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Coerenza, vo cercando ch’è sì cara…
Dove sta la linea divisoria fra coerenza e opportunismo? Ho sempre pensato che i due grandi paesi anglosassoni, capostipiti, rispettivamente delle Repubbliche presidenziali e delle democrazie parlamentari, offrissero gli esempi migliori della coerenza in politica, di politici coerenti che maturano una posizione, la mantengono nelle avversità, ne accettano la totale responsabilità. Di recente, ho visto queste qualità in Robert Kennedy e in John McCain, ma anche, pur ritenendo le sue politiche sbagliate, in Margaret Thatcher (troppo facile citare Winston Churchill). Poi, brutto segno dei tempi, sulla scena politica USA ha fatto irruzione Donald Trump e, più di recente, sulla scena londinese si è affermato Boris Johnson. Entrambi esemplari di opportunismo, che non definirò mai “puro”, per i quali l’unica coerenza è la ricerca del potere, la soddisfazione del narcisismo, lo sberleffo.
La politica, l’ho imparato da tempo, è l’arte di costruire le condizioni del possibile, pongo l’enfasi sul verbo costruire, quindi di afferrare le opportunità, di utilizzarle, piegarle, indirizzarle. Chi si chiama fuori è perduto. Chi è senza una bussola di valori ondeggia, oscilla, diventa preda di altri. C’è un solo modo, weberiano, di chiamarsi fuori rimanendo coerenti: accettare la sconfitta e ricominciare da capo. Senza sostenere di avere comunque avuto ragione e che i tempi non erano maturi. Sono sempre stato in disaccordo con l’affermazione che si meritano la sconfitta coloro che hanno ragione in anticipo sui tempi, troppo presto sostengono gli opportunisti. Non ritengo affatto geniali i comportamenti di coloro che contraddicono platealmente quanto hanno affermato poco tempo prima senza neppure curarsi di offrire una spiegazione. Neppure l’affermazione che solo le persone stupide non adattano i loro comportamenti alle mutate situazioni mi ha mai convinto pienamente. Certo, cambiare i comportamenti è possibile e spesso auspicabile, ma lo si deve fare riconoscendo gli errori insiti nei comportamenti precedenti, magari chiarendo le motivazioni dei comportamenti sbagliati e quelle dei nuovi comportamenti.
Non sono in grado di valutare le ragioni (non può essere quella da lui addotta “sterilizzare l’aumento dell’IVA”, sarebbe banale e preoccupante per povertà di visione) che hanno spinto Matteo Renzi a chiedere quel governo con le Cinque Stelle che lui aveva fermamente rigettato dopo la sua pesante sconfitta elettorale del marzo 2018. Qui, non scenderò in nessun particolare poiché in quanto a coerenza anche il gruppo dirigente delle Cinque Stelle ha molto su cui riflettere. Invece, il Presidente del Consiglio Conte, attraverso errori e ripensamenti e soprattutto apprendimenti accelerati, sembra essere riuscito a capire e a fare capire come sono maturate le sue posizioni che ne giustificano la permanenza a Palazzo Chigi seppure con una compagine governativa molto diversa, oppure proprio per questo.
Adesso, il discorso sulla coerenza si sposta sulle politiche del governo e soprattutto sui rapporti con l’Unione Europea. Coerenza è mantenere gli impegni presi dall’Italia, molti dei quali si trovano nei Trattati, in particolare in quello di Lisbona. Coerenza è credibilità delle posizioni che i Ministri italiani prenderanno e delle responsabilità che si assumeranno. Coerenza, infine, è spiegare agli italiani che il problema non è riacquisire quella sovranità che condividiamo con gli altri stati-membri dell’Unione, ma procedere e approfondire affinché diventi presto possibile sentirsi e essere al tempo stesso concretamente italiani e europei-europei perché italiani. Allora coerenza è insegnare l’educazione civica in chiave di patriottismo europeo e praticarla nella speranza che gli operatori dei massa media sappiano (e vogliano) “narrarla” senza stravolgimenti. Amen.
