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Il contenimento dei flussi migratori è la premessa per una soluzione, seppure parziale e temporanea
Nessuno ha la bacchetta magica per il problema epocale delle migrazioni, ma il Ministro Minniti ha il merito di avere preso decisioni e di assumersene la responsabilità. Se i campi in Libia sono luoghi orrendi, allora toccherà alle autorità libiche, sulle quali i governi europei dovranno fare le opportune pressioni, e alle ONG agire. Il contenimento dei flussi migratori è una premessa per la soluzione, seppure parziale e sempre temporanea, di un problema destinato a durare, sul quale è lecito avere opinioni diverse, nessuna definitiva e infallibile, senza invettive senza scomuniche.
Uno sciopero che non serve #ScioperoUniversità
Sciopero dei professori universitari: contro chi? contro il governo che, bloccati da diversi anni gli scatti di stipendio (con conseguenze nefaste anche per chi in questi anni è andato in pensione), non sembra intenzionato a procedere agli adeguamenti. Dunque, uno sciopero forse utile per attirare l’attenzione (ma di chi?), ma decisamente corporativo. Certo, lo sciopero, anche qualora fosse vittorioso, non risolverà nessuno dei problemi dell’Università italiana a cominciare da quello attualmente saliente, vale a dire l’asserita necessità del numero chiuso per alcune facoltà. Non sappiamo quali sarebbero le proposte degli scioperanti su questo argomento, quanti e quali studenti ammettere, addirittura tutti coloro che, superata la maturità, fanno domanda? È in questo modo che debbono essere interpretati gli articoli 33 e 34 della Costituzione sul diritto allo studio oppure si può sostenere che la prescrizione di “un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole” valga anche per l’accesso alle singole facoltà? Non farebbero meglio i professori a uscire dalla richiesta salariale corporativa argomentando che vogliono un’università migliore per tutti, a cominciare dagli studenti? Dunque, è nell’interesse degli studenti stessi essere orientati alla Facoltà per le quali appaiono meglio dotati, alle Facoltà in grado di provvedere insegnamenti adeguati perché non sovraffollate e dotate di laboratori e biblioteche che offrono il migliore dei servizi?
Invece, allo stato attuale, lo sciopero dei professori colpisce proprio gli studenti impedendo loro di dare gli esami. Per alcuni si tratterà, seppur con piccolo disagio, di aspettare l’appello successivo. Per altri, invece, il posticipo potrebbe creare gravi inconvenienti per la laurea e per la frequenza di università straniere nelle quali i corsi sono già cominciati. Non sarebbe stato preferibile per i professori che, pure, dovrebbero saperne di più, escogitare nuove forme di “lotta”? Da tempo, molti sostengono che lo sciopero è superato, peggio, che colpisce proprio i ceti più deboli che sostanzialmente sono gli utenti dei servizi pubblici (e l’Università è un servizio pubblico), raramente apportando vantaggi alla collettività. È troppo chiedere che i professori universitari ragionino anche, meglio se soprattutto, in termini di miglioramento complessivo del servizio che offrono agli studenti e per esteso alla società italiana? Lo so, lo so che i miei ex-colleghi sosterrebbero che, da un lato, c’è l’adeguamento dello stipendio, dall’altro, molto diverso e distante, lato, stanno gli ordinamenti burocratici che nessuno riesce a cambiare se non, qualche volta, in peggio.
Proprio per questa difficoltà di cambiamento ad opera della burocrazia ministeriale, l’iniziativa dovrebbe partire dai proff. Sono loro che sanno più di chiunque altro che cosa non va, ed è molto. Sono loro che sanno anche quali soluzioni immediate, Facoltà per Facoltà, sarebbero possibili e di facile attuazione. Invece, a fronte di soluzioni che implichino cambiamenti dello status quo e controllo dei comportamenti (che sarebbero opportuno fosse effettuato anche dagli stessi studenti), spesso la maggioranza dei proff si trincera arcignamente dietro il primo comma dell’art. 33: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. L’esito è sotto gli occhi di tutti, in particolare di coloro che leggono le graduatorie internazionali delle Università nelle quali l’Italia, collocata con i suoi atenei migliori nei pressi delle posizioni 180-200, non brilla. Ben venga l’adeguamento degli stipendi, peraltro, già adesso comparativamente accettabili, in attesa della prossima battaglia per il miglioramento della preparazione dei docenti, della loro capacità di insegnamento e di ricerca (i “cervelli” che se ne vanno all’estero segnalano che in Italia né l’insegnamento né la ricerca sono adeguatamente svolti e premiati).
Pubblicato AGL 13 settembre 2017
La rottura della retorica pro-Ue: europeisti vs sovranisti 15settembre #scuoladipolitiche #SummerSchool2017 #Cesenatico
Sinistra: mettere paletti a un campo o aggiungere carri a una carovana?
