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Terrorismi in Italia. Chi, come, perché #Cento I.I.S. Bassi-Burgatti
Giovedì 16 Marzo
alle ore 11.15GIANFRANCO PASQUINO
Professore emerito di scienza politica all’Università degli Studi di Bologna
attualmente James Anderson Senior Adjunct professor alla SAIS-Europe di Bolognaincontrerà gli studenti
dell’IIS “Bassi-Burgatti” di Cento
per parlare diTERRORISMI IN ITALIA
Chi, come, perché
Ripartenza senza idee né programmi
“Tornare a casa per ripartire insieme” è stato il titolo dell’iniziativa svoltasi al Lingotto per lanciare la campagna elettorale di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Dal Lingotto dieci anni fa partì Walter Veltroni per diventare il primo segretario del nuovo partito. Durò pochissimo. La sua “vocazione maggioritaria” non fu sufficiente a fargli vincere le elezioni politiche del 2008 e nel febbraio 2009 si dimise. Dunque, Renzi non è, come si ostina a ripetere, l’unico a lasciare la poltrona dopo la sconfitta (per la cronaca politica, dalla “poltrona” di capo del governo si dimise addirittura D’Alema nel maggio 2000). Non è chiaro che cosa si sia prefisso Renzi con il ritorno al Lingotto: farsi un pedigree veltroniano? avere il sostegno di Chiamparino? trovare nuove idee? Agli osservatori e ai commentatori, questa volta meno benevoli del solito, il senso della prima parte dello storytelling renziano è sostanzialmente sfuggito. Quanto al “ripartire insieme”, che ripartire sia necessario non ci piove, ma insieme a chi non è apparso chiaro a nessuno. Se per fare “l’insieme” è sufficiente il cosiddetto ticket con il Ministro Martina che porterebbe in dote la componente ex-DS, allora è davvero poca cosa, come confermano anche i sondaggi. Certamente, con l’espressione “insieme” Renzi non ha in nessun modo inteso tendere la mano agli scissionisti che, anzi, sono stati ripetutamente criticati e da qualcuno dei sostenitori di Renzi addirittura bollati come “vigliacchi”. Né, infine, per giustificare “insieme”, è sufficiente sostituire il “noi” all’io nelle esternazioni renziane.
Del partito, che nella corsa alla segretaria, dovrebbe essere l’oggetto del contendere, non tanto come conquistarlo, ma come ri-organizzarlo, non ha parlato nessuno. E’ stata una mancanza preoccupante in un’assemblea di uomini e donne di partito che al partito-ditta di Bersani e ai voti da lui ottenuti nel febbraio 2013 sono debitori delle loro cariche, del loro potere, delle loro carriere in atto e future. Qualche cenno è stato fatto alle alleanze, tanto vituperate fino a ieri anche se, senza gli alleati: la spappolata Scelta Civica e il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (più qualche aiutino di Denis Verdini, diventato innominabile e per il quale il neo-garantismo di Renzi non sembrerebbe applicarsi), il PD non avrebbe nessuna maggioranza operativa al Senato. L’unica cosa nuova è stata l’offerta all’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, di un posto nelle liste PD. Un’offerta assolutamente strumentale, quasi per disinnescarne il tentativo di organizzare un campo progressista che, se vincente, sarebbe una significativa novità: spazio di sinistra plurale simile a quella creata da François Mitterrand 46 anni fa dalla quale ottenne lo slancio e la forza per vincere le elezioni presidenziali francesi del 1981.
Pur con la sotterranea consapevolezza che qualche alleanza bisognerà pur trovarla per tornare, non a casa, ma a governare il paese e che una grande differenza la farà la prossima indispensabile legge elettorale, al Lingotto non si è discusso né dell’una né dell’altra. Lo storytelling non ha riguardato niente di davvero politico, di davvero concreto, di davvero produttivo di conseguenze. Neppure i numerosi ministri costretti a sfilare hanno saputo entusiasmare i rappresentanti del popolo del PD con la rivendicazione di qualche successo acquisito e con la presentazione di qualche progetto epocale. Il PD di Renzi riparte, ma la strada è la stessa, un po’ più in salita. La parola, pardon, lo storytelling passa agli altri concorrenti, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governatore della Puglia Michele Emiliano, i quali dovrebbero raccontare come sapranno ampliare lo spazio e migliorare l’organizzazione e la democrazia interna del Partito chiamato Democratico.
