Home » Uncategorized (Pagina 264)
Category Archives: Uncategorized
Presentazione del volume “Il PD secondo Matteo”
Giovedì 11 settembre 2014 alle ore 17.30 presso la Sala della Vaccara, Piazza IV novembre – Perugia
Presentazione del volume a cura di G. Pasquino e F. Venturino
Il PD secondo Matteo
Bononia University Press
Intervengono
Gianfranco Pasquino Professore Emerito Università di Bologna
Giacomo Leonelli Segretario regionale PD
Alberto Stramaccioni Università Per Stranieri di Perugia
Fulvio Venturino Università di Cagliari
Modera Maurizio Tarantino Biblioteca Augusta di Perugia
La scienza Politica in Italia. Omaggio a Giovanni Sartori Tavola rotonda
XXVIII Convegno SISP
Università di Perugia – Dipartimento di Scienze Politiche e Università per Stranieri di Perugia – Dipartimento di Scienze Umane e Sociali 11 – 13 settembre 2014
Giovedì 11 Settembre 2014
II Sessione Plenaria Teatro del Pavone (Piazza della Repubblica)
21.30-23.00
Tavola rotonda La scienza Politica in Italia. Omaggio a Giovanni Sartori
Ilvo Diamanti, Università di Urbino
Domenico Fisichella, già Ministro dei beni culturali
Angelo Panebianco, Università di Bologna
Gianfranco Pasquino, Emerito Università di Bologna e Bologna Center Johns Hopkins University
Moderano:
Pietro Grilli di Cortona, Università “Roma Tre” e Presidente SISP
Alessandro Campi, Università di Perugia
Parole e opere di Matteo Renzi. I voti di Gianfranco Pasquino
Intervista raccolta da Francesco De Palo per Formiche.net 1 settembre 2014
Promesse, riforme, dossier europei e modus operandi: i voti a Matteo Renzi premier stilati dal prof. Gianfranco Pasquino, politologo ed editorialista.
Certamente è solo ma non sarà l’ultimo. Gioco-forza deve avere un circolo di consiglieri ristretti. Per il resto si priva del rapporto di altre persone che spesse volte potrebbero sostenerlo maggiormente in scelte e decisioni. Il motivo? Immagino per una visione partitica alterata, visti e considerati i risultati abnormi ottenuti dal Pd alle europee che nessuno sa se potranno essere replicare alle politiche.
Aveva promesso una riforma al mese. Troppo ottimismo?
La riforma del Senato non è ancora completata, ha sì mandato la Mogherini in Europa sperando che difenda l’italianità, ma dovrà dimostrare sul campo di essere un buon ministro degli esteri europeo.
Dalla riforma della giustizia civile alla velocizzazione delle opere pubbliche, passando per Tap e dossier energia: sembra una tabella di marcia di un governo di centrodestra?
Certamente si tratta di questioni nazionali. La riforma della giustizia deve essere fatta per tutti noi: modificando la giustizia civile si crea un vantaggio in particolare anche per gli investitori stranieri. Non dimentichiamo che siamo un Paese che, da tempo, non fa le cose che dovrebbe fare come il gasdotto Tap che è essenziale.
Il primo probabilmente no. Gli 80 euro potevano essere tranquillamente concessi, anche se è evidente che non hanno funzionato così come osservano gli economisti più avveduti: contano moltissimo le aspettative. Circa il mercato del lavoro credo che l’errore sia non parlarne esattamente, non presentare un progetto articolato e chiaro. Bisognerebbe dire che un mercato del lavoro più flessibile avvantaggerebbe molto di più coloro chi è senza occupazione.
Non c’è la volontà di andare fino in fondo?
Da questo punto di vista Renzi dovrebbe smetterla di fare la tipica melina e piuttosto prendere a paradigma le proposte di chi se ne intende, come Pietro Ichino, per riformare il mercato del lavoro.
Probabilmente sì, ma rientrano in quelle tecniche comunicative di cui abbiamo detto. Per cui bisogna attendere che il tutto arrivi al vaglio del Parlamento.
