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I libri di una vita. Gianfranco Pasquino li/si racconta
Roma 22 febbraio 2018 Fondazione Nova Spes
Gianfranco Pasquino e i libri della sua vita: quelli scritti, quelli ricevuti in dono e mai dimenticati, quelli amati.
Quattromilatrecento volumi, affidati alla Fondazione Nova Spes, catalogati e disponibili alla consultazione.
In dialogo con il suo ultimo bravissimo allievo Marco Valbruzzi, ricorda i suoi maestri Norberto Bobbio e Giovanni Sartori e attribuisce loro la “responsabilità” di quello che è diventato.
Politics in Italy: Not a “Normal” Country – A Three Lecture Mini-course at Johns Hopkins University #Bologna
The Johns Hopkins University
School of Advanced International Studies SAIS Europe
via Belmeloro, 11 Bologna ITALY
Politics in Italy: Not a “Normal” Country
A Three Lecture Mini-course
Gianfranco Pasquino
10:30-12:00, Thursday, March 1, 2018
The Political System: Parliament, Governments, Parties 2013-2018
18:30-20:00, Thursday, March 15, 2018
The Elections: Electoral Laws and Electoral Results
10:30-12:00, Monday, April 23, 2018
The Outcome: The Formation of the Government and its Future
Patrick McCarthy Memorial Series on Intellectuals and Politics supported by the Patrick McCarthy Fund
THE ITALIAN NATIONAL ELECTIONS 2018 AND MORE
Italians will go to the polls on March 4th to elect a new Parliament. The 2013-2018 legislature has been somewhat tumultuous but not unproductive – three governments, two Presidents of the Republic, one constitutional referendum and much more. Parliament has approved some important, though controversial, laws: Jobs Act, La Buona Scuola, a new electoral law, the living will. The outcome of the elections is surrounded by an aura of uncertainty. Berlusconi’s comeback has re-invigorated the center-right. The Democratic Party has never fully recovered from the defeat in the constitutional referendum and has suffered a split. The Five Star Movement appears somewhat isolated and wounded by the poor performance of its local governments. However it still thrives on the dissatisfaction that many Italians feel with Italian politics and the modest quality of democracy. The three lectures will provide more than an introduction to the politics of a not insignificant European country – the way things are now and the ways they might change.
GIANFRANCO PASQUINO
Gianfranco Pasquino is Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies at The Johns Hopkins University SAIS Europe and Professor Emeritus of Political Science at the University of Bologna.
Pasquino was Professor of Political Science at the University of Bologna from 1969-2012. He was a member of the Italian Senate from 1983-1992 and from 1994-1996. He served as a parliamentary observer for the plebiscite (1988) and presidential elections (1989) in Chile. He was awarded the laurea honoris causa from the Catholic University of Cordoba, University of Buenos Aires and University de La Plata. Pasquino is also a member of the Editorial Board of the Enciclopedia Italiana, President of the Società Italiana di Scienza Politica and a member of the Accademia Nazionale dei Lincei. He received the Conference Group on Italian Politics and Society (CONGRIPS) Life Achievement Award (2016). Pasquino received his MA in International Relations from Johns Hopkins SAIS (1967).
Publications: Politica e istituzioni (2016); Cittadini senza scettro (2015); La Costituzione in trenta lezioni (2015); co-editor Oxford Handbook of Italian Politics (2015); Finale di partita. Tramonto di una Repubblica (2013); La rivoluzione promessa. Lettura della costituzione Italiana (2011); Il Partito Democratico di Bersani. Profilo, persone, prospettive, co-editor (2010); Le parole della politica(2010); Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica Francese, co-editor (2010); Nuovo corso di scienza politica (2009); Masters of Political Science, co-editor (2009); Strumenti della democrazia, editor (2007); Le istituzioni di Arlecchino (2007); Los poderes de los jefes de gobierno(2007); Sistemi politici comparati (2003, revised in 2004 and 2007); Il Dizionario di Politica, co-editor (2016 4th ed.). Pasquino is an editorial writer for il Corriere di Bologna and a frequent contributor of articles and reviews to academic journals, policy forums and news outlets.
Recommended readings:
· G. Pasquino and M. Valbruzzi, A Changing Republic. Politics and Democracy in Italy, Epoké Edizioni, 2015
· E. Jones and G. Pasquino (eds.), The Oxford Handbook of Italian Politics, Oxford University Press, 2015
· G.Pasquino and M. Valbruzzi, ‘Italy says no: the 2016 constitutional referendum and its consequences’, Journal of Modern Italian Studies, vol. 22, March 2017, pp. 145-162.
Perseverando negli sbagli non s’impara. Breve promemoria in quattro punti a pochi giorni dalle #elezioniPolitiche2018
La campagna elettorale ha fatto ricomparire vecchi e gravi errori che non bisogna stancarsi di correggere.
1. Nessun governo nelle democrazie parlamentari è mai eletto dal popolo. Non esiste neppure nessun Primo ministro eletto dal popolo. I governi nascono in Parlamento, lì possono fisiologicamente morire e essere sostituiti secondo la Costituzione, i precedenti, le tradizioni. Scrivere, come ha fatto Antonio Polito “Il Corriere della Sera” (17 febbraio 2018, p.1): “dobbiamo infatti prepararci al quinto governo di fila non scelto dagli elettori nelle urne, ma costruito in Parlamento”, non solo induce a fare erroneamente credere che i governi siano per l’appunto scelti dagli elettori, ma delegittima previamente il prossimo governo che sarà proprio “costruito in Parlamento”.
2. Non siamo affatto “tornati” alla proporzionale (quale proporzionale visto che ne esistono molte varianti?). La legge Rosato non ha quasi nulla in comune con la legge elettorale proporzionale usata in Italia dal 1948 al 1992. Sia la legge Calderoli (Porcellum) sia la legge Renzi-Boschi (Italicum) erano leggi proporzionali con premio di maggioranza, nient’affatto leggi maggioritarie come quella inglese e come il doppio turno francese in collegi uninominali. Con il suo 33 percento di seggi assegnati in collegi uninominali sia alla Camera sia al Senato ai candidati che ottengono almeno un voto in più dei concorrenti, la legge Rosato è di gran lunga meno proporzionale delle leggi che l’hanno preceduta. Per molte ragioni rimane pessima, ma non configura nessun ritorno a nessuna imprecisata “proporzionale”.
