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Aboliamo le Regioni

La terza Repubblica

L’Emilia-Romagna, finalmente, è diventata il target, meglio: l’esempio da imitare e da cercare di superare. Da tempo conclusa la sua “gloriosa” esperienza di regione rossa par excellence, l’Emilia-Romagna è andata persino oltre la “normalizzazione”. Infatti, nel novembre 2014, sulla scia di scandali, avvisi di garanzia, imputazioni che hanno riguardato quasi tutti i consiglieri regionali (anche se indimenticabile dovrebbe restare Flavio Delbono, già vice-Presidente e assessore al Bilancio della Regione, poi promosso a sindaco di Bologna, infine, costretto alle dimissioni per spese personali fin troppo allegre e ad un doppio patteggiamento), andò a votare soltanto il 38 per cento degli elettori. Addio leggendario senso civico nella Regione che tradizionalmente aveva conseguito le percentuali più elevate di affluenza alle urne? No, pesante e motivata, ma purtroppo nient’affatto incisiva, critica degli emiliano-romagnoli, il cui senso civico non è affatto sparito, ma si è tradotto nell’astensione, ad un modo di fare politica. Tentativo di dare una lezione ai politici regionali e non solo. Metabolizzato l’esito emiliano-romagnolo, resta da vedere se i nuovi governanti sapranno migliorare la loro politica e rilanciare l’istituto regionale.

Il punto è questo. A quarantacinque anni dalla loro effettiva, ma tardiva, nascita, le Regioni italiane hanno ancora un compito istituzionale e politico significativo, utile da svolgere per il paese e per il buon governo? E’ lecito dubitarne. Altrettanto lecito è affidare agli elettori delle sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana,Umbria, Veneto) chiamate a rinnovare i loro governanti in un tripudio di cambi di casacche, di frammentazione partitica, di ripicche, di esibizionismi “lady-like”, “l’arduo compito di pensare se e cosa votare” (come giustamente sostenuto da Terza Repubblica). Proprio no. Infatti, mentre il governo va avanti su riforme discutibili, non mostrando neppure la volontà politica e la capacità tecnica di procedere, come promesso, all’abolizione integrale delle province, non si vede nessun progetto, meno che mai dai candidati/e governatori/trici su come rivitalizzare le Regioni.

Una volta, molto ottimisticamente e molto opportunisticamente chiamate da un ceto di voraci giuristi in carriera (ne hanno poi fatta fin troppa) ad essere “le Regioni per la riforma dello Stato”, sono, invece, diventate il brodo di coltura della peggiore (così attestano scandali e indagini giudiziarie che riguardano anche alcuni candidati prominenti) classe politica del paese. Invece di essere riformate e accorpate, le Regioni italiane avranno in regalo addirittura il potere di attribuzione di un doppio lavoro (o dopolavoro): quello di mandare nel Senato modificato settantaquattro loro rappresentanti. Ripensare il Titolo V non soltanto per le attività da affidare alle Regioni, ma per ridefinire la loro stessa struttura è il minimo che si debba chiedere ad un governo di riformatori ancorché improvvisati e apprendisti. Purtroppo, nessuno l’ha chiesto ai potenziali governatori/governatrici i quali, dal canto loro, si sono accuratamente e pudicamente guardati dall’avventurarsi sulla impervia strada del “riformare le Regioni per contribuire ad un miglioramento dello Stato”.

Chi non semina niente non dovrebbe raccogliere niente, vale a dire si merita pochissimi voti alla provvista dei quali, è da supporre, contribuiranno in maniera decisiva, con buona pace di Raffaele Cantone, le reti clientelari che, un po’ dappertutto, sanno che cosa chiederanno e presumibilmente quanto riusciranno ad ottenere in cambio del loro voto, non a caso definibile, di “scambio”. E’ venuta l’ora di scambiare il brutto regionalismo italiano con un assetto istituzionale al tempo stesso più compatto e più snello.

Pubblicato il 25 maggio 2015 su terzarepubblica.it

Quale sviluppo politico possibile oggi?

