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Aboliamo le Regioni

La terza Repubblica

L’Emilia-Romagna, finalmente, è diventata il target, meglio: l’esempio da imitare e da cercare di superare. Da tempo conclusa la sua “gloriosa” esperienza di regione rossa par excellence, l’Emilia-Romagna è andata persino oltre la “normalizzazione”. Infatti, nel novembre 2014, sulla scia di scandali, avvisi di garanzia, imputazioni che hanno riguardato quasi tutti i consiglieri regionali (anche se indimenticabile dovrebbe restare Flavio Delbono, già vice-Presidente e assessore al Bilancio della Regione, poi promosso a sindaco di Bologna, infine, costretto alle dimissioni per spese personali fin troppo allegre e ad un doppio patteggiamento), andò a votare soltanto il 38 per cento degli elettori. Addio leggendario senso civico nella Regione che tradizionalmente aveva conseguito le percentuali più elevate di affluenza alle urne? No, pesante e motivata, ma purtroppo nient’affatto incisiva, critica degli emiliano-romagnoli, il cui senso civico non è affatto sparito, ma si è tradotto nell’astensione, ad un modo di fare politica. Tentativo di dare una lezione ai politici regionali e non solo. Metabolizzato l’esito emiliano-romagnolo, resta da vedere se i nuovi governanti sapranno migliorare la loro politica e rilanciare l’istituto regionale.

Il punto è questo. A quarantacinque anni dalla loro effettiva, ma tardiva, nascita, le Regioni italiane hanno ancora un compito istituzionale e politico significativo, utile da svolgere per il paese e per il buon governo? E’ lecito dubitarne. Altrettanto lecito è affidare agli elettori delle sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana,Umbria, Veneto) chiamate a rinnovare i loro governanti in un tripudio di cambi di casacche, di frammentazione partitica, di ripicche, di esibizionismi “lady-like”, “l’arduo compito di pensare se e cosa votare” (come giustamente sostenuto da Terza Repubblica). Proprio no. Infatti, mentre il governo va avanti su riforme discutibili, non mostrando neppure la volontà politica e la capacità tecnica di procedere, come promesso, all’abolizione integrale delle province, non si vede nessun progetto, meno che mai dai candidati/e governatori/trici su come rivitalizzare le Regioni.

Una volta, molto ottimisticamente e molto opportunisticamente chiamate da un ceto di voraci giuristi in carriera (ne hanno poi fatta fin troppa) ad essere “le Regioni per la riforma dello Stato”, sono, invece, diventate il brodo di coltura della peggiore (così attestano scandali e indagini giudiziarie che riguardano anche alcuni candidati prominenti) classe politica del paese. Invece di essere riformate e accorpate, le Regioni italiane avranno in regalo addirittura il potere di attribuzione di un doppio lavoro (o dopolavoro): quello di mandare nel Senato modificato settantaquattro loro rappresentanti. Ripensare il Titolo V non soltanto per le attività da affidare alle Regioni, ma per ridefinire la loro stessa struttura è il minimo che si debba chiedere ad un governo di riformatori ancorché improvvisati e apprendisti. Purtroppo, nessuno l’ha chiesto ai potenziali governatori/governatrici i quali, dal canto loro, si sono accuratamente e pudicamente guardati dall’avventurarsi sulla impervia strada del “riformare le Regioni per contribuire ad un miglioramento dello Stato”.

Chi non semina niente non dovrebbe raccogliere niente, vale a dire si merita pochissimi voti alla provvista dei quali, è da supporre, contribuiranno in maniera decisiva, con buona pace di Raffaele Cantone, le reti clientelari che, un po’ dappertutto, sanno che cosa chiederanno e presumibilmente quanto riusciranno ad ottenere in cambio del loro voto, non a caso definibile, di “scambio”. E’ venuta l’ora di scambiare il brutto regionalismo italiano con un assetto istituzionale al tempo stesso più compatto e più snello.

Pubblicato il 25 maggio 2015 su terzarepubblica.it


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