3. Non esiste nessun trade-off, nessuno scambio fra rappresentanza e governabilità. Meno che mai si può credere che la mai chiaramente definita governabilità si acquisisca comprimendo e riducendo la rappresentanza. Al contrario, da una migliore rappresentanza scaturisce la governabilità. Naturalmente, governabilità non significa, non è, non discende dal governo di un solo partito dotato di una maggioranza parlamentare gonfiata da un premio elettorale. Quanto alla rappresentanza politica, essa non è mai “lo specchio del paese”. Non è rappresentanza sociologica, comunque impossibile da conseguire e neppure da perseguire, ma è rappresentanza elettiva con gli eletti che hanno piena consapevolezza di doversi fare portatori delle preferenze politiche e sociali degli elettori. Non sono uomini e donne scelti/ e nominati/e per essere obbedienti esecutori/trici delle decisioni dei capi partito e capi corrente (uno dei punti cardine della legge Rosato, non adeguatamente criticato) con la conseguenza probabile che quei parlamentari si sposteranno in corso d’opera verso quei capi partito in grado di garantire la loro rielezione. Déjà vu, déjà fait: trasformismo, il preminente e persistente contributo italiano alla storia dei vizi del parlamentarismo.
4. No, nelle riforme costituzionali bocciate da quasi il 60 per cento degli elettori il 4 dicembre 2016 non c’era nessun meccanismo di potenziamento del governo (che, incidentalmente, avrebbe comunque anche richiesto una ridefinizione dei checks and balances, dei freni e contrappesi che sono l’essenza delle democrazie liberali) , nulla che assomigliasse al voto di sfiducia costruttivo che, per l’appunto, dà potere al capo del governo al tempo stesso che ne dà al Parlamento. Piangere sul referendum perduto asserendo che avrebbe dato slancio ad una nuova fase della politica italiana non solo non serve a niente, ma non consente di capire quanto sbagliate fossero quelle riforme e quanto necessario sia riflettere sulla possibilità/praticabilità di riforme migliori.
Pubblicato il 26 febbraio 2018 su la rivista ilMulino
Cittadini, partiti, istituzioni e leggi elettorali
Relazione pronunciata al convegno
“La forma di governo tra riformismo elettorale e mutamento politicoistituzionale”
Giornata di studi sulle Riforme istituzionali
Torino, 17 novembre 2017
Campus Luigi Einaudi
Pubblicato in federalismi.it
RIVISTA DI DIRITTO PUBBLICO, COMPARATO, EUROPEO
ISSN 1826-3534 – Numero Speciale 1/2018
Cittadini, partiti, istituzioni e leggi elettorali
Questa relazione è, prima di tutto, ma non soprattutto, un esercizio di resistenza alle tentazioni. Per quanto tentato dal replicare alle moltissime ignoranze e alle gravissime scorrettezze manifestate(si) nel dibattito sulle leggi elettorali, le loro riforme e controriforme, mi limiterò, a fatica, ad alcune considerazioni. Procederò a evidenziare gli errori più grossolani alla luce della ingente letteratura politologica in materia, la quale dovrebbe, da un lato, già essere patrimonio dei politologi e, dall’altro, apparire lettura essenziale per riformatori, in special modo, per i giuristi che si avventurino su un terreno ampio, dissodato, politicamente di straordinaria importanza. Purtroppo, non è affatto così. Mi troverò spesso di fronte ad un dilemma classico: criticare gli autori degli errori più grossolani, citandoli per nome e cognome (il pessimo articolo di Passarelli merita davvero la citazione) (1) oppure stendere un fin troppo pietoso velo sul loro sonno più che trentennale (2) di letture mancate e mai recuperate? Procederò molto pragmaticamente. Adesso, back to basics, come direbbe Giuliano Amato.
La più semplice definizione di una legge/sistema elettorale è che costituisce un meccanismo per la traduzione di voti in seggi (3) . Naturalmente, nel corso del tempo abbiamo imparato che è indispensabile guardare a tutto quello che sta a monte del momento elettorale e a tutto quello che sta a valle del voto. Con qualche ritardo, tuttavia molto utilmente, alcuni politologi USA (4) sono anche giunti a teorizzare e in parte a esplorare, cosa che nel loro paese diventa di importanza decisiva a causa delle drammatiche manipolazioni del voto attraverso il gerrymandering (5) – furiosamente praticato dalle assemblee statali dominate dai Repubblicani -, la necessità di analizzare il contesto (6) . Sono pochi, in Italia, ad avere proceduto a questo tipo di analisi prima di proporre, formulare, giudicare e fare approvare le nuove leggi elettorali.
Quando, nel 1953, un relativamente riluttante De Gasperi mosse alla riforma della legge elettorale proporzionale prevedendo un premio di maggioranza (7) la proposta era quella di rendere più solida la coalizione parlamentare (e politica) centrista a fronte della sfida di una riemergente destra neo-fascista e l’auspicio era quello di costringere i comunisti ad abbandonare la loro rendita di opposizione per diventare alleato dei socialisti, essenziale, ma non in posizione dominante.
Dunque, senza sminuire l’elemento partigiano, ovvero il rafforzamento della coalizione già al governo, importanza superiore aveva l’obiettivo sistemico: andare verso una competizione bipolare anche se per qualche prevedibile periodo di tempo sbilanciata a favore dei centristi. Nelle menti e negli intenti dei promotori dei referendum elettorali (1991, 1993) la motivazione sistemica era nettamente prevalente. Per molti di loro (mi colloco fra questi) era sostanzialmente cruciale: costruire le condizioni elettorali di una democrazia, qui sono costretto allo slogan, peraltro vicinissimo alla realtà, maggioritaria, bipolare, dell’alternanza e, aggiungo, che attribuisse all’elettorato il potere decisivo di produrre l’alternanza, non di eleggere il governo (obiettivo impossibile e improponibile nelle democrazie parlamentari), ma di scegliere fra coalizioni che a quel governo si sarebbero candidate. Qui tralascio tutti gli errori storici, politici e di comparazione di coloro che ritengono che l’alternanza, ovvero la sostituzione totale di un partito o di una coalizione al governo ad opera di un partito o di una coalizione all’opposizione caratterizzi la maggioranza delle elezioni nelle democrazie non solo europee (8) , ma occidentali (9) . Non è affatto così. Né, d’altronde, è corretto sostenere che sempre e dovunque il verificarsi dell’alternanza costituisca il fenomeno caratterizzante le democrazie di migliore qualità. Anzi, gli elettori del Regno Unito nonché ovviamente gli studiosi e i commentatori si sono lamentati della “troppa” alternanza negli anni Sessanta e, in seguito, hanno assistito (e cooperato) a lunghi periodi di governi conservatori (dal 1979 al 1997, diciotto anni e quattro elezioni generali), e di governi laburisti (dal 1997 al 2010, tredici anni e tre elezioni generali). Tecnicamente, la molto ben governata Germania, in quasi settant’anni di vita della sua Repubblica, ha avuto una sola alternanza completa nel 1998: dal governo Democristiani-Liberali guidati da Helmut Kohl al governo Sociadelmocratici-Verdi guidato da Gerhard Schröder.