B

 

Tavola rotonda conclusiva del Laboratorio di istituzioni e politica

“QUALE SVILUPPO POLITICO DOPO LO STATO-NAZIONE?”

organizzato dalla Fondazione Nova Spes in collaborazione con il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Sapienza, nell’ambito del Master di Istituzioni parlamentari“Mario Galizia” per consulenti di Assemblea – Sapienza Università di Roma

Quale sviluppo politico possibile oggi?

giovedì 21 maggio 2015 ore 17

Sala delle Lauree della Ex- Facoltà di Scienze Politiche di “Sapienza” Università di Roma

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sapienza

Le sentenze si applicano e non si manipolano

Le sentenze della Corte Costituzionale si applicano, non si manipolano. Poi, un governo capace provvede rapidamente a modificare, senza violare la Costituzione, le disposizioni di legge che hanno dato origine a inconvenienti, nel caso del blocco delle pensioni, di enorme impatto sul bilancio dello Stato. Restituire ai pensionati 2 miliardi di Euro su un totale stimato di 18 miliardi significa sicuramente evadere quanto scritto dalla Corte ed esporre il governo a probabili sconfitte in caso di ricorsi. Dovrebbe anche seguirne, a meno che la Corte abbia “scherzato”, una replica immediata ad opera degli stessi giudici che hanno il dovere di difendere il loro operato e di imporne la completa osservanza. Hanno forse i giudici la coda di paglia poiché la loro sentenza potrebbe non essere ineccepibile? Non sarebbe ora che la Corte trovasse il modo di informare i cittadini e l’opinione pubblica delle diverse posizioni assunte dai giudici e delle diverse motivazioni? La trasparenza potrebbe spingersi fini alla pubblicazione delle opinioni dissenzienti dalle quali capiremmo anche la qualità dei giudici e grazie alle quali potrebbe emerge una giurisprudenza alternativa.

E’ giusto sollevare criticamente alcune obiezioni alla sentenza emessa. Primo, quasi quattro anni per emettere la loro valutazione appare un termine troppo lungo soprattutto su una tematica che riguarda il benessere dei cittadini e il cruciale rapporto fra Stato e cittadini. Secondo, la rottura del pareggio fra giudici a favore del risarcimento e giudici contrari è stata determinata dal Presidente il quale, forse inevitabilmente, ha ritenuto che una decisione dovesse essere comunque presa. Attendere il giudice indisposto sarebbe stato possibile. Lo si è evitato magari conoscendo la sua posizione, in questo caso probabilmente contraria al risarcimento? Però, esistono anche molte altre responsabilità. In particolare vi sono le responsabilità del Parlamento e dei partiti di non avere proceduto sollecitamente alla nomina dei due giudici costituzionali mancanti. Qualche tempo fa, la cattiva scelta dei candidati alla Corte portò a uno stallo di lungo periodo e a più di venti inutili votazioni. Qualcuno continua a credere che la Corte funzionerebbe meglio se vi fossero rappresentanti di stretta osservanza della loro area politica: centro-destra, democratico, leghista e dovrebbe arrivare anche il momento del pentastellato. Renzi ha già fatto filtrare la sua cattiva intenzione di nominare un “fedelissimo”. I giudici costituzionali dovrebbero essere “fedelissimi” soltanto della Carta costituzionale, evitando, cosa che molti di loro non hanno fatto, di “posizionarsi” per cariche da ottenere alla scadenza del loro mandato di nove anni. Comunque, una Corte senza plenum configura una ferita alla Costituzione e impone che Parlamento e partiti si assumano le loro pesanti responsabilità.

Naturalmente, ci sono anche le responsabilità dei ministri e dei parlamentari. E’ oramai da più di un decennio che ferve il dibattito e si moltiplicano gli interventi sul sistema pensionistico. Possibile che né i ministri e i loro staff né i parlamentari e i loro consulenti, quando non sono semplici “portaborse”, non abbiano sentito la necessità di verificare se il blocco delle pensioni non fosse di dubbia costituzionalità? Sarebbe interessante sapere se neanche i funzionari di Camera e Senato hanno segnalato i rischi di incostituzionalità e, se lo hanno fatto, perché i loro pareri non sono stati adeguatamente recepiti.