L’Italia è in recessione: basteranno le promesse dei mille giorni per raddrizzare la barra?
Il Paese ha bisogno di un rilancio, quindi intendo crescita e sviluppo. Contrariamente sarebbe un fallimento. Vorrei ricordare a tutti che la promessa di Renzi era di fare una riforma al mese e fino ad oggi non ne abbiamo vista neanche una compiuta. Ecco perché, da questo momento in poi, mi aspetto che ne siano portate a termine quattro o cinque, basilari, per caratterizzare il governo e, a maggior ragione, un governo di centrosinistra.
Aspettarsi che la Bce risolva i problemi di cento Paesi mi sembra eccessivo. Dopo di che, credo sia giusto riporre molte aspettative in Draghi, in quanto uomo di grande competenza e capacità. E’ la ragione per cui va posta molta attenzione quando Draghi segnala dei problemi, così come fatto a Jackson Hole, che dovranno poi essere assorbiti da Berlino. In generale tendiamo a pensare che la Cancelliera Merkel rappresenti la faccia e le istanze di una molteplicità di Stati come quelli nord europei (Svezia e Finlandia), ma questa volta penso che abbia esagerato in quanto sembra pensi solo agli interessi tedeschi piuttosto che rilanciare l’economia continentale. Ricordiamo che anche la Germania presenta numeri non incoraggianti sulla crescita, quindi quel contatto telefonico fra Draghi e la Merkel credo sia un complimento per il nostro governatore.
twitter@FDepalo
Non basta andare di corsa
Il “passo dopo passo” dichiarato da Renzi a conclusione di quello che doveva essere un importante Consiglio dei Ministri rappresenta un significativo arretramento rispetto alla avventata promessa iniziale di “una riforma al mese” oppure è il segno di un ritrovato pragmatismo? Il Presidente del Consiglio sembra essersi accorto che per governare un paese complesso come l’Italia, popolato da quelli che lui chiama gufi e rosiconi, infestato da professoroni, bloccato da burocrati e banchieri, non basta correre. Non basta inviare molti tweet (facendo affidamento sui giornalisti amichevoli). Bisogna riflettere, selezionare, investire tempo ed energie, convincere. Soprattutto, è venuta l’ora di indicare un progetto di lungo periodo (Renzi si è dato un orizzonte di mille giorni a partire dal primo settembre) e di formulare una strategia. Infatti, l’Italia è stata bloccata da governi come, in particolare, ma non esclusivamente, quelli guidati da Berlusconi, che di strategie di lungo periodo, tranne quella della propria sopravvivenza, non ne avevano proprio. Correre e fare in fretta sono due modalità d’azione, qualche volta apprezzabili anche in politica, ma non si trasformano automaticamente in nessuna strategia in grado di mobilitare le forze vitali di coloro, che quasi sicuramente non sono la maggioranza in Italia, vale a dire, i riformisti, che vogliono davvero cambiare, lavorando.
Alla necessità di dare contenuti chiari e precisi ai suoi provvedimenti, a non affastellare, ma a tenere distinti i diversi ambiti delle riforme e a stabilire una sequenza di priorità, Renzi è stato richiamato dal Presidente Napolitano il quale, oramai da vero e severo governante ombra, ha poi anche discusso di cifre, conti, coperture con il Ministro dell’Economia. In Europa, non basterà replicare al settimanale “‘Economist” gustando ostentatamente gelati (italiani, of course) e neppure dicendo che stiamo già facendo i compiti a casa, che non è del tutto vero. Bisognerà, invece, conquistare la flessibilità possibile sulla base di riforme italiane che sveltiscano il funzionamento della giustizia civile, la quale, oltre ad essere un costo sistemico per l’Italia, scoraggia gli investimenti stranieri, e che rendano più efficiente la burocrazia e migliore la scuola. Di sicuro, la burocrazia, che per natura è inevitabilmente una struttura popolata da conservatori, si opporrà a qualsiasi riforma, in modo speciale a quelle che colleghino carriera e stipendi alla produttività e all’efficienza. Tuttavia, un attacco frontale ai burocrati senza distinguere fra loro gli efficienti e gli indispensabili dai troppi altri provoca soltanto rigetto ed è destinata, se non a fallire, a dare scarsi e sterili frutti. Un discorso molto simile vale per la scuola sulla alquanto abborracciata riforma della quale lo stesso Napolitano, che non è un esperto, ha chiesto a Renzi chiarimenti e approfondimenti.