Adesso, possiamo dirlo con maggiore conoscenza di causa, i referendari cercavano una riforma elettorale palingenetica che conferisse agli elettori tanto il potere di scegliere il loro candidato al Parlamento (quindi, di ottenere una rappresentanza migliore) quanto quello di incidere sulla formazione del governo. Nel 1993 la traduzione parlamentare dell’esito del quesito referendario fu fedele e ottima per il Senato: tre quarti di eletti in collegi uninominali, un quarto recuperati con riparto proporzionale fra i migliori, perdenti, sì, ma senza dimenticare né sottovalutare che quei perdenti avevano fatto campagna elettorale, parlato con gli elettori, ascoltato le loro richieste e, soprattutto, ottenuto voti, spesso molti. È la traduzione del quesito referendario alla Camera che lasciò molto a desiderare e fornì molto materiale da criticare. La legge, il cui relatore fu l’allora deputato Popolare Sergio Mattarella, si prestò alla critica e allo sberleffo di Giovanni Sartori che la definì Mattarellum.
Fermarsi qui, al latinorum, considerandolo uno dei contributi intellettuali grazie al quale Sartori merita di essere ricordato e celebrato (com’è improvvidamente stato fatto al Convegno Annuale della Società Italiana di Scienza Politica tenutosi a Urbino dal 14 al 16 settembre 2017) è semplicemente scandaloso. Significa non sapere niente dei sistemi elettorali e quindi non essere in grado di capire le motivazioni dello sberleffo al Mattarellum. La legge elettorale per la Camera era, in effetti, alquanto mattocchia. Congegnata, grazie al recupero proporzionale su scheda a parte (con possibilità di voto disgiunto, risorsa nelle mani degli elettori, ma anche strumento nelle mani dei partiti) ed alla facoltà di candidarsi in un collegio uninominale e in tre schede proporzionali, con l’obiettivo non proprio nascosto di salvare quei capipartito che non avessero conquistato il seggio nei collegi uninominali, la legge dava ai capi dei partiti piccoli notevole potere di ricatto. Il messaggio era ovvio: “se non candidate alcuni dei nostri in collegi uninominali sicuri, i vostri candidati non avranno i nostri voti”. Diversa, invece, fu la tattica della desistenza stipulata nel 1996 fra l’Ulivo di Romano Prodi e Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti. In una ventina o poco più di collegi, Rifondazione si impegnò a non presentare candidature invitando i suoi elettori a votare per i candidati dell’Ulivo. A sua volta, l’Ulivo reciprocava in altrettanti collegi. La desistenza, unitamente alla mancata alleanza fra Lega e Berlusconi, consentì all’Ulivo di vincere fortunosamente le elezioni, ma, in seguito, permise a Bertinotti di porre fine all’esperienza del governo dell’Ulivo nell’ottobre 1998, cambiando in peggio la storia d’Italia. A questo “peggio”, in misura piccola, ma concreta, aveva dato il suo contributo la frammentazione dei partiti, chiedo scusa, dei partitini, agevolata e mantenuta proprio dai meccanismi della legge Mattarella.
Che si potesse fare peggio, anzi, molto peggio, lo dimostrarono nel 2005 i quattro “saggi di Lorenzago”: Roberto Calderoli (Lega), Francesco D’Onofrio (UDC), Domenica Nania (Alleanza Nazionale), Andrea Pastore (Forza Italia). Quella che Calderoli avrebbe poco tempo dopo definito una “porcata”, vale a dire il tentativo di scrivere una legge deliberatamente totalmente “partigiana” che, prima di tutto, andasse a svantaggio del centro-sinistra, poi avvantaggiasse il centro-destra e i capi dei partiti e che, per l’appunto, Sartori bollò spregiativamente con l’epiteto Porcellum, era una legge proporzionale. Aveva lunghe liste bloccate senza voto di preferenza. Consentiva candidature multiple addirittura in tutte le circoscrizioni, opportunità pienamente sfruttata da Berlusconi convinto, in parte probabilmente a ragione, che il suo essere capolista portava voti alla lista, e utilizzata in larga misura anche dagli altri capi dei partiti di centrodestra e di centro-sinistra (la cui opposizione alla legge in Parlamento non può essere considerata né durissima né memorabile). Conteneva un premio di maggioranza che mirava ad attribuire al partito/la coalizione vittoriosi alla Camera almeno 340 seggi, mentre al Senato i premi erano regione per regione, un problema per il centro-sinistra, debole nelle regioni grandi, più popolose, portatrici di un premio in seggi più consistente come la Lombardia, la Sicilia, il Veneto, talvolta anche la Campania.
