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La giustizia e la necessità di un’etica
No, se Tiziano Renzi è colpevole di “traffico di influenze e altro”, non merita nessuna “pena doppia”, come ha dichiarato suo figlio Matteo, ma, semplicemente, la pena giusta. Neppure un cosiddetto giustizialista arriverebbe a raddoppiare la pena per associazione familiare. Tuttavia, se la moglie di Cesare deve essere al disopra di ogni sospetto che cosa dire e fare quando molto più che un sospetto riguarda il papà di Matteo? Il caso è serio poiché è molto probabile che chi trafficava per ottenere influenze lo facesse perché Tiziano poteva facilmente parlare con il figlio titolare di cariche politiche importanti. Nel frattempo, da parte di coloro che si definiscono garantisti, ma sono sostanzialmente degli attendisti, rifioccano le accuse di giustizia a orologeria che starebbe ticchettando per influenzare l’elezione del prossimo segretario del Partito Democratico. Bisognerebbe attendere che cosa: l’avviso di garanzia? Il rinvio a giudizio? La sentenza di primo grado? Chi ha potere politico come, nel caso delle indagini in corso, l’ex-sottosegretario del Presidente del Consiglio Renzi e attuale Ministro dello Sport, Luca Lotti, deve conservarlo fino a quale momento?
Nella situazione italiana non esiste nessun accordo sui tempi e sui modi tranne che sarebbe opportuno non consentire alla magistratura, toghe rosse o no, di influenzare, se non addirittura, di determinare, la vita politica (o dei politici?). Una modesta dose di accordo dovrebbe, invece, essere raggiunta sul considerare i detentori del potere politico secondo criteri diversi da quelli applicati ai comuni cittadini. Forse se, in maniera più o meno artificiale o deliberata, si facesse meno confusione, se non si sollevassero polveroni, se quelli del PD non dicessero a quelli del Movimento Cinque Stelle di guardare in casa loro, cosa che non assolve comunque gli esponenti del PD dalle loro eventuali responsabilità, ci si potrebbe porre il problema relativo a quali comportamenti dei politici che, pur non essendo reati, non sono accettabili. Insomma, a quale etica dovrebbero ispirarsi e attenersi i politici e con quali criteri dovrebbero i cittadini elettori valutarne i comportamenti nella zona grigia tra uso improprio dell’influenza politica e vero e proprio reato?
Nella cultura anglosassone un tempo valeva il principio che “ci sono cose che semplicemente non si fanno”. Questo principio è sicuramente tuttora applicato nei paesi nordici, Scandinavia e Germania. Ma quali sono le cose che non si debbono fare, quelle che attengono più alla coscienza dei singoli che ai codici penali? Pur essendo impossibile codificare una etica della politica valida per tutti i tempi, per tutti i luoghi, per tutte le circostanze, alcuni suoi elementi sono sufficientemente chiari. Non agire nell’interesse privato/personale, meno che mai contro l’interesse pubblico/generale, deve, ovviamente, essere il principio dominante. Esibire la massima trasparenza nei comportamenti che portano a decisioni politiche, come, per esempio, le nomine a cariche e gli appalti. Accettare pienamente senza eccezione alcuna la responsabilità di tutto quello che succede nel settore di competenza di ciascun politico. La sospensione da una carica e, spesso, anche le dimissioni, senza accompagnarle con frasi ipocrite “per una miglior difesa”, “affinché la giustizia faccia il suo corso”, meno che mai “per non creare danni al partito”, sono pratiche raccomandabili, eticamente consigliabili. Meglio, naturalmente, se sospensioni e dimissioni sono indirizzate a non danneggiare il funzionamento del governo e la qualità della democrazia. Il resto è affidato alla sensibilità e alla coscienza dei singoli nonché alle pressioni di una società che sia davvero civile.
Pubblicato AGL 6 marzo 2016
Solo alla moglie di Cesare tocca rimanere al di sopra di qualsiasi sospetto?
La moglie di Cesare s’interroga sul perché soltanto a lei tocchi rimanere al di sopra di qualsiasi sospetto. E gli altri parenti dell’ex-capo del PD e il suo più stretto collaboratore, quasi un fratello, a loro no? Qualche volta i potenti dovrebbero pensare meno alla giustizia ad orologeria e fare scoccare l’ora dell’etica in politica.