L’entusiasmo seguito al tanto inaspettato quanto straordinariamente positivo risultato per il PD e, indirettamente, per il suo segretario-capo del governo, delle elezioni europee del maggio sembra sostanzialmente svanito. Il Presidente del Consiglio rincorre qualche successo di prestigio, come, ad esempio, la nomina di Federica Mogherini a responsabile della politica estera dell’Unione Europea: un riconoscimento, ma anche una difficile sfida. Gli operatori economici, italiani e soprattutto europei, attendono, invece, di vedere una strategia di fondo che si proponga di portare l’Italia fuori dalla recessione. Efficace è lo slogan del decreto “Sblocca-Italia”, ma per andare in quale direzione, perseguendo quali obiettivi prioritari e con quali modalità? Oltre al tempo per correre, c’è anche un tempo per riflettere, magari, in questo caso, concentrandosi, studiando (in fretta) e andando al di là del troppo ristretto e non abbastanza attrezzato cerchio dei consiglieri del Presidente del Consiglio.
Pubblicato AGL domenica 31 agosto 2014
La gara, finalmente
“Ce n’est qu’un début” direbbero gli studenti del maggio francese del 1968. Siamo soltanto agli inizi delle molto importanti primarie per diventare non soltanto il candidato del Partito Democratico, ma, in rapida sequenza, anche, visto lo sfacelo del centro-destra, il prossimo Presidente della Regione Emilia-Romagna. Il “Corriere di Bologna” ha già abbondantemente spiegato chi sono i candidati e da dove vengono. Toccherà poi ai candidati spiegare perché saranno ottimi Presidenti della Regione e, se parleranno di innovazioni, chiarire anche quali, dove e come. Sì, contrariamente a quello che ha detto Bersani, le primarie sono un grande spazio politico e tanto meglio se diventano affollate. No, contrariamente a quello che ha detto Bersani, immagino che volesse rimproverare qualcuno, il Partito Democratico non è affatto tenuto ad avere un suo candidato ufficiale e se Daniele Manca non si è presentato (o è stato “invitato” a non presentarsi), la scelta è stata (tutta?) sua.
Senza scandalo alcuno, succede così anche negli Stati Uniti, è già cominciata la fase degli endorsements, ovvero delle dichiarazioni a sostegno dei vari candidati. Sono tutte suggestive, vale a dire suggeriscono qualcosa. Dietro Bonaccini, superrenziano della seconda ora (nella prima ora era ancora bersaniano di ferro), si è schierata, con qualche aggiunta, quasi tutta la vecchia guardia del PD, non nata ieri e che, evidentemente, vuole ricordare al segretario regionale che ci sono carriere in corso, da tutelare. Invece, Bersani dice che lui il nome del suo candidato lo farà poi. Suspense, anche per il candidato di Prodi. Sembrava, e certamente ci contava, dovesse essere Patrizio Bianchi che, adesso, se quel pesante endorsement prodiano (andato nel passato cittadino sia a Cofferati che a Delbono) non venisse, sta già intrattenendo l’idea del ritiro e della convergenza, legittima, ma anche un po’ deludente. Insomma, invece di essere resistenti e di portare in maniera convinta nelle primarie le loro idee, alcuni preferiscono essere “desistenti” in attesa di qualche carica a futura memoria. Neanche questa operazione, assolutamente legittima, deve essere considerata scandalosa. Sicuramente impoverisce il dibattito e riduce le possibilità di scelta degli elettori.