Pubblicato il su paradoxaforum.com
A Gianfranco Pasquino il premio Isaiah Berlin 2019 #UniGe #UniGenova #premioBerlin #premioIsaiahBerlin #CISI @UniGenova
L’Università di Genova, con il Centro Internazionale di Studi Italiani presieduto dal prof. Roberto Sinigaglia, conferisce il Premio Isaiah Berlin per l’edizione 2019 a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica.
Il prof. Pasquino ritirerà il premio il prossimo 10 settembre a Villa Durazzo, Santa Margherita Ligure.
Il Premier supervisore e i fragili equilibri
In circa tre settimane la crisi del governo giallo-verde guidato dal Professor Giuseppe Conte si è dipanata ed è giunta a compimento senza troppe complicazioni. Eppure, il passaggio dal governo Cinque Stelle più Lega al Governo Cinque Stelle più Partito Democratico appariva tutt’altro che facile e scontato. Le tensioni e le accuse reciproche nel passato sono state intelligentemente superate non soltanto per la brama di “poltrone” (alle quali, indennità aggiuntive comprese, Salvini con gli altri ministri e sottosegretari della Lega è rimasto attaccato fino all’ultimo momento), ma per l’intento di cambiare linea su molte materie importanti. Credo che, nel male e nel bene, l’Europa sia stata la discriminante. Ringalluzzito dalla sua copiosa messe di voti sovranisti, Salvini ha tirato la corda del governo e l’ha rotta. Dopo avere votato Ursula von der Leyen alla Presidenza della Commissione, il gruppo dirigente delle Cinque Stelle e il loro garante Beppe Grillo hanno tirato le somme: l’Italia ha bisogno di un rapporto serio e collaborativo con l’Unione Europea che nessuna alleanza con la Lega potrebbe mai garantire. Al tempo stesso, sia chiaro, all’Unione Europea è utile che l’Italia abbia un governo europeista fatto da persone competenti e credibili, in grado anche di dire dei no, ma soprattutto capaci di assumere impegni e di rispettarli in cambio ovviamente di sostegno alle politiche, economiche e migratorie. Nel nuovo governo, che, giustamente, il Presidente del Consiglio desidera sia definito Conte 2 per marcare la discontinuità effettiva, sono cambiati sia il Ministro degli Esteri, oggi il ridimensionato capo politico delle Cinque Stelle, Luigi Di Maio, sia il Ministro dell’Economia, oggi l’autorevole europarlamentare del Partito Democratico Roberto Gualtieri, molto stimato a Bruxelles. Ad entrambi, unitamente al Commissario che l’Italia designerà, probabilmente l’ex-capo del governo Paolo Gentiloni, è affidato il compito di ristabilire una collaborazione operosa.
Nel suo insieme la compagine ministeriale presenta alcuni elementi degni di nota. Insieme alla discontinuità, ovviamente prodotta dall’ingresso dei Ministri espressione del Partito Democratico, tutti debuttanti tranne Dario Franceschini che torna ai Beni Culturali dove aveva lasciato un’impronta molto positiva, si trova la continuità in settori che ne hanno grande bisogno con la permanenza dei pentastellati Alfonso Bonafede alla Giustizia e Sergio Costa all’Ambiente. È cresciuta la presenza delle donne, ora sette, con il compito più delicato al Ministero delle Infrastrutture attribuito alla vicesegretaria del Partito Democratico Paola De Micheli. Infine, notazione non marginale, entrano al governo anche due “renziani”, Teresa Bellanova e Lorenzo Guerini, segno promettente che l’ex-segretario del PD non farà il guastatore. Il Conte 2 ha tutte le caratteristiche di un governo che mira a durare fino al termine della legislatura, il lontano marzo 2023. Ne ha certamente le potenzialità.
