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Sul movimento delle “sardine” fatevi le domande giuste
Prima viene lo statu nascenti, un’effervescenza collettiva con l’obiettivo limpido di dimostrare presenza e impegno e di opporsi al capitano di politiche nocive. Poi, seguono la mobilitazione e la sperimentazione. La protesta passerà alla proposta, ma il passo più complicato per non finire come i girotondini, me lo ha suggerito Max Weber e confermato Francesco Alberoni (Movimento e istituzione, Il Mulino 1977), è l’istituzionalizzazione. Con fortuna e virtù.
Il Pd, il M5S e le Sardine: il caso Emilia Romagna #Intervista @RadioRadicale
A due mesi dalle elezioni, l’Emilia Romagna è il centro dell’attualità politica dove, con l’apertura della campagna elettorale della Lega al PalaDozza, emerge per la prima volta il fenomeno delle Sardine (migliaia di cittadini riuniti dallo slogan “Bologna non abbocca”), si riunisce la “costituente delle idee” del Partito Democratico, scoppia il caso nel M5S con un voto allestito sulla piattaforma online Rousseau in cui la base vota contro la “pausa elettorale” annunciata dal vertice per il 26 gennaio prossimo, mettendo a repentaglio la vittoria del partito alleato di governo.
Ne abbiamo parlato con il professor Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.
Intervista di Roberta Jannuzzi raccolta alle 10 di sabato 23 novembre 2019 durata 10' 32"
Diseguaglianze, più o meno inaccettabili
Sento confusamente che ridurre il problema, che è tale, delle diseguaglianze, alle sole diseguaglianze economiche, rischia, da un lato, di essere fuorviante, dall’altro, di risultare di impossibile soluzione. Di più: temo che alcuni tentativi di soluzione finirebbero per entrare in un vortice di autoritarismo: stesso livello di reddito/guadagno imposto dall’alto con misure forzate e forzose che, probabilmente, condurrebbero al pauperismo. Nessun ricco, tutti poveri, ma se qualcuno, com’è probabile, si troverà in situazioni di potere politico lo utilizzerà certamente per trarne vantaggi, magari occulti, non necessariamente monetizzabili.
Davvero è così importante che la distanza fra i più ricchi e i meno abbienti sia cresciuta da, grosso modo venti fino a cinquecento volte? Se i meno abbienti hanno visto le loro condizioni di vita comunque migliorate nel corso del tempo, quella accresciuta distanza, pur disturbante, potrebbe essere meno grave dei numeri che la rilevano e la fotografano. Naturalmente, resta fermo che qualsiasi società che aspiri a un minimo di giustizia sociale deve guardare ai servizi non monetari (ancorché monetizzabili) che riesce ad offrire ai suoi cittadini –e, forse, anche a coloro che hanno deciso di andare a vivere là. Se anche coloro che guadagnano poco sono protetti da un sistema sanitario al quale hanno accesso gratuito o quasi, possono mandare i loro figli alle scuole che preferiscono e possono vederli completare il ciclo dell’istruzione superiore e universitaria, e sanno di potere contare su una pensione che consenta una vita decente, allora le diseguaglianze di reddito, per quanto enormi, sono o dovrebbero essere tollerabili e tollerate. Debbono, però, essere accompagnate dal riconoscimento dei compiti essenziali che lo Stato svolge per offrire quei servizi, ovvero per garantire eguaglianze (plurale) di opportunità attraverso una tassazione progressiva che è lo strumento più “egualitario” di cui è possibile disporre per andare verso una società giusta.
Fin qui, credo di non avere detto nulla di particolarmente nuovo, tutto o quasi facilmente riscontrabile nelle esperienze e nelle politiche di governo etichettabili come socialdemocratiche. Contrariamente a opinioni poco informate, quelle esperienze non sono né fallite né superate. Sono sfidate nei paesi che le hanno vissute da coloro che, già favoriti da quelle politiche, oggi pensano che, dato il loro livello di istruzione e di reddito e le loro capacità professionali, potrebbero farne a meno e non vogliono più pagarne il prezzo. Fermo restando che le diseguaglianze economiche provocano molto più che un semplice disagio e che, se non vengono contrastate da un adeguato livello di servizi, si trasformano in sfide politiche, spesso improntate da populismo, sono di recente giunto ad un’altra duplice conclusione provvisoria e problematica. Da un lato, conta molto come quei servizi vengono erogati. Vale a dire sono sussidi, donazioni, esborsi che vanno ai settori svantaggiati delle società facendo loro sentire il peso della sconfitta nella competizione? Siete stati degli incapaci (deplorable disse memorabilmente Hillary Clinton), colpevoli delle vostre (in)azioni, ma noi vi veniamo incontro ugualmente incontro in maniera generosa.
