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James Malaguti e la Bassa Reggiana dalla Resistenza alla Ricostruzione #16settembre #Guastalla

Interverrà Gianfranco Pasquino

16 settembre 2017 ore 17.30
San Rocco di Guastalla
Centro Sociale “Paese in Festa”
via Ponte Pietra Speriore, 34

Il contenimento dei flussi migratori è la premessa per una soluzione, seppure parziale e temporanea

Nessuno ha la bacchetta magica per il problema epocale delle migrazioni, ma il Ministro Minniti ha il merito di avere preso decisioni e di assumersene la responsabilità. Se i campi in Libia sono luoghi orrendi, allora toccherà alle autorità libiche, sulle quali i governi europei dovranno fare le opportune pressioni, e alle ONG agire. Il contenimento dei flussi migratori è una premessa per la soluzione, seppure parziale e sempre temporanea, di un problema destinato a durare, sul quale è lecito avere opinioni diverse, nessuna definitiva e infallibile, senza invettive senza scomuniche.

Uno sciopero che non serve #ScioperoUniversità

Sciopero dei professori universitari: contro chi? contro il governo che, bloccati da diversi anni gli scatti di stipendio (con conseguenze nefaste anche per chi in questi anni è andato in pensione), non sembra intenzionato a procedere agli adeguamenti. Dunque, uno sciopero forse utile per attirare l’attenzione (ma di chi?), ma decisamente corporativo. Certo, lo sciopero, anche qualora fosse vittorioso, non risolverà nessuno dei problemi dell’Università italiana a cominciare da quello attualmente saliente, vale a dire l’asserita necessità del numero chiuso per alcune facoltà. Non sappiamo quali sarebbero le proposte degli scioperanti su questo argomento, quanti e quali studenti ammettere, addirittura tutti coloro che, superata la maturità, fanno domanda? È in questo modo che debbono essere interpretati gli articoli 33 e 34 della Costituzione sul diritto allo studio oppure si può sostenere che la prescrizione di “un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole” valga anche per l’accesso alle singole facoltà? Non farebbero meglio i professori a uscire dalla richiesta salariale corporativa argomentando che vogliono un’università migliore per tutti, a cominciare dagli studenti? Dunque, è nell’interesse degli studenti stessi essere orientati alla Facoltà per le quali appaiono meglio dotati, alle Facoltà in grado di provvedere insegnamenti adeguati perché non sovraffollate e dotate di laboratori e biblioteche che offrono il migliore dei servizi?

Invece, allo stato attuale, lo sciopero dei professori colpisce proprio gli studenti impedendo loro di dare gli esami. Per alcuni si tratterà, seppur con piccolo disagio, di aspettare l’appello successivo. Per altri, invece, il posticipo potrebbe creare gravi inconvenienti per la laurea e per la frequenza di università straniere nelle quali i corsi sono già cominciati. Non sarebbe stato preferibile per i professori che, pure, dovrebbero saperne di più, escogitare nuove forme di “lotta”? Da tempo, molti sostengono che lo sciopero è superato, peggio, che colpisce proprio i ceti più deboli che sostanzialmente sono gli utenti dei servizi pubblici (e l’Università è un servizio pubblico), raramente apportando vantaggi alla collettività. È troppo chiedere che i professori universitari ragionino anche, meglio se soprattutto, in termini di miglioramento complessivo del servizio che offrono agli studenti e per esteso alla società italiana? Lo so, lo so che i miei ex-colleghi sosterrebbero che, da un lato, c’è l’adeguamento dello stipendio, dall’altro, molto diverso e distante, lato, stanno gli ordinamenti burocratici che nessuno riesce a cambiare se non, qualche volta, in peggio.