Pubblicato AGL il 5 settembre 2019
“Le digitali sorti e progressive” #Mestre #5settembre #festpolitica
Festival della Politica
Mestre 5-8 settembre 2019
Giovedì 5 settembre ore 17:30
Piazzetta Battisti
Gabriele GIACOMINI, Gianfranco PASQUINO, con Giuseppe SACCÀ
“Le digitali sorti e progressive”
La nuova alleanza di governo @RadioRadicale Intervista a Gianfranco Pasquino
Intervista realizzata da Roberta Jannuzzi, registrata mercoledì 4 settembre 2019 alle ore 11:21.
Con Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica, parliamo dell’alleanza tra M5S, Pd e Leu che potrebbe portare, nelle prossime ore, a un nuovo governo.
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Quanto malposto rumore su #Rousseau Conversazione democratica senza insulti sui meccanismi interni ai partiti
Riconosco ai partiti e ai non-partiti con il loro non-statuto, ai movimenti più o meno personali e personalizzati, a tutte le associazioni politiche il diritto a scegliere come regolamentare la loro vita interna in qualsiasi forma e modalità preferiscano. Riconosco a me stesso e a tutti commentatori che si informano il diritto a criticare quelle forme e quelle modalità purché lo facciano in maniera seria e argomentata, non, per esempio, in maniera pretestuosa. Sto ancora cercando materiale sulle riunioni degli organismi dirigenti di Forza Italia – eppure dal 1994 ad oggi ce ne dovrebbe essere di abbondantissimo – e della Lega. Vorrei sapere come hanno deciso la loro linea politica e le loro alleanze, come scelgono le candidature, come promuovono e perché rimuovono i dirigenti. So che, in maniera un po’ raffazzonata, il Partito democratico ha tenuto più di mille primarie, che non sono “consultazioni”, come ho sentito da alcuni giornalisti televisivi, ma modalità di selezione delle candidature per cariche monocratiche, non per l’elezione del segretario del partito, che hanno rivelato più di un problema “democratico”. So anche che la democrazia non si esaurisce in queste scelte né da mai “pieni poteri” agli eletti in questo modo. Ho personalmente di persona partecipato a più riunioni della Direzione di un partito nelle quali le decisioni erano preconfezionate. In una di quelle riunioni, il documento conclusivo da sottoporre all’approvazione, che debitamente fu espressa con larghissima maggioranza, era stato scritto prima della discussione e non ritoccato in nulla.
Dunque, quando il Movimento 5 Stelle fa ricorso alla piattaforma Rousseau non mi esibisco in male informate critiche preliminari in sbeffeggi in insulti in affermazioni indignate poiché ne deriverebbero chi sa quali violazioni della Costituzione e, nel caso dell’approvazione o no dell’accordo con il Partito democratico, addirittura in un non meglio motivato sgarbo alla presidenza della Repubblica. Quando 75 mila attivisti, vale a dire quasi il 70% degli aventi diritto, decidono di esprimere la loro valutazione mi rallegro. Probabilmente, si sono informati, ne hanno parlato con altri, hanno deciso che la loro opinione conta, hanno partecipato ad una scelta significativa. Avevano addirittura, udite udite, ricevuto input dei più vari tipi e toni, dai dirigenti e dai parlamentari del Movimento. Si chiama “conversazione” democratica. Sostanzialmente, abbiamo assistito a un inusitato e perfettibile procedimento politico di notevole rilievo culminato in un voto la cui rilevanza non può affatto essere sminuita definendolo tanto spregiativamente quanto erroneamente “plebiscitario” dal momento che quasi il 20% ha votato no. Tutto questo non significa in nessun modo che non ritenga di esprimere tutta una serie di critiche.
