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Dubbi e inciampi dei professionisti delle previsioni #ElezioniPolitiche2018
“Grande è la confusione sotto il cielo” (dei commentatori e editorialisti del Corriere della Sera) direbbe il compagno Presidente Mao Tse-tung che leggeva i quotidiani internazionali di qualità. Un po’ dovunque le elezioni italiane sono viste con preoccupazione pari all’incertezza dell’esito. I capitalisti non gradiscono situazioni imprevedibili, ma certo non possono essere rassicurati dalla lettura dei paragoni storici formulati negli ultimi mesi, con un crescendo, dal Corriere della Sera. La legge elettorale Rosato fu salutata, erroneamente, come il ritorno della proporzionale, mentre la legge contiene addirittura più di un terzo di seggi assegnati con metodo maggioritario. Paolo Mieli e altri evocarono per l’Italia un destino simile alla tragica caduta della Repubblica di Weimar (1919-1933) addebitata alla legge proporzionale senza tenere in nessun conto né il contesto dell’Europa fra le due guerre né “le conseguenze economiche della pace”, come scrisse Keynes, né lo scontro fra partiti anti-sistema, nazisti e comunisti. Qualche giorno fa è stato Aldo Cazzullo a esibirsi in un’audacissima comparazione fra le elezioni del 18 aprile 1948 quando non Stalin, ma Dio, come sosteneva la propaganda cattolica, vedeva cosa facevano gli italiani nelle urne. È sicuro che non esiste nessun Stalin redivivo anche se Putin qualche nostalgia deve averla, mentre è molto probabile che Dio abbia priorità diverse rispetto al controllo del voto di italiani molto meno cattolici del 1948 e orfani della Democrazia cristiana. Nel frattempo, Mieli ha cambiato prospettiva e ha recuperato un’altra elezione italiana importante quella del 16 novembre 1919 quando fu utilizzata per la prima volta una legge proporzionale in nessun modo simile alla Legge Rosato, in quanto, fra l’altro, priva di qualsiasi componente maggioritaria. In realtà, lo “sfondamento” elettorale fascista, numericamente non molto consistente, 35 deputati, avvenne nelle elezioni del 1921. Tutto questo si produceva all’insegna della crisi del blocco liberale che Giolitti aveva sapientemente costruito e tenuto insieme per un paio di decenni e dell’incapacità dei Socialisti e dei Popolari di trovare un accordo di governo. Non è chiaro quale messaggio Mieli intenda mandare anche al suo collega Cazzullo che, paradossalmente, sembra più ottimista. Infatti, nel 1948 vinse la “forza tranquilla”, ma severa, di De Gasperi (più uomo di governo e statista di Gentiloni) che sconfisse le forze anti-sistema guidate dal Partito Comunista. Mieli lascia intendere che nuove elezioni, dopo quelle di marzo che lui immagina inconcludenti, logorerebbero l’elettorato forse spingendolo ancora di più nelle braccia di chi è contro il sistema, come il Movimento Cinque stelle. Questi articoli e molti dei commenti pubblicati negli ultimi sette-otto mesi hanno basi storiche fragilissime. Sembrano mirare a incentivare comportamenti elettorali che rafforzino il centro, forse il PD, forse anche Forza Italia, quando Berlusconi non s’accoda a Salvini, come gli è già capitato un paio di volte. Rivelano anche una grande sfiducia sia nella classe politica e persino nel Presidente della Repubblica sia nelle istituzioni della democrazia parlamentare italiana. Insomma, come direbbero gli inglesi (che, nel frattempo, hanno una grossa gatta da pelare che si chiama Brexit), sono parte del problema non della soluzione. Per prospettare e impostare qualsiasi soluzione continua a essere preferibile attendere l’esito delle elezioni, contare i seggi, valutare le eventuali coalizioni di governo, i loro programmi e le persone che sarebbero incaricate di attuarli, fare pieno uso della flessibilità che è il pregio maggiore delle democrazie parlamentari. Dubbi paragoni storici non aiutano per nulla questa ricerca. Meglio sarebbe ricordare a tutti che l’Unione Europea può essere una reale e solida ancora di sicurezza per l’Italia anche se, ovviamente, come scrisse Cesare Pavese, “chi non si salva da sé nessuno lo può salvare”.
