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INVITO Politica e Istituzioni alla 13ª Festa del libro di Montereggio

Cattura

Mercoledì 24 agosto ore 21

Incontro con l’Autore

POLITICA E ISTITUZIONI
EGEA – UNIVERSITÀ BOCCONI EDITORE 2016

POLITICA E ISTITUZIONI EGEA – UNIVERSITÀ BOCCONI EDITORE 2016

POLITICA E ISTITUZIONI
EGEA – UNIVERSITÀ BOCCONI EDITORE 2016

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COME ARRIVARE QUI

Per informazioni
dalle ore 9.00 alle ore 13.00

PIETRO FERRARI VIVALDI
Ufficio Cultura – Comune di Mulazzo
Via della Liberazione, 10 – loc. Arpiola
I-54026 MULAZZO (MS)
Tel. 0187 439005 fax 0187 437756

p.ferrarivivaldi@comune.mulazzo.ms.it

Per consigli e suggerimenti
info@montereggio.it

Le ragioni del No. Intervista a Gianfranco Pasquino

Ravenna_it

Raccolta da Iacopo Gardelli per Ravennanotizie.it

Una chiacchierata con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, per sapere meglio che cosa c’è in ballo col referendum costituzionale di ottobre e per capire le ragioni del “no”

Il Parco John Lennon di Mezzano è frequentato più da bugs che da beatles. Libellule, zanzare e altri esseri con le antenne per cui mi mancano le parole ci svolazzano intorno, ma a lui non sembrano affatto dare fastidio, anzi. Il professor Gianfranco Pasquino siede serafico sotto il chiosco, le lenti fotocromatiche dei suoi occhiali celano il suo sguardo. Risponde alle domande con un aplomb e una pacatezza che potrebbero essere orientali, se non fosse per il signorile accento piemontese.

In attesa della sua moderatissima piadina con “cotto e una foglia d’insalata”, ci prepariamo all’incontro pubblico che si terrà a pochi metri da qui. Con noi ci sono gli amici del Gruppo dello Zuccherificio, Massimo Manzoli e Andrea Mignozzi che, assieme al Comitato per il No alle Riforme Costituzionali e all’Italicum e all’ANPI di Mezzano, hanno organizzato questa serata per approfondire le ragioni di chi sostiene il no alla riforma costituzionale; la stessa riforma per cui Renzi si sta giocando, almeno a parole, la scadenza naturale di questa legislatura.

Partiamo da qui. Pochi giorni fa ho sentito a Otto e mezzo il professor Massimo Cacciari sostenere il sì con questa argomentazione, a detta sua repubblicana: nel caso vincesse il no alla riforma costituzionale, proprio per questa scelta renziana di legare gli esiti della votazione al mandato governativo, si aprirebbe un periodo di crisi politica difficilmente gestibile dal Parlamento italiano e dal Presidente della Repubblica. Una scelta fatta a malincuore, ma una scelta di responsabilità: repubblicana, appunto. Lei, che è un convinto sostenitore del no, che cosa risponderebbe a Cacciari?

(Pasquino scuote sconsolato la testa) “Rispondo che sta inanellando una serie di stupidaggini. Per vari motivi. Primo, perché il referendum è in merito a una riforma costituzionale fatta dal Parlamento e non dal Governo; secondo, perché se il Presidente del Consiglio personalizza la campagna referendaria non si sta semplicemente esprimendo sul referendum, ma sta chiedendo un plebiscito sulla sua persona. Questa cosa gli è già stata troppo blandamente rimproverata dal presidente Napolitano, che dovrebbe saperne di più, e che si è limitato a dire che ‘il Presidente del Consiglio non deve personalizzare’; anche se l’espressione giusta sarebbe stata: ‘non deve chiedere un plebiscito’. E non deve neanche minacciare o ricattare gli elettori, dicendo ‘se non votate le mie riforme, vi lascio in una situazione molto complicata’, ricatto nel quale il professor Cacciari, evidentemente, cade. Terzo, perché non tocca al Presidente del Consiglio dire che cosa succede dopo la consultazione: nel caso venisse sconfitto nel referendum, la parola passerebbe al Presidente della Repubblica, che deve esplorare la possibilità di un’altra maggioranza in Parlamento: ed è possibile che ci sia. E infine, si è visto mai che in questo paese possa esistere un’unica persona in grado di fare il Presidente del Consiglio? Io credo che ce ne siano almeno altre quattro o cinque che potrebbero avere la maggioranza e la fiducia al Parlamento, nonché la capacità di fare riforme migliori e meno divisive.”

Non voglio fare l’ermeneutica di Cacciari, ma glielo chiedo lo stesso: secondo lei il filosofo è in cattiva fede quando sostiene che la crisi non sarà gestibile?

“Cacciari non è in cattiva fede. Cacciari è diventato incredibilmente renziano, perché è contro la vecchia guardia del Partito Comunista – della quale peraltro lui ha fatto parte. E soprattutto non ne sa abbastanza. Sta parlando di argomenti che non conosce. L’ho già rimproverato duramente sul Fatto Quotidiano, evidentemente nessuno ha portato alla sua attenzione la mia critica, però persiste nell’errore. Non è un compagno che sbaglia, ma un compagno che persevera nell’errore.”

Diabolico. Ma entriamo nel merito: se dovesse convincere un elettore indeciso con due argomenti per il no, quali sceglierebbe?

“Il primo: questa riforma costituzionale è disorganica e sbagliata. L’unica cosa che tocca veramente è il Senato, ma il Senato non è il problema che rende difficile il governo in Italia. Erano altre le cose si potevano fare, ma Renzi ha candidamente dichiarato che ‘non gliele avrebbero lasciate fare’. Eppure mi pare che avesse una maggioranza e una grinta che avrebbe potuto usare meglio per imporre un’altra e migliore riforma. Insomma, la riforma del Senato è da un lato pasticciata e dall’altro confusa. Pasticciata nella composizione del Senato: 74 rappresentanti non si sa bene scelti come, perché non è stato deciso il verbo: “nominati” o “designati” dai Consigli Regionali. Ma non sappiamo se devono essere già dentro i Consigli Regionali o se devono essere eletti prima, dagli elettori quando eleggono il Consiglio Regionale. Poi 21 rappresentanti dei Comuni: ma non sappiamo se devono essere i Comuni capoluogo di Regione, o se verranno scelti dai Comuni stessi o dai consiglieri comunali; e infine 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica. Incredibile! In una Camera delle Regioni uno si chiede per quale ragione il Presidente della Repubblica debba nominare 5 senatori. Fra l’altro, l’articolo costituzionale sui senatori a vita recita ‘per meriti artistici, sociali, letterari o scientifici’. Qui bisognerebbe aggiungere ‘per meriti federalisti’: ma sfido chiunque a trovare 5 grandi federalisti in questo paese, finiti con la morte di Gianfranco Miglio, fondamentalmente.”