Pubblicato AGL 14 marzo 2017
VIDEO Europa, nonostante tutto, ancora in cammino #CasaCulturaMilano
Alessandro Cavalli, Lia Quartapelle e Gianfranco Pasquino
Venerdì 17 marzo 2017 ore 18
Casa della Cultura
via Borgogna, 3 Milano
in diretta diretta streaming sul sito casadellacultura.it
in occasione della presentazione del libro di Gianfranco Pasquino
Sotto il Lingotto, niente
Il ritorno di Renzi alla kermesse torinese e il vuoto programmatico del Pd
Però, no, non sono disposto a “perdonare” coloro che stanno andando all’elezione del segretario di un partito senza dire nulla su che tipo di partito desiderano, se quei candidati abbiano un’idea di partito, se la democrazia italiana abbia o no bisogno di partiti organizzati, di un sistema di partiti decentemente strutturato e di una sana competizione, non collusione, fra coalizioni di partiti. No, il segretario dimissionario Matteo Renzi non deve affatto delineare in questa fase un programma di governo neppure se, come è giusto e opportuno, intende poi, ma solo poi, essere il candidato del suo partito alla carica di capo del governo. A quella carica, infatti, potrà ambire e pervenire proprio in quanto segretario del partito. Aggiungo che logica vorrebbe che, persa la carica di capo del governo, il segretario lasciasse definitivamente la carica di capo del partito, come avviene ed è avvenuto in tutti i casi europei (David Cameron, giugno 2016, è l’ultimo in ordine di tempo) ai quali, selettivamente, Renzi e i renziani fanno riferimento. Le tre grandi sconfitte subite da Renzi, elezioni amministrative del giugno 2016, referendum del dicembre 2016, scissione del marzo 2017, hanno poco a che vedere, con il governo, ma moltissimo sono dipese proprio dal partito, dalla sua gestione dell’organizzazione del PD, della sua presenza sul territorio, della valorizzazione del personale politico democratico che non è fatto, come ha sostenuto Renzi, né da eredi né da reduci, ma da persone che desiderano fare politica per perseguire obiettivi di miglioramento della vita dei loro concittadini e della qualità della democrazia. Fare politica non contro coloro che non la pensano come loro e come il loro segretario, che, comunque, non debbono essere né emarginati né irrisi, ma convinti, bensì a favore di cambiamenti che vengono argomentati in maniera tanto più rigorosa (non necessariamente vigorosa fino all’insulto) quanto più sono controversi.
Il ruolo degli iscritti, le modalità di funzionamento degli organismi, locali: i circoli, e nazionali: l’Assemblea e la Direzione (forse anche la segreteria e la sua composizione), i criteri di selezione e di promozione, il reclutamento dei rappresentanti nelle assemblee elettive, non da ultimo per la Camera dei deputati e per il Senato (essendo alquanto obbrobrioso il sistema dei capilista bloccati) sono tutti elementi di cruciale importanza per coloro che si candidino alla guida di un partito, soprattutto se quegli elementi, ciascuno e tutti, sono stati negletti o piegati agli interessi e alle ambizioni di un uomo, non proprio solo, ma, sicuramente e provatamente male accompagnato. Non c’è stata quasi nessuna discussione in materia. Non s’è udita, non dico nessuna autocritica (affari del candidato e dei suoi sostenitori), ma praticamente nessuna riflessione su quanto la trascuratezza del partito come associazione di uomini e donne che perseguono fini condivisi abbia pesato sugli insuccessi.