La piattaforma Rousseau è di proprietà di un privato che la “gestisce” anche a scopi di lucro? Se non c’è un reato, non vedo il problema a meno che una parte degli attivisti ritenga che quel privato e i suoi collaboratori falsino deliberatamente i risultati. Allora siano loro a fare ricorso. Non abbiamo modo di assicurarci che abbiano votato esclusivamente coloro che ne avevano diritto e non disponiamo di strumenti per accertare la validità dei risultati? Le procedure opache non mi piacciono. La mancanza di trasparenza mi preoccupa. L’impossibilità di controllare se vi siano state o no violazioni e/o interferenze è una ferita inferta al gracile corpo della democrazia diretta. Stanno le 5 Stelle praticando una democrazia diretta che non conoscono in attesa di scoprire le modalità migliori per suscitare partecipazione politica e premiarla? Temo proprio di sì. Sono affari loro e dovrei soltanto farmi gli affari miei? Nient’affatto. Quando un attore politico rilevante fa ricorso a procedure decisionali che incidono sulla rappresentanza politica e addirittura sulla nascita (e poi anche sulla possibile morte) del governo, diventano affari di tutti i cittadini democratici e le critiche sono assolutamente doverose. Per essere anche credibili quelle critiche dovrebbero però provenire da chi fa congressi di partito, tiene riunioni degli organismi dirigenti, spiega e giustifica le scelte delle candidature e dei leader, formula analisi – lo scrivo per i commentatori politici – fondate su conoscenze comparate. Naturalmente, sono del tutto fiducioso che, preso atto dell’esito della consultazione online svolta dalle 5 Stelle una folta e mista delegazione di parlamentari democratico-partecipativi s’impegnerà – naturalmente “pancia a terra” – per tradurre in norme di legge quel piccolo e prezioso inciso dell’articolo 49 “con metodo democratico”. Mi stupisco che la proposta non si trovi già nei ventisei punti programmatici del governo Conte bis.
Pubblicato il 4 settembre 2019 su rivistailmulino.it
Rileggete Huntington. Segnalò rischi reali @La_Lettura #vivalaLettura
A circa un quarto di secolo dalla sua pubblicazione qual è la validità della tesi di Samuel P. Huntington contenuta nel libro The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (1996, trad. it. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti 1997)? Per rispondere correttamente bisogna preliminarmente chiarire qual’era effettivamente la tesi del grande politologo di Harvard scomparso ottantunenne nel 2018. Infatti, la maggior parte dei molti, spesso faziosi, critici di Huntington sembra essersi fermata alla prima parte del titolo e non avere mai letto la seconda. Per di più, molti di loro hanno fatto di Huntington una specie di sostenitore e cantore della necessità dello scontro fra le civiltà, non solo inevitabile, ma addirittura auspicabile. Al contrario, Huntington intendeva mettere in rilievo gli elementi e gli sviluppi che sembravano portare a un possibile scontro fra le civiltà proprio affinché i policy makers, con i quali aveva avuto frequenti e controversi rapporti nella sua attività accademica e di consulente, ne fossero consapevoli e approntassero opportuni rimedi. Come per l’altrettanto giustamente famoso libro del suo allievo Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (1991, trad. it. 1992), ugualmente letto male e peggio interpretato, è il crollo del muro di Berlino e del comunismo a stare a fondamento dell’interrogativo/obiettivo che si pone Huntington. La ricostruzione di un ordine mondiale sarebbe stata resa più facile dalla fine dello “scontro” fra le liberal-democrazie contro i comunismi realizzati e dalla vittoria delle prime? “Il futuro non sarà più dedito ai grandi, vivificanti scontri di ideologie, ma piuttosto a risolvere concreti problemi economici e tecnici”, che è la sintesi del libro di Fukuyama proposta da Huntington (p. 29), oppure altro si affacciava all’orizzonte e le sue premesse erano già visibili a chi disponeva di adeguati strumenti conoscitivi?
Il contenuto del libro di Huntington richiede ai lettori, ai critici, agli “interpreti” la capacità di combinare elementi di cultura politica in senso lato (cultura è una traduzione migliore di “civiltà”) con conoscenze di relazioni internazionali. Non può stupire che la recensione del libro di Huntington pubblicata sulla prestigiosa “American Political Science Review” (16 mila abbonati in tutto il mondo) fu affidata a un prestigioso studioso di Relazioni Internazionali , Richard Rosecrance. Infatti, Huntington non è interessato alle “civiltà” (o culture politiche) in quanto tali, ma al loro impatto sulla (ri)costruzione di un ordine mondiale. “Finita la storia” della Guerra Fredda durante la quale l’ordine mondiale, seppure con molte anche sanguinose slabbrature, era stato mantenuto dal bipolarismo USA/URSS, in che modo e da chi e che cosa sarebbe emerso un nuovo ordine mondiale? È in atto un’intensa discussione sull’esistenza durante la Guerra Fredda, di un ordine politico internazionale liberale fatto da istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca mondiale, le Nazioni Unite, con regole e procedure comunque rispettate fino a tempi recenti, ma che il presunto, reale, relativo declino degli USA non riuscirebbe più a garantire.