Capito il pasticcio. Ma per quanto riguarda la confusione?

“Dal punto di vista delle competenze questa riforma è sostanzialmente confusa: non è chiaro quali leggi saranno soltanto di competenza della Camera; non è chiaro quanto il Senato potrà richiamare alcune leggi; e non è chiaro quali saranno i conflitti dal momento in cui qualcuno solleverà dubbi sulla legittimità di questi confini; la Corte Costituzionale, infatti, è già in allarme, perché teme una serie di ricorsi inaudita, come peraltro è già successo in questo periodo. Siamo di fronte ad una situazione che non risolve praticamente nulla. Ma perché? Perché tutto questo è basato su una premessa che è sbagliata, ovvero che il bicameralismo italiano, che è paritario (se mi dice perfetto, l’intervista finisce qui), non è mai stato di ostacolo ai governi. Il bicameralismo italiano fa mediamente più leggi degli altri bicameralismi importanti: quello tedesco, quello francese, quello inglese e quello americano.”

Quindi l’argomento della lentezza pachidermica del Senato è pura retorica?

“Non è retorico: è una manipolazione, oppure è il prodotto di ignoranza. Nessuno di loro ha letto i documenti che potrebbero avere dai funzionari del Senato, persone di eccellente qualità. Ma passiamo al secondo motivo che mi ha chiesto. Con questa riforma, a un Senato di 95 persone, elette indirettamente, si affida non solo la riforma della Costituzione, ma anche l’elezione di ben due giudici costituzionali. 630 deputati, invece, ne eleggeranno solo 3. Questo è uno squilibrio che grida vendetta al cospetto di non so che cosa… al cielo? Tutto questo non prefigura un bel niente: non c’è una visione sistemica, organica. Dove andiamo dopo questa riforma? Si risolve davvero i problemi istituzionali italiani? No. Non sappiamo dove andiamo. Stiamo toccando il Governo con questa riforma? No, non così, ma con una legge elettorale, l’Italicum. Loro continuano a sostenere che non fa parte di questo pacchetto, e invece ne fa parte eccome. Perché questa legge elettorale avrebbe potuto risolvere immediatamente il problema del Senato uniformando le due leggi elettorali, per avere la stessa maggioranza, se questo era il problema. Ma in realtà l’Italicum squilibra il potere a favore della Camera e, aggiungo, a favore del Presidente del Consiglio. Però, tutto questo, lo fa in maniera assolutamente poco sistemica, con tutto quello che ne consegue. Qua non si tratta di dare tanto potere all’unico uomo in grado di fare il Presidente del Consiglio (francamente ridicolo), ma si tratta di creare una legge elettorale che sia competitiva e che dia potere agli elettori. Questa legge elettorale non gliene dà abbastanza: io direi che gliene dà poco. Ecco, due buone ragioni per votare no. Un no convinto, pacato, sereno…” (sorride)

Quando Renzi batte sul tasto del fantomatico taglio del costo della politica, si tratta di un argomento convincente, o no?

“Renzi dice che con questa legge elettorale i senatori non saranno più pagati perché sono già consiglieri regionali. Ma naturalmente bisogna tenere conto dei soldi delle trasferte. Un conto è abitare a Roma, e lì ci sono da contare, eventualmente, solo i soldi del tassì. Ma se uno abita a Palermo o in Sardegna, l’aereo lo deve pur prendere. Quindi, sì, forse ci potrebbe anche essere una riduzione dei costi della politica; ma le pare un discorso politicamente efficace questo? O, piuttosto, è un discorso populisticamente efficace? Blandisce chi pensa che la politica debba essere a costo zero; e invece la democrazia bisogna pagarla, con i soldi, prima, e poi naturalmente con l’impegno, le energie, con la volontà di informarsi, e così via. Si tratta semplicemente della ricezione passiva di un discorso che viene da alcuni settori della classe politica (in particolare dal Movimento 5 Stelle), e da alcuni settori della stampa, in particolare dal Corriere della Sera (in questo caso La casta, di Giannantonio Stella e Sergio Rizzo, ha avuto un impatto tremendo, nonostante tutti gli inconvenienti di quel libro, trasparenti a chi lo avesse non solo comprato per regalarlo, ma magari anche letto). E poi, i costi potevano essere ridotti anche semplicemente riducendo il numero dei parlamentari alla Camera, perché no? 630 a me paiono tanti, e a lei?”

Nel panorama politico italiano c’è qualcosa da salvare?

“Nel panorama politico italiano ci sono diverse cose da salvare. Ci sono fior fiore di parlamentari che conoscono il loro mestiere. Nonostante la narrazione renzian-boschiana, abbiamo fatto, nel 1993, un’ottima legge elettorale per i sindaci, che sta dando ripetutamente buoni frutti. Stiamo cercando governi stabili e operativi? I sindaci sono a capo di governi stabili, operativi quanto loro li sanno rendere tali. È da salvare il ruolo del presidente della Repubblica, perché è stato un’equilibratore, e qualche volta anche un’attore significativo, nel nostro sistema. È da salvare la competizione multi-partitica: questa idea che bisogna ridurre tutto a due soli partiti, è semplicemente sbagliata. I partiti saranno tanti quanti gli italiani vogliono che siano. Con la clausola, che io penso debba esserci, di sbarramento, in modo da impedire la frammentazione. E infine, credo che sia da salvare anche, diciamo così, un sano sentimento di protesta, che si manifesta in molti di noi, e che per molti si incanala nel Movimento 5 Stelle.”