Che la Corte costituzionale abbia lasciato passare tre elezioni politiche (2006, 2008, 2013) prima di dichiarare incostituzionali diversi punti della legge Calderoli attesta due punti. Il primo è sicuro, poi confermato dalla sentenza successiva sull’Italicum: la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia elettorale è, come mi ha detto un giudice costituzionale, “incerta” (sic!). Il secondo punto è che ai giuristi mancano le indispensabili competenze politologiche per valutare le conseguenze politiche delle leggi elettorali (10). Ancora oggi mi vanto di essere stato scelto più di trent’anni fa da due autorevoli Professori di Diritto Costituzionale (poi entrambi, Giuliano Amato e Augusto Barbera diventati giudici costituzionali, attualmente in carica) per scrivere il capitolo I sistemi elettorali nel loro Manuale di Diritto Pubblico (11) , aggiornato e ripubblicato per più di un decennio. Quanto all’Italicum, in pratica fu un Porcellinum. Qui ci metto del mio, sottolineando come fossero presenti tutte le componenti deprecabili del Porcellum in misura appena attenuata: le liste non erano più, dopo una lunga battaglia parlamentare, bloccate, ma i capilista sì con l’aggiunta successiva, a furor di popolo, del contentino di due preferenze purché per candidature di genere diverso. Le candidature multiple erano ancora possibili, ma “soltanto” in dieci circoscrizioni, non in tutte. Il premio di maggioranza rimaneva tale numericamente (non previsto per il Senato che Renzi e Boschi avevano reso non più elettivo salvo vederselo resuscitare sonoramente dal referendum costituzionale del 4 dicembre che bocciò tutte le loro malfatte riforme), ma poteva essere conseguito soltanto dal partito (divieto di formazione di coalizioni pre-elettorali) che avesse ottenuto il 40 per cento dei voti al primo turno (curiosamente proprio la percentuale raggiunta dal Partito Democratico nelle elezioni europee del maggio 2014) oppure dal partito (non le coalizioni poiché erano impediti gli apparentamenti, come pure è possibile nella legge per l’elezione dei sindaci) che vincesse il ballottaggio (12) fra i due più votati al primo turno.
Il ballottaggio è stato bocciato dalla Corte Costituzionale in mancanza della statuizione di una percentuale minima di voti per accedervi con il rischio di una gravissima distorsione della rappresentanza parlamentare. Infatti, nel frammentato sistema partitico italiano, non si può escludere che il partito vittorioso al ballottaggio avesse ottenuto fra il 20 e il 25 per cento dei voti e risultasse premiato con più del raddoppio dei suoi seggi pervenendo fino al 54 per cento. Qui è opportuno evidenziare che sia il Porcellum sia l’Italicum erano leggi elettorali proporzionali con premio di maggioranza. Quindi tutte le lamentele giornalistiche e politiche sul “ritorno alla proporzionale”, che, per Paolo Mieli e per alcuni politologi commentatori, costituirebbe il prodromo alla tragedia di Weimar in salsa italiana, mai contrastate dagli studiosi di scienza politica, erano assolutamente fuori luogo (senza contare che Weimar non crollò primariamente a causa della legge elettorale proporzionale). Vittoriosa con uno scarto minimo nel febbraio 2013, la coalizione Italia Bene Comune fra il Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà e i Socialisti Italiani con meno del 26 per cento dei voti, ottenne il 54 per cento dei seggi. Il premio fu, dunque, 28 per cento di seggi; il rimanente 72 per cento fu assegnato con ripartizione proporzionale. La legge che, nella più volta ripetuta frase di Renzi e Boschi, tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e metà Europa avrebbe imitato, frase avallata dai costituzionalisti di riferimento del governo e del PD e nella sostanza in un numero imprecisato di articoli sul “Sole 24 Ore” dal politologo Roberto D’Alimonte della LUISS di Roma, non ha avuto modo di essere applicata. Dal punto di vista politico, meglio così. Il sistema politico italiano si è risparmiato non pochi inconvenienti di funzionamento del sistema e non pochi rischi di torsione autoritaria del partito vittorioso e del suo leader. Dal punto di vista politologico, invece, esprimo un rammarico. Infatti, il suo utilizzo, almeno una volta, avrebbe confermato in modo palese l’esistenza di gravi inadeguatezze sia per la rappresentanza politica sia per la governabilità (anche su questo, di più infra).
La cronaca dei tentativi furbeschi di elaborare e di fare approvare una legge che consentisse sia all’indolenzito (dalla batosta referendaria) Renzi sia al ringalluzzito Berlusconi di scegliere i loro parlamentari e, al tempo stesso, di svantaggiare il Movimento Cinque Stelle e di posizionarsi in maniera tale da pervenire, eventualmente, ad una coalizione governativa quasi centrista, non apporta elementi conoscitivi di nessun interesse tranne quello di ribadire che l’orizzonte dei sedicenti riformatori continuava ad essere ostinatamente “partigiano”. Né il potere degli elettori né il miglioramento del sistema politico trovavano posto nelle loro motivazioni anche se la parola governabilità era enfaticamente e ripetutamente pronunciata dai Democratici. In nessuno dei testi a me noti la governabilità si consegue attraverso l’elezione popolare diretta del governo (13). In nessun paese l’ingovernabilità è attribuibile/attribuita ai sistemi elettorali, neppure a quelli proporzionali, quanto, piuttosto a dinamiche sociali e culturali nonché, ovviamente, politiche, alle quali si possono dare risposte anche istituzionali che solo in minima parte passano attraverso le riforme elettorali (14). Nessun politologo ha mai sostenuto che la governabilità (15) crescerà riducendo la rappresentanza che è, invece, la tesi prevalente fra i politici italiani e i loro commentatori di riferimento. È una tesi sbagliata come, indirettamente, ma molto convincentemente, ha dimostrato Powell (16). Oserei affermare che quanto migliore è la rappresentanza elettorale, politica, parlamentare dei cittadini-elettori tanto più probabile è che si pervenga ad un buon governo, vale a dire ad un governo che voglia e riesca a tradurre le preferenze, gli interessi, le domande degli elettori in politiche pubbliche (17) .
Se la rappresentanza politica, che può essere tale esclusivamente se è elettiva (18), si esprime attraverso sistemi elettorali pessimi, le conseguenze negative su parlamento e governo saranno automatiche (19) . Coloro che, nominati e paracadutati in posizioni di vertice nelle liste bloccate e in collegi sicuri, sanno di potere contare sulla ricandidatura non si cureranno affatto di rispondere al loro elettorato (che, peraltro, molto raramente conoscono o possono identificare) e neppure, meno che mai, alla Nazione alla quale, secondo l’art. 67 della Costituzione dovrebbero offrire rappresentanza “senza vincolo di mandato” (su molti di questi aspetti si veda quanto affermato da Calamandrei in due pregevoli saggi degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso) (20). In questo modo si spezza il cruciale circuito dell’accountability. Viene meno l’insieme di comportamenti democratici virtuosi che mettono in relazione cittadini, rappresentanti e governanti (21). Nella legge elettorale a firma del deputato Ettore Rosato, capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei deputati, non si trova nessuna preoccupazione per l’accountability, per la responsabilizzazione degli eletti in Parlamento a tutto scapito degli elettori e del loro potere ridotto ai minimissimi termini. Detto alto e forte che la legge Rosato non è affatto un ritorno alla proporzionale poiché duecentotrentadue deputati e centosedici senatori saranno eletti in collegi uninominali e trecentottantasei deputati e centonovantatre senatori nelle circoscrizioni proporzionali, piccole per i deputati, da due a quattro eletti per circoscrizione, e in circoscrizioni regionali, come impone la Costituzione, per il Senato, va subito aggiunto che combina in peggio l’elemento maggioritario con l’elemento proporzionale.