“Il canto della libertà” Presentazione a #Bologna del libro di Sandra Bonsanti
venerdì 3 marzo alle 18
Libreria Coop Zanichelli
Piazza Galvani 1/h, BolognaIncontro con
Sandra Bonsantiper la presentazione del suo nuovo libro
Il canto della libertà
(Chiarelettere)Ne parla con l’autrice
Gianfranco Pasquino
“Un vecchio professore indica la strada a un gruppo di giovani che vogliono imparare a vivere la democrazia“
Scissione e culture politiche
Giornalisti, editorialisti, commentatori, professori concordano: la scissione dal Partito Democratico ha natura personalistica. Discende da uno scontro fra persone. Qualcuno, poi, più intelligentemente, come Angelo Panebianco, suggerisce che potrebbero esserci anche profonde divergenze culturali. Concordo soltanto in parte. Quando si lascia un partito, la prima, spesso la più forte, divergenza è politica. In quel partito, con quel segretario, con quella gestione non esistono più spazi, non soltanto di azione, ma neppure di discussione. Il quesito diventa: discussione su che cosa? La risposta potrebbe essere sia sul tipo di partito, sia sulle politiche, sia sulla visione complessiva. Nel Pd non si vede nulla di tutto questo, tranne un ex-segretario lanciato alla riconquista, il prima possibile, della carica perduta. Quell’ex-segretario non dice come vorrebbe (ri)organizzare il partito, che tipo di presenza vorrebbe avere sul territorio, quale ruolo attribuire ai partiti locali, ai militanti, agli iscritti, di quali modalità di comunicazione, oltre ai suoi personalissimi tweet e alla sua e-news, il partito dovrebbe dotarsi. Dal Lingotto verrà poco o nulla sul partito come organizzazione, «comunità di donne e uomini». Verranno presentate delle slides sulle politiche fatte, ma soprattutto da fare che, inevitabilmente, scaveranno la fossa al governo Gentiloni. Avvenne esattamente così dieci anni fa con la cavalcata di Veltroni che fu causa non troppo indiretta della caduta del governo Prodi II. Misi in evidenza il rischio con un articolo sul «Mulino» scritto già nell’agosto 2007.
Quanto alle motivazioni culturali, bisognerebbe cominciare con il chiedere se la segreteria di Matteo Renzi si sia mai occupata della cultura politica del Partito Democratico. Qualcuno potrebbe anche andare a vedere oratori e contenuti della scuola di politica nazionale e delle scuole locali. Constaterebbe che certo, fra una sfilata e l’altra di ministri e di autorità locali, qualcosa di politica s’è detto: appoggiare «senza se senza ma» le magnifiche scelte e riformiste (è una parafrasi) del governo Renzi. La riflessione e ancor più l’elaborazione culturale sono state totalmente assenti ed è facile prevedere che, se rivince Renzi, continuerà a essere così. Gli esegeti del Pd con qualche new entry che si ricorda dell’Ulivo continuano a battere sullo stesso tasto: la contaminazione che il Pd doveva produrre fra la cultura degli ex-comunisti e quella dei cattolici-democratici. Peccato che nessuno vada a vedere se nei due congressi che portarono al Pd i due gruppi di «ex» avessero ripensato la loro cultura politica per giungere attrezzati e innovatori all’incontro epocale. La verità, che riguarda non soltanto il Pd, è che alla metà degli anni Novanta del XX secolo le culture politiche che avevano fatto la Costituzione e guidato la storia d’Italia erano scomparse (lo registrai e argomentai in un fascicolo intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia della rivista «Paradoxa», 4/2015. Fra gli autori mi limito a citare Giuliano Amato, Agostino Giovagnoli, Achille Occhetto e Marcello Veneziani, ciascuno molto rappresentativo di una cultura politica che non esiste più, è il mio parere, ma nessuno di loro disposto ad accettarne la effettiva e definitiva scomparsa). Soprattutto, nessuna di quelle antiche culture si trova adeguatamente rappresentata in qualche partito italiano e ne informa i comportamenti e le scelte politiche. Non erano, naturalmente, scomparsi gli intellettuali interessati alla politica, con le loro legittime e accertabili preferenze politiche, autori di alcune elaborazioni politiche quasi mai prese in considerazione dai partiti ai quali venivano indirizzate. Il culmine di questa assoluta mancanza di attenzione fu raggiunto con l’etichetta, oggi lo sappiamo, pre-Trumpiana, di «professoroni» affibbiata a diversi intellettuali di alto valore culturale, ma dissenzienti.