Pubblicato AGL 14 febbraio 2018
“Chi non vota non conta!” Laboratorio Interattivo di Politica #15febbraio #Casalecchio
Aula Magna dell’Istituto Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”
Casalecchio (BO)
Giovedì 15 febbraio 2018 dalle 15 alle 17VII Laboratorio Interattivo di Politica 2017/18
Primo incontroElezioni parlamentari del 4 marzo 2018
Chi non vota non conta
Interverrà
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica
Università di Bologna
THE ITALIAN ELECTIONS: WHAT IS AT STAKE FOR ITALY AND FOR EUROPE #Wien #14February
INVITATION
The Diplomatische Akademie Wien-Vienna School of International Studies is pleased to announce a public lecture on
THE ITALIAN ELECTIONS: WHAT IS AT STAKE FOR ITALY AND FOR EUROPE
Gianfranco Pasquino
Professor Emeritus of Political Science, University of Bologna;
James Anderson Senior Adjunct Professor, SAIS Europe, BolognaWelcome and moderation:
Thomas Row
Professor of History, Diplomatische Akademie Wien-Vienna School of InternationalStudies
Wednesday, 14 February 2018, 6.00 pm
Bruno-Kreisky-Saal of the Diplomatische Akademie wien
Favoritenstraße 15a, 1040 Wien
Due o tre cose da sapere sulle democrazie parlamentari
Nelle democrazie parlamentari, il governo, bisogna continuare a dirlo e a ripeterlo, è espressione del Parlamento. Non è eletto dal popolo. Del Parlamento deve godere la fiducia e mantenerla. Se la perde, può essere sostituito da un altro governo che abbia una maggioranza in Parlamento. Tranne pochissimi casi, quelli anglosassoni caratterizzati da bipartitismo, i governi delle democrazie parlamentari sono formati da coalizioni di partiti. Una volta inaugurati, tutti i governi delle democrazie parlamentari sono a capo di una maggioranza parlamentare e la guidano. Quei governi hanno il dovere politico di attuare un programma. Lo faranno attraverso appositi disegni di legge. Nelle democrazie parlamentari, non sono i parlamentari, per quanto bravi e competenti, a fare le leggi. È il governo, che ha ricevuto un mandato, a elaborare le leggi. Il parlamento le discute, le emenda, le può, nei limiti definiti dal governo, cambiare, infine le approva (o respinge).
Il programma del governo non può mai essere il programma di un solo partito, ma un compromesso, parola nobile, fra i programmi che i partiti facenti parte della coalizione hanno presentato agli elettori durante la campagna elettorale. Ciascuno dei parlamentari di ciascuno e di tutti quei partiti deve sapere che è stato eletto, soprattutto laddove la legge elettorale è proporzionale, com’è il caso praticamente di tutte le democrazie parlamentari ad esclusione di quelle anglosassoni, grazie al fatto che gli elettori hanno scelto il partito che li ha candidati e, più o meno indirettamente, hanno preferito il programma di quel partito. Dopodiché, il problema è che il programma di un governo multipartitico differisce, in verità, mai in maniera esagerata, comunque, non diverge, dai programmi di ciascuno dei partiti contraenti. A quel punto, senza troppi tentennamenti e furbizie, prese di distanza e opportunismi, ciascuno dei parlamentari deve decidere, “senza vincolo di mandato”, se accettare il programma del governo al quale partecipa il partito che lo ha sostanzialmente fatto eleggere oppure se non può e/o non vuole. Quello che non dovrebbe essergli consentito è di impegnarsi in una quotidiana guerriglia parlamentare contro il governo rimanendo dentro il suo gruppo e diventando un franco tiratore.
A loro volta, i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari debbono richiedere, esigere il sostegno e il voto dei loro parlamentari su tutte le materie concordate con i dirigenti degli altri partiti e confluite nel programma di governo. Fin qui il rapporto cruciale fra governo e sua maggioranza parlamentare per l’attuazione del programma concordato che discende in maniera abitualmente considerevole dai programmi dei singoli partiti. La richiesta di disciplina di voto e, qualche volta, di un voto di fiducia, per chiudere la discussione, per fare cessare l’ostruzionismo dell’opposizione, per imporre la decadenza degli emendamenti (spesso stilati da agguerriti gruppi di pressione), è, per lo più, sostanzialmente giustificata e l’indisciplina dei parlamentari risulta indisponente, pelosa e stigmatizzabile. Tutt’altro discorso va fatto quando all’attenzione dei parlamentari il governo pone, per una molteplicità di ragioni, tutte da verificare e da discutere, materie che non si trovano né nel programma di un partito né nel programma dello stesso governo. Allora, sia i dirigenti dei partiti e i capi dei gruppi parlamentari sia il governo e i suoi Ministri il voto di ciascun parlamentare (anche se molti sono già in partenza sufficientemente ossequienti, pronti a qualsiasi prostrazione) debbono conquistarselo. Al proposito, la rappresentanza politica fa, mi spingo più in là, deve fare aggio sulla disciplina di partito e, in un certo senso, di governo.
