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Il bicchiere mezzo pieno di Matteo
Il bicchiere da lui ricevuto da Enrico Letta nella gelida cerimonia di passaggio delle consegne il 22 febbraio 2014 era, ha fatto capire il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sostanzialmente vuoto. Quel bicchiere, ha detto e ripetuto in maniera molto compiaciuta, non soltanto è mezzo pieno, ma va riempendosi, giorno dopo giorno, di contenuti, in Italia, in Europa, sullo scacchiere internazionale dove operano i soldati italiani. Esposte le cifre che, se non scaldano i cuori e non fanno parte dei sogni, ha detto Renzi con qualche volo pindarico, meritano di essere declinate e declamate per sconfiggere tutti quelli che dal Jobs Act all’Expo, dagli 80 Euro alla Buona Scuola, preconizzavano, “non ce la farete”, bisogna concentrarsi sulle sfide. In maniera estremamente puntigliosa, Renzi è andato all’attacco dell’Europa, in particolare della Commissione Europea e, più che della Cancelliera Merkel, della politica privilegiata della Germania. Ha rimproverato a entrambe, Commissione e Germania, un’interpretazione delle regole e della flessibilità alquanto squilibrata. Ha sostenuto che l’Italia sta facendo tutto quello che dovrebbe rispettando criteri e parametri. Non incalzato dai giornalisti, ha, da un lato, dimenticato di sottolineare il ruolo importante di Federica Mogherini, quale Alto Commissario per la politica estera dell’UE; dall’altro, non ha dovuto spiegare perché agli occhi di molti europei neppure l’Italia di Renzi risulti ancora davvero affidabile. Eppure, non esiste nessun tappeto sotto il quale è possibile nascondere il macigno dell’immenso debito pubblico italiano che il suo governo non ha ridotto e neppure significativamente aggredito.
Nella puntigliosa e opportuna rivendicazione delle riforme fatte, per alcune delle quali ha promesso una rapida emanazione dei decreti attuativi, Renzi ha dato grande spazio alla ridefinizione del Senato più che alla riforma elettorale (che sta trovando molti inaspettati, non necessariamente tecnicamente preparati, sostenitori, sulle pagine di alcuni grandi quotidiani nazionali). Ha anche preannunciato che le riforme saranno consacrate da un referendum costituzionale, in verità praticamente un plebiscito sulla sua persona, che, nel caso di una sconfitta, segnerebbe la fine della sua carriera politica. Comunque, ha assicurato, questa carriera terminerà dopo il secondo mandato da Presidente del Consiglio. Ci sarà per lui altro, non specificato, da fare. Quanto al rischio che per il segretario del Partito Democratico comporteranno le elezioni amministrative, in particolare in alcune grandi città: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna, Renzi se l’è cavata alla grande, rivalutando in toto il ruolo delle primarie che da lui e da qualcuno del suo entourage sembrava messo in forte discussione. Insomma, il segretario del PD consegna quella che potrebbe diventare una patata bollentissima agli elettori delle primarie e ai candidati. Il governo viene così tenuto al riparo da eventuali incidenti di percorso resi possibili dall’inadeguato controllo sul partito che Renzi non ha saputo finora acquisire.
Sullo sfondo si staglia il protagonista probabile di “incidenti” elettorali vari: il Movimento Cinque Stelle, l’unico concorrente più volte menzionato in forma pesantemente, ma in taluni casi giustificatamente, critica. Eppure, le Cinque Stelle si sono anche rivelate interlocutrici parlamentari in grado di sbloccare situazioni ingarbugliate come quella dell’elezione dei giudici costituzionali. A fronte del disfacimento di quella che fu l’ampia area del berlusconismo sociale, culturale, elettorale e parlamentare, soltanto le Cinque Stelle potrebbero mettersi di traverso e ostacolare il cammino disegnato da Renzi con toni quasi trionfalistici. Giustamente, nella conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha fatto prevalere il compiacimento su qualsiasi preoccupazione. Con non poche buone ragioni che anche i gufi sanno vedere e che toccherà al 2016 sottoporre a verifica. Cin cin.