Per coloro che amano questi paragoni, la legge Rosato capovolge la legge Mattarella, ne sminuisce la competitività e la svirilizza a favore delle segreterie dei partiti. Poiché oltre alla candidatura nel collegio uninominale sono ammesse fino a cinque candidature nelle circoscrizioni proporzionali fin d’ora possiamo essere certi (assured), anche se in verità non ne sentivamo il bisogno, che nessuno dei dirigenti dei partiti e dei loro collaboratori più stretti perderà il seggio. Gravissimo è che, a fini puramente partigiani, vale a dire, per vincolare il voto al partito, la legge Rosato neghi la possibilità del voto disgiunto. Chi sceglie un candidato nel collegio uninominale automaticamente vota la coalizione che lo sostiene nella quale può trovarsi un partito sgradito a quello stesso elettore. Chi apprezza una coalizione e la vota, automaticamente e inevitabilmente dà sostegno al candidato uninominale che, forse, avrebbe preferito non sostenere. Il voto disgiunto insieme alle liste bloccate fa della legge elettorale Rosato un esemplare fra i più riprovevoli della riaffermazione di quel che rimane della partitocrazia/partitinocrazia italiana. È una legge che nessuno in Europa ci invidierà e nessuno penserà di imitare.
La legge Rosato è anche una legge poco promettente per la governabilità come, malamente, intesa dai loro fautori. Non può in nessun modo promettere la maggioranza assoluta di seggi per uno schieramento. Anzi, suggerisce che sarà difficile per tutti andare a comporre una coalizione di governo decente, in grado di durare. Qui, però, prendendo atto che, seppure molto obtorto collo, qualcuno si è finalmente accorto che le democrazie parlamentari nell’Unione Europea hanno governi di coalizione, mi affretto ad aggiungere che qualsiasi governo di coalizione composto da due/tre partiti (persino quattro e più raramente cinque, remember il pentapartito?) è più e meglio rappresentativo di un governo composto da un solo partito. Da non sottovalutare che i cittadini il cui partito si trova nella coalizione di governo si sentiranno logicamente più e meglio rappresentati dei cittadini i cui partiti sono esclusi dal governo.
Dopodiché molto dipenderà dalla qualità dei governanti, sperabilmente scelti anche fra i parlamentari più esperti e più capaci.
Una delle tentazioni, peraltro non impellente, alla quale non voglio cedere, è quella di procedere alla simulazione della distribuzione dei seggi nel Parlamento da eleggere nel 2018. Anzi, intendo mettere in guardia tutti dalle simulazioni per di più condotte dagli orfani di un padre malevolo come fu l’Italicum. Chi prevede un futuro politico-parlamentare oscuro e pericoloso sta facendo, non del tutto inconsapevolmente, affermazioni dal contenuto poco democratico. Quattro mesi di campagna elettorale passerebbero come acqua sul volto e sulle opinioni degli elettori. I candidati (questo può essere vero) e i leader dei partiti non sapranno trovare gli argomenti giusti e le parole appropriate per fare cambiare opzione di voto a percentuali significative di elettori. Non soltanto costoro avrebbero già deciso, ma non cambieranno idea neppure se i leader e i loro esperti/collaboratori commettessero errori clamorosi (22) . Sappiamo, invece, che una percentuale notevole di elettori decide, anche guardando alle coalizioni in lizza, nell’ultima settimana della campagna se non, addirittura, un giorno prima o il giorno stesso del voto. Certo, la legge Rosato offre pochissime opportunità agli elettori che chiamerò, in ossequio ad una classificazione che ha avuto qualche successo, “d’opinione” (23), a coloro che, per l’appunto, valutano le scelte in campo. I “sinceri democratici” debbono augurarsi che gli elettori d’opinione siano molti, intendano attivarsi e superino il disgusto recandosi alle urne e smentendo con la loro crocetta i simulatori senza fantasia e i politici senza vergogna. Purtroppo, una legge elettorale pessima non consentirà di avere un Parlamento buono a sostegno di un governo capace. Chi comprime la rappresentanza non può ottenere governabilità.
1 G. PASSARELLI, Electoral Laws and Elections in the Second Italian Republic. The 2013 Landmark (?), in Polis, n. 1/2014, pp. 107-122.
2 Più che trentennale poiché, lasciando da parte la legge truffa (1953) e, non tornando assurdamente alla legge Acerbo (1923), improponibile come termine di paragone, dibattito e riforme risalgono all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Per una essenziale panoramica, si veda M. REGALIA, Electoral Systems, in E. JONES – G. PASQUINO (a cura di), The Oxford Handbook of Italian Politics, Oxford, OUP, 2015, pp. 132-143. La mia proposta, presentata in Commissione Bozzi il 4 luglio 1984 e ampiamente discussa per tutto il decennio, ora si trova in G. PASQUINO, Partiti, istituzioni, democrazie, Bologna, il Mulino, 2014, pp. 229-242.
3 S. ROKKAN, Citizens, Elections, Parties, Oslo, Universitetsforlaget, 1970.
4 M. HTUN – G.B. POWELL, Jr. (a cura di), Political Science, Electoral Rules, and Democratic Governance. Report of the Task Force on Electoral Rules and Democratic Governance, American Political Science Association, Washington, D.C., September 2013 (reperibile all’url: https://liberalarts.utexas.edu/government/_files/moserweb/APSATaskForce2013.pdf).
5 Il ritaglio truffaldino dei collegi elettorali è operazione che risale al governatore del Massachusetts Elbridge Gerry il quale la iniziò, con successo, nel 1812.
6 Il contesto, come messo in limpida evidenza cinquant’anni fa da Sartori, include i partiti e i sistemi di partito (G. SARTORI, Political Development and Political Engineering, in J.D. MONTGOMERY – A.O. HIRSCHMAN (a cura di), Public Policy, Cambridge (MA), HUP, 1968, pp. 261-298). Entrambi sono spariti dall’orizzonte culturale (sì, parola grossa) degli apprendisti riformatori italiani i quali, nel non necessariamente migliore dei casi, vedono solo l’orizzonte degli interessi del loro partito.