Proprio per questa difficoltà di cambiamento ad opera della burocrazia ministeriale, l’iniziativa dovrebbe partire dai proff. Sono loro che sanno più di chiunque altro che cosa non va, ed è molto. Sono loro che sanno anche quali soluzioni immediate, Facoltà per Facoltà, sarebbero possibili e di facile attuazione. Invece, a fronte di soluzioni che implichino cambiamenti dello status quo e controllo dei comportamenti (che sarebbero opportuno fosse effettuato anche dagli stessi studenti), spesso la maggioranza dei proff si trincera arcignamente dietro il primo comma dell’art. 33: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. L’esito è sotto gli occhi di tutti, in particolare di coloro che leggono le graduatorie internazionali delle Università nelle quali l’Italia, collocata con i suoi atenei migliori nei pressi delle posizioni 180-200, non brilla. Ben venga l’adeguamento degli stipendi, peraltro, già adesso comparativamente accettabili, in attesa della prossima battaglia per il miglioramento della preparazione dei docenti, della loro capacità di insegnamento e di ricerca (i “cervelli” che se ne vanno all’estero segnalano che in Italia né l’insegnamento né la ricerca sono adeguatamente svolti e premiati).

Pubblicato AGL 13 settembre 2017

Prima Bugani viene sostituito, meglio sarà per il Movimento #InCronaca #UniBo

Intervista raccolta da Albachiara Re per InCronaca, testata a cura del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna

Sono trascorsi dieci anni dal VDay di Beppe Grillo in Piazza Maggiore. In questo decennio il blog è cambiato, è diventato un movimento e, quindi, il secondo partito italiano. A Bologna, che ha inaugurato questo percorso, il M5s fa fatica a convincere l’elettorato e rimane sempre ben lontano dall’essere un partito di maggioranza. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.

Professore, a 10 anni dal VDay come si è evoluto il M5s? Ritiene fondata l’accusa per cui la svolta autoritaria al suo interno possa nuocere alla sua diffusione?
Non vedo nessuna “svolta” autoritaria. Continua a esserci la preminenza di Grillo e di Casaleggio – questa volta figlio – ma non sappiamo quanto sia più incisivo del padre. Persistono, inoltre, difficoltà a praticare una complicata democrazia della rete: molta rete e, a mio parere, poca democrazia. Infatti, democrazia non è mai decidere con qualche clic, ma giungere alla decisione dopo una conversazione molto ampia e approfondita. La “svolta”, se volessero e sapessero farla, dovrebbe proprio consistere in come costruire, a cominciare dal loro interno, modalità di democrazia deliberativa.

Quali sono, quindi, adesso gli elementi caratterizzanti del Movimento, a differenza degli inizi?
Il vero elemento differenziante, mi limito alle “personalità”, è che è emerso un gruppo dirigente fatto da Di Maio, Di Battista, Fico e Toninelli che hanno avuto maggiore visibilità e che si occupano di materie importanti. Insomma, “uno non vale uno”, ma ci sono dei “qualcuno” che valgono di più. Inevitabile e, in una (in)certa misura positivo. Aggiungo che mi piacerebbe vedere i “magnifici” quattro discutere apertamente di politica, magari insieme a Barbara Lezzi, delineare alternative e proporre soluzioni.

Tra questi magnifici quattro, il premier in pectore è Luigi di Maio. Nel caso dovesse diventare presidente del Consiglio, ne avremmo uno eterodiretto da Grillo e Casaleggio?
Eterodiretto mi pare una parola troppo forte. Certamente, Di Maio, come qualunque altro pentastellato, sarà condizionato da Grillo e Casaleggio, senza i quali non esisterebbero né lui né gli altri. Però, il grado di condizionamento dipenderà dalla sua volontà, dalle sue capacità, dal consenso che le sue scelte politiche sapranno suscitare e mobilitare. Presumo che Di Maio non sia una Raggi al maschile.

Uno dei cavalli di battaglia dei grillini era l’uscita dall’euro. Adesso non ne parlano più. Hanno capito che il vento è cambiato?
Non è cambiato il vento. Soffia regolarmente il vento dell’Euro senza il quale la barca dell’Italia entrerebbe in una bonaccia insopportabile. Sono cambiate le circostanze. Chi andrà al governo in Italia deve sapere che l’accettazione dell’Euro è il biglietto da visita richiesto. Penso che non pochi pentastellati lo sapessero già. Di Maio ha ratificato, ma se si rivelerà un espediente opportunistico ne pagherà un prezzo molto elevato.