Oppure, in una società giusta quanto viene dato a chi ha difficoltà di qualsiasi tipo derivanti da qualsiasi avvenimento riceve quei servizi in quanto cittadino? Qui sta quello che molti studiosi ritengono sia il messaggio più importante: non la colpevolizzazione, ma il riconoscimento sociale. Dall’altro lato, le diseguaglianze economiche risultano della massima rilevanza poiché con il denaro, lo scrivo con la massima nettezza di cui sono capace, si comprano le decisioni politiche, economiche, sociali, culturali più importanti. Si comprano altresì i decisori. Da qualche tempo, gli studiosi USA sono quasi unanimemente giunti a sostenere che la loro democrazia ha forti componenti di ingiustizia; parla con l’accento delle classi più affluenti; non è neppure più in grado di comprendere le domande sociali e, quando le sente, decide di respingerle e può farlo perché quei decisori sono essi stessi parte delle classi elevate. Le diseguaglianze economiche mantengono e producono diseguaglianze politiche e sociali. Il circolo si chiude.
Laddove le diseguaglianze sono grandi e addirittura crescenti le conseguenze su tutti gli altri tipi di diseguaglianze sono gravissime. Quello che è molto di più che un semplice malessere sociale si traduce in propensioni e spinte populiste, non soluzioni, ma sfide che esondano dalla democrazia.
Pubblicato il 21 novembre su paradoxaforum.com
La leadership inadeguata di Di Maio sta costando moltissimo al Movimento 5 Stelle e molto al sistema politico
Il capo politico di quello che fu un grande Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, si è dimostrato palesemente inadeguato. Non guida più niente. La “base” vota in maniera difforme rispetto alle sue preferenze. Non sa quale strada intraprendere. L’astenersi dalle competizioni elettorali significa dichiarare la propria irrilevanza. Parteciparvi controvoglia e malamente produce disastri. Ahi, Emilia-Romagna, dolce paese…
Dal movimento delle Sardine un messaggio al PD: “Contrastate meglio Salvini” #intervista @LaPresse_news
Intervista raccolta da Laura Carcano
Il fenomeno delle ‘sardine’, la mobilitazione di piazza che sfida il leader della Lega Matteo Salvini, si allarga oltre i confini dell’Emilia Romagna fino al centro e sud Italia. “Quando i cittadini si attivano, si mobilitano e manifestano bisogna prenderli sul serio. Soprattutto quando sono numerosi e quando il loro messaggio è chiaro”. A dare a LaPresse una lettura al nuovo fenomeno di protesta ‘anti Lega’ è il politologo Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna e docente di studi europei e eurasiatici alla Johns Hopkins.
Quello delle ‘sardine’ è solo un movimento ‘contro’: contro Salvini, contro la Lega?
Non condivido la critica di alcuni oppositori di questi movimenti, secondo cui non ci si può organizzare ‘contro’. In tutto il mondo gran parte dei movimenti sono contro: contro l’estradizione in Cina dei condannati a Hong Kong, contro Maduro in Venezuela, contro l’aumento della metropolitana a Santiago del Cile.
Nicola Zingaretti esulta per il fatto che in 10mila cantino ‘Bella ciao’, ma le ‘sardine’ che messaggio mandano alla sinistra e al Pd?
Alla sinistra stanno dicendo che non fa abbastanza per contrastare Salvini. Per movimenti come le ‘sardine’ contarsi è importante, ma conta anche quanto poi riescono a mobilitare altre persone e a informare l’opinione pubblica. Quante più persone si mobilitano, quanto più si possono trovare modalità intelligenti di fare politica. Dopo la piazza devono creare occasioni per mantenere il movimento in vita, attività divertenti e originali, ma che comunichino informazione politica.
Quale errore i dem e la sinistra non devono fare con le ‘sardine’ e nella campagna elettorale in Emilia Romagna e Toscana?
Il Pd ha sempre avuto dei problemi a rapportarsi coi movimenti. Non è stato capace di trovare il messaggio in termini di cultura politica e di creare rapporti abbastanza flessibili con le persone che si mobilitano, come stanno facendo le ‘sardine’. Qualcuno magari pensa di cooptarli, di usarli a fini elettorali. E spero che nessuna delle ‘sardine’ pensi a un simile esito. È difficile per un partito organizzato riuscire a entrare in sintonia con loro. Ma non è un problema di voti: il 99% di chi è sceso in piazza a Bologna o a Modena voterà per il candidato del Pd o in quell’area politica. È invece una questione di modalità di comunicazione e di come costruire una politica diversa. E fino a questo punto il Partito democratico non ha costruito nulla di particolarmente originale.