7 Il Ministro Maria Elena Boschi è arrivata ad affermare che i capilista bloccati sarebbero stati “i rappresentanti di collegio”. George Orwell direbbe che questo è uno splendido esempio di neolingua. Date le modalità con le quali è probabile che fossero selezionati e i comportamenti che si sarebbero attesi da loro, mi permetterei di suggerire che quei capilista erano a tutti gli effetti intesi come “commissari di partito” (del capo del partito).
8 M. VALBRUZZI, Government Alternation in Western Europe: A Comparative Exploration, tesi di dottorato, Firenze – Istituto Universitario Europeo, 2017.
9 G. PASQUINO – M. VALBRUZZI (a cura di), Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, BUP, 2011.
10 D.W. RAE, The Political Consequences of Electoral Laws, New Haven-Londra, Yale University Press, 1971.
11 G. AMATO – A. BARBERA (a cura di), Manuale di diritto pubblico, Bologna, il Mulino, 1984.
12 Di ballottaggio si deve parlare con precisione poiché è limitato a due concorrenti, competitors, non di secondo turno che spesso contempla la presenza anche di tre, addirittura quattro candidati.
13 G. PASQUINO, Sistemi politici comparati, Bologna, Bononia University Press, 2007; G. PASQUINO, Governments in European Politics, in J.J. MAGONE (a cura di), Routledge Handbook in European Politics, Londra, Routledge, 2015, pp. 295-310.
14 R. ROSE (a cura di), Challenge to Governance. Studies in Overloaded Polities, London, Sage Publications, 1980; M. CROZIER – S.P. HUNTINGTON – J. WATANUKI, La crisi della democrazia. Rapporto alla Commissione trilaterale, Milano, Franco Angeli, 1977.
15 La governabilità può essere secondo Sartori la conseguenza della stabilità del governo che consente e agevola la produzione di decisioni. Quanto le decisioni siano/saranno efficaci dipende soprattutto, ma non solo dalla competenza dei governanti.
16 G.B. POWELL. Jr., Elections as Instruments of Democracy, New Haven e Londra, Yale University Press, 2000.
17 O. MASSARI – PASQUINO (a cura di), Rappresentare e governare, Bologna, il Mulino, 1994.
18 Se gli eletti parlamentari temono che a sanzionare i loro comportamenti saranno, nell’ordine, il capo del partito, il capo della corrente di partito, il gruppo di pressione che ne ha imposto la presenza in lista e non gli elettori, è prevedibile che daranno “rappresentanza”, se tale si può definire (meglio obbedienza) ai capi e non agli elettori. Sul punto si veda: G. SARTORI, Elementi di teoria politica, Bologna, il Mulino, 1990, pp. 211-236.
19 G. PASQUINO, Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Milano, Egea-UniBocconi, 2015, pp. 71-91.
20 P. CALAMANDREI, Patologia della corruzione parlamentare, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017.
21 G. PASQUINO, Accountability, Electoral, in B. BADIE – D. BERG SCHLOSSER – L. MORLINO (a cura di), International Encyclopedia of Political Science, Londra, Sage Publications, 2011, pp. 13-16.
22 Molti elementi utili a smentire ciascuna e tutte queste affermazioni si trovano in P. BELLUCCI-P. SEGATTI (a cura di), Votare in Italia: 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta, Bologna, il Mulino, 2010.
23 A. PARISI – G. PASQUINO, Relazioni partiti-elettori e tipi di voto, in A. PARISI – G. PASQUINO (a cura di), Continuità e mutamento elettorale in Italia. Le elezioni del 20 giugno 1976 e il sistema politico italiano, Bologna, il Mulino, 1977, pp. 215-249.
Le donne frenano la fuga dalle urne @La_Lettura @Corriere #vivalaLettura
Il partito degli astensionisti non esiste. Non è mai presente sulle schede elettorali. Non riesce a tradurre i molti voti che ottiene neppure in una manciatina di seggi. Nel prossimo parlamento italiano, come in tutti i parlamenti delle democrazie contemporanee, non ci sarà nessun rappresentante del partito degli astensionisti e, dopo avere versato qualche lacrima da coccodrillo, gli eletti passeranno al business as usual (traduzione: farsi i fatti loro). Quel sistema politico continuerà a funzionare più o meno come prima, salvo cambiamenti che non saranno certamente quelli voluti dall’inesistente partito degli astensionisti e neppure dai sottogruppi di quel partito, le “correnti” degli astensionisti. Anche se è vero che persino i partiti esistenti sono spesso attraversati da non poche e non marginali differenze di opinioni, gli astensionisti non fanno partito poiché le loro motivazioni, calde (rabbia, rifiuto) o fredde (apatia, disinteresse) hanno un solo punto di convergenza: non andare alle urne. Ciascuno degli astensionisti ha sue proprie motivazioni sulle quali non cerca il consenso degli altri. Potrà farsene un vanto: “non voto oramai da più di vent’anni”; sbandierare orgogliosamente che “nessuno si merita il mio voto”; tentare di usarle come un’arma: ” vi delegittimo tutti/delegittimo il sistema”; oppure dolersene: “purtroppo, non mi offrono alternative accettabili”; e rattristarsene: “ero fuori Italia per lavoro, per studio, per una vacanza prenotata da tempo”; ” non riesco più fisicamente ad andare alle urne”, oppure ancora rivelando il suo isolamento sociale e geografico: “nessuno mi viene a chiedere il voto” ; “non ho più parenti, amici e colleghi con i quali parlavamo di politica e ci convincevamo reciprocamente ad andare a votare”. Questa pluralità di motivazioni, che non chiamerò “accozzaglia”, coglie probabilmente tutto l’arco delle giustificazioni possibili. Mette in evidenza quanto sia superficiale, sicuramente fuorviante, sempre inutile parlare del partito degli astensionisti.