Nel complesso, sia dalla sentenza in sé sia dai tempi e dalle modalità con i quali vi si è giunti sia dalle responsabilità dei soggetti coinvolti: giudici, ministri e staff, parlamentari e consulenti, partiti, emerge lo spaccato di un sistema che complessivamente funziona male e risulta inadeguato. In un modo o nell’altro, il costo lo pagheranno i cittadini. Non saranno né la riforma elettorale né la trasformazione del Senato in assemblea numericamente più piccola e non elettiva a produrre miglioramenti. La produzione legislativa tanto del governo quanto del Parlamento deve essere meglio congegnata senza fretta, con maggiore competenza. Questo è il vero significato di governabilità. A questo compito dovrebbero prioritariamente dedicarsi i riformatori consapevoli.

Pubblicato AGL 19 maggio 2015

Quell’eterno ingarbugliarsi

Corriere di Bologna

Complicare le cose che, per di più, già in partenza non sono abbastanza semplici, sembra un’espressione che si attaglia quasi perfettamente alla “corsa” per l’ambita carica di sindaco di Bologna. Sappiamo che, ovviamente e giustamente, il sindaco in carica desidera un secondo mandato. Anzi, si è già ampiamente mobilitato a questo fine. Tuttavia, nel suo partito, sia a livello nazionale sia a livello locale, che dovrebbe essere quello che conta di più, oltre qualche affermazione di rito e parecchia ipocrisia, i dirigenti non hanno né voluto né saputo andare. Tornare alle regole sarebbe la soluzione preferibile. Se non si fa avanti un candidato alternativo, ma anche più di uno, in grado di raccogliere le firme necessarie, nessuna primaria. Non ce n’è bisogno e sarebbe una ridicola attività di spreco di energie e di denaro, ma anche di credibilità nonché di logorio di uno dei pochi strumenti democratici utilizzabili in un partito che, oltre che “della Nazione”, sta fin troppo rapidamente diventando “del Leader”.

Il candidato che alcuni giudicano, ma, ancora non lo dicono, alternativo e praticabile, è il fuoriuscente Rettore, Ivano Dionigi. Il suo non dire né sì né no alla richiesta se si sente disponibile rivela forse incertezza forse ambiguità forse, anche e soprattutto, che sia lui sia alcuni suoi potenziali sostenitori ci stanno seriamente pensando. La visibilità del Rettore in questa città è grande. Le sue capacità di gestione dell’università si sono dimostrate sostanzialmente buone. Certamente, Dionigi non manca di esperienza politica avendo anche, nel passato, fatto il consigliere comunale. La sua vicinanza, probabilmente appartenenza, al Partito Democratico, è nota. Non si è finora esposto in critiche all’operato né del governo né del segretario del suo partito. Dunque, pur essendo, tecnicamente, un professorone, non è annoverabile nella categoria dei gufi.

Qualche nome di professore dotato di visibilità e di capacità manageriali aveva già fatto la sua comparsa in occasione della fase che culminò con le primarie facilmente vinte da Merola quattro anni fa. La storia, a mio parere, non edificante, sembra ripetersi oggi. E’ il prodotto congiunto dell’appetibilità della carica di sindaco e delle tensioni interne al PD bolognese che hanno radici che possono essere fatte risalire alla bruttissima storia del 1998 che terminò con la bruciante sconfitta ad opera di Giorgio Guazzaloca. Non si vede in giro un esponente “civico”, meno che mai della destra bolognese, della statura di Guazzaloca. Probabilmente per questa ragione, renziani ed esponenti della ditta potranno consentirsi di continuare nelle scaramucce, entrambi accusabili di non tenere fede alle loro spesso pronunciate affermazioni: “prima il programma”, e di offrire uno spettacolo non esaltante. Non sono un cultore della velocità, ma un po’di chiarezza su chi sarebbe un buon sindaco (anche a capo della Città Metropolitana) e come sceglierlo meglio, mi piacerebbe. Comunque, trovo giusto e opportuno chiederlo in tempi brevi.