Dall’abbondanza di candidature, che è e rimane un pregio, la prospettiva è che si giunga, se Matteo Richetti confermerà la sua candidatura, ad una bellissima triangolazione. Con lui, renziano veracissimo, ma un po’ trascurato dal suo leader, rimarranno in campo Bonaccini, con le ambizioni ridimensionate per una carica che gli preclude una carriera nazionale, e Roberto Balzani che sa correre rischi, anzi, ai rischi va incontro con la sua biografia e il suo profilo programmatico. Lasciando perdere la classica, ma troppo spesso smentita dai fatti, attribuzione della qualità di laboratorio all’Emilia-Romagna, ci troveremo pertanto di fronte ad un confronto scontro assolutamente interessante fra un candidato, Bonaccini, che, nonostante il suo ostentato renzismo, viene, certamente non a sua insaputa, condizionato dalla vecchia guardia (che non s’arrende e non ha nessuna inclinazione a morire), il renzianissimo Richetti e un renziano per idee proprie, Roberto Balzani che, almeno finora, non deve niente e non ha chiesto niente a nessuno. Menù corto, ma piatti ricchi: le primarie sono servite.
Pubblicato il 31 agosto 2014
Le nuove sfide della democrazia in America Latina
“Entre el malestar y la innovación. Los nuevos retos de la democracia en América Latina” è il titolo della conferenza preparatoria per il Congresso internazionale sulla Democrazia che Gianfranco Pasquino terrà Lunedi 25 agosto alle ore 11 nell’aula 201 della Facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università di Rosario, Argentina.
Diploma di Ospite d’Onore della Città di Buenos Aires a Gianfranco Pasquino
Il 22 agosto 2014 nella Sala “Eva Peron” del Palazzo Legislativo, monumento storico nazionale, Gianfranco Pasquino ha ricevuto il Diploma di Ospite d’Onore della Città di Buenos Aires dalle mani del Vice Presidente dell’Assemblea legislativa cittadina, Cristian Ritondo.

El profesor Gianfranco Pasquino recibió el Diploma de Huésped de Honor de manos del Vicepresidente Primero de la Legislatura de la Ciudad de Buenos Aires

Dr. Martín D Alessandro, profesor Gianfranco Pasquino, diputado Cristian Ritondo y Dr. Vicente Donato

Dr. Martín D Alessandro, profesor Gianfranco Pasquino, diputado Cristian Ritondo y Dr. Vicente Donato
Dal comunicato pubblicato sul sito della Legislatura Porteña Ciudad autonoma de Buenos Aires
La política es una actividad noble
Así lo expresó el prestigioso politólogo y miembro del Comité sobre asuntos constitucionales en Italia, tras recibir el Diploma de Huésped de Honor de la Ciudad de Buenos Aires de manos del Vicepresidente Primero, diputado Cristian Ritondo.
“Es un gran honor para mí recibir esta distinción de la Legislatura de la Ciudad de Buenos Aires. Con la sola excepción del año 2009, visito esta ciudad anualmente desde 1999 cuando vine por primera vez para dictar una maestría en la representación de la Universidad de Bologna”, dijo el profesor Gianfranco Pasquino tras recibir el Diploma de Huésped de Honor.