Se a qualcuno, a cominciare dall’ex-segretario e dal suo giglio-non-più-magico, interessasse la (ri?)elaborazione di una cultura politica (riformista, che non è un elenco di cose da fare o no, ma cultura), avrebbe dovuto impegnarsi per dare vita a una conferenza programmatica centrata proprio sui principi essenziali di una visione che costruisca, tenga insieme e guidi una comunità e un paese. Qualcosa di non troppo dissimile, sarò provocatorio, fu alla base della Conferenza Programmatica del Partito Socialista Italiano a Rimini nel 1982: Meriti e bisogni. Nelle conferenze programmatiche non si distribuiscono cariche, ma si fanno circolare idee. In quel che resta del Partito Democratico altre sono le priorità.
Pubblicato il 3 marzo 2017 su larivistaIlMulino
Andare oltre la rimpatriata
È risultato gradualmente (e, per loro, dolorosamente) evidente che molti esponenti della vecchia ditta citata da Bersani non potevano più restare in un partito il cui leader, sempre spalleggiato dal suo giglio magico, li emarginava e li irrideva, delle cui idee non sapeva che farsene. Solo in piccola parte, però, lo scontro Renzi/Bersani (anche se Renzi preferisce avere D’Alema come nemico massimo), è stato sulle idee. In maniera nettamente prevalente, è stato sulle persone, sulla loro più o meno lunga storia, sulle loro, più o meno legittime, ambizioni. Consiglio sempre di diffidare dei politici che non hanno ambizioni. Il potere serve per tradurre le ambizioni in scelte e decisioni con le quali i politici ambiziosi tenteranno di acquisire ancora più consenso soddisfacendo le preferenze degli elettori. Purtroppo, lo scontro in atto dentro il PD e nei suoi dintorni è difficile da definire in termini di politiche: lavoro, scuola, diseguaglianze, migranti, Europa. Non è uno scontro fra culture politiche del passato (comunisti e cattolici democratici) di cui si poteva anche dubitare che fossero il meglio che l’Italia aveva prodotto, ma che nei dieci anni trascorsi dal varo del Partito Democratico non si sono né contaminate né, meno che mai, fuse. Semmai, confuse.
Esclusa dai renziani la conferenza programmatica che poteva essere il luogo del dibattito sulle culture politiche che mancò nella primavera del 2007, l’elezione del segretario sarà solo un modo, neanche il migliore, per contare le truppe. Il reclutamento delle truppe non può andare troppo per il sottile, soprattutto per coloro che tentano la costruzione di un “campo” nel quale fare confluire tutte le sparse membra degli oppositori di Renzi (che non cessa di personalizzare la sua politica). Nelle prime riunioni degli scissionisti, come riferite dalle cronache locali, fanno capolino molti che sono stati emarginati dai renziani, ma anche che erano usciti dalla politica poiché sconfitti, ritenuti inadeguati, qualche volta, per esauriti limiti delle loro capacità. Questa specie di rimpatriata con forti componenti generazionali è in un’incerta misura inevitabile quasi quanto il conformismo che, non nuovo nella storia del PCI e dei suoi successori, tiene insieme coloro che rimangono nel PD, pur avendo grandi differenze d’opinione. Chi se ne va ha il compito oneroso di presentare con chiarezza le alternative che propone. Sarebbe molto più credibile se quelle alternative non provenissero soltanto, per limitarmi all’Emilia-Romagna, da Bersani e da Errani. Se, poi, nelle affollate assemblee s’affacciano politici e sindacalisti di persin troppo lungo corso e latitano i giovani, allora un problema c’è.
Pubblicato il 1° marzo 2017
I feticci della riforma elettorale
Senza riforme presidenziali, le strade si riducono. Ma si semplificano
Chiunque voglia scrivere una buona legge elettorale in Italia oggi deve sconfiggere tre feticci espressi sotto forma di necessità assoluta di: 1. conoscere il vincitore la sera stessa delle elezioni; 2. produrre Il governo direttamente con il voto del popolo; 3. evitare la formazione di governi di coalizione.
Il fatto che questi feticci siano adorati in maniera diffusa e persino crescente non li rende accettabili. Quanto al primo feticcio, non è neppure chiaro che cosa significhi esattamente “conoscere il vincitore delle elezioni”. Forse chi ha avuto più voti? Chi ha vinto più seggi? Chi ha ottenuto il maggior incremento percentuale/numerico rispetto alle elezioni immediatamente precedenti? Ma, poi, è davvero questa la preoccupazione principale dell’elettorato? Probabilmente, no. Comunque, non esiste nessuna ricerca in materia, nessuna evidenza.