Oltre che dalle loro motivazioni, gli astensionisti sono divisi anche per istruzione e reddito, età e genere. Insomma, il non voto è ancora più problematico del voto. Eppure, come rivela la bella analisi di Dario Tuorto, L’attimo fuggente. Giovani e voto in Italia, tra continuità e cambiamento (Il Mulino 2018), sappiamo molto sugli astensionisti italiani, su chi sono, su come sono cambiati nel corso del tempo, su quali novità sono emerse. Alcuni elementi sono comuni a un po’ tutte le democrazie contemporanee. In generale, le persone con livello di istruzione medio-alto e con un reddito buono votano di più delle persone meno istruite e con basso reddito, in lavori precari o disoccupati. I non-votanti rivelano minore interesse per la politica, hanno poche informazioni politiche e non si sentono dotati di efficacia politica, ovvero pensano di non riuscire a influenzare le scelte politiche. Nel passato, non solo in Italia, gli uomini votavano di più delle donne, forse anche perché possedevano in misura maggiore interesse, informazione, convinzione di contare. Oggi, questo è l’elemento di maggiore novità, più visibile in Italia che altrove, sono le donne delle fasce d’età fra i 18 e i 30 anni a votare di più (o ad astenersi meno) dei loro coetanei uomini. Fra le varie ragioni, potrebbe essere così perché quelle giovani donne hanno interesse, informazione politica e voglia di partecipazione che derivano dal provare sulla propria pelle persistenti discriminazioni di opportunità, di reddito, di condizioni di vita.
Le variabili personali hanno grande peso nello spingere verso il voto oppure l’astensione, ma contano moltissimo anche le variabili strutturali che attengono al sistema politico. Lasciando da parte l’obbligatorietà del voto, in Italia abolita nel 1993, ma ancora vigente, ad esempio, in Australia e in Belgio, le due variabili più importanti sembrano essere quelle relative ai partiti e ai sistemi di partito e alla competitività delle elezioni. Non c’è dubbio che, un po’ dappertutto, il declino dei partiti è accompagnato dalla diminuzione della partecipazione elettorale e viceversa. Dove e quando i partiti non hanno più la volontà/capacità di andare a cercare gli elettori, di convincerli e, letteralmente, di portarli alle urne, l’astensionismo trova un terreno fertile. Se i partiti non offrono chiare e importanti alternative di programmi e di persone, molti elettori penseranno che non vale la pena andare alle urne. Vinca l’uno o l’altro le loro condizioni di vita e quelle dei loro figli non cambieranno in meglio e neppure in peggio. In elezioni poco competitive, quindi, il tasso di partecipazione sarà piuttosto basso, qualche volta, come nelle elezioni per il Congresso degli USA nella maggioranza dei collegi sarà molto al disotto del 50 per cento. Esistono molti casi del genere anche in Europa. L’allarme dovrebbe riguardare non tanto la bassa partecipazione elettorale, soprattutto se abituale, quanto, piuttosto l’eventuale crollo, come, ad esempio, avvenuto in Gran Bretagna: dal 71 per cento del 1997 al 59 del 2001. Talvolta ci si dovrebbe allarmare anche quando ci fosse un’impennata di partecipazione elettorale prodotta probabilmente da un leader populista nel contesto del declino dei partiti tradizionali.
Alla ricerca di una spiegazione “elegante e parsimoniosa” dell’astensionismo negli USA, due politologi americani Lyn Ragsdale e Jerrold G. Rusk (The American Nonvoter, Oxford University Press 2017), hanno individuato una variabile che, da sola, sembra offrire una spiegazione ad ampio raggio e molto convincente. In particolare nelle elezioni presidenziali USA il tasso di partecipazione elettorale è aumentato o diminuito a seconda della natura della competizione. Se e quando le previsioni indicano la alta probabilità di vittoria di un candidato, la partecipazione rimane relativamente bassa. Quando, invece, le previsioni segnalano che l’elezione è fortemente competitiva e l’esito nient’affatto scontato allora la partecipazione elettorale è cresciuta in maniera significativa. In estrema sintesi, l’analisi storica- comparata dal 1920 al 2012 di Ragsdale e Rusk conduce ad affermare che l’incertezza sull’esito riduce considerevolmente le percentuali di astensionisti e porta alle urne molti elettori che credono di avere l’opportunità di determinare l’esito voluto o di scongiurare quello sgradito. Nel contesto italiano delle elezioni di marzo, il cui esito è, anche a causa di una pessima legge elettorale, solo parzialmente scontato (nessuna maggioranza assoluta per nessuno dei tre maggiori contendenti), chi sa se l’incertezza motiverà almeno altrettanti elettori del 2013 (75 per cento) ad andare alle urne oppure se la tendenza all’astensionismo, seppure lenta e limitata, continuerà? Chi non voterà, comunque, non conterà.
Pubblicato La Lettura Il Corriere della Sera 25 febbraio 2018
C’è ancora poca Europa, troppo tiepido Juncker
Ha suscitato una fiammata di dibattito la preoccupazione espressa dal Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker che dopo il voto del 4 marzo l’Italia non sia/sarà in grado di darsi un governo “operativo”. Grande levata di scudi da tutti i protagonisti della campagna elettorale i quali, invece, di alleviare la preoccupazione di Juncker e dire a quale governo operativo daranno vita, hanno preferito gridare con toni e enfasi diverse all’interferenza dell’Europa nelle elezioni italiane. Juncker ha poi fatto una piccola marcia indietro, ma è immaginabile che lui, gli altri governi degli Stati-membri dell’Unione e, naturalmente, molti italiani siano davvero preoccupati dalla prospettiva di un non-governo dopo il voto, se non, peggio, di un governo non più europeista. Sarebbe sorprendente il contrario ovvero che Juncker dichiarasse che non gliene importa un bel niente di quel che succede in un paese che è uno dei sei Stati fondatori, che è la seconda economia manifatturiera dell’Unione Europea e che, nel bene, che c’è, eccome, e nel male, che pure fa capolino, sostiene una visione europeista federalista.
Occuparsi e preoccuparsi anche della politica negli Stati-membri sta nei doveri costitutivi della Commissione europea. Forse, guardando a quello che è successo e continua a succedere in Ungheria, Polonia e Slovacchia, la Commissione dovrebbe persino essere più intrusiva. Giustamente non è stata criticata quando ha espresso la sua critica alla Brexit e ai suoi protagonisti. Non lo è stata quando ha espresso il suo apprezzamento per la vittoria di Emmanuel Macron in Francia. È stata criticata per non avere più rapidamente e più incisivamente deprecato i tentativi secessionisti dei catalani che incidono anche sull’Unione Europea come la conosciamo e come vorremmo che diventasse, più “stretta”, più solida, più determinata.