Pubblicato AGL il 30 dicembre 2015
“Le riforme e lo spezzatino” Sabino Cassese recensisce “Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate”
Sono in molti al capezzale della nostra democrazia, chi per valutare, chi per riformare, chi per accusare. La voce di Gianfranco Pasquino si differenzia dalle altre. Lui ama analisi distaccate, critiche, ma non catastrofiste. È contrario a semplificatori e conservatori ad oltranza. Pensa che anche le Costituzioni invecchino, e che quella italiana sia invecchiata non solo nella seconda parte, ma anche nella prima. Ritiene che gli stessi costituenti abbiano aperto la strada alle modifiche costituzionali, prevedendo le relative procedure. Non si limita a guardare nel nostro orticello, ma fa sempre paragoni con quanto accade nelle democrazie che fanno parte della nostra tradizione costituzionale comune. Non dimentica mai l’insegnamento dei classici, a partire da Bagehot. Critica il cosiddetto renzismo, ma non con la violenza passionale e lo spirito predicatorio di tanti altri commentatori. Tutti buoni motivi per leggere i suoi libri.
Quest’ultima riflessione sulla democrazia italiana parte dalla constatazione che non è vero che non si siano fatte riforme: se ne sono fatte molte, alcune buone, altre cattive. Insiste sulla necessità di considerare il sistema complessivo: le riforme costituzionali non si possono fare come uno spezzatino, richiedono un disegno coerente. Debbono avere di mira il potere dei cittadini e l’efficienza del sistema, quindi rappresentanza e governabilità (qualcuno una volta ha scritto che merito di un buon Parlamento è di dare al proprio Paese un buon governo). Insiste sulla necessità di ulteriori riforme, considerato che la nostra democrazia è di qualità modesta.
Da queste premesse prendono le mosse le sue critiche. Per Pasquino l’ultima legge elettorale è sbagliata perché i parlamentari sono nominati, non scelti, e quindi sono asserviti ai partiti. Questi ultimi sono atrofizzati, verticizzati, personalizzati: per restituire lo scettro al popolo, vanno riformati, ma la loro riforma può venire solo dalla modifica del sistema, della legge elettorale e del modo di finanziamento. Anche la riforma del Senato, tuttora in corso, è oggetto delle critiche di Pasquino: la sua composizione è cervellotica, i suoi compiti non ben definiti, non c’è la garanzia che l’iter delle decisioni sia più rapido. Infine, Pasquino non sposa la tesi secondo la quale i presidenti Scalfaro e Napolitano si sarebbero comportati da monarchi, ma ritiene che essi abbiano dovuto, contro la loro stessa volontà, giocare il ruolo del gestore delle crisi proprio di un sistema semi-presidenziale. Infine, Pasquino non nasconde le sue preferenze, che vanno all’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica, accompagnata da un sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali.
Come è dimostrato fin dal titolo (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate), al centro di questo libro sta il problema della democrazia. Questo termine indica uno dei concetti più sfuggenti del nostro armamentario politico, tanto sfuggente che per qualificarlo occorre accompagnarlo con aggettivi (democrazia liberale, democrazia rappresentativa, democrazia deliberativa, e così via). Ora, i nostri sistemi politici hanno una componente democratica, ma questa si accompagna con altre componenti, una liberale e una efficientistica. Della prima fanno parte istituzioni come quelle giudiziarie, le corti costituzionali, le autorità indipendenti. Della seconda fanno parte gli organi amministrativi e in generale il potere esecutivo. Quando ci riferiamo alla democrazia, indichiamo una parte (quella che riguarda elezioni, corpi rappresentativi, nazionali e locali, vertici di governo), per il tutto (lo Stato, di cui fanno parte, a giusto titolo, anche altri organi ed altre funzioni).
Di qui la domanda: se si isola solo una delle componenti di questi organismi complessi che sono gli Stati–nazione, paragonabili a certe chiese che includono mura e colonne romane, volte rinascimentali e dipinti secenteschi, non si corre il rischio di non rispondere proprio a quella preoccupazione che muove Pasquino, quella di tener conto del sistema nel suo insieme, di evitare le spezzatino?