Il leader della Lega, invece, ha detto di non temere nulla per il suo consenso dalle piazze anti Salvini …
Può anche darsi invece che queste manifestazioni facciano capire agli elettori emiliano-romagnoli che la sfida è arrivata a un punto di non ritorno e che è il caso di andare alle urne a votare contro Salvini e quindi per il candidato del Pd.
Una eventuale sconfitta per il Partito democratico in Emilia Romagna cosa significherebbe?
Non solo l’Emilia Romagna è una regione simbolo, ma è ben governata dalla sinistra dal 1970 ininterrottamente. E grazie alle amministrazioni socialiste e comuniste è diventata la seconda o terza regione per Pil, per presenza di imprese all’estero e per le università prestigiose.
Dopo l’anti Berlusconismo, l’anti Salvinismo può essere un errore fatale per la sinistra?
L’anti Berlusconismo era sacrosanto, ma è stato fatto male perché non ha colpito al cuore il Berlusconismo, cioè il conflitto di interessi, consentendo così a Berlusconi di rimanere al potere per vent’anni. Anche l’anti Salvinismo è sacrosanto, a patto che non sia solo contro Salvini, ma contro le sue politiche dannose. Non basta dire che bisogna aprire i porti, ma sul tema immigrazione bisogna poi dare una risposta a chi entra nel Paese.
Pubblicato il 20 novembre 2019 su lapresse.it
Ius soli o finanziaria? L’uno non esclude l’altra. Parola di Pasquino @formichenews
Il pregio del bicameralismo è che rende possibile esperire una pluralità di compiti grazie ad un’accurata divisione del lavoro a condizione che la maggioranza sia coesa e intelligente. Il commento di Gianfranco Pasquino
Perché mai bisognerebbe contrapporre i diritti sociali ai diritti civili? E addirittura anteporre i diritti sociali ai diritti civili? Più chiaramente, qualcuno, mi sembra di avere capito che è, fra gli altri, la posizione di Romano Prodi, ritiene che il Partito Democratico ha sbagliato a perseguire e garantire i diritti civili degli omosessuali e dei trans gender prima e a scapito del diritto al lavoro. Questa posizione ha subito trovato conforto, più o meno opportunistico, da un lato, in Di Maio che ha dichiarato il suo essere “sconcertato” dalla proposta di Zingaretti di formulare leggi in materia di ius soli e di ius culturae, dall’altro, nel Presidente dell’Emilia-Romagna il PD Stefano Bonaccini per il quale la revisione della plastic tax viene molto prima dell’estensione del diritto di cittadinanza. Se interpreto correttamente questa posizione, il timore è che se il Parlamento, già oberato dalla Finanziaria, s’impegnasse ad analizzare e valutare i disegni di legge in materia di cittadinanza, non troverebbe il tempo per rivedere la plastic tax e altro. Questo timore sembra essere condiviso da Forza Italia e cavalcato da Salvini e Meloni.
Nella storia della conquista e dell’espansione dei diritti, splendidamente scritta dal sociologo inglese T.H. Marshall, sono venuti prima i diritti civili, quelli del cittadino, libertà di espressione, associazione, culto, proprietà; poi quelli politici, votare ed essere eletti, creare partiti, fare propaganda; infine, ma non dappertutto, i diritti sociali, salute, istruzione, lavoro, assistenza, pensione. La sequenza ha richiesto più o meno tempo, in qualche sistema politico, pure democratico, non è ancora stata completata (v. la salute negli USA). Inoltre, con il governo della signora Thatcher, molti studiosi (ma anche il regista Ken Loach!) hanno notato e fatto rilevare che il taglio dei diritti sociali, lavoro e salute, finiva per incidere negativamente sui diritti politici e persino su quelli civili. Privati del lavoro, molti cittadini non avevano più le risorse per utilizzare i loro diritti civili e politici.