Nell’ultimo triennio in alcune episodiche circostanze hanno fatto capolino, seppure regolarmente in maniera tanto impropria quanto confusa, tre, forse quattro, modelli di partito. Il modello del partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria è stato il modello iniziale, mal formulato e rapidamente disatteso. Gli è rapidamente subentrato il modello del Partito della Nazione che mirava ad occupare il centro e non a trovare alleati, ma ad assorbirli, inglobarli, fino a considerare nemici (della nazione) tutti coloro che non convergessero, ovviamente in maniera subalterna. Il terzo modello, non propriamente di partito, forse mai compiutamente delineato, ma oggetto di culto dei prodiani rimasti in politica, è stato quello dell’Ulivo, irripetibile e inimitabile da chi, trattando con le associazioni, proponeva la prassi della disintermediazione. Innegabile cardine dell’Ulivo delle origini fu, invece, proprio l’offerta di riconoscimento e di inclusione fatta alla società civile e alle sue associazioni per dare ampia rappresentanza e per riequilibrare il peso dei professionisti della politica (che è esattamente e comprensibilmente l’elemento che non piacque a Massimo D’Alema).
Infine, non solo chi ha vissuto l’epoca della competizione e della selezione sulla base di competenze e esperienze, non della rottamazione fondata sull’età e sull’ostilità, ha anche visto (e potuto studiare)la possibilità di un quarto modello, quello della sinistra plurale. La differenziazione inevitabile degli schieramenti di sinistra un po’ in tutta Europa (ma Hillary Clinton e Bernie Sanders dicono che qualcosa di molto simile caratterizza i Democratici negli USA) richiede che donne e uomini di sinistra accettino le loro diversità e cerchino di ricomporle in un campo ampio, non recintato, in costante trasformazione. La sinistra plurale è essa stessa luogo di alleanze che richiede un coordinatore in grado di conversare con tutte le componenti e di trovare di volta in volta il punto di equilibrio più avanzato non per opera di un uomo solo al comando, ma di qualcuno che si mette all’ascolto e alla ricerca sincera dell’accordo. Al Lingotto, niente di tutto questo.
Pubblicato il 13 marzo 2017
Preparativi per i 60 anni dei Trattati di Roma #FutureofEurope #22minuti #EUCO #EU60 #ESA2017
https://ec.europa.eu/italy/news/radio/22minuti_20170310_it
Interventi:
Gianfranco Pasquino, professore di scienza politica
Beatrice Covassi, rappresentante della Commissione europea in Italia
Roberto Santaniello, consigliere comunicazione della Commissione europea in Italia
Massimo Gaudina, responsabile comunicazione CER – Consiglio europeo della ricerca
Paolo D’Angelo, esperto di politiche e missioni spaziali
Conduttore: Luca Singer
Programme manager: Tomasz Koguc
Assistenti: Laura Carrara e Umberto La Morgia
Il disco europeo della settimana consigliato da Luca D’Ambrosio di Musicletter.it è L’ennesimo Malecon del cantautore ligure Gianmaria Simon. Il brano scelto è “Baro”.
PD, non serve una nuova ribollita
L’ex-segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi lancerà la campagna per la sua possibile ri-elezione da un luogo simbolo: il Lingotto di Torino. Da lì il 27 giugno 2007 partì in maniera vertiginosa la corsa di Walter Veltroni all’insegna di un manifesto programmatico “Un’Italia unita, moderna e giusta” che aveva molto poco a che vedere con il partito nascituro, ma fin troppo con il governo del paese. L’esito che quasi nessuno, meno che mai Veltroni e Dario Franceschini, il suo accompagnatore nel ticket come imprevisto (la carica non sta nello Statuto) vice-segretario, volle vedere, fu l’inevitabile indebolimento del già traballante governo Prodi II. Con la sua vocazione maggioritaria e il rifiuto di fare coalizioni, Veltroni avrebbe poi perso alla grande le elezioni del 2008. È del tutto evidente che Renzi ha intrapreso lo stesso, sbagliato e pericoloso, percorso. Del partito, in realtà, gliene importa poco o nulla, se non come veicolo per raccogliere voti. Tuttavia, il problema da affrontare, che qualcuno, a cominciare dai suoi concorrenti, se non cadono nello stesso errore, dovrebbe ricordare a Renzi, è come (ri)costruire il Partito Democratico.