Pubblicata il 26 Giugno 2016

Ulivo, la nostalgia non basta per un “Sì”

Il fatto quotidiano

Per giustificare l’ovviamente sofferto “sì” alle riforme renzian-boschiane c’è chi si abbandona ad una non meglio definita “sensibilità repubblicana”, come fa Massimo Cacciari, e chi si affida alla nostalgia/archeologia prodian-ulivista, come fa Arturo Parisi (“Il mio sì al referendum è nel solco dell’Ulivo”, intervista a “La Stampa”, 14 agosto). Tutto quello che si trova(va) in quelle, in verità non proprio dense e limpide, tesi di vent’anni fa sarebbe buono. Quindi, chi lo recupera, automaticamente ha scritto buone riforme. Come discussione sul merito non mi pare davvero un buon inizio. Neppure nel seguito emerge una qualsiasi considerazione di merito.

Parisi non può fare a meno di notare, anche lui un po’ tardivamente, che Renzi ha personalizzato il referendum. Subito lo scusa perché per partire ci vuole un “io” (forse un ego, meglio se sproporzionato). Siamo alla teorizzazione dell’uomo solo che fa le riforme la cui imperfezione, peraltro, Renzi e Boschi cercano di spiegare asserendo che hanno dovuto negoziarle con il centro-destra, cioè, con Berlusconi. Invece, sostiene Parisi, da un lato, i renzian-boschiani (l’espressione è mia) dovrebbero riconoscere i meriti della generazione ulivista; dall’altro, dovrebbero prendere atto che si sono messi, a loro insaputa (ma questa è una mia aggiunta) nel solco del “cambiamento nella continuità”.

Che in due anni di discussioni, di esternazioni e di processioni (la specialità del Ministro Boschi, non dipendente, per carità, dalla sua avvenenza), questo riconoscimento non abbia mai neppure fatto capolino, non sembra preoccupare Parisi. Anzi, si limita a suggerire che per andare lontano ci vuole il “noi”, vale a dire il coinvolgimento di “voci provenienti da tutte le parti politiche”. Al posto delle parti politiche, tranne gli alfanian-(neanche tutti)-verdiniani, sono arrivate le parti sociali, guidate dalla Confindustria, seguite da “Civilità Cattolica”, coronate da JP Morgan e dal “Financial Times”. Almeno in parte, dovrebbe valere la saggezza popolare “dimmi con chi vai ti dirò chi sei”. A molti, però, che desiderano proprio discutere il merito, più che valutare le compagnie, piacerebbe che Parisi chiarisse quali riforme, oltre ad una trasformazione del Senato che, come Sofia Ventura ha subito acutamente e documentatamente evidenziato nel suo blog (sofiajeanne.com), non è affatto sulla falsariga della apposita tesi dell’Ulivo d’antan, sono valide, e quali presentano limiti e destano motivate riserve. Dove, poi, Parisi abbia visto la magica riforma che farà “della nostra democrazia una democrazia che decide e coinvolge direttamente i cittadini nelle scelte di governo e nella scelta di chi lo guida”, da un lato, mi sfugge poiché con l’Italicum il 60 per cento dei parlamentari non saranno eletti dai cittadini, ma nominati dai capipartito e capicorrenti; dall’altro, mi inquieta perché i cittadini non sceglieranno “direttamente” la persona a capo del governo (che implicherebbe una sorta di presidenzialismo di fatto), ma il partito per il quale, dunque, non vale “l’esaurimento della missione” (certamente non nella grande maggioranza delle democrazie parlamentari europee) da lui denunciato e posto a fondamento delle riforme istituzionali.

Naturalmente, Parisi sa che altri antichi esponenti della compagine ulivista hanno già manifestato netta opposizione a riforme che solo parzialmente si ritrovano nelle tesi dell’Ulivo che, incidentalmente, non sono assimilabili ai Dieci Comandamenti e che è anche plausibile ritenere che, forse, quanto scritto vent’anni fa potrebbe essere superato, ma poteva anche allora essere inadeguato.

Soprattutto preoccupante è la chiusa dell’intervista del braccio destro di Prodi, non propriamente un esperto di riforme e di Costituzione, ma neppure un sostenitore di quelle riforme che, infatti, guardò preoccupatissimo a quanto veniva facendo la Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Con la vittoria del NO, non soltanto daremmo l’addio “per decenni” alle riforme (nessun dubbio esprime Parisi sulla loro qualità), ma vi sarebbe una conseguenza peggiore che merita di essere citata per esteso: “quei poteri che vorremmo garantire a un Parlamento oggi abbondantemente esautorato continuerebbero a trasferirsi dal Governo interno alle forze che ci guidano dall’esterno”. Ne deduco tre considerazioni. Primo, Parisi crede che ridimensionando il Senato, rendendolo non elettivo, cambiandone composizione e compiti, il Parlamento italiano risulterebbe meno esautorato. Secondo, molto sottilmente, che già il Governo (del cui potenziamento Parisi non parla) aveva/ha esautorato il Parlamento. Terzo, che il plauso di JP Morgan e del “Financial Times” vada a riforme che riusciranno ad impedire a forze esterne (qui Parisi si colloca fra coloro che credono ai complotti dei poteri forti internazionali), vale a dire anche a loro, di guidare il governo italiano, mi pare assolutamente incredibile. Mah.

Pubblicato il 17 agosto 2016

Addio a Bernabei, con la TV unì gli italiani

Non so se la televisione pubblica è la più grande azienda culturale italiana. Non sono neanche sicuro che sia un’azienda propriamente culturale, vale a dire produttrice di cultura. Qualche volta penso che l’Università pubblica dovrebbe essere la principale azienda culturale del paese. Poi, rapidamente, rinsavisco e le fredde cifre, a cominciare dalla distanza abissale fra il numero di coloro che frequentano le università e i molti milioni di telespettatori, mi riportano alla realtà. Mi ricordo anche che la televisione è per telespettatori di tutte le condizioni sociali e di tutte le età e l’università, in Italia più che altrove, continua ad avere squilibri di classe e, naturalmente, tocca soltanto una specifica fascia d’età.