Non elaboro il punto che un Parlamento bicamerale organizzato in Commissioni non avrebbe il tempo di procedere in un suo ramo alla discussione, emendamento e approvazione della Finanziaria, rivedendone aspetti delicati, come la plastic tax (sic), mentre l’altro ramo si dedica ai pure molto delicati ed eventualmente, ma non inevitabilmente, complicati disegni di legge in materia di ius soli e ius culturae. Non è così. Infatti, il pregio del bicameralismo è che rende possibile esperire una pluralità di compiti grazie ad un’accurata divisione del lavoro a condizione che la maggioranza sia coesa e intelligente. Mi preme, invece, sottolineare che coloro che cittadini non sono rischiano in questo paese di trovarsi esposti allo sfruttamento. In maniera leggermente diversa, ma compatibile, sia lo ius soli sia lo ius culturae costituiscono due strade percorribili affinché i migranti nati in questo paese da genitori stranieri ottengano la cittadinanza su loro richiesta in base a chiari requisiti di tempo e di completamento di un ciclo educativo. Divenuti italiani, potranno anche godere dei diritti sociali fra i quali quello al lavoro. Oggi in troppe situazioni i migranti privi di cittadinanza vedono i loro diritti sociali elusi e spesso calpestati. I diritti civili sono la precondizione cruciale per godere dei diritti sociali. Insieme i due grappoli di diritti si rafforzano. Quando mancano i diritti civili, l’accesso ai diritti sociali dipende dall’arbitrarietà, è raro, episodico oppure tristemente negato. L’esito è una società ingiusta.
Pubblicato il 19 novembre 2019 su formiche.net
L’Emilia Romagna? Un test nazionale che il Pd non può perdere. Firmato Pasquino @formichenews
Sì, le elezioni in Emilia-Romagna sono un test nazionale, ma la Lega può permettersi di non vincere. Il Partito democratico e i suoi sostenitori non possono permettersi di perdere. Il Movimento 5 Stelle, invece, non sa più cosa può o non può permettersi. Il commento del politologo Gianfranco Pasquino
Lo sanno tutti che il 26 gennaio 2020 si voterà per eleggere il Presidente della regione Emilia-Romagna. Che c’è un Presidente in carica, Stefano Bonaccini, giustamente ricandidato dal Partito Democratico, e che c’è una sfidante della Lega, Lucia Borgonzoni. Sanno anche, gli elettori, mentre i commentatori si esibiscono in spericolate arrampicate sugli specchi, che molti pensano che la sfida abbia sapore, ma, quel che più conta, effetti nazionali. Infatti, vincendo l’Emilia-Romagna, regione simbolo della sinistra, anche più della Toscana, la Lega e il centro-destra rivendicheranno la guida del paese. Sosterranno, lo scrivo con parole colte, che il governo legale, quello prodotto dal Parlamento eletto nel marzo 2018, non rappresenta più il paese reale, quello che, elezione locale dopo elezione locale, dimostra l’esistenza di una maggioranza numerica (probabilmente anche politica) del centro-destra.
Non c’è nessuna contraddizione a pensare che in un’elezione importante si possano ritrovare ed esprimere due significati. Il balletto della, non so come chiamarla, dirò sinistra (almeno fino quando non irromperà Renzi…) che mira a restringere l’effetto delle elezioni al solo ambito locale, è scomposto e mal posto. Lo è soprattutto, ma attendo le autorevoli parole di Dario Franceschini, per coloro che vorrebbero costruire un’alleanza “organica” fra PD e Cinque Stelle, che numeri alla mano, è la sola potenzialmente in grado di impedire una prossima vittoria nazionale del centro-destra.
In preda a sue convulsioni politiche e personali, Di Maio non sa decidere che cosa sia meglio: appoggiare esplicitamente il candidato del PD (convintamente mi pare troppo per lui e per i Cinque Stelle emiliano-romagnoli che hanno prosperato sulle passate difficoltà del PD e sulla insoddisfazione grande di parte dell’elettorato di sinistra, insoddisfazione non terminata che sta parzialmente confluendo nella Lega) oppure fare altro, al momento del tutto imprecisato, fino al suicidio non assistito di non presentare liste. Nel caso della non presentazione delle liste pentastellate, già di per sé brutto messaggio, e della successiva sconfitta del candidato del PD, non resterebbe che prendere atto che la coalizione nazionale Cinque Stelle-Partito Democratico non soltanto è del tutto occasionale, ma non ha, almeno fintantoché Di Maio rimarrà capo politico del Movimento, nessuna probabilità di estendersi e rafforzarsi.