Dopo anni di gestione verticistica e personalistica, con una maggioranza che ha irriso e schiacciato le minoranze interne, che non si è mai curata né degli iscritti né delle organizzazioni locali del PD né della formazione di un cultura politica del partito (le passerelle dei ministri alla Scuola di politica sono state esercizi di non brillante propaganda), è venuto il tempo di una vera svolta. Per usare un lessico della vecchia “ditta” del passato, la “rivoluzione copernicana” si avvererebbe se i candidati alla segreteria, a cominciare da Renzi, narrassero sia agli iscritti sia a chi si prepara ad andare a votare, per lui o per gli altri, sia a coloro che se ne sono andati sia, più in generale, agli italiani che si occupano di politica, che tipo di partito sarà il PD prossimo venturo. Sarà ancora un partito di centro-sinistra, disposto a cercare alleati? Oppure si sposterà di più verso il centro inseguendo il cosiddetto Partito della Nazione? Accetterà al suo interno posizioni diversificate, aperto al dissenso e al flusso di idee diverse, seppur non divergenti? Vorrà caratterizzarsi come contenitore di una sinistra inevitabilmente, ma spesso anche fecondamente, plurale? Sarà il partito del leader che comunica al popolo, all’Italia e al mondo (chiedo scusa: all’Europa) oppure promuoverà la partecipazione degli iscritti, si doterà di chiari criteri per la selezione dei dirigenti, degli amministratori, dei rappresentanti e valorizzerà le personalità, le loro esperienze, le loro competenze, le loro ambizioni?
Lo spazio di elaborazione politica originale è enorme. È anche esigente poiché se il prossimo segretario del Partito Democratico non si sforzerà di dare finalmente vita e corpo a un partito come comunità di persone che vogliono cambiare la politica italiana, sarà impossibile ristrutturare il sistema dei partiti (anche grazie a una legge elettorale che dia potere ai cittadini e offra rappresentanza), vera garanzia di buon funzionamento e di qualità in tutte le democrazie nelle migliori delle quali costituisce l’argine più solido contro l’antipolitica e il populismo. Snocciolare un elenco di riforme fatte, più o meno bene, di riforme da fare, più o meno credibilmente, di nemici da sconfiggere, non serve a tonificare il PD. Soltanto un Partito davvero democratico al suo interno può raccogliere le istanze di cambiamento, anche con la rivalutazione di scelte fatte nel passato, e riuscirebbe a governare in maniera decente l’Italia. Dal Lingotto bisogna pretendere sopra tutto la risposta su che tipo di partito deve diventare il PD (di Renzi oppure di Orlando oppure di Emiliano). Altrimenti, si udirà solo propaganda, come direbbero i toscani, “ribollita”.
Pubblicato AGL il 10 marzo 2017
INVITO Lo stato dei lavori sulla legge elettorale. Proposte e critiche #Bologna 13/03/2017
Lunedì 13 marzo ore 21
via San Felice, 103 (Fortitudo SG)
MARILENA FABBRI
componente Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati
GIANFRANCO PASQUINO
Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna
Cosa è cambiato dopo il Referendum del 4 dicembre scorso e la sentenza della Corte Costituzionale che ha invalidato il cuore del cd. Italicum?
Il Parlamento sta lavorando seriamente ad una nuova legge elettorale? Quali sono le proposte giacenti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera? Come lavorano i Commissari?
E’ prevedibile un testo base a breve da sottoporre all’Assemblea plenaria?
La legge elettorale incoraggia e talora addirittura struttura il sistema politico-partitico desiderato. Cosa serve alla nostra Repubblica?
Una democrazia ascendente, che attribuisca finalmente un incisivo potere di formazione del Parlamento agli elettorati locali e ai partiti sui territori?
Una democrazia dell’alternanza, limpidamente competitiva per la maggioranza parlamentare e il Governo, salva l’adesione di tutti ai principi fondamentali della Costituzione italiana?
Documentazione
Gianfranco Pasquino, Per una buona legge elettorale. I feticci da sconfiggere
ISTITUTO DE GASPERI BOLOGNA
Renzi ha rottamato il PD. Con lui la sinistra ha perso l’anima
Intervista a cura di Paola Pintus
“Familismo, stile dittatoriale, alleanze sbagliate. Voleva sfondare al centro ma è rimasto ostaggio di Ncd e Ala. Per recuperare coesione serve puntare sul lavoro“
Professor Pasquino, se il PD è il malato, Renzi è la malattia?