Ecco, Ettore Bernabei, Direttore generale della RAI-TV dal 1961 al 1974, fanfaniano di ferro, tutte queste cose le sapeva benissimo. Fin da subito comprese il potenziale culturale della TV, utilizzando l’aggettivo “culturale” nel senso più ampio possibile, non soltanto la cultura “alta” delle élite, ma soprattutto le conoscenze di base, qui direi delle masse, ma Bernabei mi correggerebbe ricorrendo sia alla parola “pubblico” sia, più semplicemente, al più comprensivo “italiani”. Quello che Bernabei voleva e, costruendolo in una molteplicità di modi, ottenne, fu propria la formazione di una cultura “popolare” diffusa, abbastanza omogenea, di qualità non eccelsa, ma accettabile. D’altronde, se avesse mirato all’eccelso sicuramente non avrebbe raggiunto un pubblico molto ampio. Rilutto ad usare l’espressione “di massa” poiché sembra contenere qualcosa di negativo, di inferiore.

E’ stato spesso scritto che la TV, tra quiz, come “Lascia o raddoppia?”, sceneggiati, spettacoli di varietà, teleromanzi, ha “fatto” gli italiani, vale a dire che ha dato la risposta che Massimo D’Azeglio aveva auspicato subito dopo l’unificazione italiana. Cent’anni dopo la Destra Storica, un democristiano sia per mai nascoste preferenze politiche sia per atteggiamenti e comportamenti che evitavano qualsiasi scontro, conseguiva l’obiettivo di “fare” di un popolo attraversato da differenze di tutti i tipi, a cominciare da quelle regionali, rivelatisi incancellabili, una comunità che dalle Alpi ad Agrigento riusciva, se non a parlare la stessa lingua, almeno a comprenderla.
Quando qualcuno farà un bilancio complessivo, accurato e approfondito, un esercizio sicuramente utile, della TV di Bernabei scoprirà non soltanto la varietà dei programmi che seppe incoraggiare e valorizzare, ma anche la grande apertura ad apporti culturali molto diversi, anche di sinistra, la libertà lasciata a registi ai quali nessuno chiedeva tessere di partito, la possibilità di carriere aziendali non determinate dalla vicinanza a leader politici, nemmeno, esclusivamente a favore di democristiani osservanti (che, però, ovviamente, ci furono, eccome) . In molti modi, il pluralismo culturale e politico era nei fatti e non poteva certamente essere smentito dalle calze imposte alle lunghe e conturbanti gambe delle sorelle Kessler la cui presenza, se posso scherzare, segnalò l’apertura all’Europa, ma fu anche, comunque, parte dello svecchiamento culturale.

Non so se Bernabei si fosse posto come obiettivo anche l’egemonia davvero “nazional-popolare” della Democrazia Cristiana. Fatto sta che proprio nell’anno in cui lasciò la sua carica, la Democrazia Cristiana subì una decisiva sconfitta, politica e culturale, nel referendum sul divorzio. Come dimostrarono altresì le elezioni amministrative del 1975 e le elezioni politiche del 1976, l’Italia era cambiata. Era diventata più moderna, persino più pluralista. Tutti coloro che denunciano l’impatto ottundente della TV, soprattutto quando non riescono a mandare i loro favoriti a dirigere i telegiornali, a elaborare i palinsesti e, da qualche tempo, a condurre i talk show, dovrebbero riflettere sul potenziale autonomo del “mezzo” televisivo e dovrebbero rivalutare, pur nei suoi innegabili limiti, il pluralismo moderato della TV di Stato diretta da Ettore Bernabei.

Pubblicato AGL il 15 agosto 2015

Referendum e plebiscito. La retromarcia di Renzi e la gaffe del ministro Boschi

La terza Repubblica

Ci ha messo cento giorni (e qualche decina di sondaggi per lui negativi) Matteo Renzi a capire che “personalizzare” il referendum costituzionale trasformandolo in un plebiscito sulla sua persona (e sul suo governo) è diventato assolutamente controproducente. Rimane dubbio se abbia anche capito che la personalizzazione di un referendum non è soltanto un errore politico, ma è, soprattutto, una grave distorsione costituzionale. Adesso, si potrebbe discutere in maniera meno esagitata nel merito delle riforme (ma già da qualche tempo i migliori dei costituzionalisti e qualche, pochissimi, politologo lo stanno facendo). Mettendo subito da parte l’argomento, storicamente sbagliato, che questo governo è l’unico, negli ultimi trent’anni, ad avere fatto riforme costituzionali. Le fecero sia il centro-sinistra nel 2001 sia il centro-destra di Berlusconi nel 2005. Entrambi le fecero male. Non c’è due senza tre?

Per discutere sul merito, Renzi potrebbe anche sgombrare il campo dalla sua promessa/minaccia “se perdo me ne vado”. Dovrebbe, invece, dire “se perdo imparo la lezione e ricomincio da capo” che, scomodando il molto riluttante Max Weber, è la qualità del vero leader politico. Chi, invece, ha diverse lezioni da imparare, ma non sembra applicarsi abbastanza, è il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ne ha già dette molte come, ad esempio, che i capilista bloccati (spesso, lo sappiamo e lo possiamo prevedere, anche paracadutati) sarebbero i “rappresentanti di collegio”, mentre, in politica, la “rappresentanza” si ha, ovviamente ed esclusivamente, con libere elezioni, non con nomine e non con cooptazioni.

La più recente esternazione, scommetto non l’ultima, della Boschi (forse anche per evitarne troppe altre sarebbe opportuno fissare una data ravvicinata per il referendum) è che “chi vota no non rispetta il (lavoro del) Parlamento”. Sia il referendum abrogativo sia il referendum costituzionale sono proprio gli strumenti con i quali i cittadini esprimono la loro opinione su quanto è stato fatto dal Parlamento. Debbono essere richiesti da coloro che ritengono che il Parlamento ha legiferato male e che una specifica legge, anche costituzionale, non risponde alle necessità del paese e alle preferenze dell’elettorato. Fra l’altro, dovrebbe essere assodato che la richiesta di referendum, anche dei referendum costituzionali, non spetta a coloro che quelle leggi hanno fatto, ma agli oppositori. “Plebiscito è quando governo chiede voto su suo operato”.