La notizia potrebbe persino essere buona per il governo Conte. Disarticolati sul territorio, i due temporanei alleati nazionali sanno che le elezioni politiche sarebbero per loro disastrose. Quindi, fra tensioni e conflitti e un tristissimo stillicidio di noiosissime dichiarazioni tireranno a campare, oramai lo sanno tutti, fino alla lontanissima data dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica (gennaio 2022). Non basteranno le molte “sardine” (dimostranti) in Piazza Maggiore a Bologna e neppure i giornalisti di “Repubblica” che sostengono che il PalaDozza non era pieno come se questo fatto ridimensionasse i voti che andranno alla Borgonzoni. Incidentalmente, il sottoscritto che, tifoso di basket e abbonato Virtus, il PalaDozza lo conosce bene, giovedì sera ci è andato e può assicurare che era sostanzialmente al completo con un centinaio di persone in piedi.
Where do we go from here? Qualcuno direbbe, magari lo dico io, che bisogna ripartire dalla realtà: alzare la posta senza fare paragoni alla Zingaretti fra gli anni Venti del secolo scorso e i “nostri” imminenti anni Venti. Sì, le elezioni in Emilia-Romagna sono un test nazionale, ma la Lega può permettersi di non vincere. Il Partito Democratico e i suoi sostenitori non possono permettersi di perdere. I Cinque Stelle sono forse già allo stadio che non sanno neppure più che cosa possono permettersi e no.
Pubblicato su formiche.net
Chi sta arrivando all’ultima spiaggia?
Milano Marittima che, lo ricordo ai lettori, è una cittadina balneare in Romagna, non ha portato fortuna al Matteo Salvini dell’oramai celebre bagno chiamato Papeete. È molto probabile che ad agosto il Capitano della Lega non pensasse alle elezioni della regione Emilia-Romagna. Dopo la sua dolorosa (auto)esclusione dal governo nazionale e la gioiosa vittoria nella regione Umbria, Salvini ha deciso per molte buone regioni di tentare con una sua candidata di conquistare la Presidenza dell’Emilia-Romagna. Da un paio di settimane “batte” tutto il territorio della regione con una miriade di iniziative. Gli piace fare campagna elettorale, interloquire con chi va ai suoi comizi, prestarsi ai selfie, provocare. È una presenza corposa che i suoi avversari fanno fatica ad arginare. Le elezioni in Emilia-Romagna sono rapidamente diventate un duello “Salvini contro il Partito Democratico”. Per la prima volta dalla nascita dei governi regionali nel 1970 quella che è possibile e corretto chiamare l’egemonia della sinistra è messa seriamente in discussione. La sinistra ha garantito il buongoverno della regione. L’ha fatta crescere e diventare la seconda, prima è la Lombardia, o terza, la competizione è con il Veneto, regione italiana con riferimento agli indicatori che contano: reddito, livelli di occupazione, tessuto industriale, servizi sociali e, naturalmente, benessere.
Nelle elezioni di maggio 2019 per il Parlamento Europeo la Lega è sorprendentemente diventata il primo partito in Emilia-Romagna, superando, seppur di poco, il Partito Democratico. Il Presidente della regione, Stefano Bonaccini, è un politico del PD, sicuramente non-carismatico, ma amministratore capace e esperto. Cerca di portare il confronto proprio sul piano delle sue qualità di governo rispetto a quelle, sostanzialmente ignote, della leghista Lucia Borgonzoni, già sottosegretaria alla Cultura, che tre anni fa obbligò il sindaco del Partito Democratico al ballottaggio.
In un certo senso, il voto degli emiliano-romagnoli che cinque anni fa produssero la sorpresa di un’altissima astensione, votò meno del 40%, come clamorosa protesta contro i non pochi scandali dei rimborsi dei Consiglieri del PD e non solo, conterà doppio. Certo, tutti sanno che si vota per la regione, ma sono anche abbondantemente consapevoli che il loro voto è destinato ad avere conseguenze nazionali. Se vince la candidata della Lega, Salvini si ascriverà la vittoria e sosterrà ancora una volta, ma con più forza, che il governo giallo-rosso è abusivo, non rappresenta la maggioranza degli italiani, deve andarsene. Nelle democrazie parlamentari i governi possono rimanere in carica finché godono della fiducia del parlamento, ma una sconfitta in Emilia-Romagna, dove il Movimento 5 Stelle non ha neppure deciso se presentarsi, sarebbe più che un pessimo segnale per il governo Conte (e per il Partito Democratico). Indicherebbe che la non coesa alleanza che lo sostiene è già quasi arrivata all’ultima spiaggia.
Pubblicato AGL il 15 novembre 2015






