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Mater semper certa est. Manca il pater

La terza Repubblica

Renzi ha appena finito di urlare alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia che un voto NO nel referendum non sarebbe contro di lui, ma contro Napolitano, il vero fautore e autore delle riforme. Caduta, almeno temporaneamente la richiesta di plebiscito su se stesso, Renzi la sposta su Napolitano. Il Presidente Emerito si affretta a chiedere un’amplissima intervista a “la Repubblica” e, naturalmente, l’ottiene. Senza sconfessare Renzi e richiamarlo al rispetto istituzionale, solennemente dichiara che le riforme costituzionali non sono né di Renzi né di Napolitano. Poi insiste che bisogna votarle altrimenti, ma questo lo scrivo io assumendomene le responsabilità, arriveranno Unni e Visigoti accompagnati da altre maledizioni. Peccato che, nel frattempo, un po’ lento a reagire il composito schieramento dei parlamentari del Partito Democratico, degli opinionisti, ricchi di opinioni e poveri di documentazione, e dei professorini fiancheggiatori pronti a entrare o tornare in Parlamento, continuino a ripetere che, sì, quelle riforme furono volute, anzi, imposte da Napolitano al Parlamento sostanzialmente come condizione per accettare la rielezione.

Quante altre grida renziane e quante altre interviste napolitane dovremo attendere per conoscere la verità? Però, almeno una verità già la conosciamo e abbiamo il dovere di diffonderla. Del merito delle riforme e delle loro conseguenze operative praticamente non si discute. Si sostiene che il Parlamento le ha esaminate in tot (ci sono divergenze su quante sono effettivamente state) letture. Si sottolineano i voti favorevoli delle sciagurate, magari un po’ coartate (già il coraggio che non ce l’ha non se lo può dare) minoranze del PD. Si esalta la magnifica spinta e progressista dei riformatori Renzi-Boschi dopo trent’anni e più di immobilismo come se, fatti provati e noti, nel 2001 il centro-sinistra non avesse approvato una profonda riforma del Titolo V (autonomie) e nel 2005 il centro-destra non avesse riformato addirittura 56 articoli di una Costituzione che ne ha 139. Entrambe furono riforme malfatte, la seconda facilmente bocciata dal referendum.

Naturalmente, neppure la presunta novità di riforme non proprio originali e propulsive può essere considerata una discussione sul merito né potrebbe giustificare riforme malfatte. Bontà sua, Napolitano concede, alquanto tardivamente, che bisogna riformare l’Italicum. I renziani buttano la palla in un Parlamento nel quale hanno la maggioranza, mentre in articoli e dibattiti i loro professorini di riferimento si affannano a dichiarare che l’Italicum, da loro apprezzato e giustificato in tutte le salse, non c’entra nulla con le riforme costituzionali. Ma come? conoscere le modalità con le quali sarà eletta l’onnipotente Camera dei deputati sarebbe ininfluente tanto rispetto alla valutazione delle specifiche riforme quanto sul funzionamento complessivo del sistema politico? Dal voto degli elettori, male tradotto dall’Italicum, non dipende il potere dei rappresentanti e dei governanti?

In corso d’opera e in attesa della fissazione della data del referendum, il non compianto Ministro Antonio Gava, suggerirebbe di fissarla prima dell’inizio della stagione sciistica, si fa balenare, anche dal Presidente Napolitano, che la bocciatura delle riforme, del cui “merito” quasi nulla si dice, sarebbe grave per la credibilità e l’affidabilità del paese aprendo una fase d’instabilità. Dismessi i panni dell’agitatore plebiscitario, il Presidente del Consiglio potrebbe dichiarare solennemente ad una prossima Festa dell’Unità che, immediatamente dopo la vittoria del No, si recherà da Mattarella a dare le dimissioni e che, da statista interessato alle sorti del suo paese, rassicurerà i mercati, e collaborerà fattivamente alla formazione di un nuovo governo. Il resto sta nelle mani e nella mente di Mattarella. Ci sarà modo di parlarne.