Y añadió que “La política debe ser enseñada como una actividad noble, como un puente para construir destinos personales, para cambiar y producir avances en la sociedad”. A la vez, destacó que “puede ser estudiada científicamente y podemos enseñarla para producir cambios. La política es un modo de construir relaciones, de producir conocimientos, de mejorar la vida de las personas; y esto he tratado de hacer en Italia y en Argentina”…
continua a leggere qui http://www.legislatura.gov.ar/noti_ver.php?ver=3854
Il partito dell’investitura
Primarie o manfrine? Meglio, quanto dovranno aspettare gli elettori attuali e potenziali del Partito Democratico per essere sicuri che, finite le manfrine, stucchevoli e in probabile violazione dello Statuto del PD, si passerà alla presentazione ufficiale delle candidature e al confronto fra persone e programmi per governare l’Emilia-Romagna? Pare a molti che la logica delle primarie, che, conoscendole un po’, è quella della competizione fra più persone per ottenere la candidatura ad una carica democratica, implica che nessuno, proprio nessuno debba ottenere una qualsiasi, tantomeno previa, investitura romana. Purtroppo per tutti, è una pratica che abbiamo già visto (per esempio, a favore di Delbono). Che poi l’investitura debba venire da colui che proprio grazie alla sua ambizione e alla sua audacia ha costruito la sua, finora brillante, carriera politica su primarie senza rete, appare preoccupante, sia per Renzi, se davvero investirà qualcuno, sia, ancora più per l’investito che pare debba essere il tentennante Bonaccini. Quanto agli altri, certo, sarà interessante sapere se i “prodiani” vorranno sostenere Patrizio Bianchi, ma prima l’ex rettore e attuale assessore regionale si decida lui. Faccia come giustamente e severamente ha sostenuto Arturo Parisi sulle pagine del Corriere di Bologna. Alzi la mano, dica, in verità qualcosa ha già accennato, che si sente pronto anche perché sa fare qualcosa di importante, e si candidi limpidamente. Poi vedremo se altrettanto limpidamente, non è sempre stato così, i prodiani vorranno sostenerlo, a loro volta spiegando perché lo ritengono il migliore.
Mentre qualcuno aspetta eventuali imbeccate e fortunate desistenze, l’unico che ha dimostrato di credere fino in fondo nella procedura democratica delle primarie (ne vinse di combattutissime per diventare sindaco di Forlì) e di volerle interpretare correttamente, è Roberto Balzani. Si è candidato senza chiedere permesso a nessuno. Se si presenterà un altro candidato, la potente logica delle primarie e lo Statuto del PD impongono che le primarie vengano fatte sul serio. Ci mancherebbe altro che a fronte della presenza di una candidatura “unta” dall’alto, tutti si ritirassero oppure, peggio, venissero costretti a rinunciare per qualche inconfessabile “ragion di partito”. Per mantenere l’unità del partito ma, al tempo stesso, violando uno dei principi fondativi del Partito Democratico? Con il lessico rituale e un po’ ipocrita del passato si sarebbe detto che la pluralità di candidature riflette un partito dalle molte sensibilità. E, allora, che le “sensibilità” si misurino in campo apertamente, in maniera trasparente e persino dura attraverso le loro proposte per dare alla Regione Emilia-Romagna una guida innovativa che la rilanci al di là dei successi un po’ appannati dei tempi recenti.
Le primarie sono fatte apposta per invitare un elettorato il più ampio possibile a scegliere il candidato, al tempo stesso, preferito e in grado di vincere e governare. Le divisioni inevitabili, che non debbono preoccupare la discesa in campo di Daniele Manca, nella scelta si ricomporranno per sostenere il candidato vittorioso. Tutto il resto non è soltanto stucchevole manfrina, ma è la cattiva politica di chi, certamente, non potrà poi introdurre innovazioni alla guida della Regione.
Pubblicato il 22 agosto 2014
#Checkpoint Renzi, le riforme e la situazione economica europea
Intervista rilasciata il 14 Agosto 2014 a Checkpoint, rubrica di TgCom24.
Esiste un caso Italia?
Renzi ha incontrato Draghi e Napolitano: c’è un Renzi sotto tutela?
Renzi senza Berlusconi può fare le riforme che servono al Paese?
Art.18, totem e tabù: bisogna metterci mano?
Tagli: perchè non si riesce ad incidere, sono così forti le corporazioni?
Senato delle Regioni: è una buona riforma?
C’è autoritarismo in queste riforme?
E’ vero che se Renzi fallisce non ci sono alternative?
L’Italia è sotto attacco dei poteri forti?
Ha un futuro il Movimento cinque stelle?