Tornando a quel primo Vday, perché Grillo scelse proprio Bologna? Che contesto politico c’era?
Bologna ha una delle più belle piazze d’Italia. E’ uno dei luoghi più attenti alla politica. Ha uno dei partiti più immobilisti d’Italia che nasconde grande insoddisfazione sotto il conformismo. “Buona scelta, Beppe, ha funzionato”, ma, forse si poteva e si potrebbe ancora fare meglio.

In virtù di questa insoddisfazione di cui parla, il M5s potrà mai diventare la prima forza politica a Bologna?
Certo che potrebbe, ma non con l’attuale capetto privo di doti e di autonomia, non con le espulsioni, non con il populismo di bassa lega contro gli intellettuali, né vantando inutili purezze, ma facendo una politica che accompagni una proposta concreta. C’è molto da criticare a Bologna, ad esempio, con un’altra idea di città, che manca a quasi tutti partiti.

Le ultime elezioni comunali, però, hanno punito, in termini di voto, il Movimento. Per quali motivi s’è spento quell’entusiasmo iniziale che raccoglieva 50mila persone in piazza?
Se la punizione riguarda Bologna, allora se l’è cercata e meritata tutta il capetto locale. Prima Bugani viene sostituito meglio sarà per il Movimento. In generale, anche se molti dicono che è il brand “Cinque Stelle” che conquista voti, ci sono alcune aree – Bologna e l’Emilia-Romagna sono fra queste – dove le persone contano. Ecco, Bugani ha contato in negativo proprio come, agli inizi, Giovanni Favia, autore di un vero e proprio sfondamento, aveva contato in positivo.

Pubblicato il 12 settembre 2017

La rottura della retorica pro-Ue: europeisti vs sovranisti 15settembre #scuoladipolitiche #SummerSchool2017 #Cesenatico

Nell’ambito della Summer School 2017 della Scuola di Politiche (SdP) – Cesenatico dal 14 al 17 settembre 2017 – “Chiavi di Rottura: leggere il presente PER cambiare il futuro”

 

Venerdì 15 settembre ore 18 Plenaria – Teatro Comunale

Sessanta minuti con Gianfranco Pasquino

La rottura della retorica pro-Ue: europeisti vs sovranisti

Sinistra: mettere paletti a un campo o aggiungere carri a una carovana?

Quando la sinistra è un “campo” ci sarà sempre qualcuno che vuole marcare i confini e mettere paletti. Qualcuno chiederà che ci sia un capo del campo. Si troverà anche qualcuno che spinge fuori i “sinistri” che dissentono perché hanno idee diverse. La sinistra deve essere, sempre, una carovana che accoglie nel suo cammino, lascia scendere, ma incoraggia chi vuole a “salire” sui suoi carri.

Riforma Boschi e Italicum, non si rassegnano

Gli sconfitti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 non si sono ancora rassegnati. Non riescono ancora a farsene una ragione poiché continuano a ripetere argomentazioni infondate e sbagliate. Grave per i politici, la ripetitività di errori è gravissima per i professori, giuristi o politologi che siano. Sul “Corriere della Sera” Sabino Cassese esprime il suo rimpianto per il non-superamento del bicameralismo (che, comunque, nella riforma Renzi-Boschi era soltanto parziale) poiché obbliga ad una “defatigante navetta”. Non cita nessun dato su quante leggi siano effettivamente sottoposte alla navetta, sembra non più del 10 per cento, e non si chiede se la fatica sia davvero un prodotto istituzionale del bicameralismo paritario italiano oppure dell’incapacità dei parlamentari e dei governi di fare leggi tecnicamente impeccabili, quindi meno faticose da approvare, oppure, ancora, se governi e parlamentari abbiano legittime differenze di opinioni su materie complicate, ma qualche volta non intendano altresì perseguire obiettivi politici contrastanti. Comunque, i dati comparati continuano a dare conforto a chi dice che, nonostante tutto, la produttività del Parlamento italiano non sfigura affatto a confronto con quella dei parlamenti dei maggiori Stati europei: Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Nessuno, poi, credo neanche Cassese, sarebbe in grado di sostenere con certezza che le procedure previste nella riforma avrebbero accorciato i tempi di approvazione, ridotti i conflitti fra le due Camere e, meno che mai, prodotto leggi tecnicamente migliori.