Pubblicato il 10 settembre 2016

Il Ministro dell’Agricoltura Martina e le colture politiche

La terza Repubblica

L’allungarsi della campagna referendaria rischia di logorare i sostenitori del sì che ne hanno già dette di cotte e di crude e che, per fare punti agli occhi di Renzi (e Lotti), sono costretti ad inventarsi un po’ di tutto. In verità, che la riforma non è “la più bella”, non c’era proprio bisogno che ce lo dicesse il ministro Maurizio Martina (Corriere della Sera, 5 settembre, p. 13). Sarebbe stato preferibile che ci spiegasse perché è “la più utile”. Quali “più utili” obiettivi conseguirebbe? La semplificazione legislativa sicuramente no, visto che sarebbero almeno tre o quattro i procedimenti legislativi, invece di uno, quello attuale che, forse Martina non lo sa, consente al bicameralismo italiano di fare più leggi degli altri bicameralismi europei e al governo di ottenere, in un modo, i decreti, o nell’altro, la fiducia, quello che vuole, persino nei tempi che vuole, a condizione che sappia cosa vuole e entro quando. Per documentazione, Martina potrebbe rivolgersi agli uffici della Camera che hanno pubblicato un prezioso libretto, Insomma, sul merito Martina dice poco di nuovo e quel poco continua a essere sbagliato. Poi, però, seguendo una moda inaugurata, voglio farle onore, dal Ministro Boschi, ci dà qualche lezione di storia costituzionale.

I sostenitori del sì hanno tirato in ballo sia i Costituenti, che volevano cambiare il bicameralismo prima ancora di approvarlo oppure un minuto dopo la sua approvazione. Gli Atti della Costituenti non danno grande sostegno a queste fantasiose tesi mettendo, piuttosto, in rilievo che, inevitabilmente, nessuno dei Costituenti vinceva sempre. Poi sono stati chiamati in causa i comunisti: Enrico Berlinguer, Nilde Iotti, Pietro Ingrao, tutti impertinenti sostenitori ante litteram della riforma fatta da questo governo, ma non dagli esponenti di sinistra, altrimenti non si capirebbe perché il Comitato di Martina si chiami “Sinistra per il Sì”. Nessuno dei tre dirigenti del PCI può difendersi, ma come si fa a pensare che: 1) l’abolizione del bicameralismo abbia qualche attinenza con la riforma Renzi-Boschi?; come si fa a credere che 2) avendo tutt’e tre in maniera diversa espresso l’opinione che il bicameralismo italiano poteva essere riformato l’avrebbero fatto, qui sta, enorme, il discorso/confronto sul merito, allo stesso modo di quel che ha fatto il governo attuale? Infatti, punto che sfugge a tutti i sostenitori del sì, Berlinguer, Iotti e, soprattutto, Ingrao avrebbero guardato al contesto. Non avrebbero fatto riforme spezzatino.