Gianfranco Pasquino,Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea, Milano, pagg. 198, € 16,00
Sabino Cassese
Pubblicato il 27 dicembre 2015 Il Sole 24 ORE pag 31
Poco o nulla di diverso #Bologna
Scesa senza sorprese e senza troppa preoccupazione al 14esimo posto della classifica della qualità della vita, la città di Bologna guarda neanche troppo preoccupata quello che s’agita nel fine d’anno. Rivendicare la variante di valico come se fosse merito dei governi locali appare un po’ buffo proprio mentre undici sindaci si oppongono al Passante. Pensare che la soluzione dei problemi verrà dalla città metropolitana già appesantita da tensioni, più o meno nascoste, raramente sopite, sembra un’illusione. Tra un’occupazione intesa dall’ancora assessore Amelia Frascaroli come momento di socialità e uno sgombero come manifestazione di una legalità ritrovata, che, complessivamente, le impietose statistiche smentiscono, non si fa strada l’idea di legalità garantita da opportuni comportamenti collettivi. La sferzata salutare, che, da sola, non potrà essere completamente benefica, potrebbe venire da una campagna elettorale decente. Nella competizione per Palazzo d’Accursio, i protagonisti annunciati potrebbero dare il meglio di sé. Però, non tutti sono “scesi in campo” e persino quelli che momentaneamente già ci sono, in ordine alfabetico: Bergonzoni (Lega Nord), Bugani (Movimento 5 Stelle), Merola (PD) non sono del tutto certi del loro futuro, che, in effetti, non è nelle loro mani. En attendant, il colpo di teatro del centro-destra che potrebbe venire da Alfredo Cazzola, ma anche dalla variegata coalizione di sinistra anti-PD, la società bolognese, non ancora renzianamente “disintermediata”, ma con le associazioni vigili, interessate, pronte a mobilitarsi, è bloccata in uno stallo improduttivo. Ogni cosa a suo tempo sarebbe un proverbio calzante se non fosse che questa campagna elettorale, quasi permanente, è stata lanciata addirittura poco tempo dopo la sua elezione proprio dal sindaco Merola. Dieci anni per attuare un piano di rinnovamento fu la richiesta di Merola. Né le realizzazioni del primo mandato né i sondaggi né, bisognerà pur dirlo, la classifica del Sole 24 Ore e la popolarità di Merola confrontata con quella di altri sindaci sono confortanti. Nonostante le assicurazioni, rituali e ripetitive, del gruppo dirigente del PD, qualcosa continua a non funzionare e a non convincere nella ricandidatura. Senza esagerare né in lodi né in aspettative, l’unico elemento tutto positivo e certo è dato dall’ingresso in città del nuovo cardinale. Però, Matteo Zuppi non può essere considerato un “punto fermo” della vita cittadina. Al contrario, le sue parole hanno mandato il messaggio che molto deve cambiare, a cominciare dalla stessa chiesa cittadina. Sarebbe bello potere concludere affermando con sicurezza che la politica bolognese raccoglierà la sfida del cambiamento. Purtroppo, i segni non indicano probabili novità. More of the same. Poco o nulla di diverso.
Pubblicato il 27 dicembre 2015
Cosa insegna la Spagna. Matteo è ignorante: il suo modello non rispetta la volontà popolare
Con l’esito di questo voto, preannunciato dai sondaggi, la Spagna è diventata in un certo qual modo europea. Non è più una nazione con due grandi partiti a dominare la scena, come era avvenuto negli ultimi 35 anni: ora ha anche altre due formazioni nella Camera bassa, Podemos e Ciudadanos. Ed è lo stesso schema che ritroviamo nel resto del continente, dove non si trovano Paesi con il bipartitismo. Ora la Spagna dovrà imparare quella che Roberto Ruffilli (politologo e parlamentare della Dc, ndr) chiamava la cultura delle coalizioni.
Attenzione però, chi celebra l’Italicum come soluzione all’ingovernabilità dà un segnale di ignoranza assoluta. Gli elettori votano in base ai sistemi elettorali, usano le regole date.
