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La politica in carne e ossa
Provo regolarmente un certo fastidio quando leggo che per qualche carica pubblica, spesso politica, ci vorrebbe una donna. Come se ci fossero donne per tutte le stagioni, ovvero cariche, e come se le donne fossero fra loro intercambiabili. Quando l’augurio proviene dagli uomini penso subito che si tratti di finta generosità. Mostrarsi favorevoli alle candidature femminili non costa niente; anzi, sembra un grande segnale di apertura, di egualitarismo. Se, invece, sono le donne a candidare donne penso che sia anche un modo per acquisire consensi da parte di chi non ha il coraggio di presentare la propria autocandidatura. Da qualche tempo, da più ambienti si auspica che, addirittura (!), il prossimo Presidente della Repubblica sia una donna. Certo, al momento, la Presidenza del Consiglio sembra saldamente nelle mani di un uomo, per di più giovane. Restando in città è presumibile che, meglio prima che poi, qualcuno candiderà una donna al ruolo di sindaco, magari non dimenticando quanto avvenne disordinatamente nel 1999. Presto toccherà poi anche alla carica di Rettore. A me sembra, però, senza entrare nelle nient’affatto mediocri considerazioni sulle qualità degli aspiranti a cariche monocratiche elevate, che qualche requisito iniziale meriti di essere soddisfatto tanto dalle donne quanto dagli uomini. In primo luogo, è lecito diffidare dei novizi e delle novizie. Un minimo di esperienza, che spesso significa acquisizione di qualche competenza, appare utile anche per sgombrare i campi dall’affollamento di candidature. In secondo luogo, se vogliamo uscire dall’ipocrisia del “me l’hanno chiesto in molti”, allora è opportuno che si manifestino autocandidature di donne che affermino con grande fiducia in se stesse di avere le capacità per ricoprire la carica alla quale aspirano.
L’ambizione è, per gli uomini e le donne in politica, una qualità decisiva. Le ambiziose cercheranno di operare in maniera efficiente e responsabile poiché desiderano essere rielette. Concretamente, in Emilia-Romagna (e nel futuro prossimo a Bologna…) già si pone il problema della candidatura alla carica di Presidente della Regione. Dico subito che sarebbe un errore pensare che il segretario regionale del Partito Democratico si senta automaticamente il candidato a Presidente della Regione. Non vale a livello regionale quello che è utile a livello nazionale: il segretario del PD, ovvero del partito più grande della coalizione di governo, che diventa capo del governo. Plaudo alla autocandidatura alla presidenza della Regione di Simonetta Saliera, attuale vice-presidente. Trovo sconveniente che i renziani della seconda ora (quelli della prima ora sono numericamente quasi inesistenti) e quelli, molti, delle ultime ore, contrappongano l’argomento “vecchia contro nuova politica”. Una donna in politica che ha un curriculum e fiducia nelle sue qualità va giudicata, eventualmente contrastata, ricorrendo allo strumento di cui il Partito Democratico si è meritoriamente (nonostante il persistere di mugugni) dotato: le primarie. Saranno, dunque, gli elettori e i simpatizzanti a scegliere la donna, in carne e ossa, che desiderano candidare alla Presidenza della Regione. Non è né vecchio né nuovo. E’ democrazia.
Pubblicato sul Corriere di Bologna venerdì 20 giugno 2014
A Manciano (GR) domenica 15 giugno
Dalle elezioni europee alle amministrative, dal semestre italiano alle riforme nazionali.
Domenica 15 giugno 2014 ore 18
Piazza della Rampa – Manciano (GR)
Incontro promosso dall’unione comunale del Partito Democratico di Manciano
Manciano: “Un paese che esce dalle ultime elezioni con un’indicazione omogenea su tutto il territorio, un partito che con il 40,8 per cento dei voti riceve il mandato per una vocazione nazionale. Come cambierà il paese, e come cambierà il Pd? E come riusciranno, insieme, a cambiare l’Europa”?
L’unione comunale del Pd di Manciano invita tutti i cittadini a discuterne insieme a tre osservatori eccellenti:
– Sergio Rizzo, giornalista del “Corriere della Sera”
– Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica
– Paolo Freguglia, docente al Disim, Università dell’Aquila
Il dissenso non cambia verso
Il passaggio, come si dice “armi e bagagli”, di alcuni parlamentari dal partito (o coalizione) nel quale sono stati eletti ad altro partito (o coalizione), spesso dall’opposizione al governo, ha in Italia una lunga e non apprezzata storia. Ha anche un termine specifico: trasformismo, praticamente intraducibile in altre lingue. Tuttavia, che i parlamentari dovessero godere di autonomia di giudizio e di voto, anche rispetto al loro partito e al loro governo, i Costituenti vollero sancirlo con grande chiarezza. “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67). In pratica e nella maggioranza dei casi, i parlamentari condividono la visione di società che ha il partito al quale appartengono e che li ha fatti eleggere e hanno l’obbligo di cercare di tradurre il programma presentato agli elettori (che li hanno votati) in leggi, in politiche pubbliche. I partiti e i loro gruppi parlamentari possono, di conseguenza, chiedere ai loro parlamentari di comportarsi e di votare in maniera disciplinata ogniqualvolta in questione sia l’approvazione di parti del programma. Dal canto suo, il parlamentare ha l’opportunità di comportarsi diversamente, richiamandosi all’assenza di vincolo di mandato, tutte le volte che le materie in discussione e in votazione esulano da quanto sottoposto all’elettorato. Sappiamo che la maggioranza dei parlamentari nella maggioranza dei casi appoggerà la linea del partito, ma l’art. 67 della Costituzione vuole garantire la libertà di voto proprio nei casi estremi.