In via di principio, poiché, bontà sua, afferma che “studiare la storia ha sempre senso”, Martina dovrebbe essere d’accordo sulla rilevanza del contesto. Avendola presumibilmente studiata, sostiene che “il passaggio fondamentale che abbiamo davanti ci spinge a rivedere cosa dicevano i costituenti, le grandi culture politiche del passato, Dossetti, Calamandrei” . Qualcuno più purista di me si chiederebbe se, oltre ai due citati, che rappresentano l’uno la cultura del cattolicesimo democratico, l’altro quella dell’azionismo liberale, la “Sinistra per il Sì” non dovesse citare, per esempio, il socialista di sinistra Lelio Basso e anche alcuni di quegli estremisti “costituzionali” dei comunisti. Però, il quesito lancinante è: dovremmo andare adesso subito a rivedere che cosa hanno detto quei Costituenti, a re-interpretare quelle culture politiche e costituzionali? Non era il caso di farlo prima di scrivere le riforme? Comunque, ci sono fior fiore di studiosi, per rimanere agli esempi citati da Martina, che potrebbero dirci senz’ombra di dubbio che cosa hanno fatto Dossetti e Calamandrei e quali metri di giudizio applicherebbero alle riforme renzian-boschiane. Quanto alle culture politiche, sarebbe interessante ascoltare da Martina, quando si rialza dallo studio della storia, qual’è la cultura politica istituzionale moderna che sorregge, uhm, meglio puntella, le riforme sottoposte a referendum. Quali sono i sistemi politici con i quali l’Italia dovrebbe confrontarsi, quali sono gli autori di riferimento, ad esempio, sulla democrazia deliberativa, sul ruolo delle autonomie, sui compiti e sui poteri dei cittadini: John Rawls (una teoria della giustizia), Ronald Dworkin (i diritti presi sul serio), Jürgen Habermas (il patriottismo costituzionale), Jon Elster (lo studio delle costituzioni e delle società) oppure Woody Allen di “Provaci ancora Sam”?

Pubblicato il 6 settembre 2016 su La Terza Repubblica

L’Italicum non va bene ma il ballottaggio sì

Corriere della sera

Se ne sono accorti quasi tutti, anche coloro che si erano intestarditi a scriverlo così: l’Italicum non è la migliore delle leggi elettorali possibili. Forse, non è neppure un legge elettorale passabile. Delle clausole più discutibili e controverse dell’Italicum deciderà la Corte Costituzionale, sembra il 4 ottobre. Presumo che non lascerà passare né le candidature multiple né i capilista bloccati. Sono entrambe componenti deplorevoli ereditate dal Porcellum che riducono grandemente la libertà di scelta dell’elettore. Il vero punctum dolens, però, soprattutto da quando si profila una possibile vittoria del Movimento Cinque Stelle, è costituito dal ballottaggio, vera innovazione rispetto al Porcellum, fra le due liste più votate al primo turno qualora nessuna raggiunga, allo stato della distribuzione dei voti, esito altamente improbabile, il 40 per cento. Ed è proprio il meccanismo del ballottaggio che molti, nel PD e nei suoi dintorni, vorrebbero eliminare.

Dissento fortemente per due ottime ragioni. La prima è che le leggi elettorali non si cambiano e, naturalmente, neppure si scrivono, con riferimento alle contingenze, in base a calcoli particolaristici e opportunistici, inevitabilmente caduchi quali piume al vento. La seconda ragione attiene più specificamente ai pregi del ballottaggio. Qui non interessa sapere quanto grande o quanto moderato sarà il premio in seggi che andrà a chi vince. Conta, invece, che il ballottaggio conferisce grande potere agli elettori. Saranno, infatti, proprio loro a stabilire con il voto a chi vogliono affidare il compito di governarli. Lo faranno dopo una campagna elettorale non soltanto al primo turno, ma soprattutto nell’intervallo fra il primo turno e il ballottaggio, nella quale i candidati e i dirigenti dei partiti, a cominciare dai loro segretari, avranno spiegato i programmi, indicato le priorità, proposto le soluzioni, precisato i costi e, utilmente, a mio parere, rivelato anche i nomi dei probabili ministri.

Se fosse eliminato l’assurdo divieto di fare “apparentamenti”, vale a dire di associarsi ad uno o all’altro dei duellanti, coloro fra i partiti e le liste che vogliono appoggiare l’uno o l’altro dovrebbero anche dire per quali ragioni lo fanno e gli operatori dei mass media dovrebbero insistere a chiederlo, esplorando tutti i particolari del caso. Il ballottaggio che, fra l’altro, gli elettori italiani conoscono e apprezzano per le opportunità che offre loro nell’elezione dei sindaci, avrebbe effetti positivi sull’informazione, sulla necessità di costruzione del programma, sulla trasparenza e anche sulla mitica accountability, la responsabilizzazione, fenomeno chiave delle democrazie meglio funzionanti. Coloro che assumono cariche di governo si sentiranno obbligati a rendere conto agli elettori e all’opinione pubblica di quello che hanno promesso e anche delle persone che hanno scelto per formulare le soluzioni e attuare le priorità.