Più volte, non da solo, Mauro Calise ha sostenuto che soltanto un governo forte, identificato con quello guidato da Matteo Renzi, risolverebbe tutti questi problemi, e altri ancora. Non ci ha mai detto con quali meccanismi istituzionali creare un governo forte, ma ha sempre affidato questo compito erculeo alla legge elettorale. Lunedì ne “Il Mattino” di Napoli ha ribadito la sua fiducia nelle virtù taumaturgiche del mai “provato” Italicum. Lo cito:”avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” …. “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo”. Come ho avuto più volte modo di segnalare, l’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali. Quanto alla formazione dei governi, tutti i capi dei partiti europei hanno saputo formare governi nei e con i loro Parlamenti eletti con leggi proporzionali. Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuno di quei sistemi ha premi di maggioranza. Tutte le democrazie parlamentari hanno governi di coalizione. Elementari esercizi di fact-checking che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare, smentiscono le due affermazioni portanti dell’articolo di Calise. C’è di peggio, perché Calise chiama in ballo Macron sostenendo che la sua ampia maggioranza parlamentare discende dal sistema elettorale maggioritario. Però, il doppio turno francese in collegi uninominali non ha nulla in comune né con il Porcellum né con l’Italicum le cui liste bloccate portano a parlamentari nominati. Inoltre, il modello istituzionale francese da vita a una democrazia semipresidenziale che non ha nulla a che vedere con i premierati forti vagheggiati, ma non messi su carta, dai renziani né, tantomeno, con il cosiddetto “sindaco d’Italia”. Il paragone fatto da Calise è tanto sbagliato quanto manipolatorio. Non serve né a riabilitare riforme malfatte né a delineare nessuna accettabile riforma futura.

Pubblicato il 12 settembre 2017

 

Anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere che…

Ma come si fa a scrivere che “avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” aggiungendo  “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo” (Mauro Calise sul Mattino dell’11 settembre)? e concludendo con un  riferimento manipolatorio a Macron, Presidente di una democrazia semipresidenziale nella quale il Parlamento si elegge con un vero sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali (quindi con tutti i candidati eletti  e non nominati)?

L’Italicum come il Porcellum non era una legge maggioritaria, ma una legge proporzionale con premio di maggioranza. Con il Porcellum nel 2008 più dell’80 per cento dei seggi furono attribuiti con metodo proporzionale; nel 2013 si scese a poco più di 70 per cento. L’Italicum, non “miracolosamente partorito”, ma imposto con voto di fiducia, non avrebbe cambiato queste percentuali.
Tutte le democrazie parlamentari europee hanno sistemi elettorali proporzionali in vigore da un centinaio d’anni (la Germania dal 1949). Nessuna ha premi di maggioranza. Tutte hanno governi di coalizione. Fact-checking elementare che anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere fare, anzi, avrebbe il dovere di fare.