Pubblicato il 16 maggio 2015

20 maggio presentazione in Senato di “Una storia presidenziale (2006 – 2015)”

Paradoxa, ANNO IX – Numero 1 – Gennaio/Marzo 2015

a cura di Gianfranco Pasquino

paradoxa presentazione

Conclusione di  Un Presidente semipresidenziale malgré lui di Gianfranco Pasquino (qui trovate l’introduzione del curatore e il sommario del fascicolo)

Nella valutazione dell’attività, della performance dei detentori di cariche politiche, in special modo di quelle di vertice, oltre a quanto hanno effettivamente fatto, contano le modalità di uscita dalla carica e il loro lascito. Nel corso del suo primo mandato vanno riconosciuti grandi meriti a Napolitano sia nelle modalità con cui ha rappresentato l’unità nazionale sia per avere consentito e facilitato tutti gli aggiustamenti sistemici derivanti dalla crisi terminale del berlusconismo sia supplendo alle carenze dell’opposizione, ma non per offrirle ruoli che non meritava quanto per preparare il terreno di una competizione politica che desse vita alla nuova fase della Repubblica italiana. Il travaglio seguito alle elezioni del febbraio 2013 e la necessità della rielezione di Napolitano hanno rivelato che la nuova fase non era nata e che rischiava di nascere molto male. L’affermazione della leadership di Renzi ha consentito a Napolitano di pensare (sperare?) che la crisi politica fosse in via di superamento e che un governo ambizioso avrebbe potuto produrre le riforme indispensabili ad ammodernare le istituzioni della Repubblica parlamentare italiana. Il Presidente deve anche avere condiviso con il capo del governo l’illusione di tempi rapidi. Forse ha sperato che le sue programmate dimissioni potessero avere luogo successivamente all’approvazione della riforma elettorale. Certamente, non ha ritenuto soddisfatte le sue aspettative in materia di politica europea dell’Italia, campo nel quale la sua visione europeista non ha eguali (se non con quella di Emma Bonino) fra i politici italiani. Il povero bilancio del semestre europeo di Presidenza italiana non ha meritato nessun commento da parte sua.

In generale, mi pare che Napolitano abbia, da un lato, sottovalutato quanto decisiva sia stata la sua opera di supporto e di supplenza; dall’altro, non abbia voluto prendere atto che molti suoi comportamenti si svolgevano all’insegna di un semipresidenzialismo di fatto. Da parlamentarista non pentito ha respinto ogni ipotesi di riforma in questa direzione. È lecito, però, concluderne che se neppure il Presidente che ha saputo combinare la sua autorevolezza personale con l’interventismo istituzionale è riuscito a mettere il sistema politico su fondamenta più stabili, allora sta scoccando l’ora di una riforma, non unicamente di alcune regole e istituzioni, ma del regime, vale a dire di quella che i giuristi chiamano la forma di governo. Vi sarà modo di riflettere sul futuro della forma di governo, anche facendo riferimento alle qualità e alle capacità del successore di Napolitano. Può darsi che il capo del governo non abbia più bisogno dell’appoggio esplicito, autorevole, frequente del prossimo Presidente della Repubblica. Può darsi, ma appare improbabile, che la tanto cercata governabilità, sotto forma di stabilità, poiché l’efficacia dell’azione di governo dipende dalle capacità del capo del governo e della sua coalizione, sarà prodotta dal sistema elettorale. Se, però, così non fosse, vale a dire, se insorgessero difficoltà e tensioni simili a quelle alle quali Napolitano ha sovrinteso e che ha, di volta in volta, risolto, l’opzione semipresidenziale, elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica con poteri esecutivi e sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali, diventerà tanto più necessaria quanto più problematica da perseguire.