Il secondo feticcio è molto pericoloso per due ragioni. Da un lato, in nessuna democrazia parlamentare il popolo, gli elettori, i cittadini votano per il governo. In tutte le democrazie parlamentari, che sono democrazie rappresentative, i voti dei cittadini servono ad eleggere i loro rappresentanti al Parlamento. Contati i voti e i seggi, quei rappresentanti, che probabilmente conoscono le preferenze dei loro elettori e hanno molte informazioni sugli eletti degli altri partiti, cercheranno accordi programmatici per dare vita a un governo stabile, duraturo, efficace. Dall’altro lato, il feticcio “il popolo elegge il governo” legittima e incoraggia la critica populista, antiparlamentare, e nega ai rappresentanti qualsiasi spazio di manovra.
Il terzo feticcio “evitare i governi di coalizione” è, per quel che riguarda le democrazie parlamentari, fattualmente sbagliato e non esiste post-verità che lo renda nemmeno plausibile. Agitando quel feticcio si oscurano due elementi importantissimi per tutti coloro che hanno a cuore la governabilità, non come arma propagandistica, ma come esito. I governi di coalizione sono maggiormente rappresentativi dell’elettorato, delle sue preferenze e dei suoi interessi. Sono anche più “moderati”, vale a dire che nessuno dei partiti potrà tradurre in politiche pubbliche le sue promesse più estreme, spesso fatte soltanto per conquistare un pugno di voti in più, ma tutti i partiti dovranno moderare le loro proposte programmatiche per renderle compatibili con le preferenze degli altri partners, ciascuno costretto a rinunciare a qualcosa.
Coloro che vogliono ottenere la traduzione pratica di tutt’e tre i feticci non possono accontentarsi di nessuna legge elettorale né maggioritaria né proporzionale. Debbono proporre il mutamento della forma di governo: da parlamentare a presidenziale. Sì, la sera delle elezioni sapranno chi le ha vinte (a meno che non siano stati denunciati brogli elettorali); sì, il Presidente eletto darà rapidamente vita ad un governo; sì, è molto probabile, ma non sempre possibile, che quel governo sia espressione di un solo partito, quello del Presidente. Naturalmente, come sanno gli studiosi dei presidenzialismi e come hanno imparato gli elettori, nelle Repubbliche presidenziali quello che conta è l’esistenza di freni e contrappesi al potere del Presidente, ma questo è un problema/inconveniente che nessuna legge elettorale può affrontare, meno che mai risolvere.
Una volta chiarito che in Italia praticamente nessuno propone esplicitamente un modello presidenziale e buttati a mare i feticci creati ad arte, la discussione sulla legge elettorale può ripartire con il piede giusto. Può andare in Francia a pescare il doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali con clausola di passaggio al secondo turno, oppure visitare la legge elettorale proporzionale personalizzata con clausola di accesso al Parlamento funzionante in Germania. Scegliendo un sistema elettorale già sperimentato si riducono i rischi e si potrebbe persino ovviare a qualche loro inconveniente. Tutto il resto è melina, inconcludente, fastidiosa, persino pericolosa.
Pubblicato il 1°marzo 2017
La crisi della socialdemocrazia in Europa
Intervista raccolta da Federico De Lucia per FBlab
1) Globalizzazione, depressione economica, marginalizzazione sociale, insostenibilità del Welfare state, flussi migratori incontrollati: sono tutti fattori strutturali che stanno mettendo a dura prova, ormai da un decennio, la sinistra socialdemocratica europea. Lo dimostrano sia i risultati elettorali degli ultimi anni in tutti i Paesi del vecchio continente, sia l’incapacità del PSE di opporsi alla linea politica rigorista messa in atto dall’Unione Europea negli ultimi anni di crisi.
Secondo Lei, il problema è davvero strutturale, o vi è invece un problema altrettanto grave di inadeguatezza di classe dirigente?
Risposta: Il problema è trasversale e strutturale. Trasversale poiché riguarda tutti i partiti e le organizzazioni di sinistra, in Europa, negli USA e, mi allargo, nel mondo. Possono anche vincere le elezioni, più spesso le perdono, ma non hanno più nessuna dominanza culturale. Non hanno capacità né di innovazione né di governo effettivo di tutte le sfide, vere, della globalizzazione. Il problema è anche strutturale, quindi, più preoccupante, poiché, per quasi tutti i partiti, in special modo quelli classici, socialdemocratici e laburisti, scandinavi e anglosassoni (includo anche Australia e Nuova Zelanda), è la conseguenza di successi importanti sia nella politica economica, il keynesismo, sia nelle politiche sociali, il welfare. Sono successi che, come scrisse, forse con qualche esagerazione, il grande sociologo tedesco Ralf Dahrendorf, hanno fatto del XX secolo il secolo socialdemocratico. Quei partiti hanno cambiato i nostri mondi vitali, ma l’elettorato li ha lentamente abbandonati e sta cercando altrove sicurezza e qualche vantaggio economico. Non li trova. Di qui, l’aumento dell’insoddisfazione nei confronti della democrazia e il cedimento di troppi elettori agli appelli populisti che, noi lo sappiamo e quei cittadini impareranno, non portano da nessuna parte.