Soprattutto, gli elettori non saranno semplici spettatori. Dovranno a loro volta accettare la responsabilità di avere scelto una squadra piuttosto che un’altra. Sapranno di dover valutare il fatto, il non fatto e il malfatto per non commettere errori politici gravi la volta successiva quando il mutamento nell’opzione di voto anche di pochi di loro produrrà l’alternanza al governo, altro fenomeno chiave delle e nelle democrazie. In assenza di ballottaggio, tutto questo diventa molto più difficile, sostanzialmente improbabile. Se fosse soppresso il ballottaggio non soltanto l’Italicum risulterebbe “evirato”, ma gli elettori vedrebbero svanire il concretissimo potere di scegliersi il governo e, certamente, crescerebbe la loro insoddisfazione politica.

Pubblicato il 5 settembre 2016

LE PAROLE DELLA POLITICA Festivaletteratura #Mantova #FestLet

festival-letteratura-mantova-2016

Domenica 11 settembre 2016 ore 14.30
Basilica palatina di Santa Barbara
Gianfranco Pasquino con Giuseppe Antonelli
LE PAROLE DELLA POLITICA

Le parole con le quali raccontiamo la politica contano. Molto più di altre attività, la politica è racconto, memoria e storia. È progetto. È tentativo di persuasione per fini individuali e collettivi. Chi non conosce il linguaggio della politica, poco capisce. Chi lo manipola deve essere smentito con parole chiare, inconfutabili. Sapere ascoltare e parlare di politica significa essere buoni cittadini. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna e autore di La Costituzione in trenta lezioni (UTET 2015) ne discute con lo storico della lingua Giuseppe Antonelli

Festivaletteratura XX edizione 
7 – 11 settembre 2016 Mantova

Festlet

INVITO Revisione costituzionale e Italicum: l’impatto sul sistema politico e istituzionale #Cremona 10 settembre

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Coordinamento Democrazia Costituzionale della provincia di Cremona
 
Le ragioni del NO
 
Sabato 10 settembre 2016 – ore 17,30
Sala Eventi, SpazioComune, p.zza Stradivari, Cremona
 
incontro pubblico
Revisione costituzionale e Italicum:
l’impatto sul sistema politico e istituzionale italiano
relatore
Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna,
attualmente docente alla Johns Hopkins University,
 
Tra i suoi libri consigliamo Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea-UniBocconi 2015 
Il Dizionario di politica, Utet 2016. 4a ed. da lui condiretto con Norberto Bobbio e  Nicola Matteucci 

Gianfranco Pasquino’s Acceptance Speech, American Political Science Association Convention, Philadelphia, September 2, 2016

Pubblichiamo il testo del breve discorso con il quale Gianfranco Pasquino ha ringraziato per il Life Achievement Award (Premio alla carriera) conferitogli dal Conference Group on Italian Politics and Society.

Congrips

The CONGRIPS*Life Achievement award came to me, at the time Fulbright Visiting Professor at Chicago, as a totally unexpected, therefore, even more pleasant and exciting, surprise.

Thank you, dear Colleagues and Friends. I am very grateful. I do not have to convince you that the study of Italian politics and society can be intellectually stimulating and highly rewarding, though , as citizen of a country that some of you wrongly believe is “normal”, I often feel irritated and annoyed. But I fight back, as you all know, challenging some interpretations, speaking the truth to the powerful as well as to the powerless, attempting, not so naively, to empower the latter, and, of course, also criticizing what many of you have been writing! Hopefully, I have always done so in a scholarly way, engaging in productive conversations, but never ostentatiously showing any kind of detachment.