Una storia presidenziale (2006-2015)

Ancora sull’Italicum

Larivistailmulino

L’Italicum è un mostriciattolo, ma sicuramente appartiene alla categoria dei sistemi proporzionali con una correzione maggioritaria. La correzione può essere molto sostanziosa, ma, a meno di una drammatica perdita di consensi del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle, non riuscirà mai a sovvertire la proporzionalità complessiva dell’esito. Anche qualora il premio di maggioranza fosse attribuito ad un partito che ha ottenuto il 25 per cento dei voti, l’esito rimarrebbe largamente proporzionale. Infatti, dal 25 per cento del voto sincero al primo turno, il partito vittorioso passerebbe al 54 per cento di seggi con un guadagno del 29 per cento. Tutti gli altri seggi, vale a dire, precisamente il 71 per cento, sarebbero assegnati in maniera proporzionale. Per di più, la bassa soglia di accesso al Parlamento consente e addirittura incoraggia la frammentazione dei partiti e più partitini in Parlamento non equivale a più rappresentatività né a migliore rappresentanza politica. Soprattutto, l’Italicum è un unicum. Non ha nulla in comune con i sistemi elettorali maggioritari in collegi uninominali né con quelli di tipo inglese neppure nella variante, detta majority, australiana, né con il doppio turno francese con clausola di accesso al secondo turno. Andare alla ricerca della disproporzionalità degli esiti fra sistemi proporzionali e sistemi maggioritari è un’operazione che non ha alcun senso scientifico. Per di più, come l’ha effettuata D’Alimonte, utilizzando in maniera inaspettatamente “creativa” i risultati delle elezioni inglesi (nelle quali, incidentalmente, c’è stato un vincitore chiaro e immediatamente individuato al termine dello spoglio), è semplicemente un’operazione sbagliata. Di più: è una vera e propria manipolazione. Infatti, queste operazioni non possono essere contrabbandate come “comparazioni”. Debbono essere condotte come simulazioni, vale a dire vanno costruite intorno a una pluralità di ipotesi in competizione. Se cambiano alcune regole del gioco elettorali allora in che modo e quanto gli elettori ne terranno conto? Per qualsiasi ballottaggio bisogna, ad esempio, tenere conto di chi presumibilmente andrà a votare e delle probabilità degli elettori di votare in maniera strategica.

Nulla di tutto questo si riscontra nelle semplicistiche analisi prodotte non con obiettivi conoscitivi, ma a sostegno pregiudiziale dell’Italicum. Si aggiunga che nei collegi uninominali contano anche le personalità dei candidati, il loro radicamento, la loro campagna elettorale. Quanto ai sistemi proporzionali, tutti i partiti cercano di adattarsi a ciascuno di loro tenendo conto sia dell’eventuale esistenza di una clausola di accesso al Parlamento, che può influenzare più o meno negativamente molti elettori non disposti a votare per partiti che potrebbero non ottenere rappresentanza parlamentare, sia dell’esistenza o meno del voto di preferenza che, sarà opportuno ricordarlo a coloro che vorrebbero eliminarlo come anomalia italiana (ma, l’Italicum non è un’anomalia italianissima?) esiste con diversificate modalità in sedici dei ventotto stati membri dell’Unione Europea.

Al momento, sarebbe preferibile che, soprattutto i non propriamente attrezzatissimi sostenitori dell’Italicum, dei quali, francamente, non conosco le credenziali in materia di studi e di pubblicazioni sui sistemi elettorali, non aggiungessero altre discutibilissime motivazioni. Resta soltanto da vedere se, come, su che cosa potrà farsi ricorso a sacrosanti referendum elettorali (dai quali, in un passato non esattamente remoto, nacquero buone leggi elettorali): abrogazione totale o abrogazioni parziali? La prima strada sembrerebbe possibile se, come molti dicono, il testo rimanente dopo la sentenza della Corte, ovvero il consultellum, è immediatamente applicabile. La seconda dovrebbe essere in grado di ritagliare facilmente i capilista bloccati e le candidature multiple. Potrebbe anche giungere fino a rendere il ballottaggio sempre e comunque obbligatorio. Meno Italicum rimarrà meglio sarà.

Pubblicato il 19 maggio 2015

SCENARIO A DX/ Pasquino: dopo le Regionali Berlusconi incoronerà Marina

Il sussidiario

 

Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net

Un pesante insuccesso di Forza Italia alle Regionali segnerà la fine dell’era del Cavaliere e l’avvicendamento come leader con la figlia Marina. E’ lei il successore designato, non certo Toti né tantomeno Salvini”. Lo afferma Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna, secondo cui “Berlusconi non avrà mai bisogno di correre dietro a Salvini, semmai è il contrario, perché è la Lega che per avere qualche chance di vincere ha bisogno di Forza Italia”.