2) In tutti i Paesi europei la crisi della Sinistra si sta manifestando allo stesso modo: la contrapposizione culturale e programmatica tra le due anime interne, quella più liberal e quella più socialista. Ma i risultati sono negativi ovunque, a prescindere da chi riesce a prevalere. In Germania e Spagna, dove la corrente centrista ha accettato la Grande Coalizione con i Popolari, la crisi di consenso è evidente. In Inghilterra ed in Francia, dove al contrario è la sezione tradizionale ad aver avuto la meglio, i sondaggi sono ancora più impietosi, sia per il Labour di Corbyn che per il PS di Hamon. Quest’ultimo deve inoltre fronteggiare la concorrenza del liberale centrista Macron, che i sondaggi danno come principale candidato a sfidare la Le Pen al ballottaggio.
Secondo Lei, dividersi e/o perdere consensi (al centro o a sinistra) è davvero inevitabile per la sinistra europea? Quale strada dovrebbe intraprendere quest’ultima per superare questa fase di estrema difficoltà?
Risposta: Non è inevitabile né dividersi né perdere, al centro e/o a sinistra, consensi. Però, succede, spesso, con conseguenze ovviamente negative. La causa di fondo si trova, praticamente in tutte le situazioni, nella maggiore sensibilità della sinistra, dei suoi dirigenti, dei suoi elettori, dei suoi ideali per le tematiche più moderne (non post-moderne): i diritti, l’identità, la bioetica, persino le diseguaglianze, economiche e culturali. In termini tecnici, una parte, anche se, purtroppo, talvolta crescente, mai maggioritaria, è post-materialista: i diritti e l’autorealizzazione delle persone sono più importanti di qualsiasi tematica economica, lavoro e reddito. L’altra parte, per lo più, maggioritaria, vuole un lavoro stabile, sicurezza, ordine e, soprattutto, non apprezza nessuna, ma proprio nessuna, variante di multiculturalismo, comunque sia definito e attuato. Tenere insieme queste due sinistre è operazione complicatissima che richiede leadership intelligentemente empatiche, rarissime. Tuttavia, la sfida non è da darsi per definitivamente persa. Nel lungo periodo (sì, lo so che Keynes dice che nel lungo periodo saremo tutti morti), soltanto le sinistre potranno vincere la sfida della ridefinizione delle identità, del pluralismo, della dignità nel vivere e nel morire.
3) Il PD, costola italiana del PSE, è riuscito sinora a tenere assieme le due sensibilità interne, nonostante sia provato da lunghi anni di Governo e da frizioni sempre vive. Certamente, il successo elettorale del Renzi del 2013–2014 ha svolto un ruolo importante, attirandosi il favore di un elettorato piuttosto ampio. Ma con la sconfitta referendaria quella fase propulsiva sembra essersi conclusa, ed il Congresso anticipato appena convocato sembra addirittura volto a scongiurare una scissione a sinistra.
Secondo Lei, le difficoltà che in questo momento sta vivendo il PD sono più di natura culturale e programmatica, come altrove, o sono al contrario il frutto delle rivalità interne alla classe dirigente del partito, esacerbate da tre anni di renzismo? E di conseguenza, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, la figura di Renzi rappresenta più un problema da risolvere o una risorsa da utilizzare per la sinistra italiana?
Risposta: Il Partito Democratico è, come disse memorabilmente Massimo D’Alema, “un amalgama mal riuscito” senza arte senza parte senza cultura politica. Infatti, è stato conquistato da un leader assolutamente a digiuno, come tutti i suoi collaboratori, che non sono affatto interessati, di qualsiasi cultura, meno che mai politica. Quel leader, Renzi, poca cosa rispetto agli altri dirigenti dei partiti di sinistra europei, ha sconfitto un vecchio leader, Bersani, che non ha saputo rinnovare la sua cultura politica di comunista in transizione. Da allora, negli ultimi quattro anni, non c’è stato un solo momento nel quale nel Partito Democratico, nei suoi organismi dirigenti, nelle sue articolazioni locali, si sia discusso di cultura politica, di identità, di valori, di etica. Il massimo dello svago è stato raggiunto, con qualche recente sofferenza, nelle kermesse di una piccola stazione di Firenze: la Leopolda. Niente a che vedere con Bad Godesberg 1959, la grande svolta della socialdemocrazia tedesca. Niente a che vedere con Epinay-sur-Seine, dove nel 1971, Mitterrand unificò le sparse membra delle sinistre francesi non comuniste. Quando per definirsi e caratterizzarsi un partito fa riferimento alle primarie e ai gazebo, ogni speranza di rilancio ideale e culturale è destinata a spegnersi. Rottamati e rottamatori cessano di meritare qualsiasi attenzione.