Né sulla responsabilità civile dei giudici né sulla specifica riforma del Senato il programma del Partito Democratico contiene le misure che sono state sottoposte al voto, la prima nella Camera dei deputati (governo sconfitto), la seconda nella Commissione Affari Costituzionali (governo sull’orlo della sconfitta). In entrambi i casi, i dissenzienti del PD hanno il diritto di esprimere posizioni diverse da linee, per di più contraddittorie, di recente elaborazione e quasi sicuramente destinate a cambiare ancora. Aggiungo che nessuna disciplina di partito può essere imposta né tantomeno giustificata quando i parlamentari sono chiamati a votare su persone: dall’elezione del Presidente della Repubblica all’autorizzazione all’arresto di loro colleghi. Questi sono tipicamente voti in scienza, vale a dire sulla base delle conoscenze disponibili, e in coscienza, vale a dire con riferimento a valutazioni e sensibilità assolutamente personali. Chiamando traditori coloro che non votano i candidati e la linea del partito e giustificando la sostituzione in Commissione di senatori, come Corradino Mineo, che non appoggerebbero le scelte del partito, i dirigenti del PD si giustificano rifacendosi all’imperativo della disciplina di partito, ma, curiosamente, aggiungono un’altra motivazione da autogol.
Scelti dai dirigenti di partito ed eletti su lunghe liste bloccate e chiuse, tutti i parlamentari devono rispondere non ai loro elettori, che neppure li conoscono, ma esclusivamente a chi li ha nominati. Ovviamente, i parlamentari dissenzienti potrebbero ricordare che, costituzionalmente, rappresentano “la Nazione” e aggiungere che, non per colpa loro, sono stati scelti dai dirigenti del partito prima del febbraio 2013. Se ne potrebbe anche concludere che, se davvero si desidera un rapporto più stretto, efficace e trasparente, la proposta di riforma elettorale va subito cestinata e i collegi uninominali subito predisposti. Politicamente, piuttosto di reprimende ed eventuali espulsioni per i presunti “bambini capricciosi”, sarebbe opportuno che, da un lato, il dissenso fosse valorizzato come contributo a una democrazia vivace, dall’altro, che le politiche e le decisioni non fossero calate dall’alto, meno che mai negoziate in incontri bilaterali fra leader, ma costruite nei gruppi parlamentari acquisendo quel vasto consenso che ne consentirebbe poi un’efficace e rapida traduzione legislativa. Questo è l’unico modo per “cambiare verso” in meglio ai rapporti fra il PD e i suoi parlamentari e fra il governo e il Parlamento.
Pubblicato AGL 13 giugno 2014
Mario Mauro cacciato per puntellare le riforme di Napolitano
Intervista di Pietro Vernizzi pubblicata su il sussidiario.net mercoledì 11 giugno 2014
IL CASO/ Pasquino: Renzi ha cacciato Mauro per puntellare le riforme di Napolitano
“Non potevo mancare visto il temporaneo prolungamento del mio mandato che cerco di esercitare, nei limiti del possibile, fermamente e rigorosamente nell’interesse del Paese”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dei premi David di Donatello in Quirinale. Il capo dello Stato ha aggiunto: “L’interesse generale del Paese suggerisce cambiamenti e riforme in molti campi, anche in quello istituzionale”. Il presidente della Repubblica è dunque tornato a sollecitare le riforme. Si tratta di capire che cosa è mutato, nel frattempo, nello scenario politico. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica nell’Università di Bologna.
Che cosa vuol dire il segnale di Napolitano ai partiti, proprio quando dopo le Europee le riforme sembrano allontanarsi?
Proprio perché sembrano allontanarsi, Napolitano ricorda che le riforme andrebbero comunque fatte entro tempi decenti. Anche perché probabilmente Napolitano non ha intenzione di rimanere ancora per molto tempo al suo posto.
In questo momento qual è l’interesse di Renzi? Fare le riforme o no?