Il parlamentare può anche decidere di non votare un provvedimento che ritiene contrario al programma del suo partito, che ritiene inaccettabile dai suoi elettori le cui preferenze è giunto a conoscere durante la campagna elettorale, che va contro i suoi personali principi, contro la sua coscienza (e che spiegherà facendo ricorso anche alla sua scienza ovvero ai suoi studi e alle sue conoscenze). Il dissenso argomentato è il sale delle democrazie, ovviamente anche parlamentari. Sovvertire il rapporto fra governo e parlamento asserendo la preminenza del secondo sul primo, sempre e comunque, negando al governo la prerogativa di fare appello alla fiducia e togliendoli gli strumenti, fra i quali il ricorso alla decretazione d’urgenza (ovviamente soltanto in casi “straordinari di necessità”), può significare la trasformazione di una democrazia parlamentare in una pericolosa sbandante democrazia assembleare. Questo è, temo, il pericolosissimo approdo della analisi di Umberto Curi. Potrebbe anche finire per essere, a memoria di un futuro prossimo, l’esito di un governicchio di neanche abbastanza grande coalizione — i numeri parlamentari al momento sono chiaramente insufficienti– fra Partito Democratico e suoi cespugli e Forza Italia. Anche questa è una cosa che so, che riguarda i comportamenti, non la struttura del Parlamento, e che, di conseguenza, non sarebbe evitata, ma, peggio, accentuata in un Parlamento (a funzionamento) monocamerale, come quello che sarebbe conseguito dal “sì” al referendum costituzionale.
Pubblicato 8 febbraio su PARADOXAforum
Chi fa i conti senza l’oste
“Fare i conti senza l’oste”. Dirigenti di partito, commentatori italiani e straneri, sondaggisti vari sono coloro che fanno i conti. Nel frattempo, l’oste, vale a dire l’elettorato italiano, è in tutt’altre faccende affaccendato: lavora o cerca un lavoro, studia, si occupa dei figli e, magari, dei genitori a carico. Ha poco tempo per pensare alla politica e ancora meno tempo per leggere indiscrezioni, gossip, retroscena. Si sta comunque facendo un’opinione di massima che il 4 marzo tradurrà in un voto oppure in un’astensione motivata e spesso irritata. Solo molto tangenzialmente pensa a quale maggioranza di governo uscirà dalle urne. Fra le cose che sa, qualche volta più di quelle che i politici credono, c’è che il governo dovrà avere una maggioranza e scaturirà da un accordo fra i partiti. Sa anche che ci sono partiti e dirigenti che non vorrebbe proprio vedere al governo del paese e teme che ancora una volta ci saranno parlamentari trasformisti pronti a trasferirsi in partiti e gruppi accoglienti e generosi nella consapevolezza che non ci sarà nessuna punizione elettorale né con la legge Rosato né con quella prossima ventura (che nessuno conosce, ma “l’oste” teme che non sarà congegnata per dargli potere effettivo).
I conti dovranno essere fatti in Parlamento, pensa l’oste, quindi tutti i voti conteranno per dare forza anche a raggruppamenti e partiti pur non grandi, dall’appeal attualmente non conoscibile. Non gli è facile, all’oste, immaginare come il suo voto, quello dei suoi famigliari e amici, dei suoi collaboratori e dei suoi clienti, sarà utilizzato. Vorrebbe che servisse a costruire una maggioranza governativa non troppo eterogenea, sufficientemente stabile, capace di dare rappresentanza politica effettiva agli elettori e di tradurre almeno in parte, meglio se in gran parte, le promesse elettorali in materia di lavoro, di istruzione, di governo dell’immigrazione. Gli piacerebbe ascoltare qualcosa di più sui rapporti con l’Europa e di cogliere maggiore impegno di tutti nella lotta alla corruzione. L’oste pensa anche che le persone contano in politica, con la loro carriera, il loro bilancio di cose fatte e non fatte, anche fatte male, con la loro biografia personale, forse con la loro coerenza politica. Terrà conto anche di questi fattori.