Pubblicato il 27 febbraio 2017 su FBlab
Europa. Nonostante tutto, ancora in cammino
Intervista raccolta da Adriano Gizzi per Confronti
Proseguiamo il nostro ciclo di riflessioni sull’Europa a sessant’anni dai trattati di Roma incontrando Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna, che al sogno europeo e alle sue difficoltà ha dedicato il suo ultimo lavoro, “L’Europa in trenta lezioni”.
Nel suo libro, appena pubblicato da Utet, Gianfranco Pasquino ripercorre in trenta lezioni le tappe principali del cammino europeo, dal Manifesto di Ventotene a oggi. Naturalmente, Pasquino non si nasconde il fatto che l’Unione si trovi nel momento più difficile e rischioso di tutta la sua storia: non solo la Brexit, ma anche la percezione che molti cittadini hanno delle istituzioni europee, considerate distanti, complicate e in certi casi dannose. Tuttavia – sottolinea – non dobbiamo neanche trascurare i successi e i vantaggi che porta l’Ue: per esempio, i suoi cittadini – oltre mezzo miliardo – hanno uno tra i più alti redditi medi e il maggior grado di istruzione al mondo.
Professor Pasquino, cosa resta oggi del sogno di Spinelli, Rossi e tanti altri? Cosa direbbe a un giovane per convincerlo a “fare il tifo” per un’Europa federale?
Parlerei volentieri con qualsiasi giovane, italiano e di altri paesi. Vorrei conoscere meglio le sue aspettative. Credo che non avrei bisogno di dire quasi nulla, che lui già non sappia, ad un giovane “europeo”. Se è uno studente universitario avrà già approfittato del programma Erasmus o avrà avuto entusiastici racconti dai suoi amici e si preparerà ad andare a studiare a Barcellona, Parigi, Dublino, Londra, Copenaghen, persino (per la difficoltà della lingua) a Heidelberg. Se ha fatto il turista avrà già apprezzato la possibilità di girare liberamente nell’Unione e, in molti paesi, di godere del vantaggio della moneta unica. Se ha problemi a trovare lavoro ed è intraprendente avrà scoperto che in non pochi paesi dell’Unione esistono e sono disponibili grandi opportunità. Se è un ragazzo o una ragazza curiosa dei fatti del mondo saprà che l’Unione europea è un grande spazio di libertà e di giustizia. Saprà anche che quello che hanno costruito i suoi nonni e i suoi genitori può essere migliorato dal suo impegno. Infine, giungerà ad essere molto riconoscente ad Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, a coloro che, nella Resistenza italiana e in quella europea, combatterono e auspicarono di porre fine, per sempre, alle guerre civili europee: un esito che non è più un sogno da 70 anni, ma una realtà da difendere e da vantare.
«L’Europa ha una storia ed è un progetto», scrive nel suo libro. Ma poi, come lei stesso riconosce, ogni stato nazionale ha un suo progetto e una sua particolare idea di Europa…
Non soltanto è inevitabile, ma è persino positivo che ciascun Stato-membro abbia il suo progetto di Europa, purché sappia e voglia articolarlo ed esprimerlo nelle sedi europee: attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento, il suo capo di governo nel Consiglio europeo e i suoi ministri nelle numerose occasioni di incontro, persino con la voce del suo Commissario. Non dobbiamo temere il confronto e la competizione fra idee d’Europa e progetti. Tutt’altro: dobbiamo suscitarlo e stimolarlo. Al contrario, dobbiamo essere molto preoccupati dagli Stati-membri e dai loro governanti e rappresentanti che non hanno nessuna capacità e volontà di guardare avanti, di indicare obiettivi, di formulare strategie. L’unificazione politica europea sembra molto lontana proprio perché non ci sono più i profeti, i predicatori, gli apostoli dell’Europa. In crisi non è l’idea d’Europa, non sono le istituzioni europee. Purtroppo, la crisi riguarda coloro che fanno politica nei loro paesi. Spesso buoni, mai eccellenti, talvolta mediocri, i politici europei del terzo millennio non sono all’altezza dei loro predecessori, ma anche gli intellettuali contemporanei hanno poco a che vedere con il francese Raymond Aron, con il tedesco Ralf Dahrendorf, con il polacco Bronislaw Geremek. Aggiungo che mi piacerebbe citare un inglese e anche un italiano. Non mi sono venuti in mente, anche se non ho dubbi che il grande storico Federico Chabod, la cui Storia dell’idea d’Europa (pubblicato nel 1961, anno della sua morte) rimane un testo inarrivabile, ha titolo per figurare fra i grandi europeisti.