Professore, partiamo dalla riforma della scuola. Renzi ha sottovalutato la Camusso scambiando il suo peso con quello di un Civati?

Renzi ha sottovalutato non soltanto la Camusso, ma anche la rilevanza della riforma della scuola, della valutazione che deve essere comunque data di un insegnante, del fatto che nessun preside può governare nel suo istituto da solo. Ha attuato quindi una riforma che magari negli obiettivi è condivisibile, ma che dal punto di vista del metodo è altamente criticabile. Ora dialogando di più con i sindacati può ritrovare la rotta giusta, ma deve riuscire a farlo con un consenso più ampio. Le riforme approvate senza il consenso dei riformati rischiano di produrre un nulla di fatto.

Sfidando i sindacati Renzi ha corso un rischio calcolato o semplicemente ha preso una cantonata?

Renzi non conosceva abbastanza la materia, così come non la conosce lo stesso ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini. Ma soprattutto Renzi non conosce abbastanza il legame che esiste tra le famiglie e gli insegnanti. Ci sono insegnanti molto popolari che riscuotono il rispetto, e qualche volta perfino l’ammirazione delle famiglie. Di fronte all’idea che i docenti siano valutati esclusivamente da un preside, le famiglie devono aver reagito in modo significativo. Ciò che abbiamo di fronte è la solita improvvisazione di questo governo, acuita dall’idea che si possa avere un uomo solo al comando non solo a livello di governo ma anche di ciascun istituto scolastico.

Quanto conta in questo braccio di ferro anche il fatto che i sindacati vogliono preservare il potere che hanno dentro la scuola?

Certamente c’è anche questo aspetto. Io sono però convinto che nessun istituto scolastico possa funzionare bene se non c’è un accordo di fondo tra il preside e i docenti. Questo accordo di fondo non passa necessariamente attraverso i sindacati, bensì attraverso la condivisione di valori e obiettivi che si sviluppano all’interno di un istituto. Capisco che ci sia anche un problema di eccessiva mobilità tra i professori, ma nella maggior parte delle scuole superiori i docenti che contano rimangono stabili.

Quali conseguenze politiche può avere invece la sentenza della Consulta sulle pensioni?

La prima conseguenza politica è che quando una Corte decide su materie così importanti dovrebbe avere il plenum. Il Parlamento dovrebbe quindi mettersi in regola ed eleggere rapidamente i giudici che gli spettano eleggere. Magari non necessariamente adeguandosi alla volontà di Renzi di affidare l’incarico a un suo fedelissimo. La seconda conseguenza è che bisogna rendersi conto che il Parlamento approva delle leggi molto discutibili e controverse. Deve quindi imparare a fare le leggi, magari tenendo conto anche di alcuni principi costituzionali. Ultima conseguenza, a questo punto il capo del governo deve ottemperare alla sentenza senza fare il “furbetto”.

Il fatto di dover trovare 12 miliardi può mettere il governo politicamente in difficoltà?

Nel frattempo la crescita del primo trimestre è stata dello 0,3%, ma non so se basterà. D’altra parte il governo ha sempre detto che emettendo liquidità ci sarebbe stato un passo avanti nei consumi, e quindi volendo anche la sentenza della Corte costituzionale può servire a rilanciare l’economia.

Passiamo alle Regionali. La candidatura di Toti in Liguria lo lancerà come successore di Berlusconi?

No. L’unico successore di Berlusconi si chiama Marina. Ha infatti il brand, cioè il cognome, in grado di unificare il centrodestra, è una donna ed è ritenuta una persona capace.

Quando arriverà il suo momento?

Se le elezioni regionali andassero molto male per Forza Italia, il momento di Marina arriverebbe subito dopo. Ci sarebbero un grande ripensamento, una grande convention e il lancio della candidatura alla successione.

Come sarà il centrodestra di Marina?

Sarà un partito moderato. Berlusconi sa benissimo che non può rincorrere Marine Le Pen né Salvini, perché è Salvini che deve rincorrere il Cavaliere. La Lega da sola non vincerà mai, mentre con Berlusconi può avere qualche possibilità di farlo.