Le distinzioni che contavano negli anni Novanta non erano già più quelle su basi ideologiche, ma, per l’appunto culturali. Le liberaldemocrazie potevano anche avere vinto la Guerra Fredda, ma nel frattempo avevano fatto la loro comparsa i fondamentalismi e nella visione di Huntington alcune grandi religioni stavano a fondamento delle civiltà che prendevano coscienza delle loro peculiari identità per organizzarsi. Intese come “ampie entità culturali”, secondo Huntington esistono nel mondo contemporaneo sette civiltà (l’ordine è mio): occidentale, latino-americana, giapponese, indù, islamica, cinese (confuciana), africana. Molti critici si sono esercitati a smentire l’esistenza delle “civiltà” come definite da Huntington e, comunque, a negarne l’unitarietà, preferendo sottolinearne le differenziazioni interne. Huntington non nega le possibili differenze, ma il suo punto è che, a ogni buon conto, le differenze fra le civiltà sono molto più grandi e più rilevanti delle differenze all’interno delle stesse civiltà. A proposito dei critici (ai quali la più brillante risposta è contenuta nel densissimo articolo di Francesco Tuccari, “il Mulino”, n. 3/2015, pp. 588-594), è interessante notare che sostanzialmente ciascuno di loro è uno specialista, conoscitore di una civiltà, come i francesi studiosi dell’Islam, come Amartya Sen e la sua India, come l’orientalista di origine palestinese Edward Said, come alcuni intellettuali latino-americani, e le loro obiezioni sono tutte particolaristiche. Praticamente nessuno guarda, come direbbero gli anglosassoni, alla “big picture”.
Le critiche più severe, qualche volta addirittura violente, riguardarono il trattamento, certamente tutt’altro che ossequioso, che Huntington fa dell’Islam e della sua civiltà. Due furono le obiezioni rivoltegli. Primo, l’Islam non è monolitico; secondo, lo scontro di civiltà è talvolta interno proprio ai paesi islamici. Sono entrambe obiezioni malposte poiché Huntington riconosce le differenziazioni all’interno di tutte le civiltà e la possibilità di scontri. Nel caso del mondo islamico la mancanza più preoccupante è quella di una potenza egemonica (core) in grado di imporre l’ordine e di diventare guida. I tentativi di Al Quaeda e dell’Isis sembrano falliti così come le primavere arabe. Nel mondo islamico stanno tutti i fattori di rischio per la costruzione e stabilizzazione di un ordine mondiale, in particolare, le guerre civili in Siria, Libia, Yemen. Né si vede come, nella latitanza egoistica della leadership autoritaria, compromessa e corrotta dell’Arabia Saudita, possa fare la sua comparsa una potenza egemone riconosciuta e accettata come tale.
Da qualche tempo, ha fatto la sua comparsa, inquietante, ma inevitabile, per ragioni territoriali, demografiche, di coesione intorno al confucianesimo e grazie alla possente guida del Partito Unico, la Cina Comunista. Ha potenzialità enormi e persino la pazienza di attendere che maturino le condizioni per una sua espansione comunque già in atto. In maniera premonitrice, poiché da un’analisi solida conseguono previsioni non campate in aria, Huntington scrisse che “gli scontri più pericolosi del futuro nasceranno probabilmente dall’interazione tra l’arroganza occidentale, l’intolleranza islamica e l’intraprendenza sinica” (cinese, p. 265). Quegli scontri, surrogati da episodi violenti di vario genere, sono tuttora un’eventualità, mentre il nuovo ordine mondiale è molto di là da venire.