Non sottovalutiamo la marcetta fascista

Per quanto opportuno, è inadeguato limitarsi, facendo sfoggio di cultura, a citare Hegel e Marx secondo i quali la storia si presenta due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. La Marcia su Roma prospettata da Forza Nuova per il novantacinquesimo anniversario del 28 ottobre 1922 non è neppure una farsa. È una sceneggiata. Potremmo pensare di “seppellirla con una risata”, magari dopo avere rivisto l’ottimo film di Dino Risi, La marcia su Roma (1962), interpretato da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Invece, no: farsetta o provocazione, la marcia di Forza Nuova ci obbliga a riflettere non soltanto sul nostro passato, ma anche sul presente e su quello che vorremmo fosse il futuro. Naturalmente, li vediamo quelli che, temo con qualche sottovalutazione, chiamiamo “rigurgiti” di fascismo e di nazismo anche in altri paesi europei e nell’America di Trump e dei biechi suprematisti bianchi. Di nuovo, troppo facile sostenere come spiegazione che gli italiani non hanno davvero fatto i conti con il loro passato fascista. È vero, ma bisogna andare oltre prendendo ancora una volta atto che nelle scuole italiane l’insegnamento della storia (che, a mio modo di vedere, dovrebbe sempre accompagnare quello della Costituzione, altrimenti non del tutto comprensibile e apprezzabile) raramente approfondisce il ventennio fascista e quasi mai giunge ai giorni nostri. Non basteranno le assunzioni di migliaia di docenti precari a porre rimedio a una inadeguatezza strutturale.

Farò ancora una citazione colta: “Chi non conosce la storia è destinato a riviverla”. Tuttavia, non credo che ripeteremo la nostra storia, ma dobbiamo confrontarci fin d’ora con due reali problemi. Il primo, che non considero affatto marginale, riguarda la legittimità di manifestazioni come quella progettata da Forza Nuova. Il secondo concerne il tipo di società, prima ancora del sistema politico, nel quale desideriamo vivere. I liberali e i democratici non possono che essere, in linea di principio, contrari a impedire l’espressione di qualsiasi tesi e, persino, di ideologie (che, però, è un complimento troppo grande alle misere elucubrazioni di Forza Nuova) sicuramente non democratiche. D’altronde, l’art. 21 della Costituzione italiana: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (nel quale possono rientrare cortei, sfilate, marce su Roma e dintorni) è chiarissimo e molti Costituenti avevano sperimentato anche sulla propria pelle la repressione sistematica fatta dal fascismo di quella libertà.

Pure prevista come reato da una legge del 1952, l’apologia del fascismo intesa come esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo e delle sue finalità antidemocratiche è considerata dai liberali più intransigenti in contrasto con la libertà di pensiero. Per essere punita dovrebbe tradursi in incitamento ad azioni violente e degenerare nel ricorso della forza. Ovviamente, sono i prefetti e i questori nonché il Ministro degli Interni a decidere se esiste un rischio imminente di questo genere. Certo, il divieto di quella marcia per ragioni di ordine pubblico consentirà agli organizzatori di esibirsi nel vittimismo e di accusare lo Stato, democratico, di mostrare il suo vero volto repressivo. D’altronde, è molto probabile che, proprio come hanno fatto a Charlottesville i suprematisti bianchi e i loro amici del Ku Klux Klan, l’esito ricercato da Forza Nuova sia proprio lo scontro fisico. Allora, è giusto fermarli preventivamente.

Ciò detto, il problema più importante a mio modo di vedere è la crescita e la diffusione di tutti quei grumi che hanno costituito la mentalità fascista in Italia e altrove (dovrebbero fischiare le orecchie a quei governanti dei paesi dell’Europa orientale che, per fare i conti con il comunismo, recuperano e lucidano brandelli dei loro rispettivi nazional-fascismi): risentimenti e rancori, la violenza, in special modo contro le donne, e l’ intolleranza, specialmente contro i diversi, oggi facilmente identificabili dal coloro della pelle, persino una malposta identità nazionale. Allora, dobbiamo chiederci non soltanto se le scuole sanno diffondere l’indispensabile educazione democratica, ma anche qual è la responsabilità della stessa società civile, troppo ripiegata su se stessa e qualche volta addirittura incivile. La marcetta di Forza Nuova è soltanto una brutta escrescenza. Interroghiamoci sulle nostre carenze di conoscenze, di adempimenti, di comportamenti.