Pubblicato il 15 maggio 2015

La Corte a gamba tesa

La terza Repubblica

Vizi e virtù della sentenza sulle pensioni che crea una voragine nei conti pubblici

Concorrere con la Corte e dissentire a viso aperto: è ora. Custode della costituzionalità delle leggi o artefice, in ultima istanza, della legislazione? La Corte costituzionale, come direbbero coloro che non sanno inventare metafore illuminanti, è entrata a gamba tesa sul risanamento finanziario dell’Italia, pure malamente condotto dai governi e dai Parlamenti che si sono succeduti. Non so se è stata la gamba destra della Corte a imporre, per imbarazzare il governo Renzi, la restituzione del maltolto ai pensionati italiani non proprio poveri. Con la sua gamba sinistra, la Corte aveva un anno e cinque mesi fa cancellato il Porcellum facendo un assist decisivo allo stesso Renzi e alle sue allora non proprio note tendenze di riformatore elettorale. Poiché non disponiamo né delle opinioni concorrenti con le quali persino i giudici che formano la maggioranza possono motivare il loro voto né, tantomeno, delle opinioni dissenzienti, sulle quali è possibile, senza scandalo, costruire decisioni future anche contraddicendo quanto sentenziato nel passato, non ci resta che valutare il noto, congetturare, eventualmente criticare.

Il noto è duplice. Primo, dodici giudici, dividendosi a metà, hanno deciso grazie al voto, ebbene, sì’, decisivo del Presidente. Mancavano tre giudici; uno impossibilitato, due perché il Parlamento (ovvero i partiti e i gruppi parlamentari) non ha fatto il suo dovere di eleggere i due giudici di sua spettanza. Abbiamo già assistito a ritardi insopportabili, a veti su candidati non propriamente impeccabili, a mercanteggiamenti squallidi. Adesso sembra che Renzi abbia deciso che la qualifica essenziale di uno dei prossimi giudici debba essere quella di suo “fedelissimo”. Davvero una brillante motivazione che, indubbiamente, contribuirà a migliorare la qualità delle sentenze costituzionali. Il secondo elemento noto è che i giudici costituzionali trovano spazi come praterie grazie alla cattiva legislazione prodotta dal Parlamento italiano. Forse, però, anche ne approfittano in maniera non esente da critiche. In materia elettorale, per esempio, non sono ancora giunti a una giurisprudenza certa. Li attendiamo al varco quando, sperabilmente presto, dovranno valutare quel mostriciattolo chiamato Italicum (sfuggito troppo rapidamente dalle non acuminate grinfie del Presidente Mattarella).

In materia di pensioni, in attesa di leggere la sentenza, si possono formulare alcune ipotesi e, gioco di parole, ipotizzare una possibile lettura alternativa. Come al solito ingiustamente criticato, il giudice costituzionale Giuliano Amato è stato costretto a dichiarare, in maniera irrituale, di avere espresso voto contrario. Questa è un indizio di cui tenere conto. Non soltanto Amato è un autorevolissimo costituzionalista, ma è anche stato un governante con i fiocchi, due volte Presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro. Ecco, i sei giudici del pareggio sbloccato dal Presidente hanno probabilmente votato tenendo conto soltanto del principio di eguaglianza (quanto sia stato effettivamente violato non saprei dire). Non hanno in alcun modo contemperato quel principio con quello della progressività, che riguarda la tassazione, e con l’articolo 81 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio. Sono due considerazioni sicuramente presenti nel voto contrario di Amato.

Ristabilire un’equità eventualmente violata aprendo nel bilancio dello Stato una voragine che finirebbe per colpire i meno abbienti potrebbe avere/avrà conseguenze negative per tutto il paese e in maggiore misura per i ceti meno avvantaggiati. Adesso, il governo deve comunque procedere senza trucchi, senza furbizie, senza procrastinamenti a dare attuazione alla sentenza della Corte. Il Parlamento deve, a sua volta, procedere all’elezione dei due giudici mancanti, non scegliendoli fra i fedelissimi di nessuno tranne che della Costituzione, l’unica parte dalla quale bisogna stare “senza se senza ma”. I cittadini dovrebbero, invece, chiedere che siano selezionati parlamentari e governanti con qualche competenza legislativa e che la Corte proceda a una riforma che renda ciascuno dei giudici chiaramente responsabile di come vota e di come motiva il suo voto: sanissime opinioni dissenzienti, ma, come accennato sopra, anche concorrenti. Questa è davvero una buona riforma “costituzionale”.