Pubblicato il
Consenso #DizionarioCivile #Italianieuropei
da Italianieuropei n.4/2019, pp. 151-153
CONSENSO, non solo in politica, significa accettazione e approvazione, di regole e leggi, di decisioni e comportamenti. Il consenso viene dal basso, ma deve essere conquistato da coloro che stanno in alto ovvero vogliono arrivarci e restarci, di solito il più a lungo possibile. Costoro, i politici, soprattutto quelli che non hanno altro mestiere, si curano del consenso, in tempi recenti lo agognano in maniera ossessiva e spasmodica. La campagna elettorale permanente è per l’appunto il prodotto e, al tempo stesso, lo strumento con il quale rincorrono, cercano di catturare e di ingabbiare il consenso del popolo, dell’opinione pubblica, dei mass media. Esistono diversi ambiti ai quali il consenso si riferisce e si applica: l’ambito delle regole e delle procedure di funzionamento di un sistema politico; l’ambito delle persone, le autorità, coloro che hanno e esercitano potere politico; l’ambito delle politiche pubbliche, le scelte e le decisioni che attribuiscono le risorse per tutta la società, per gruppi, per singoli. Se non vi è consenso sulle regole e sulle procedure, spesso tradotte e inserite in una Costituzione, al fine di evitare la situazione descritta da Thomas Hobbes: “homo homini lupus”, qualsiasi società/sistema politico si troverà esposto al rischio della disgregazione. Laddove le regole sono diffusamente accettate è più facile manifestare consenso e dissenso per le persone e per le politiche. Nelle democrazie, il consenso si esprime quasi essenzialmente, ma non esclusivamente, nelle e attraverso le elezioni: è, anzitutto, spesso soprattutto, consenso elettorale. Nella misura in cui consenso è accettazione, anche passiva, può apparire e permanere nei regimi autoritari e in quelli totalitari. Nella sua monumentale biografia di Mussolini, lo storico Renzo De Felice ha definito il periodo fra il 1929 e il 1936 “gli anni del consenso”. Consenso come approvazione di quanto il regime aveva fatto? Come accettazione passiva dell’ordine imposto? Come disponibilità a mantenerlo in carica e a sostenerne le attività? È difficile dirlo, ancor più misurarlo poiché i regimi autoritari non sono il luogo migliore per ottenere i liberi pareri dei loro cittadini/sudditi. Più facile è accertare la quantità di dissenso nei confronti del regime contando e misurando le attività delle opposizioni e la loro resistenza, ma è, ovviamente, altra cosa.
Da sempre, tutto quello che riguarda il consenso in politica ha suscitato una quantità di interrogativi. Naturalmente, il primo interrogativo è come viene acquisito. Se è consenso sulle regole e sulle procedure la sua acquisizione comincia nelle famiglie, procede nelle associazioni, culmina con l’attività dei partiti. In tutte le democrazie che conosciamo sono i partiti che organizzano il consenso e, ovviamente, anche il dissenso. Quella che si chiama “socializzazione” politica, vale a dire, trasmissione di valori e ideali, collegati al consenso per il sistema e per le sue regole, è facilitata dall’esistenza di società omogenee nella loro composizione. Il secondo interrogativo riguarda il grado di equilibrio da mantenere fra consenso e dissenso. Se il dissenso è il sale del cambiamento, allora deve avere un suo spazio che sarà probabilmente tanto più ampio sulle persone e sulle politiche quanto più diffuso è il consenso sulle regole. Le democrazie consensuali sono democrazie pacificate, ma rischiano di diventare compiaciute e snervate. Troppo consenso fa male a qualsiasi società e sistema politico. Non c‘è soltanto il rischio della possibile affermazione della tirannia di una maggioranza, ma, come scrisse profeticamente Alexis de Tocqueville, può fare la sua comparsa il conformismo sotto la cui pesante coltre non riuscirà a manifestarsi nessuna spinta al cambiamento, nessuna innovazione.