I Costituenti, che se ne intendevano e che credo sarebbero molto preoccupati (indignati?) dallo stato del dibattito italiano, volevano che i cittadini potessero valutare le riforme fatte dal Parlamento, ma volevano altresì evitare una delegittimazione del Parlamento che, in un paese ad alto tasso di antiparlamentarismo, sarebbe comunque un guaio. Questa è la ragione per la quale il referendum costituzionale non può essere richiesto se la modifica è stata approvata da due terzi dei parlamentari. Un “no” popolare che sconfessi due terzi dei parlamentari indica una profonda crisi di rappresentanza e qualcosa di più a tutto beneficio degli antiparlamentaristi. Invece, un più o meno sonoro, ma sempre sano, “NO” ad una legge ordinaria e a modifiche costituzionale non è mai mancanza di rispetto nei confronti del Parlamento. Molto concretamente è rigetto da parte degli elettori, più precisamente, poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, dagli elettori informati, delle modifiche approvate, non dal Parlamento in quanto tale, ma da una specifica maggioranza parlamentare (non entro nei particolari dolorosi del se e quanto quella maggioranza è stata coartata e ricattata).

E’ augurabile che il Ministro Boschi, dopo una ripassatina o, meglio, una lettura attenta della Costituzione, si corregga. Se, poi, anche si scusa con i potenziali elettori del no, certamente non sovversivi, tanto meglio. Certo, impostare una discussione sul merito delle modifiche costituzionali con chi ha poche, vaghe e superficiali cognizioni costituzionali non è finora stato per niente facile. Temo che non lo sarà neppure nell’autunno del referendum.

Pubblicato il 12 agosto 2016

Italicum e “SÌ”: nessun baratto è possibile

Il fatto

Non c’è proprio niente da scambiare fra un Italicum malamente rielaborato dalla minoranza del PD e un “sì” alle revisioni costituzionali malamente fatte approvare dal Parlamento e peggio difese dal PD e dai suoi, neppure adeguatamente informati, costituzionalisti e improvvisati politologi. Non è vero che le due riforme vanno insieme e non è neppure vero che evirando l’Italicum del ballottaggio e riducendo un pochino il premio di maggioranza avremmo una legge elettorale decente. Da un lato, la minoranza del PD combatte una battaglia sbagliata; dall’altro, la maggioranza si impunta e, per bocca del ministro Boschi, cerca di riscattare un Parlamento che ha compresso nel corso della discussione sulle riforme e stravolto con la pasticciata e confusa riforma del Senato. Boschi dimenticando oppure proprio non sa che nella Costituzione italiana i referendum sono lo strumento a disposizione dei cittadini per controllare le leggi approvate dal Parlamento e, con maggioranze apposite, farle decadere . Se, davvero, vogliamo trovare un nesso fra legge elettorale e modifiche costituzionali, allora bisogna fuoruscire dal mantra di una governabilità assurdamente identificata con la stabilità del governo la cui maggioranza parlamentare sarà gonfiata dai molti seggi garantitigli dal premio dell’Italicum.

Il problema delle democrazie contemporanee si chiama crisi di rappresentanza politica. Molto dipende dai partiti, la cui capacità rappresentativa sarebbe sicuramente accresciuta se i suoi parlamentari fossero eletti in collegi uninominali dove debbono conquistarsi i voti interloquendo con gli elettori e rispondendo del loro operato (come ho già scritto infine volte “del fatto, del malfatto e del non fatto”). La rappresentanza dei collegi non si ha, come sostiene la Ministro Boschi, con i capilista bloccati. In politica, la rappresentanza è esclusivamente quella elettiva. Naturalmente, il Senato nominato dai Consigli regionali, ma Napolitano sostiene che si tratta di elezione indiretta (alla quale, comunque, sfuggirebbero i cinque Senatori, questi sì residui di un passato che il governo sostiene di volere cancellare, nominati dal Presidente della Repubblica), non darà nessuna rappresentanza agli elettori. Nel migliore dei casi, quei Senatori cercheranno, se desiderano essere rieletti, di seguire le preferenze, che certamente saranno comunicate loro di volta in volta puntigliosamente dai loro “grandi” (è solo un modo di dire) elettori. Non eletti dai cittadini delle diverse regioni saranno costitutivamente impossibilitati a dare qualsivoglia rappresentanza al territorio. Per di più, mai quei Senatori di nuovo conio si degneranno di rispondere, a elettori che non hanno nessun potere su di loro, dei propri comportamenti politici e istituzionali che consentono loro di eleggere due giudici costituzionali e di avere enorme voce in capitolo su tutta la politica europea dell’Italia.

Mentre la Ministro Boschi si affanna a chiedere il sì per non sconfessare il lavoro del Parlamento, confondendo il Parlamento con la sua maggioranza spesso coartata e, per quel che riguarda la minoranza del PD, molto colpevolmente arrendevole (oppure incapace di articolare alternative convincenti), Renzi sfida il Parlamento, se lo vuole e se ne sarà capace, a cambiare la legge elettorale quasi non fosse la sua legge, quella sulla quale si è ripetutamente impuntato. Come riuscirà mai un Parlamento di nominati, almeno la metà dei quali sa, per esperienza personale e diretta, che la disciplina e l’ossequio, il conformismo e la subordinazione sono le carte da giocare per essere ri-nominati oppure quantomeno ri-candidati, è un mistero inglorioso. Non è detto che il prossimo Parlamento sia strumento della “governabilità” chiesta dalla Confindustria, da alcuni grandi (come sopra) banchieri, ignari di Costituzioni e leggi elettorali, e da “Civiltà Cattolica”, governabilità che, sarà il caso di ricordarlo e di rimarcarlo, dipende soprattutto dalle capacità dei governanti. E’ sicuro, invece, che il Parlamento che verrà non offrirà affatto migliore rappresentanza politica all’elettorato italiana alle cui associazioni, nel frattempo, sarà stata somministrata la non proprio democratica medicina della disintermediazione.
Pubblicato il 12 agosto 2016

Il NO dei nemici del popolo

Il fatto

Nella spasmodica ricerca di argomenti che giustifichino l’approvazione referendaria delle loro riforme, brutte e di bassissimo profilo, i renziani e i loro molti cortigiani ne dicono di tutti i colori. Il “meglio che niente” è molto frequente, ma diventato logoro assai. Il “non si poteva fare diversamente” entra in concorrenza per la motivazione più banale. Eccome si poteva fare diversamente tanto è vero che nessuno dei testi poi faticosamente approvati era entrato in Parlamento nella identica stesura con la quale ne è uscito. Per di più, è già in corso anche una surreale discussione sul cambiamento della legge elettorale in attesa della valutazione della Corte costituzionale che potrebbe servire proprio a salvare la faccia formulando qualche riformetta della riformetta. Infine, dopo mesi nei quali il capo del governo e il suo ministro per le Riforme hanno fatto ampio ricorso a tutte le strumentazioni plebiscitarie possibili (rivendico il merito di avere per primo accusato Renzi di “plebiscitarismo”), adesso è arrivato il contrordine.