Quando la sinistra è un “campo” ci sarà sempre qualcuno che vuole marcare i confini e mettere paletti. Qualcuno chiederà che ci sia un capo del campo. Si troverà anche qualcuno che spinge fuori i “sinistri” che dissentono perché hanno idee diverse. La sinistra deve essere, sempre, una carovana che accoglie nel suo cammino, lascia scendere, ma incoraggia chi vuole a “salire” sui suoi carri.
Anche un politologo alle prime armi dovrebbe sapere che…
Ma come si fa a scrivere che “avevamo miracolosamente partorito una legge maggioritaria” aggiungendo “senza la quale in Europa nessuno è in grado di formare un governo” (Mauro Calise sul Mattino dell’11 settembre)? e concludendo con un riferimento manipolatorio a Macron, Presidente di una democrazia semipresidenziale nella quale il Parlamento si elegge con un vero sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali (quindi con tutti i candidati eletti e non nominati)?
Non sottovalutiamo la marcetta fascista
Per quanto opportuno, è inadeguato limitarsi, facendo sfoggio di cultura, a citare Hegel e Marx secondo i quali la storia si presenta due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. La Marcia su Roma prospettata da Forza Nuova per il novantacinquesimo anniversario del 28 ottobre 1922 non è neppure una farsa. È una sceneggiata. Potremmo pensare di “seppellirla con una risata”, magari dopo avere rivisto l’ottimo film di Dino Risi, La marcia su Roma (1962), interpretato da Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Invece, no: farsetta o provocazione, la marcia di Forza Nuova ci obbliga a riflettere non soltanto sul nostro passato, ma anche sul presente e su quello che vorremmo fosse il futuro. Naturalmente, li vediamo quelli che, temo con qualche sottovalutazione, chiamiamo “rigurgiti” di fascismo e di nazismo anche in altri paesi europei e nell’America di Trump e dei biechi suprematisti bianchi. Di nuovo, troppo facile sostenere come spiegazione che gli italiani non hanno davvero fatto i conti con il loro passato fascista. È vero, ma bisogna andare oltre prendendo ancora una volta atto che nelle scuole italiane l’insegnamento della storia (che, a mio modo di vedere, dovrebbe sempre accompagnare quello della Costituzione, altrimenti non del tutto comprensibile e apprezzabile) raramente approfondisce il ventennio fascista e quasi mai giunge ai giorni nostri. Non basteranno le assunzioni di migliaia di docenti precari a porre rimedio a una inadeguatezza strutturale.
Farò ancora una citazione colta: “Chi non conosce la storia è destinato a riviverla”. Tuttavia, non credo che ripeteremo la nostra storia, ma dobbiamo confrontarci fin d’ora con due reali problemi. Il primo, che non considero affatto marginale, riguarda la legittimità di manifestazioni come quella progettata da Forza Nuova. Il secondo concerne il tipo di società, prima ancora del sistema politico, nel quale desideriamo vivere. I liberali e i democratici non possono che essere, in linea di principio, contrari a impedire l’espressione di qualsiasi tesi e, persino, di ideologie (che, però, è un complimento troppo grande alle misere elucubrazioni di Forza Nuova) sicuramente non democratiche. D’altronde, l’art. 21 della Costituzione italiana: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (nel quale possono rientrare cortei, sfilate, marce su Roma e dintorni) è chiarissimo e molti Costituenti avevano sperimentato anche sulla propria pelle la repressione sistematica fatta dal fascismo di quella libertà.
Pure prevista come reato da una legge del 1952, l’apologia del fascismo intesa come esaltazione di esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo e delle sue finalità antidemocratiche è considerata dai liberali più intransigenti in contrasto con la libertà di pensiero. Per essere punita dovrebbe tradursi in incitamento ad azioni violente e degenerare nel ricorso della forza. Ovviamente, sono i prefetti e i questori nonché il Ministro degli Interni a decidere se esiste un rischio imminente di questo genere. Certo, il divieto di quella marcia per ragioni di ordine pubblico consentirà agli organizzatori di esibirsi nel vittimismo e di accusare lo Stato, democratico, di mostrare il suo vero volto repressivo. D’altronde, è molto probabile che, proprio come hanno fatto a Charlottesville i suprematisti bianchi e i loro amici del Ku Klux Klan, l’esito ricercato da Forza Nuova sia proprio lo scontro fisico. Allora, è giusto fermarli preventivamente.