How can one be detached when analyzing inefficient and corrupted politicians, litigious governmental coalitions, declining political parties, a society still largely characterized by “amoral familism” and immoral nepotism, partisan electoral and institutional reforms, gigantic conflicts of interests, evanescent political cultures? On the one hand, I have never refrained from trying to show that political science can be relevant and has the methodological tools and the consolidated knowledge to suggest appropriate transformations and solutions. In my parliamentary experience, in my newspaper contributions, in endless public meetings, I am constantly and stubbornly preaching the “good politics”. On the other hand, I have always tried to learn about Italy when studying other political systems, especially, parliamentary and semi-presidential democracies. If I can claim some originality in my writings on Italy, I would point to the use of my knowledge of other political systems and to my comparative perspective. Often it was from the reading of some essays of yours, some books of yours, some crazy ideas of yours and from excessively positive an evaluation of political developments in Italy that some of you have been unabashedly putting forward , that I got important cues and ideas for my research. Thank you for that.

The long struggle, that fully deserves the label “transition”, to improve the functioning of the Italian political system is by no means over. It is undergoing yet another phase not devoid of risks, not marked by opportunities. It is too easy to conclude that there is still a lot of work to do, which is good for all of us, researchers and teachers. Less good for most Italian citizens, especially, those belonging to the young cohorts. The most important reason why I have not been able to come to Philadelphia is that I am putting my political science and my knowledge of Italian politics at work. In a long campaign meant to reject the very poorly drafted and confused revisions to the Italian Constitution, I am going all places in order to shatter Renzi’s and Boschi’s false narratives and confused revisions.

To all of you I send my best wishes. Roll on, roll on. Mille grazie.

Gianfranco Pasquino, Emeritus Professor of Political Science, University of Bologna

*Conference Group on Italian Politics and Society

Ora ci servono eroi anche nel quotidiano

“Nelle emergenze”, è affermazione frequente e ricorrente, “gli italiani danno il meglio di sé”. Peccato (o per fortuna) che le emergenze sono abbastanza rare, che durano relativamente poco, che coinvolgono sempre una piccolissima minoranza di italiani e che ci sono anche italiani che in quelle emergenze danno il peggio di sé. Alcuni, infatti, si danno allo sciacallaggio, materiale, ma anche morale (coloro che lucrano nel descrivere infelicità e nel dare addosso a presunti responsabili). Altri, poi, raramente quelli direttamente colpiti dalla sciagura, cercheranno di sfruttare al massimo la grande occasione. Superata la fase della retorica del “non vi lasceremo soli” e delle accuse allo Stato che non c’è, si tornerà alla quotidianità nella quale, com’è noto e come deriva logicamente dalla fine dell’emergenza, gli italiani danno il peggio di sé ovvero, meglio, non riescono, so che la generalizzazione è eccessiva, a comportarsi in maniera decente. Infatti, degli italiani che si comportano continuativamente, non soltanto in situazioni emergenziali, in maniera decente si dice che sono “eroi della quotidianità”. Difficile dire quanti siano questi eroi. Per fortuna debbono essere molti dal momento che il paese si regge ancora. Più facile sapere che, molto curiosamente, fra coloro nei quali gli italiani dichiarano di avere maggiore fiducia si trovano nelle posizioni di testa proprio i servitori dello Stato carabinieri, forze armate, persino i magistrati. Insomma, per molti italiani lo Stato c’è. Però, la maggioranza degli italiani confondono il governo, da criticare, spesso con molte buone ragioni, magari anche il “governo” più vicino a loro, sindaci e giunte regionali, con le strutture dello Stato (ad eccezione, negativa, della burocrazia).