“Renziani di tutte le ore non si tratta di votare pro o contro il governo, ma sul merito delle riforme”. Che Renzi avesse ecceduto se n’era accorto, un po’ tardivamente, persino il Senatore Presidente Emerito Giorgio Napolitano che, sommessamente, gli ha suggerito di non personalizzare troppo la campagna elettorale. Purtroppo per Renzi, la personalizzazione è nelle sue corde. Non riuscirà a rinunciarvi e ci ricadrà quasi sicuramente quando i sondaggi annunceranno tempesta. Per di più, lo spingere il più in là possibile la data dello svolgimento del referendum moltiplicherà le occasioni di personalizzazione.

Nel frattempo, qualche renziano sta cercando di delegittimare lo schieramento del NO facendo notare quanto composito esso sia e, dunque, incapace di prospettare un’alternativa di governo, al suo governo. Anche se, sconfitto, Renzi non si dimettesse, una minaccia piuttosto che una promessa, creando una grave e non necessaria crisi di governo, ma imparasse a fare buone riforme, il problema del governo prossimo venturo neanche si porrebbe. Comunque, se c’è un giudice a Berlino (in verità, ce ne sono fortunatamente molti) possibile, caro Presidente Mattarella, che in Italia l’unico in grado di guidare un governo sia Matteo Renzi? Al momento opportuno suggerirò al Presidente quattro/cinque nomi nessuno dei quali professore o banchiere.

Ad ogni buon conto, chi, nei Comitati del NO, ha mai pensato alla formazione di un nuovo governo? Il bersaglio grosso è uno e uno solo: vincere il referendum e cancellare le riforme mal congegnate e malfatte. Quanto alla natura composita dello schieramento del NO, basta riflettere un attimo e si vedrà che il SI’ vince alla grande la battaglia della confusione. Non intendo demonizzare il mio ex-studente Denis Verdini, ma sembra che, addirittura, darà vita a un Comitato del SI’ dal quale, naturalmente, come annunciato da Renzi-Boschi, scaturirà la nuova (sic) classe dirigente del paese. La Confindustria fa già parte della non proprio novissima classe dirigente, ma i suoi allarmismi numerici prodotti da chi sa quali algoritmi li ha già generosamente messi a disposizione del paese affinché voti convintamente sì. Poi è arrivata la filosofia della krisis rappresentata da Massimo Cacciari, notorio portatore di “sensibilità repubblicana” che va spargendo in diversi talk show. In un’intervista al Corriere si è esibito per il sì anche l’ex banchiere ulivista Giovanni Bazoli. Mica poteva essere da meno degli stimati colleghi della JP Morgan, grandi conoscitori del sistema politico italiano e della sua Costituzione, anche loro in attesa di riforme epocali. A ruota, un pensoso editoriale della rivista “Civiltà Cattolica” ha dato la necessaria benedizione senza attendere, qui sta la sorpresa, le articolate opinioni dei Cardinali Ruini, purtroppo per lui più bravo negli inviti all’astensione, Bagnasco e Bertone. No, di papa Bergoglio non so.

La ciliegina, però, non la prima né l’ultima poiché non dubito che ce ne saranno molte altre, già copiosamente preannunciata dalle pagine del “Corriere della Sera”, è arrivata da Michele Salvati. La sua tesi è cristallina. Se vincerà il NO, non sarà bocciato soltanto il governo. Non saranno bocciati soltanto i partiti e i cittadini che non hanno fatto i compiti (e se, proprio perché li hanno fatti, si fossero resi conto che le riforme sono inutili e controproducenti?). Bocciato “sarebbe tutto il Paese” (Corriere della Sera, 9 agosto 2016, p. 26). Insomma, il plebiscitarismo buttato dalla finestra, senza che nessuno lo dicesse a Salvati, torna camuffato da nazionalismo, chiedo scusa da amor patrio, dalla porta. Chi vota no è un disfattista, secondo Salvati, un traditore della patria, un nemico del popolo italiano. Questa è, finalmente, la discussione sul merito che i renziani vogliono, impostano e, normalizzata la Rete Tre, faranno.

Pubblicato il 10 agosto 2016

Se sarà bocciato, il premier da Mattarella e un nuovo voto di fiducia in Parlamento

Il Mattino

Intervista raccolta da Marilicia Salvia per IL MATTINO

 

La data fatidica? “Si voterà non prima della seconda metà d’ottobre”, preconizza (con un certo ottimismo, dati i tempi tecnici) Gianfranco Pasquino, docente emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, convinto che il governo vorrà attendere la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, annunciata per il 4 ottobre, prima di lanciarsi nella fase conclusiva della campagna referendaria.

Professore, incassato il via libera della Cassazione le opposizioni scalpitano perché si vada alle urne subito, il prima possibile. Renzi riuscirà a tenere a bada tanta agitazione?

“La fretta delle opposizioni si può capire, è evidente che più la si porta per le lunghe più la maggioranza si avvantaggerà della sua posizione oggettivamente dominante sui mezzi dell’informazione, soprattutto televisiva. Ma a guardar bene, che la campagna referendaria duri a lungo non è utile per nessuno, neanche al governo, meno che mai al Paese”.

Teme un autunno di veleni?

“Sì, una coda d’estate e poi un autunno carichi di conflitti, di lacerazioni. Non ne abbiamo bisogno. E non ne ha bisogno il governo, che deve invece recuperare incisività di azione su molti temi importanti per il Paese”.

Più importanti della riforma costituzionale? Il governo la considera una questione dirimente, tanto da aver legato la propria stessa sopravvivenza all’esito del voto.

“Sì, ed è stato un grave errore”.

Perché?