La società di massa schiaccia gli individui, soprattutto coloro che esprimano dissenso, e si isterilisce. Quando gli uomini e le donne “a una dimensione” diventano maggioranza coloro che non si uniformano e conformano saranno repressi e oppressi. In verità, questo è il terzo interrogativo, siamo sicuri che il conformismo sia qualcosa di insito nelle società di massa, inevitabile? È certamente un pericolo, ma la sua traduzione concreta discende dalle pratiche di manipolazione del consenso. Nell’epoca contemporanea, da almeno un secolo, ma chi voglia trovare una data emblematica dovrebbe rifarsi alla profezia satirica 1984 Nineteen Eighty-four di George Orwell , sono coloro che si occupano di comunicazione politica ad avere la possibilità di manipolare le modalità di formazione, di espressione, di valutazione del consenso.
Il consenso è manipolato dalla comunicazione un po’ in tutti i regimi. Talvolta, i detentori del potere nei regimi autoritari e totalitari diventano prigionieri della loro stessa manipolazione comunicativa e ne cadono vittime. Talvolta le immagini, sia televisive sia quelle trasmesse dai social, rivelano inaspettatamente che il consenso delle piazze (Tienanmen insegna) non c’è più, ma la costruzione di un nuovo e diverso consenso è affare complicatissimo e di lungo impegno. In democrazia, la manipolazione del consenso, regolarmente tentata da chi acquisisce posizioni di potere e visibilità, risulta sempre esposta alla competizione fra i comunicatori. Troppo consenso è la conseguenza, ma anche la premessa, del conformismo. Qualcuno ha già avanzato una doppia ipotesi (o doppio timore) che, primo, troppi concorrenti nella produzione di comunicazione politica finiscano per frammentare in maniera disgregatrice le audience, che insomma non si possa più formare un’opinione pubblica. Secondo, che non riescano ad affermarsi criteri condivisi con i quali valutare le proposte, le promesse, le prestazioni dei detentori del potere politico, dei partiti, delle politiche pubbliche. Non siamo destinati a passare dall’età del consenso all’età del dissenso e, forse, neppure del conflitto omnium contra omnes, quanto, piuttosto, all’età della confusione, fatta di consensi fluttuanti, volubili, sfuggenti. Non sarà prevalentemente conformismo, ma difformità, certamente non in grado di garantire l’espressione di dissenso creativo e persuasivo, incapace di trasformarsi in nuovo consenso.
Conte e DUE #GovernoContebis
La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.
Pubblicato AGL il 30 agosto 2019
Governo giallorosso? Il prof. Pasquino lo promuove (e “candida” Padoan…) @formichenews
Intervista raccolta da Francesco De Palo twitter@FDepalo
Il politologo a Formiche.net: “Il Conte bis è l’unica soluzione. Il commissario italiano? Padoan sarebbe perfetto”
I moderati italiani che vogliono un governo decente hanno solo un interlocutore: il Pd. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più prestigiosi del nostro Paese e professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, che affida a Formiche.net le sue previsioni sulla crisi di governo, sul respiro dell’alleanza giallorossa e sul nuovo Commissario italiano in Ue.
Perché il Conte bis è l’unica soluzione al puzzle di Palazzo Chigi?
Qualsiasi altra soluzione produrrebbe sconquassi tra le fila del Pd. Inoltre la scelta di un premier alternativo a Conte sarebbe fonte di duri scontri interni al M5s. Per cui al momento nessuno ha titoli migliori di Giuseppe Conte.
Di Maio vicepremier è una condicio sine qua non o una velleità personale?
Non so se sia velleità personale, comunque so che sarebbe un errore: è inaccettabile. In un governo di coalizione è il secondo partito che indica il vicepremier non il primo, soprattutto quando ha già indicato il capo del governo.
Il pieno mandato della Direzione dem a Zingaretti per un governo di legislatura può essere per il Segretario un’arma a doppio taglio?