“In buona misura Renzi è il virus che ha provocato la malattia. Ha voluto governare il suo partito in maniera dittatoriale. Usava la sua maggioranza non per ascoltare quello che avevano da proporre le minoranze ma per emarginarle, spesso addirittura irridendole e quindi ha creato tensione un po’ fra tutti, persino all’interno della sua stessa maggioranza. Non deve sfuggire infatti che uno degli attuali sfidanti alla Segreteria, il Ministro Orlando, era organico alla maggioranza.
Ezio Mauro ha definito la concezione del potere renziano simile quella di “un consiglio comunale in gita premio”. E’ provincialismo, “familismo”, o cosa?
La gestione del partito da parte di Renzi è chiaramente di tipo familistico o amicale. Pensare che nel resto del PD, ma anche intorno al PD non ci fossero persone più capaci di quelle che lui conosceva da anni nel ristretto ambito Rignano sull’Arno-Firenze è stato un errore gravissimo.
Secondo lei qual’è stato l’errore più grande di Renzi, e qual’è lo spazio della sinistra oggi in Italia?
L’errore più grande di Renzi è lo stile: non ascolto nessuno, vado avanti in fretta, rottamo, faccio quello che voglio e quelli che mi criticano sono di volta in volta gufi, professoroni, invidiosi e così via. Il Partito della Nazione è stato una scelta politica: naturalmente facendo un “partito della nazione” si dice che tutti gli altri non fanno parte della nazione e quindi si crea automaticamente uno schieramento. Lo sfondamento al centro si può anche fare, ma per catturare i voti del centro, non per farsi catturare dal centro, facendosi condizionare di volta in volta da Ncd e verdiniani. La strategia complessiva quindi era sbagliata per una ragione molto semplice: che un partito di sinistra deve sapere occupare anche una buona parte della sua sinistra e poi costringere gli altri, e cioè i centristi, ad andare a contrattare. Non essere lui che contratta con i centristi perdendo poi pezzi. E li ha persi effettivamente sulle sinistre.
Oggi la sinistra deve essere identificata come un luogo nel quale convivono diverse posizioni, che possono convivere se convergenti su un obbiettivo comune: in un paese come l’Italia l’obbiettivo non può essere che quello di rilanciare il lavoro, non solo come strumento di sopravvivenza, ma luogo di progettualità e dignità nella vita; poi occorre rilanciare la formazione professionale, culturale ed educativa, certamente in modo diverso da quanto fatt dalla buona scuola. Infine occore mettere insieme la sinistra plurale, ma non combattere una battaglia che non è di sinistra: quello significa perdere il senso, perdere l’anima.
La scissione era davvero inevitabile, come dicono alcuni?
Il primo responsabile in un partito è sempre il segretario, che in questo caso non è riuscito a tenere insieme le diverse anime del PD e quindi la scissione in un certo senso l’ha resa inevitabile lui. Anzi, curiosamente, questa scissione arriva tardi. Doveva arrivare prima, c’erano stati momenti molto più gravi nei quali si poteva semplicemente dire “basta con questo partito” e infatti qualcuno l’aveva già detto e sene sono andati silenziosamente i vari Civati ed altri che hanno abbandonato il gruppo parlamentare e sono andati qualche volta nella sinistra, qualche volta nel gruppo misto. Però tutto questo era evitabile con uno stile diverso di gestione. Ma Renzi non è capace di uno stile diverso.
Pubblicato l’8 marzo 2017 su notizie.tiscali.it
L’Europa a due velocità
Gli Stati-membri dell’Unione Europea viaggiano già a due velocità: 1. la velocità di chi ha l’Euro e quella di chi non vi ha aderito; 2. la velocità (e la libera circolazione di persone, denaro e merci) di chi fa parte di Schengen e quella di chi ne sta fuori. E’ ora di ingranare un’altra marcia e viaggiare più veloci.