Ciò detto, il problema più importante a mio modo di vedere è la crescita e la diffusione di tutti quei grumi che hanno costituito la mentalità fascista in Italia e altrove (dovrebbero fischiare le orecchie a quei governanti dei paesi dell’Europa orientale che, per fare i conti con il comunismo, recuperano e lucidano brandelli dei loro rispettivi nazional-fascismi): risentimenti e rancori, la violenza, in special modo contro le donne, e l’ intolleranza, specialmente contro i diversi, oggi facilmente identificabili dal coloro della pelle, persino una malposta identità nazionale. Allora, dobbiamo chiederci non soltanto se le scuole sanno diffondere l’indispensabile educazione democratica, ma anche qual è la responsabilità della stessa società civile, troppo ripiegata su se stessa e qualche volta addirittura incivile. La marcetta di Forza Nuova è soltanto una brutta escrescenza. Interroghiamoci sulle nostre carenze di conoscenze, di adempimenti, di comportamenti.
Pubblicato 8 settembre 2017
M5S non ha cambiato il sistema. Deve darsi una classe dirigente
Dieci di vita per un non-partito sono molti. Vissuti spericolatamente anche, talvolta, contraddittoriamente persino con riferimento al non-programma. È riuscito il Movimento Cinque Stelle a cambiare la politica, il sistema politico italiano oppure è stato il sistema politico a obbligare il Movimento a cambiare, non poco? Propenderei per la seconda opzione. Sono rarissimi i movimenti e i partiti che riescono davvero a cambiare il loro sistema politico. Oserei dire che nell’Europa del secondo dopoguerra soltanto il carismatico Gen. de Gaulle ha cambiato la Francia portandole dalla democrazia parlamentare della Quarta Repubblica al regime-presidenziale della Quinta Repubblica. Le Cinque Stelle hanno pensato che l’obiettivo centrale dovesse essere il rovesciamento della politica ricorrendo a tutte le possibili critiche anti politiche e anti-parlamentari, e utilizzando un vantaggio iniziale, vale a dire, i già esistenti e molto diffusi sentimenti contro la politica in quanto tale e contro il parlamento. Hanno accompagnato questa loro strategia con la parola d’ordine onestà e con la lotta contro i privilegi dei parlamentari, che non sono inventati, ma esistono realmente. L’ hanno completata con un atteggiamento anti-Euro e anti Unione Europea che, di nuovo, solletica pulsioni esistenti nell’opinione pubblica. Le recentissime affermazioni di Di Maio su Euro e Europa segnalano una svolta, vera. No, l’Europa non la cambierà il Movimento Cinque Stelle.
Entrati in Parlamento definendosi cittadini, gli eletti delle Cinque Stelle hanno dovuto imparare che sono deputati e senatori con compiti specifici che nessun cittadino può svolgere, che qualche milione di cittadini elettori ha voluto affidare loro. Con fatica e con impegno, molti di loro hanno imparato. Prima imparano anche che il limite ai mandati, senza nessun’altra considerazione, significa buttare l’apprendimento e ricominciare quasi da capo meglio sarà per loro e per i loro elettori. In parlamento non hanno sviluppato un’azione di respiro, ma hanno perseguito quella che nel Sessantotto si chiamava pratica dell’obiettivo. In parte sono riusciti a imporre la riduzione dei costi della politica anche se, per quanto riguarda i non-vitalizi, il discorso rimane aperto e ambiguo. L’obiettivo caratterizzante è quello del reddito di cittadinanza. Fa certamente presa. Merita di essere meglio precisato. Ha già costretto il governo a incamminarsi su una strada non del tutto divergente con l’approvazione del reddito di inclusione. Quanto alla democrazia della rete, partecipativa, deliberativa, difficile dire se stia funzionando al meglio all’interno dello stesso Movimento. Scherzando sosterrei che è stata praticata in maniera altalenante, non sempre coerentemente e soddisfacentemente, in attesa di scoprirla.
Che cosa è davvero mancato al Movimento Cinque Stelle? Per cambiare la politica e il sistema politico non basta ridurre i costi e limitare i mandati elettivi. È indispensabile un vero e proprio progetto elettorale e costituzionale. Respingere le riforme peggiorative à la Renzi-Boschi, oltre che un dovere morale, è la premessa per un vero progetto. Però, il Movimento Cinque Stelle ha giocato di rimessa. Sicuramente, non basterà la legge elettorale che Toninelli chiama legalicum, quella che discende dalla non proprio brillante sentenza della Corte Costituzionale. Per quanto mai disprezzabile una buona legge proporzionale rende difficili cambiamenti profondi. I pentastellati dovrebbero avere imparato che, con tutte le differenze iniziali da caso a caso, a livello locale, il potere di governo lo hanno conquistato anche grazie ad un meccanismo premiante che, con il doppio turno, consente agli elettori scegliere il sindaco. Il resto, soprattutto a Roma, è il segnale che una classe dirigente non s’improvvisa, ma la si addestra e seleziona in anticipo. Le Cinque Stelle potranno anche celebrare il loro primato elettorale nella prossima primavera, ma, privi di una maggioranza assoluta e indisponibili a qualsiasi coalizione, dovranno ancora fare i conti con il sistema politico che c’è.
Pubblicato il 7 settembre 2017