“Intanto è quanto meno eccessivo presentare questa riforma, anzi il fatto di aver realizzato una riforma costituzionale, come un’impresa epocale: il centrosinistra nel 2001 ha condotto in porto la riforma del titolo quinto, e anche Berlusconi aveva cambiato una serie di articoli”.

La riforma Berlusconi però fu bocciata dai cittadini.

“Non importa, voglio dire che ci sono stati governi innovatori anche prima di questo. Non ha senso quindi drammatizzare l’esito del referendum, in un senso o nell’altro”.

Quindi sbaglierebbe Renzi a lasciare Palazzo Chigi se dovesse prevalere il no?

“L’errore Renzi lo ha fatto quando ha addirittura personalizzato il referendum usando il termine “io”e non”il governo” a proposito delle dimissioni in caso di sconfitta. I critici hanno avuto buon gioco a dire che Renzi voleva il plebiscito. E si capisce adesso perché le opposizioni premono per andare alle urne il prima possibile e non dare nessun vantaggio all’avversario”.

Scenario numero uno: al referendum vince il no, la riforma è bocciata. Renzi che fa, si dimette davvero?

“Ragionando dal punto di vista dell’onore, Renzi dovrebbe andare da Matterella a rassegnare le dimissioni. Dopo di che la saggezza politica vorrebbe che Mattarella gli chiedesse di andare in Parlamento a chiedere la fiducia”.

Scenario numero due: vincono i sì. Renzi si rafforza automaticamente dal punto di vista politico?

“Se vincono i sì è presumibile che il premier sarà portato a personalizzare questa vittoria. Ma purtroppo per lui e per il Paese i problemi non si dissolveranno. Ecco perché dico che non bisogna tirarla per le lunghe con questa campagna: l’economia continua ad andare male, il debito pubblico continua a crescere, e l’Italia ha ancora problemi di credibilità sulla scena europea”.

Quali problemi risolverà, invece, la riforma Boschi se dovesse superare il giudizio degli elettori?

“Il Cnel sparirà, e nessuno ne sentirà la mancanza. Per il resto temo che crescerà la confusione. Lo scoglio maggiore è nell’attuazione della nuova normativa che regolerà i rapporti fra Stato e Regioni”.

Il sistema guadagnerà in efficienza dall’abolizione del bicameralismo perfetto?

“Perla verità tutte le statistiche dimostrano che il nostro bicameralismo ha prodotto più leggi e in tempi più rapidi di altri sistemi in Europa.Penso che sarebbe stato preferibile ispirarsi al sistema tedesco, che prevede una seconda Camera di appena 69 seggi assegnati alle maggioranze di governo nei singoli land. Ma capisco che 100 seggi piacciono di più, e che il centrodestra attualmente in minoranza nelle Regioni italiane non avrebbe digerito l’idea”.

Uno degli argomenti più usati dalle opposizioni è quello di una possibile deriva autoritaria che risulterebbe dal combinato disposto della riforma con la legge elettorale. È d’accordo?

“Il pericolo non èla deriva autoritaria, per fortuna Renzi non è Mussolini né Erdogan e noi non siamo l’Italietta degli anni Venti né la Turchia. Io temo piuttosto una deriva confusionaria”.

Sull’Italicum comunque Renzi ha invitato il Parlamento a intervenire, anche al di là dei possibili rilievi che arriveranno dalla Consulta.

“Immagino non che il Parlamento, ma la Consulta interverrà e che Renzi vorrà aspettare appunto questa pronuncia prima di portare gli italiani al voto”.

Qual è la preoccupazione?

“Il premio di maggioranza che consegnerebbe il Parlamento al partito vincente anche al ballottaggio. Credo che sarebbe necessario prevedere una soglia minima per accedervi, e soprattutto la possibilità di creare coalizioni al primo turno e apparentamenti al secondo, come per le amministrative: in questo modo si arriverebbe a rappresentare meglio e in modo più ampio gli elettori”.

Rieccoci al rischio di autoritarismo, allora.

“No, la storia è un’altra. Immaginiamo il ballottaggio tra Pd e 5 Stelle, e la vittoria finale di questi ultimi. Il premio di maggioranza impedirebbe qualsiasi mediazione. Nulla quaestio per gli italiani, ma cosa ne penserebbe l’Europa, che dall’Italia si aspetta posizioni diverse da quelle professate dai grillini? Il rischio è la conflittualità permanente e l’inconcludenza”

Pubblicato il 9 agosto 2016

Referendum. Ora si discuta nel merito

Non sorprendentemente, la Cassazione ha dato il via libera al referendum costituzionale. La campagna ufficiale dei sostenitori del “sì” e del “no” può cominciare. Credo che molti italiani, dalle spiagge ai monti, dai laghi alle città d’arte, non si accorgeranno di nessun cambiamento significativo. Da tempo, infatti, sia il Presidente del Consiglio sia il Ministro delle Riforme si sono buttati a capofitto nella operazione di promuovere e difendere le loro riforme. Naturalmente, gli oppositori, uno schieramento eterogeneo, hanno fatto del loro meglio per non perdere terreno. I sondaggi dicono che, forse, il “no”, appena gonfiato da coloro che proprio non gradiscono Renzi e il suo governo, è in leggero vantaggio. Poiché i referendum costituzionali non hanno quorum, entrambi gli schieramenti debbono preoccuparsi di mobilitare tutti, ma proprio tutti i loro eventuali elettori.

Fin dall’inizio, deliberatamente, Renzi ha mirato alla mobilitazione degli italiani personalizzando il referendum, vale a dire sostenendo che il suo governo è stato l’unico governo capace di fare riforme costituzionali negli ultimi trent’anni e più (non è vero poiché tanto il centro-sinistra nel 2001 quanto il centrodestra di Berlusconi nel 2005 hanno fatto riforme costituzionali). Questa operazione ha suscitato le critiche di coloro che, giustamente, facevano notare che il capo del governo voleva sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona, altro che una discussione sul merito di ciascuna delle riforme costituzionali. A un certo punto, persino il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, apertamente schieratosi a favore delle riforme, si è accorto del pericolo e ha invitato Renzi a non “personalizzare”. Almeno temporaneamente, il Presidente del Consiglio ha ridotto il tasso di personalizzazione, ma il suo Ministro Boschi continua a tenere assemblee nelle quali lega la sorte del governo all’approvazione delle sue riforme costituzionali.