Innanzitutto anche se tutti possono parlare di governo di legislatura, esso poi deve passare alla prova dei fatti: il governo naturalmente dura finché riesce a realizzare alcuni punti programmatici, ottenendo riscontri positivi dalla società e dall’Europa. Il Pd deve volere un lungo periodo per dimostrare di credere ad un esecutivo che duri di più rispetto a quello precedente. Inoltre ha bisogno di tempo, perché se dovesse ottenere i risultati auspicati allora potrà rivendicarli nelle prossime urne. Quindi vedo due condizioni basilari tra i democratici che parimenti si possono applicare al M5S.
Ovvero?
I grillini fino ad oggi hanno fatto abbastanza male, adesso devono cercare di recuperare e si sbagliano se si illudono di poterlo fare in quattro mesi. Devono augurarsi che funzionino i loro progetti, come un reddito di cittadinanza magari modificato, e ottenere qualcos’altro che sia utile in termini di visibilità del movimento. E dico con certezza che non penso alla riduzione del numero dei parlamentari.
Poco si è parlato nella crisi di governo di politica estera, tranne per il tweet trumpiano pro Conte. Ma il ruolo italiano nell’equilibrio atlantico quanto sta influendo nelle dinamiche di queste ore?
L’Italia, nonostante tutto, in Europa è un Paese importante. A livello mondiale certamente no, ma dipenderà dalla sua capacità di appoggiarsi ad un attore primario. In questo caso un appoggio con riserve a Trump è di gran lunga preferibile di uno a Putin. Se il M5s riuscirà a motivare adeguatamente cosa ha inteso ottenere con la Via della Seta, allora matureranno i buoni rapporti con la Cina, che ci occorrono dal punto di vista economico. Però è in Europa che dobbiamo fondamentalmente tornare a contare, perché in quel caso potremmo addirittura determinare che sia l’Europa a contare di più nel mondo.
Con Gentiloni commissario Ue?
Essendo stato già a capo di un governo, senza dubbio sarebbe all’altezza di quelli che immagino saranno i commissari espressi da altri paesi. Però ci sono altri nomi sul campo: chi designerà dovrebbe avere un identikit in mente. All’inizio sembrava che la Lega avesse puntato su un portafoglio economico di peso: credo che questa casella sarebbe comunque utile all’Italia, ma in quel caso non con Gentiloni. Potrebbe essere l’ex ministro dell’economia Padoan il nome perfetto.
Crede che un portafoglio economico sia più utile all’Italia rispetto a quello dell’agricoltura?
Anche l’agricoltura ci sarebbe utile, ma il portafoglio economico ci permetterebbe di contare molto di più. Se proseguiamo nel credere che l’Europa debba avere maggiore flessibilità, allora dovremmo mandare qualcuno in grado di argomentare questa tesi. Padoan ha la statura internazionale, l’esperienza ministeriale ed è noto a Bruxelles.
Calenda che dice di voler lasciare il Pd, darà vita al centro che non è riuscito a Renzi?
Renzi ha posto rimedio a quell’errore clamoroso commesso il 5 marzo del 2018, ma deve ancora giustificare la sua incoerenza. Ma da quell’errore viene fuori un qualcosa che mi pare sia positivo. Su Calenda non avrei nulla da dire, ha acquisito una posizione mediatica che mi sorprende, però sostiene tesi che non stanno né in cielo né in terra dal punto di vista della costruzione di un centro. Il Pd lo contiene già al suo interno, proprio quando nessun altro lo controlla. Forza Italia non è centro, come non lo sono Lega e Fdi. E allora dove andranno gli elettori moderati che vogliono un governo decente? Solo nel Pd.
Come rispondere a chi accusa il M5S di mettere in pratica la politica del doppio forno?
Quando un partito può permetterselo lo deve fare. In questo caso il doppio forno non c’era: il M5S ha avuto un’esperienza non positiva con la Lega e quest’ultima era anche disposta di tornare al governo. A quel punto però era chiaro che sarebbe stato imbarazzante per tutti. Per cui non c’è nulla di scandaloso nello scegliersi gli alleati: direi che è tutto normale.
Pubblicato il 28 agosto 2019 si formiche.net