Nuovo Senato: rumore e sostanza
Sarebbe sbagliato liquidare la riforma del Senato affermando con William Shakespeare “molto rumor per nulla”. Il rumore c’è stato, forte, non soltanto per colpa dell’ostruzionismo degli oppositori, ma anche della cattiva conduzione del Presidente del Senato fin troppo pressato dal governo e dal Partito Democratico. Senza essere epocale, la riforma del Senato ha sostanza. Evitando un lessico sbagliato – il bicameralismo italiano non è affatto perfetto, ma paritario-, il Ministro Boschi ha ottenuto la necessaria differenziazione fra le due Camere. Lo ha fatto in maniera farraginosa con un esito in parte criticabile, ma migliorabile nelle prossime letture, andando nella direzione di una Camera che rappresenti le autonomie territoriali. Nessuna seconda Camera nelle democrazie parlamentari europee dà (né toglie) la fiducia al governo. Nessuna seconda Camera è elettiva. La più forte e meglio funzionante delle seconde camere è certamente il Bundesrat che meritava di essere imitato: 69 rappresentanti nominati tutti dalle maggioranze che hanno vinto in ciascun Land. La composizione del Senato italiano delle autonomie sarà, invece, alquanto eterogenea e confusa: 74 rappresentanti dei Consigli regionali, alquanto squalificati dai troppi scandali, 21 sindaci, scelti da quegli stessi consigli, 5 senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica, più, almeno transitoriamente (auguri di lunga vita), gli attuali senatori a vita e gli ex-Presidenti della Repubblica.
Persa la fiducia, il Senato delle autonomie avrà competenze nelle materie regionali (da definirsi con più precisione una volta riformato il Titolo V della Costituzione), sui diritti, sulle modifiche costituzionali, sulla legge di bilancio che potrà rinviare alla Camera dei deputati per il voto definitivo. I nuovi Senatori parteciperanno all’elezione del Presidente della Repubblica. Tuttavia, non è ancora stato stabilito da chi sarà composta l’assemblea di quegli elettori. Il grande rischio è che, fra i nominati dai Consigli regionali e, se l’Italicum non introdurrà il voto di preferenza, i deputati nominati dai partiti, per di più con il partito o la coalizione vittoriosa, “premiata” con un centinaio di seggi aggiuntivi, emerga una maggioranza pigliatutto. La proposta di includere anche gli Europarlamentari nell’assemblea che eleggerà il Presidente della Repubblica non è stata accettata, ma sarà riconsiderata alla Camera. A mio parere, cambierebbe poco. Meglio sarebbe stato accettare la proposta di elezione popolare diretta del Presidente (un modo per dare potere a un elettorato al quale se ne sta togliendo parecchio) sia come norma sia dopo tre votazioni parlamentari inconcludenti consentendo il ballottaggio di fronte all’elettorato fra i due candidati più votati. La riforma approvata sancisce finalmente l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, da anni ente tanto inutile quanto costoso, e delle provincie.
Approvata da 183 Senatori sui 321 che hanno diritto di voto (315 più 5 senatori a vita più un ex-Presidente della Repubblica), a questo stadio la riforma, non avendo ottenuto i due terzi dei voti favorevoli, potrebbe essere sottoposta ad un referendum costituzionale facoltativo. Male fanno sia il Ministro Boschi sia il Presidente del Consiglio Renzi ad affermare che, comunque, il governo chiederà (sicuro di vincerlo) il referendum. Chiesti dal governo, i referendum diventano sgradevoli plebisciti. Dovranno, se lo desiderano, chiederlo un quinto dei parlamentari di una Camera (quindi anche gli attuali Senatori) oppure 5 Consigli regionali oppure 500 mila elettori. Il governo ha rinunciato, almeno temporaneamente, ad aumentare il numero di firme per chiedere i referendum e ha consentito l’introduzione del referendum propositivo con il quale i cittadini “scrivono” una legge da sottoporre a tutti gli elettori. Seppur parecchio pasticciata, la modifica della composizione e dei compiti del Senato è una riforma accettabile. Tuttavia, la sua combinazione con una legge elettorale alquanto brutta dovrà essere effettuata tenendo in grande considerazione i freni e i contrappesi da porre a chi vince e aumentando il potere degli elettori.
Pubblicato AGL 9 agosto 2014






