alla tecnologia applicata come se fosse sostitutiva dei rapporti fra persone e superiore alle (nostre) capacità di apprendere, di cambiare, di creare una società migliore nella quale ciascuno di noi guardando negli occhi gli altri li tratterà come fini e non come mezzi e in quegli occhi vedrà fiducia e reciprocità. Tutto da (ri)costruire.