Difficile dire chi risulterebbe favorito da una campagna referendaria protratta oltre limiti ragionevoli. Visto che è cominciata già a maggio, se la data del referendum fosse fissata, com’è stato ventilato, tra l’inizio e la metà di novembre, arriverebbero tutti senza fiato e incattiviti. Tuttavia, è innegabile che il governo e il Partito democratico, soprattutto adesso che si sono garantiti la benevolenza dei direttori delle reti televisive pubbliche, hanno più fiato per durare (ma anche per commettere errori di presunzione e di arroganza). Di qui alla data del referendum, c’è almeno un ostacolo, non sappiamo quanto grande, da superare: la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Renzi e Boschi continuano a sostenere che è una buona legge e rimandano al Parlamento qualsiasi eventuale ritocco (e ce ne sarebbero almeno tre da fare: eliminazione delle candidature bloccate, abolizione delle candidature multiple, possibilità di formare coalizioni al primo turno e apparentamenti, come nel caso dell’elezione dei sindaci, al ballottaggio). Se la Corte non esprime obiezioni, il governo avrà il vento in poppa. Però, se la Corte impone dei ritocchi, allora gli oppositori dell’Italicum e delle riforme costituzionali potranno logicamente accusare il governo di non sapere fare le riforme, non soltanto quella elettorale, ma, per estensione, neppure quelle costituzionali.

Potremmo concludere che, comunque, è arrivato il tempo della discussione sul merito delle riforme. Seppure, in maniera sparsa e disorganica, la discussione sul merito, purtroppo spesso manipolata e confusa, ha già fatto molte incursioni sugli schermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani, attraverso i “social”. Persino i sondaggi hanno già registrato una riduzione, contenuta, ma effettiva, del numero di coloro che dichiarano di non saperne abbastanza. Dibattiti organizzati da giornalisti informati e condotti senza starnazzamenti nei quali sembra vincere chi ha la voce più forte potranno essere utili. Se fosse disinnescata anche la minaccia/ricatto della crisi di governo qualora non vinca il “sì”, sarebbe persino meglio (per tutti, anche per il capo di quel governo).

Pubblicato AGL 9 agosto 2016

Roma, conflitto di interessi e porte girevoli

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No, l’assessore all’Ambiente della giunta Cinquestelle di Roma, Paola Muraro, non si trova in una situazione di conflitto di interessi, ma ha un altro problema etico-politico, da discutere e da risolvere. Nella sua essenza si ha conflitto di interessi quando il detentore di una carica pubblica è in grado con le sue decisioni di avvantaggiare i suoi interessi privati. Quanto più importante è la carica pubblica, per intenderci, ministri e capi di governo e quanti più cospicui sono gli interessi dei governanti tanto più grave e meritevole di regolamentazione esplicita, precisa e severa è il conflitto. La recente storia politica italiana offre non pochi brutti esempi di conflitti e di inadeguate regolamentazioni. Senza entrare nei particolari, qualche volta difficilissimi da accertare e da disciplinare, la soluzione è che il detentore di quella carica si liberi dei suoi interessi, anche affidandone la gestione a un fondo cieco nel quale lui non abbia la possibilità di vedere quali interessi rimangono e come sono gestiti.

Del tutto diversa è la fattispecie nella quale chi assume una carica pubblica abbia svolto un’intensa attività imprenditoriale o di consulenza nel settore del quale è chiamato/a ad occuparsi. Più spesso che no, in special modo, ma non esclusivamente, negli USA, però, il passaggio avviene da una carica pubblica, di rappresentanza e/o di governo, ad un’attività nel privato, ad esempio, nei grandi studi legali, nei quali l’ex-rappresentante o l’ex-governante portano il loro, talvolta prestigioso, nome, le conoscenze acquisite e le reti di relazioni consolidate con grande vantaggio per lo studio stesso e i suoi soci. Questo fenomeno non è assimilabile al conflitto di interessi. Viene definito revolving doors (porte girevoli): il rappresentante/governante esce dalle sue cariche pubbliche ed entra in (lucrose) attività private, ma, qualche volta, può “uscire”, temporaneamente, dalle sue attività private per entrare a vele spiegate in una carica pubblica che avrà a che fare con attività private del tipo da lui praticato.

A causa dell’importanza e della frequenza dei casi, negli USA sono previsti molti divieti di passaggio soprattutto dalle cariche pubbliche ad alcune attività private. Spesso, il divieto, per così dire, di base è dato dall’imposizione di un periodo di raffreddamento: nessuna di quelle attività private potrà essere svolta prima che siano trascorsi un certo numero di anni, almeno due, ma spesso di più, dalla fuoriuscita dalla carica pubblica.

Il caso dell’assessore di Roma Paola Muraro non è conflitto di interessi, ma è, per l’appunto, un esempio di “porte girevoli”. Avendo svolto consulenze, non importa quanto lucrose, per l’AMA (Azienda Municipalizzata dell’Ambiente) per un certo numero di anni, sicuramente l’assessore porta con sé competenze e conoscenze specifiche. Può legittimamente sostenere che proprio quelle competenze la rendono eminentemente qualificata a tentare di regolamentare nel migliore dei modi quell’azienda. Andrà giudicata con riferimento al suo operato. Bisognerà attenderla anche quando lascerà quella carica pubblica e sceglierà di tornare all’attività privata. Se tornasse a fare consulenze per l’AMA certamente ci sarebbero problemi, quantomeno di improprietà, se non di più, qualora traesse vantaggio da regole da lei stessa scritte e fatte approvare dal sindaco e dalla maggioranza del consiglio comunale di Roma.

In questo specifico caso è evidente che un periodo di raffreddamento, ovviamente argomentato e disciplinato in maniera tale da coprire tutte le fattispecie immaginabili (ad esempio, anche quelle dei giudici costituzionali che spesso si posizionano per ottenere altre cariche al termine del loro mandato di nove anni), diventa non soltanto opportuno, ma imperativo. Non confondere “conflitto di interessi” con “porte girevoli” è cruciale per approntare le misure, molto differenti, più adeguate affinché la res publica sia amministrata in piena trasparenza e nell’interesse non dei detentori delle cariche pubbliche e private, ma dei cittadini.

Pubblicato 8 agosto 2016