In uno scenario diverso, probabilmente molti elettori di Podemos avrebbero scelto i socialisti per mandarli al ballottaggio, o viceversa. L’Italicum rimane una legge proporzionale fortemente distorsiva della rappresentanza popolare, anche perché al secondo turno costringe tanti cittadini a fare una scelta forzata rispetto al primo voto dato. Quanto ai paragoni tra 5Stelle e Podemos, sono impropri: quello di Iglesias è di fatto un partito.
Pubblicato il 22 dicembre 2015
VIDEO Come si fanno/dovrebbero fare le riforme elettorali e quelle costituzionali?
Intervento a “L’Italia possibile” Verona 13 dicembre 2015
Membra sparse a sinistra
La sinistra italiana, seguendo l’augurio del Presidente del Consiglio, non propriamente il maggiore interprete della cultura di sinistra, si è divertita, ma anche no, a organizzare riunioni, incontri, dibattiti nel fine settimana appena trascorso. In Francia, i socialisti hanno generosamente e saggiamente provveduto con i loro voti a impedire eventuali possibili vittorie delle signore Le Pen e familiari. In Italia, a Roma, la ditta bersaniana ha segnalato ancora una volta in maniera ininfluente la sua distanza dal renzismo che non riesce più a contrastare. A Verona, l’associazione “Possibile” di Pippo Civati e dell’eurodeputata Elly Schlein ha dato inizio all’operazione di costruzione del programma di un improbabile governo. Alla Leopolda, nel suo ambiente (se scrivessi “brodo di coltura” riceverei una fatwa fiorentina), Matteo Renzi si è esibito in una spettacolare azione difensiva dell’operato del suo governo e del non-conflitto di interessi e in qualche spericolata previsione sul successo futuro del partito personalistico. Tuttavia, le membra della sinistra sparse fra governo (non aggiungo “degli annunci”) e opposizioni (qui, sì, aggiungo, dei criticoni) non possono produrre entusiasmi duraturi in quello che sta avviandosi a diventare l’inverno, non del nostro scontento, ma della nostra rassegnazione. Seguirà la primavera delle amministrative che per la sinistra, di governo, di fiancheggiamento, di opposizione si presenta piuttosto delicata. I renziani bolognesi continuano a negare di avere problemi con la ricandidatura del sindaco Merola, il quale nel frattempo, in maniera non del tutto impercettibile, si riposiziona nei pressi del rappresentante locale della ditta bersaniana, vale a dire, l’iperattivo deputato Andrea De Maria. Quel che resta di Sinistra Ecologia Libertà cerca di tenere il piede in due staffe. Abbandonare Merola sarebbe anche possibile, ma non è chiaro dove andare a parare. Tutte le altre frange che raccolgono scontento, ma anche tardive ambizioni di rivincita, aspettano che il loro mentore, Mauro Zani, si decida a dire, oppure, meglio, a trovare la candidatura da opporre a Merola, in assenza della quale la Coalizione civica (nella quale pullulano politici di varia e lunga estrazione) non riuscirà ad andare da nessuna parte. Neppure nell’assemblea tenuta alle Scuderie ha fatto la sua comparsa il cavallo vincente. Tutto rimandato a febbraio 2016, nella speranza, forse, che i fatti e il lavoro ai fianchi continuino a logorare Merola e che a livello nazionale si manifestino apprensioni anche sull’esito bolognese. Comunque, visto da lontano il teatro della politica cittadina appare sufficientemente rappresentativo di quello che succede altrove, più a Milano che nel disastro di Roma. Insomma, la sinistra sparge le sue membra a tutto campo. L’attesa per vedere se riuscirà a ricomporle per tempo non è spasmodica.
Pubblicato il 15 dicembre 2015
Sull’Europa e sulle posizioni di Spinelli #RadioRadicale
“Intervista a Gianfranco Pasquino sull’Europa e sulle posizioni di Spinelli come ricordate da Pannella” realizzata da Cristiana Pugliese .