Pubblicato il 15 maggio 2015 su terzarepubblica.it

 

Invito al Salone del libro di Torino #Cittadinisenzascettro #SalTo15

Sabato 16 maggio, ore 19 Spazio autori
Cittadini senza scettro? Le riforme sbagliate
Intervengono

Luigi Bobbio, Gianfranco Pasquino e Piero Fassino

 
In presentazione il libro di Gianfranco Pasquino

CITTADINI SENZA SCETTRO
Le riforme sbagliate

Università Bocconi Editore

salone-libro-torino

invito_16maggio

Com’è lontana Bologna

Corriere di Bologna

Bologna: che cosa? Già. Che cosa sanno della politica di Bologna i vertici del Partito Democratico, segretario, ovviamente, compreso, e quanto se ne interessano? Si direbbe pochino poiché quando vengono interpellati e quando rilasciano dichiarazioni si esprimono in maniera piuttosto vaga, generica, talvolta confusa. Qualcuno potrebbe sostenere che quei vertici hanno molte cose più importanti di cui occuparsi. Altri potrebbero aggiungere che danno per scontato che a Bologna le cose vanno bene, per il partito, per i renziani, per l’amministrazione comunale. Altri, infine, potrebbero farsi belli di un’affermazione impegnativa: Bologna ai bolognesi, alla loro autonomia di pensiero, di giudizio, di azione. Insomma, troppo spesso accusato di autoritarismo, palese o latente, il potente segretario Matteo Renzi è talmente democratico da non interferire in una situazione locale che, pure, per lui dovrebbero essere importante. Oppure, meno benevolmente, l’autonomia graziosamente concessa a Bologna deriva dal fatto che “l’uomo solo al comando” si è talmente distaccato dal corpo di un partito dato per sicuramente renziano che, anche quando si volta a guardare se lo seguono, Bologna la vede poco.

I bolognesi non dovrebbero essere preoccupati dal disinteresse di Renzi e, soprattutto, dei renziani. Alla città ci penseranno loro, sperabilmente, senza perdere tempo e energie nella oramai famigerata ricerca di “briscoloni” e di papi neri. Invece, preoccupato dovrebbe essere e, in parte, ha già dato mostra di esserlo, il sindaco Merola diventato tempo fa acrobaticamente renziano. Merola sembra oramai nettamente impegnato a candidarsi per un secondo mandato. Con poche, ma non marginali, eccezioni i dirigenti locali del PD non hanno respinto la sua ri-candidatura, ma sarebbe davvero esagerato affermare che il loro appoggio è entusiastico, totale, convinto né che siano tutti pronti a collaborare pancia a terra. Insomma, per Merola qualche parola chiara spesa dai vertici nazionali del suo partito sarebbe una boccata d’ossigeno di cui ha bisogno.

Altre tematiche sono al momento più importanti e più imminenti per il segretario del Partito Democratico. Sono alle porte le elezioni in sette regioni, che Renzi non può permettersi di perdere e che, anzi, gli servirebbero come ratifica positiva delle sue prime riforme. Poi, si vedrà se Bologna e il suo sindaco meritano un po’ del prezioso tempo di chi sta al governo per fare le riforme. Oppure se, come appare attualmente, esiste uno scollamento fra il cerchio governante del PD nazionale e i suoi rami locali. Ricordandosi del compagno Mao, Presidente della “ditta” comunista cinese, Merola farebbe comunque meglio, ingoiata la delusione della mancata pronuncia renziana a suo favore, a “contare sulle sue forze”, a “camminare sulle sue gambe”. Quanto agli elettori bolognesi, non perdano la speranza in qualcosa di nuovo (che, però, difficilmente arriverà dalle iniziative del deputato Andrea De Maria).

Pubblicato il 10 maggio 2015