Finita l’emergenza senza la quale la retorica trova meno spazio e meno lettori, ricomincia la quotidianità con i suoi non molti eroi. Questa quotidianità, nel caso delle conseguenze di un terremoto, di inondazioni, di incendi devastanti, di incidenti ferroviari, merita di essere seguita, descritta, analizzata e, quando è necessario, criticata. Purtroppo, fa meno notizia, vende meno copie, attrae meno telespettatori anche perché gli operatori dell’informazione non sono affatto preparati a raccontarla. Richiede una strumentazione che quegli operatori non hanno poiché non è stata offerta (insegnata) loro e non viene richiesta sui loro posti di lavoro. Non sarebbe neanche premiata. Non si diventa grandi “firme” raccontando perché e come i cittadini di un paese, di una comunità, di una zona geografica si organizzano, senza aspettare lo Stato, per ricostruire il tessuto sociale. In alcune zone, quel tessuto sociale era esile, le associazioni deboli o inesistenti, la comunità neppure si sentiva tale. Non c’erano, ad esempio, leader d’opinione e d’azione.

Spente, inevitabilmente, le luci della ribalta chi era solo, isolato, non organizzato, tale è destinato a rimanere. Al massimo, meglio di niente, ma certo non una soluzione, troverà la forza di protestare contro le autorità, mentre sarebbe di gran lunga preferibile che si rimboccasse le maniche, si organizzasse, cercasse di mobilitare i suoi concittadini, a cominciare da parenti e amici, mirasse alla costituzione di un comitato permanente non di sola protesta, ma di proposta e di monitoraggio. Conosco le obiezioni la più importante delle quali è che in molte zone d’Italia la tradizione associativa non esiste; non ha mai fatto la sua comparsa. Allora, richiamo in causa gli eroi della quotidianità. Nella misura del possibile, che, naturalmente, può essere diversa da zona a zona, da gruppi sociali e da coorti generazionali, ciascuno cominci con il tornare alla sua occupazione magari tenendo conto che persino quello che lui/lei fa sarebbe più produttivo se coinvolgesse altri e che tutti gli altri tornerebbero a stare meglio se ognuno di loro pensasse anche agli interessi della comunità. Spirito civico, senso etico, dovere morale? di tutto questo un po’ e, se fosse possibile riscontrarlo e raccontarlo senza retorica, ma con precisione, monitorarlo nel suo svolgimento, ma anche criticarlo nelle sue inevitabili inadeguatezze, il contributo alla (ri)costruzione di un paese migliore sarebbe notevole, tutt’altro che inestimabile, addirittura emulabile. Così si esce dall’emergenza e si entra nella quotidianità dove una maggioranza di cosiddetti “eroi” potrebbe riuscire a dare vita ad una comunità coesa, solidale, civica.

Pubblicato AGL il 29 agosto 2016

Il Manifesto di Ventotene

Sono lieto di presentare qui la seconda lezione del mio prossimo libro L’Europa in trenta lezioni che sarà pubblicato all’inizio del 2017 dalla casa editrice UTET-De Agostini.

SECONDA LEZIONE. Il Manifesto di Ventotene

Scritto nel maggio-giugno del 1941 dall’ex-comunista Altiero Spinelli e dall’ex-Giustizia e Libertà Ernesto Rossi e pubblicato la prima volta clandestinamente a Roma, a cura di e con una prefazione anonima di Eugenio Colorni, il Manifesto è giustamente considerato un testo cult del federalismo italiano. Ispirato dalla lettura di alcuni pochi testi (scritti dal liberale Luigi Einaudi e dall’economista inglese Lionel Robbins) disponibili nella biblioteca dell’isola di Ventotene dove gli autori erano stati confinati dal fascismo, il Manifesto porta come sottotitolo “Per un’Europa libera unita”. Il punto di partenza dell’analisi è la convinzione della responsabilità degli Stati sovrani nel dare vita e perpetuare “una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes“. La proposta era quella della formazione di una federazione europea “non come un lontano ideale, ma come una impellente tragica necessità”. I principi, scrive Spinelli, ma sarebbe meglio dire le fondamenta, di una federazione europea debbono essere: “esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. Si noti, primo, la sequenza: la federazione europea non può essere imbelle, ma deve sapere difendersi; secondo, quei principi sono stati e, in parte, rimangono gli obiettivi, comunque molto ambiziosi, perseguiti e sostanzialmente conseguiti dai costruttori dell’Unione Europea.