L’intervista è stata registrata lunedì 14 dicembre 2015 alle 12:05.
Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Cultura, Democrazia, Diritto, Federalismo, Politica, Ue.
La risposta francese
Bloccato grosso modo alle percentuali ottenute al primo turno nelle tredici regioni francesi, il Front National e le signore Le Pen non hanno conquistato nessuna presidenza. Insomma, contrariamente a mal poste previsioni dei commentatori italiani, che non conoscono a sufficienza il sistema elettorale francese, il Front National non ha vinto un bel niente. Tuttavia, sarebbe sbagliato sostenere a questo punto che è il sistema elettorale, squilibrato, maggioritario, ingiusto ad avere causato la sconfitta dei lepenisti. Certamente, il doppio turno, da non accomunare al ballottaggio che ha una logica piuttosto diversa, consente molte cose nel passaggio dal primo al secondo turno. Grazie alla settimana (qualche volta due) che intercorre fra il primo e il secondo turno, tutti –elettori, candidati, dirigenti di partito– imparano qualcosa. Cominciando dagli elettori che sono affluiti alle urne in percentuali chiaramente superiori, 6-7 per cento in più, a quelle del primo turno, hanno imparato che il Front National era in una posizione potenzialmente vincente e che la loro astensione avrebbe avuto effetti non graditi e non gradevoli. Quindi, hanno deciso che, no, le regioni non debbono avere il colore del Front poiché la “loro” Francia è un’altra cosa. Proprio perché il pericolo lepenista era incombente e reale, i socialisti hanno invitato i loro candidati in alcune regioni a desistere, vale a dire a non ripresentarsi al secondo turno, in modo da favorire la vittoria del candidato dei repubblicani di Sarkozy. La desistenza non è ignota neppure alla sinistra italiana che la praticò nelle elezioni generali del 1996 consentendo all’Ulivo di vincere e a Rifondazione comunista di entrare in Parlamento con un buon numero di deputati. Sbagliato vedere nelle desistenze annunciate e effettuate chi sa quale macchinazione diabolica a danno degli elettori anche se, ovviamente, il Front National ha tutto il diritto di sommergere di critiche la convergenza strategica di Socialisti e Repubblicani. Quello che è stato proposto dai dirigenti di partito è stato ratificato trasparentemente dagli elettori che hanno preferito alle candidate del Front National i socialisti in cinque regioni , i repubblicani in sette (due grazie esclusivamente grazie alle generose desistenze dei socialisti, i regionalisti in Corsica. Per chi si preoccupa dei numeri, ma che ha anche l’obbligo di sapere contare, all’incirca il 70-75 per cento degli elettori francesi hanno respinto l’offerta politica, sociale, economica e anti-europea del Front National. Sarebbe stato più “democratico” se avessero vinto le candidate che avevano ottenuto il 40 per cento dei voti al primo turno, lasciando senza rappresentanza il 60 per cento degli elettori? Nient’affatto. Rien du tout. E’ utile aggiungere che in almeno un paio di regioni i socialisti hanno vinto grazie anche alla convergenza esemplare di tutte le frange di sinistra sui candidati socialisti. Talvolta, seppur faticosamente, la sinistra/le sinistre dimostrano qualche apprezzabile saggezza. Dal punto di vista istituzionale, c’è una conclusione molto importante da trarre. Il sistema elettorale francese consente ripensamenti, la formazione di coalizioni, una rappresentanza più vicina alle preferenze della maggioranza degli elettori. Dal punto di vista politico, da un lato, ancora una volta, la maggioranza dei francesi dimostra di sapere tenere a bada chi, come il Front National, propone politiche di sicurezza, di immigrazione, di gestione del potere estranee e opposte alla Francia democratica; dall’altro, come non può non essere in democrazia, la sfida frontista rimane e potrà essere tenuta sotto controllo soltanto da un governo e da un Presidente che sappiano innovare e dare risposte concrete, sul piano sia economico sia culturale. C’è tempo da qui alle prossime elezioni presidenziali del 2017.
Pubblicato AGL il 14 dicembre 2015