È nell’interesse di tutti i cittadini degli Stati-membri che l’Unione Europea funzioni in maniera migliore e che, quindi, i governi di ciascuno Stato siano non soltanto stabili, ma per l’appunto operativi e che soddisfino fino in fondo i criteri della democraticità. Mi spingo più in là sottolineando che l’Unione Europea, la Commissione e il suo Presidente devono continuare a essere fortemente interessati agli sviluppi politici in ciascun paese anche perché sono troppo spesso accusati, soprattutto dai cosiddetti sovranisti di avere costruito strutture burocratiche e oligarchiche. Se vogliamo più politica e crediamo che il conflitto politico, ovviamente dentro le regole e le procedure, anche quelle elettorali, costituisca il sale delle democrazie, il parere e gli auspici di Juncker hanno un significato, contano, sono da prendere in seria considerazione.
All’insegna della non-interferenza, tutti i politici italiani e la grande maggioranza dei commentatori ne hanno approfittato per evadere la domanda implicita, ma chiarissima, di Juncker: “avrà l’Italia un governo operativo?” e, personalmente, aggiungo di quale caratura: europeista o sovranista? Nonostante i bene intenzionati sforzi di Emma Bonino, l’Europa non è nei primi posti dei punti programmatici e delle battaglie elettorali in corso. Senza esagerare in retorica, non sempre da disprezzare, sarebbe opportuno che i capipartito dicessero con grande limpidezza agli elettori che l’Europa è il destino dell’Italia e che starne fuori significa sprofondare nel Mediterraneo. Se vogliamo migliorare l’Italia dobbiamo cercare di essere più credibili come Stato-membro dell’UE grazie ad un governo in grado di assumere impegni e rispettarli ottenendo in cambio l’aiuto necessario all’economia e a problemi come, soprattutto l’immigrazione.
Stare fuori dall’Unione significa credere che l’Italia da sola saprà risolvere problemi che sono già difficili per l’Unione: pura, ma pericolosissima illusione. Insomma, Juncker ha peccato per difetto. Sarebbe stato molto preferibile che, candidamente, dicesse: “senza Europa voi italiani non andrete da nessuna parte e senza un governo operativo renderete difficile anche le importantissime attività dell’Unione”.
Pubblicato AGL il 25 febbraio 2018
Centro destra a caccia dei puntelli
Stanno diventando tutti preveggenti i leader dei diversi partiti e schieramenti politici italiani. Si preparano a governare negando, con maggiore o minore intensità, il cosiddetto “inciucio”, ma incamminandosi verso quelle che chiamano “convergenze” programmatiche, larghe intese, governi di scopo e altre amenità (che, però, non fanno ridere). Anche come conseguenza di una pessima legge elettorale, peraltro fortemente voluta da loro, sono Renzi e Berlusconi che cercano il modo di disinnescare il Movimento Cinque Stelle. Alla ricerca di personalità politiche che diano una buona immagine di possibile compagine governante, le Cinque Stelle devono fare i conti con un reclutamento un po’ superficiale e disinvolto. Non hanno la struttura in grado di filtrare le candidature cosicché già devono annunciare che un certo numero, circa una decina, dei loro probabili eletti, in odor di massoneria e di altri inconvenienti, non saranno accettati nei gruppi parlamentari del Movimento.
Il Partito Democratico di Renzi appare lontano sia dalla possibilità di essere il primo gruppo parlamentare sia dalla probabilità di costruire una coalizione più grande di quella del centro-destra. Tuttavia, salvo che nei sondaggi personali di Berlusconi e in qualche ardita proiezione di studiosi non proprio impeccabili, al centro-destra dovrebbero mancare almeno una trentina di deputati e una quindicina di senatori per conseguire la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato in assenza della quale nessun governo può entrare in carica. Nel prossimo Parlamento, poi, non ci sarà neppure più Denis Verdini, che sapeva come spostare non pochi parlamentari a sostegno di operazioni governative. Pertanto, Berlusconi sarà costretto a fare affidamento soltanto sulla sua fantasia e sulla sua generosità.
Tantissima acqua è passata sotto i ponti da quando, nell’autunno del 1994, Berlusconi, “tradito” dalla metà circa dei parlamentari della Lega, che poi appoggiarono il governo presieduto da Lamberto Dini, levò alte grida contro il “ribaltone”, ovvero la sostituzione della sua maggioranza parlamentare, che aveva vinto, seppur risicatamente, le elezioni, con una maggioranza fatta prevalentemente da coloro che quelle elezioni le avevano sonoramente perse. Pur costituzionale, il ribaltone che implica il cambiamento di posizione e di voto di non pochi parlamentari, è un fenomeno politicamente criticabile, non gradito alla maggioranza degli elettori italiani, i quali, peraltro, ne hanno viste di tutti i colori. Fra questi colori si situa il nomadismo da un gruppo parlamentare a un altro, il cosiddetto cambio delle casacche, vale a dire il notissimo vizio dei parlamentari italiani definito trasformismo. Più di un terzo dei 945 parlamentari italiani ha cambiato gruppo parlamentare nel periodo 2013-2018, anche come effetto delle scissioni sia da Forza Italia sia dal PD.
Berlusconi ha deciso in anticipo di valorizzare i parlamentari potenzialmente trasformisti lanciando l’appello a coloro che si sentiranno a disagio nei gruppi parlamentari costituiti dai partiti che li hanno sconsideratamente candidati. Ha promesso che non chiederà contributi per Forza Italia, ma lascerà loro l’indennità piena, mentre i Cinque Stelle quasi la dimezzano ai loro eletti e il PD chiede a tutti soldi che spesso non riesce a riscuotere. Potranno essere i loro voti a rendere possibile la formazione del governo e a “puntellarlo”. Di volta in volta quei voti saranno anche utili, forse indispensabili per approvare alcuni provvedimenti legislativi. Sarà il loro senso dello Stato, Berlusconi li blandisce, a evitare l’instabilità e un pericoloso rapido ritorno alle urne, da molti e, qualche tempo fa, persino da lui, invocato, ma improbabile senza una revisione profonda della legge elettorale.
Bisogna essere grati a Berlusconi (spero che la mia ironia sia percepibile). Ha già fatto sapere agli elettori, rassicurando anche tutti coloro che, sbagliando, ripetono che ci vuole un governo scelto dagli elettori, quale maggioranza condurrà a governare: il centro-destra più un imprecisato numero di puntellatori e, per parità di genere, puntellatrici. Faites vos jeux.
Pubblicato AGL il 22 febbraio 2018