Poi, l’oste getta un’occhiata meno distratta del solito ad alcuni quotidiani e nota che è già cominciato quello che editorialisti e commentatori non particolarmente originali definiscono “totogoverno”. Con grande sussiego gli raccontano che nessuno dei tre schieramenti principali avrà, da solo, la maggioranza assoluta dei seggi né al Senato né alla Camera. Legge tanto pesanti quanto tardive critiche alla legge elettorale Rosato, anche da parte di chi in Parlamento l’ha scritta e approvata, pardon, imposta con voti di fiducia. Peraltro, lui aveva capito da subito che quella legge era stata elaborata non per migliorare le modalità di formazione del governo, ma per consentire a capipartito e capicorrente di “nominare” parlamentari i seguaci più fedeli e ossequienti ovunque candidabili, anche in più circoscrizioni. Non essendo interessato alle lacrime dei coccodrilli, che pure la loro abbuffata di collegi sicuri se la sono fatta, l’oste pensa che la settimana precedente le elezioni cercherà di saperne di più. Sente che la (grande?) coalizione adombrata fra i due protagonisti, Renzi e Berlusconi, del Patto nel Nazareno, che portò a brutte riforme costituzionali poi bocciate da un cospicuo numero di elettori, non riuscirà neanche a raggiungere la maggioranza assoluta di seggi in Parlamento. Quindi, è un’invenzione mediatica, comunque indigeribile. L’oste conclude che il conto glielo servirà lui ai partiti e che, alla fine, come sta scritto nella Costituzione, sarà il Presidente della Repubblica a decidere chi e come trarrà vantaggio da quel conto o dovrà pagarlo completamente. Tutto il resto dovrebbe essere, l’oste concorda con Amleto, silenzio e non manipolazione.
Pubblicato AGL 8 febbraio 2018
INVITO Presentazione RESPUBBLICA 7febbraio #Bologna #laFeltrinelli
Giampiero Marrazzo presenta RESPUBBLICA (Castelvecchi). Interviene Gianfranco Pasquino. Cos’ha rappresentato veramente la Prima Repubblica? Perché si è voluto cancellarla con tanta fretta? Cosa fu veramente la Prima Repubblica, ormai ricordata quasi soltanto per il suo epilogo, Tangentopoli? La generazione politica che ne fu protagonista ebbe dei meriti? La Costituzione, le riforme sociali, le lotte ideologiche, i governi di solidarietà sono alcuni dei temi trattati nelle interviste realizzate dal giornalista Giampiero Marrazzo agli esponenti dei principali partiti dell’epoca: Pomicino, Intini, Macaluso, Occhetto, Signorile e De Mita.
mercoledì 7 febbraio 2018 ore 18
la Feltrinelli
Piazza di Porta Ravegnana 1, Bologna
Presentazione del libro
RESPUBBLICA
di Giampiero Marrazzo
insieme all’autore intervengono
Paola Bonora, LeU
Nunzia De Girolamo, Forza Italia
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica – Università di Bologna
modera Francesco Ghidetti, giornalista QN
Lupo solitario ma l’allarme resta alto
No, a Macerata, contrariamente ai clamorosi titoli di alcuni quotidiani e ai “pensosi” articoli di più o meno (la seconda che scrivo) autorevoli commentatori, non è nato nessun Klu Klux Klan. C’è stata la sparatoria criminale di un individuo che ha tentato di fare giustizia dell’uccisione, per cui, al momento, è imputato un uomo di colore di origine nigeriana, di una ragazza (italiana). Che l’individuo sia stato qualche anno fa candidato della Lega è un fatto che dovrebbe fare riflettere la Lega, ma il suo non avere ricevuto neanche un voto di preferenza significa che non aveva nessuna popolarità in quell’ambiente. Più significativo è il suo spostamento a destra, verso un nazionalismo identitario estremista rivelato dall’avvolgersi nella bandiera tricolore e dal saluto fascista. Non risultano complici. Non si vede dietro di lui una struttura, non c’è sostegno organizzato, non fanno capolino seguaci. Insomma, manca un qualsivoglia “klan”. Quello che non manca, invece, sono le espressioni, da un lato, di apprezzamento per il gesto, dall’altro, di odio nei confronti degli stranieri, che hanno subito cominciato a circolare sulla rete accompagnate da deprecabili fotomontaggi macabri riguardanti la Presidente della Camera Laura Boldrini. Sarebbe meglio che il leader della Lega, Matteo Salvini prendesse nettamente le distanze da questa modalità di attaccare la Boldrini, non dirò perché gli fa perdere (o guadagnare , non lo so) voti né perché consolida un consenso, ma perché, semplicemente, non è questo il modo di fare politica, neppure in campagna elettorale.