Spinelli stesso rimproverò al Manifesto “alcuni errori politici di non lieve portata: l’ottimismo sulla imminente realizzazione dell’idea federalista; l’incomprensione della debolezza degli stati europei devastati dalla seconda guerra mondiale (e quindi la necessità dell’appoggiarsi agli Stati Uniti); l’invocazione della necessità di un partito rivoluzionario federalista (prodotti dei tempi e dell’esperienza pregressa di Spinelli) che “espressa ancora in termini troppo rozzamente leninisti” si è rivelata “caduca”. Di due idee politiche Spinelli si dichiarava molto fiero: 1. La federazione europea non era solo un ideale, ma un obiettivo. Non era “un invito a sognare”, ma “un invito a operare”. Certamente, questo operare incessante e indefesso fu la cifra dell’azione politica di Spinelli. 2. La lotta per la federazione sarebbe diventata “un nuovo spartiacque fra le correnti politiche”: progressisti e reazionari si misureranno con riferimento all’uso del potere politico. I secondi si limiteranno alla conquista del potere politico nazionale. I primi vorranno usare quel potere “come strumento per realizzare l’unità internazionale”. Analiticamente importante, questa distinzione non ha trovato una coerente e profonda traduzione nella lotta/competizione politica né negli Stati nazionali né a livello europeo.

Il “leninismo ” spinelliano torna sia nella critica alla “metodologia politica democratica” che sarà “un peso morto nella crisi rivoluzionaria” sia nella dismissione dei “predicatori [democratici] esortanti laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare”. Il punto d’arrivo è un “saldo stato federale” dotato di una forza armata europea, in grado di “spezzare le autarchie economiche” , che “abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli” (quasi un’anticipazione del principio di sussidiarietà che, qualche decennio dopo, sarà codificato nei Trattati europei).

Il capitolo del Manifesto intitolato “Compiti del dopoguerra. La riforma della società”, discusso a fondo con Spinelli, è stato redatto principalmente da Ernesto Rossi. Lo si potrebbe definire figlio dei tempi, ma dei tempi che verranno e che, nei paesi scandinavi, stavano già arrivando. Quei compiti possono essere sintetizzati “nell’emancipazione delle classi lavoratici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita”. L’obiettivo deve essere perseguito con: a) l’abolizione, la limitazione, la correzione della proprietà privata; b) la nazionalizzazione delle grandi imprese monopolistiche; c) una riforma agraria e forme di gestione cooperativa e azionariato operaio; d) provvidenze necessarie per i giovani “per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita [sono le eguaglianze di opportunità]; e) l’assicurazione a tutti di “vitto, alloggio e vestiario” e di misure “che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio” [quanto di più vicino e simile al programma di uno Stato del benessere, del welfare].

Tre quarti di secolo dopo la sua stesura, il Manifesto di Ventotene non è soltanto un documento storico ricco di intuizioni lungimiranti e di indicazioni programmatiche, alcune delle quali tradotte nelle politiche formulate e attuate dall’Unione. Non è soltanto un monumento alla intelligenza degli avvenimenti dei suoi due autori. Continua a costituire la premessa e la promessa di una Federazione degli stati europei.

VIDEO – Referendum: nessuna deriva autoritaria ma deriva confusionaria #omnibusla7

 

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Puntata del 22 agosto 2016 condotta da Manuela Ferri

guarda il video

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Un Meeting sottotono e schierato