Pubblicato 8 settembre 2017

M5S non ha cambiato il sistema. Deve darsi una classe dirigente

Dieci di vita per un non-partito sono molti. Vissuti spericolatamente anche, talvolta, contraddittoriamente persino con riferimento al non-programma. È riuscito il Movimento Cinque Stelle a cambiare la politica, il sistema politico italiano oppure è stato il sistema politico a obbligare il Movimento a cambiare, non poco? Propenderei per la seconda opzione. Sono rarissimi i movimenti e i partiti che riescono davvero a cambiare il loro sistema politico. Oserei dire che nell’Europa del secondo dopoguerra soltanto il carismatico Gen. de Gaulle ha cambiato la Francia portandole dalla democrazia parlamentare della Quarta Repubblica al regime-presidenziale della Quinta Repubblica. Le Cinque Stelle hanno pensato che l’obiettivo centrale dovesse essere il rovesciamento della politica ricorrendo a tutte le possibili critiche anti politiche e anti-parlamentari, e utilizzando un vantaggio iniziale, vale a dire, i già esistenti e molto diffusi sentimenti contro la politica in quanto tale e contro il parlamento. Hanno accompagnato questa loro strategia con la parola d’ordine onestà e con la lotta contro i privilegi dei parlamentari, che non sono inventati, ma esistono realmente. L’ hanno completata con un atteggiamento anti-Euro e anti Unione Europea che, di nuovo, solletica pulsioni esistenti nell’opinione pubblica. Le recentissime affermazioni di Di Maio su Euro e Europa segnalano una svolta, vera. No, l’Europa non la cambierà il Movimento Cinque Stelle.

Entrati in Parlamento definendosi cittadini, gli eletti delle Cinque Stelle hanno dovuto imparare che sono deputati e senatori con compiti specifici che nessun cittadino può svolgere, che qualche milione di cittadini elettori ha voluto affidare loro. Con fatica e con impegno, molti di loro hanno imparato. Prima imparano anche che il limite ai mandati, senza nessun’altra considerazione, significa buttare l’apprendimento e ricominciare quasi da capo meglio sarà per loro e per i loro elettori. In parlamento non hanno sviluppato un’azione di respiro, ma hanno perseguito quella che nel Sessantotto si chiamava pratica dell’obiettivo. In parte sono riusciti a imporre la riduzione dei costi della politica anche se, per quanto riguarda i non-vitalizi, il discorso rimane aperto e ambiguo. L’obiettivo caratterizzante è quello del reddito di cittadinanza. Fa certamente presa. Merita di essere meglio precisato. Ha già costretto il governo a incamminarsi su una strada non del tutto divergente con l’approvazione del reddito di inclusione. Quanto alla democrazia della rete, partecipativa, deliberativa, difficile dire se stia funzionando al meglio all’interno dello stesso Movimento. Scherzando sosterrei che è stata praticata in maniera altalenante, non sempre coerentemente e soddisfacentemente, in attesa di scoprirla.

Che cosa è davvero mancato al Movimento Cinque Stelle? Per cambiare la politica e il sistema politico non basta ridurre i costi e limitare i mandati elettivi. È indispensabile un vero e proprio progetto elettorale e costituzionale. Respingere le riforme peggiorative à la Renzi-Boschi, oltre che un dovere morale, è la premessa per un vero progetto. Però, il Movimento Cinque Stelle ha giocato di rimessa. Sicuramente, non basterà la legge elettorale che Toninelli chiama legalicum, quella che discende dalla non proprio brillante sentenza della Corte Costituzionale. Per quanto mai disprezzabile una buona legge proporzionale rende difficili cambiamenti profondi. I pentastellati dovrebbero avere imparato che, con tutte le differenze iniziali da caso a caso, a livello locale, il potere di governo lo hanno conquistato anche grazie ad un meccanismo premiante che, con il doppio turno, consente agli elettori scegliere il sindaco. Il resto, soprattutto a Roma, è il segnale che una classe dirigente non s’improvvisa, ma la si addestra e seleziona in anticipo. Le Cinque Stelle potranno anche celebrare il loro primato elettorale nella prossima primavera, ma, privi di una maggioranza assoluta e indisponibili a qualsiasi coalizione, dovranno ancora fare i conti con il sistema politico che c’è.

Pubblicato il 7 settembre 2017