Tornando al fatto, non è per niente sufficiente affermare una volta di più che gli immigrati sono brave persone, in fuga dalla repressione politica e socio-economica di regimi autoritari, in cerca di occupazione, desiderose di procurare un futuro a sé e ai loro parenti e figli in Italia, che fanno lavori che gli italiani non vogliono più, che sono utili al PIL e che con i loro contributi pagheranno le nostre future pensioni. È tutto vero, ma è anche vero che, per un insieme di ragioni, il tasso di criminalità dei migranti, quelli giovani e senza lavoro, è superiore a quello degli italiani. Che, per esempio, anche nei pressi di Macerata, ma non solo là, alcuni migranti facevano i pusher, vendevano/vendono droga. Che, qualche volta, come in questo specifico caso, vi sono avvenimenti imprevedibili dovuti a un impazzimento personale senza precedenti, dunque, lontanissimo da qualsiasi reazione organizzata tipo Ku Klux Klan.
Ecco, dovrebbero tutti essere molto più cauti nella definizione delle situazioni evitando gli allarmismi, ma non sottovalutando gli allarmi. Non sottovalutando neppure lo stato di disagio di alcune zone a grande affollamento di migranti spesso tenuti in condizioni deplorevoli. C’è molto che preoccupa la vita degli abitanti di alcune aree del paese, ma, attenzione, Macerata non sembra affatto essere una delle aree a più alto rischio. Anzi, è probabilmente proprio stato un fatto inusitato che ha “armato” la reazione di chi ha compiuto la sparatoria. Le autorità, in questo caso, anche il ministro degli Interni hanno certamente il compito, lo scriverò nel linguaggio burocratico, di consegnare i responsabili dei crimini alla giustizia. I commentatori devono evitare di eccedere alimentando o creando allarmismo con sospetti e reazioni esagerate. Probabilmente, però, il volto opposto dell’allarmismo è molto più preoccupante: non capire che molti cittadini desiderano rassicurazioni su quello che è successo e su quello che temono potrebbe succedere. Vorrebbero sapere se il governo ha soluzioni affidabili e applicabili non solo nel breve termine, ma le appronta anche per il futuro. Che, quanto alla presenza dei migranti, capisce le legittime preoccupazioni dei cittadini, che non ne fanno dei razzisti. Che, insomma, le autorità si curano in maniera equa di garantire la convivenza senza cercare capri espiatori e senza mettersi da una sola parte. Su questo difficilissimo compito vanno concentrate l’attenzione e l’azione.
Pubblicato AGL il 5 febbraio 2018
INVITO Pietro Ingrao, Memoria 6febbraio #Archiginnasio #Bologna
Maria Luisa Boccia e Gianfranco Pasquino presentano, insieme al curatore Alberto Olivetti, il libro di Pietro Ingrao, Memoria (Ediesse).
Coordina Katia Zanotti.
6 Febbraio 2018 ore 17.30
Biblioteca dell’Archiginnasio Sala dello Stabat MaterUn manoscritto inedito in cui Pietro Ingrao analizza le vicende e traccia il bilancio di cinque decenni di storia del nostro Paese. Il libro fa parte della collana “Carte Pietro Ingrao”. Attingendo al ricco Archivio Pietro Ingrao, custodito a Roma presso il Centro studi e iniziative per la Riforma dello Stato, la collana accoglie scritti di Ingrao e dei suoi interlocutori e corrispondenti. Una serie di volumi dedicati a significativi aspetti del confronto politico e del dibattito culturale italiano con una spiccata rilevanza storica e un interesse di particolare attualità.