Tra gli ostacoli a una piena integrazione europea, c’è anche il fatto che la politica estera “comune” dell’Ue è costretta a fare i conti con le priorità nazionali di alcuni stati membri. Come si può affrontare questo nodo?
C’è un Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’Unione, Federica Mogherini, che è una donna capace e competente, molto apprezzabile. Sarebbe più forte e propositiva se il governo italiano la appoggiasse a fondo, in maniera convinta e credibile. Probabilmente, la sciagura rappresentata dalla Presidenza Trump finirà per obbligare gli europei a coordinare meglio le loro politiche estere e a conferire maggiori poteri all’Alto rappresentante. Le voci dei singoli Stati-membri, persino quella della Germania, sono flebili. Se l’Unione europea riuscirà a parlare con una sola voce avrà maggiore impatto e godrà di maggior rispetto.
Lei scrive che le opinioni pubbliche europee non sono poi così nazionalistiche: coloro che si oppongono a soluzioni sovranazionali non sono più numerosi dei favorevoli, ma solo più “vocianti” e più mobilitati. Da cosa dipende? Quanto incidono questioni quali l’immigrazione, i problemi della moneta unica e i sacrifici chiesti perché «ce lo chiede l’Europa»?
L’opinione pubblica favorevole all’Europa sembra più incline a godersi tutto quello, che è molto, che il processo di unificazione in corso ha finora dato. Pensa che i vantaggi siano irreversibili e che saranno difesi e preservati a Bruxelles, a Strasburgo, a Francoforte (sede della Banca centrale europea). Inoltre, le autorità europee non sembrano avere grandi capacità di comunicare con le opinioni pubbliche e di sollecitare il sostegno della parte effettivamente europeista dell’opinione pubblica. Gli oppositori sono effettivamente molto vocianti. Sfruttano la questione migranti, ma non offrono nessuna soluzione. Non sanno che uscire dall’euro impoverirebbe immediatamente il paese che lo facesse. Quando l’Europa ci ha chiesto qualcosa erano impegni e adempimenti ragionevoli che, attuati, hanno reso migliori tutti i paesi. I cosiddetti sovranisti hanno un progetto solo negativo: smembrare l’Unione. La parte positiva, il cosiddetto sovranismo, è del tutto contraddittoria. Ciascuno stato conterà meno da solo. Nel mondo globalizzato, non riuscirà a esercitare la sovranità strappata alla Ue. Forse sarà domesticamente sovrano; certamente, diventerà internazionalmente ancora più esposto ai venti di avvenimenti mondiali che non può controllare. I vocianti mirano a rallentare e sovvertire qualche procedimento di integrazione sovranazionale, ma non possono bloccarlo. Appena si discuterà in maniera più seria, più concreta e più approfondita dell’Europa a più velocità (che già esiste sia per l’euro sia per Schengen), anche l’opinione pubblica tiepida si accompagnerà a quella più impegnata e la rafforzerà nel viaggio verso un’integrazione “più stretta”.
Lei è da sempre un sostenitore convinto del semipresidenzialismo e del sistema elettorale a doppio turno. Condivide le preoccupazioni diffuse per una possibile vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali in Francia?
Mi avventuro in un pronostico fondato su quel che sappiamo adesso: Marine Le Pen non vincerà. Quand’anche vincesse la presidenza, non riuscirà ad avere la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale francese. Anzi, dovrà fare i conti, proprio grazie al sistema elettorale a doppio turno, con una maggioranza ostile, fatta di gollisti, centristi e socialisti. La coabitazione le impedirà le scelte più estreme. Condizionerà tutta la sua presidenza. Tuttavia, qualche preoccupazione dobbiamo averla lo stesso, non tanto per la sorte di Marine Le Pen, ma per il discorso politico francese sull’Europa. Dove sono finiti i francesi come Jean Monnet e Robert Schuman, Jacques Delors e François Mitterrand? Chi potrebbe continuare sulla strada che loro hanno aperto e brillantemente percorso? (naturalmente, so che noi tutti dovremmo chiederci dopo Spinelli, dopo Marco Pannella, e Emma Bonino, dopo Padoa Schioppa, chi? Per fortuna che c’è Mario Draghi, ma a lui non possiamo chiedere un’azione prettamente e eminentemente politica).