L’inaugurazione del tradizionale meeting di Comunione e Liberazione a Rimini ha avuto un maestro di cerimonia molto illustre: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mai in precedenza gli organizzatori, i quali, pure, hanno sempre puntato molto in alto, erano riusciti a tanto né è chiaro perché Mattarella abbia deciso di accettare facendo poi un discorso molto tradizionale sulla necessità di costruire ponti e sulla solidarietà: passare dall’io al tu. Invece di ponti, credo che sarebbe più opportuno costruire scuole e luoghi di cultura, non di buonismo multiculturale, ma di confronto aperto, trasparente, responsabile nel quadro della Costituzione italiana e dei Trattati dell’Unione Europea. Quanto al passaggio dall’io al tu, il Presidente Mattarella ha reso omaggio al titolo delle kermesse riminese: “tu sei un bene per me”. Non mi eserciterò certamente nell’esegesi religiosa (“ama il prossimo tuo come te stesso”) e neppure in quella politica che porterebbe inevitabilmente alla critica della personalizzazione della politica. Mi limiterò a ricordare le ovazioni per Giulio Andreotti che hanno caratterizzato non pochi dei meeting del passato.

Dicono alcuni osservatori che il meeting 2016 appare alquanto sottotono, anche con meno finanziamenti del passato. Personalmente, da un lato, vedo una costante; dall’altro, riscontro un problema. La costante è rappresentata dalla collocazione complessiva di Comunione e Liberazione nel panorama politico italiano. Lo dirò in maniera estrema, ma argomentabile e difendibile. Sempre spregiudicato e cinico, Gianni Agnelli sosteneva che la Fiat non poteva permettersi di non essere filogovernativa. Ecco, neppure CL si consente il lusso di non essere filogovernativa non soltanto nelle regioni, come Lombardia e Veneto, dove è organizzativamente e socialmente più diffusa e più forte e dove le maggioranze sono molto vicine alle sue posizioni. Non troppo sbandierato, ma certo importante è stato il sostegno di CL alla raccolta delle firme per i Comitati del “sì” al referendum. Affidare l’allestimento della mostra sulla Costituzione a Luciano Violante, ripetutamente ed esageratamente espressosi a favore del “sì”, è stata chiaramente una decisione politica pro-governativa. Difficile che i dibattiti che verranno riequilibrino una condicio che, in partenza, non è affatto par.

Il problema attuale di Comunione e Liberazione è la mancanza di un leader di riferimento che non può in nessun modo essere e, forse, prendendo atto di questa impossibilità, neppure vuole essere, l’attuale presidente Julián Carrón. Sono molto consapevole che, quando si arriva pericolosamente nei pressi della politica, i ciellini contrappongono la distinzione fra la loro organizzazione, struttura ecclesiale, e il braccio politico, per l’appunto il Movimento Politico. Chi ha tempo, voglia e curiosità scoprirà quasi subito l’enorme sovrapposizione di esponenti e attivisti della prima sul secondo. Quello che manca anche al Movimento è un leader di riferimento. Per intenderci: né l’ex-ministro Maurizio Lupi né l’attivissima ex-ministra Maria Stella Gelmini sembrano avere il “fisico del ruolo” meno che mai se paragonati a Roberto Formigoni, a lungo figura torreggiante di Comunione e Liberazione in Lombardia. All’obiezione probabile dei ciellini che di leader ce n’è stato soltanto uno, il loro fondatore, don Luigi Giussani, la replica è che proprio perché oggi non hanno nessun leader, si sono ripiegati sull’appoggio, pare sostanzialmente acritico, del governo Renzi.

Naturalmente, si potrebbe anche essere, da un lato, più accondiscendenti, dall’altro più esigenti. Il basso profilo di Comunione e Liberazione riflette sia la loro non necessità di formulare rivendicazioni spettacolari, poiché i loro rappresentanti e quadri sono insediati in non poche regioni praticamente senza sfidanti nei settori cruciali della sanità, dell’assistenza e dell’accoglienza, sia una più generale carenza italiana. Sono finite tutte le classiche/tradizionali culture politiche italiane, com’è dimostrato giorno dopo giorno anche dall’inesistente elaborazione governativa, cosicché non può stupire che la stessa Comunione e Liberazione sia coinvolta in quello che, se non è un inarrestabile declino, è, quantomeno, un ripiegamento, una normalizzazione.

Pubblicato AGL il 21 agosto 2016