Pubblicato su Confronti di marzo 2017
Scegliere il segretario, non destabilizzare il governo
Quello che succede nel Partito Democratico e nei suoi dintorni è oggettivamente importante per due ragioni. Prima ragione: anche se i dirigenti dem, a partire dal suo segretario, fanno di tutto per smembrarlo, il PD è ancora, non si sa per quanto tempo, l’unico partito meritevole di questo nome nel sistema politico italiano. Il suo indebolimento si rifletterebbe/rifletterà negativamente su tutto il sistema. Seconda ragione: il PD è l’asse portante del governo presieduto da un suo esponente. Se le convulsioni del PD diventano gravi la caduta del governo è quasi certa. Dunque, prima il PD in qualche modo si riassesta, anche se ridimensionato, meglio sarà un po’ per tutti. Per l’eventuale riassestamento bisognerà aspettare almeno un paio di mesi. Usando una terminologia sbagliata, che non compare nello Statuto del partito, ma che è stata adottata da tutti gli operatori dei media, le procedure con le quali sarà eletto il prossimo segretario del PD vengono chiamate “primarie”. sbagliato. Grande innovazione politica, le primarie servono a consentire agli elettori di scegliere le candidature alle cariche elettive monocratiche, di governo o di rappresentanza: negli USA il Presidente della Repubblica, i Governatori degli Stati, Senatori e Rappresentanti; in Italia, i sindaci, i Presidenti delle Regioni, il Presidente del Consiglio.
L’elezione del segretario di un partito non è affatto una primaria. È una votazione aperta anche ai non iscritti per la scelta di quella specifica carica che finisce lì, per l’appunto con la vittoria di un candidato. Per quel che riguarda il PD, l’elezione potrebbe addirittura essere decisa, non da chi è andato a votare, ma, se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, dall’Assemblea dei delegati, con una logica contraria al principio fondamentale delle primarie che consiste nell’attribuire il potere di scelta, senza nessuna mediazione, agli elettori. Allora, perché insistere, da parte anche degli stessi Democratici compresi, in un grave, imperdonabile errore terminologico
Seppure molto criticate dai giornalisti, le primarie, quelle vere, sono comunque uno strumento di democrazia che sposta potere dalle élite partitiche ai cittadini, che potranno compiere una delle operazioni politiche più importanti: selezionare le candidature, eventualmente anche per il Parlamento. Persino Grillo lanciò, seppur malamente, le primarie per le candidature del Movimento Cinque Stelle al parlamento, chiamandole “parlamentarie” e scimmiottando il PD che le aveva fatte in maniera non proprio limpidissima. Dal 2005 a oggi il PD ha tenuto quasi mille primarie, delle quali appena una decina contestate, in quasi tutta Italia. Contrariamente a quel che si dice, i candidati del PD hanno vinto tra il 75 e l’80 per cento dei casi e una percentuale simile ha poi vinto anche la carica in gioco.
L’idea-obiettivo di coinvolgere molte centinaia di migliaia di cittadini nella selezione delle candidature è apprezzabile in special modo in Italia dove i partiti e anche i non-partiti sono tutt’altro che associazioni democratiche, come avrebbero voluto i Costituenti che scrissero l’art. 49. Chiamare primarie l’elezione del segretario del Partito Democratico è un omaggio alle primarie “vere”, ma serve soprattutto a dare maggiore legittimità a un procedimento che, invece, è ancora fortemente controllato dai dirigenti. Aprire le votazioni a tutti coloro che dichiareranno di voler sostenere il programma del PD e verseranno due euro e consentire due mesi di campagna elettorale, indispensabili a Michele Emiliano e Andrea Orlando, gli sfidanti di Renzi, per fare circolare le loro idee, sono decisioni che garantiscono una competizione non troppo squilibrata a favore del segretario dimissionario. Adesso è auspicabile che tutti i candidati, ex-segretario compreso, spieghino come desiderano ristrutturare il Partito Democratico, non le politiche che attuerebbero come capi del governo. Lo faranno dopo lo scioglimento del Parlamento, alla conclusione naturale di questa legislatura. Sarebbe molto grave se il primo atto politico del prossimo segretario del PD fosse quello di dare una fulminea spallata contro il governo del PD per ragioni egoistiche di carriera.
Pubblicato AGL 27 febbraio 2017