L’interesse di Renzi è approvare le riforme, purché siano fatte bene. Occorre quindi una pausa di riflessione, in quanto la riforma del Senato così com’è non v a bene. La riforma della legge elettorale è stata pensata in un sistema politico e partitico diverso, che dopo le elezioni europee è cambiato. La riforma elettorale non va comunque pensata con riferimento a interessi di corto periodo, in quanto al centro dovrebbe avere il fatto di dare più potere agli elettori. Mentre così come l’hanno congegnata Renzi e Berlusconi, sembra avere come obiettivo il fatto di mantenere al potere i due grandi partiti, Pd e Forza Italia. Il primo è diventato un po’ più grande, il secondo un po’ più piccolo, e a questo punto gli interessi dei due partiti divergono.
L’esito dei ballottaggi delle amministrative deve preoccupare Renzi?
No, il segretario del Pd non deve essere preoccupato perché lui non ha fatto campagna elettorale né a Livorno, né a Padova (dove hanno vinto rispettivamente il Movimento 5 Stelle e il centrodestra, ndr). Uno dei suoi più stretti collaboratori, Giorgio Gori, ha comunque vinto a Bergamo. L’effetto-traino di Renzi del resto si è registrato alle Europee, che si sono svolte su tutto il territorio nazionale, mentre alle amministrative al contrario contano molto i fattori locali.
Renzi può permettersi di mettere le riforme in agenda senza andare allo scontro?
Assolutamente sì. Renzi ora può mettere le riforme in agenda insieme a Scelta Civica e al Nuovo Centro Destra, che sono i partiti che fanno parte della coalizione di governo e che quindi avrebbero la maggioranza assoluta per approvarle. E’ con loro che deve discuterne, che poi Berlusconi ci sia o non ci sia è un fatto irrilevante e anche a Renzi non dovrebbe importare.
Qual è la vera potenzialità del 40% del Pd per le riforme di Renzi?
Non è una questione di numeri, ma di intelligenza e di adeguatezza delle riforme. Se il presidente del Consiglio attua delle buone riforme, l’intero Partito democratico lo seguirà. Nel frattempo ci sono le elezioni del nuovo presidente del Pd.
Per Renzi sarà un nuovo grattacapo?
Non necessariamente, credo che ci siano altre tre o quattro buone candidature, Renzi naturalmente ha una maggioranza solida nell’assemblea nazionale e quindi può decidere se vuole puntare a prendere tutto, e allora sosterrà un candidato che gli sia vicino, oppure se vuole essere generoso e scegliere una personalità a prescindere dal fatto che sia o meno renziana.
Lei ritiene che la favorita sia Paola De Micheli?
Paola De Micheli va benissimo: è una donna competente, capace, dotata di abilità politica e con un trascorso bersaniano che secondo me non è affatto da disprezzare.
Che cosa ne pensa dell’estromissione di Mario Mauro dalla commissione Affari costituzionali?
I gruppi parlamentari hanno il potere di sostituire i loro rappresentanti nelle varie commissioni. Noi possiamo non gradire le modalità con cui ciò avviene, ma resta il fatto che il potere spetta ai gruppi parlamentari. Questi ultimi designano e revocano, se poi c’è anche un obiettivo futuro lo vedremo. Dipenderà da come voterà Lucio Romano, colui che ha sostituito Mario Mauro.
Ma qual è il significato complessivo di questa operazione?
Il significato complessivo è che queste riforme preparate in fretta e furia da Renzi traballano, e quindi cercano di puntellarle non con l’intelligenza istituzionale, ma con un ricambio politico dei parlamentari che sono meno sensibili al richiamo del partito, e invece più sensibili al contenuto della riforma.
Pietro Vernizzi
a Firenze, venerdì 13 giugno
Riforme istituzionali. A che punto siamo?
venerdì 13 giugno 2014, ore 17:00
presso la sede di “Testimonianze”, via Gian Paolo Orsini 44, Firenze
Introduce e coordina: Simone Siliani
Interventi di:
– Carlo Fusaro, Università di Firenze
– Vannino Chiti, Senatore della Repubblica
– Gianfranco Pasquino, Johns Hopkins University di Bologna
Conclude: Severino Saccardi, direttore di “Testimonianze”
Dibattito pubblico promosso da Testimonianze
Presentazione di Simone Siliani
La riforma del bicameralismo paritario è diventato il cuore del tema delle riforme istituzionali, scalzando peraltro quello della riforma del sistema elettorale (forse dato troppo presto per acquisito). Nel fuoco della polemica politica sull’argomento, sembra si sia perso di vista il perché della riforma, quali debbano essere le motivazioni profonde della riforma e l’obiettivo sostanziale della stessa. E’ evidente che non si può motivare una riforma costituzionale, la riforma del sistema di governo e dell’assetto dei poteri dello Stato, con la necessità di risparmiare qualche milione di euro e per velocizzare l’iter di approvazione delle leggi. Se si tocca un elemento cruciale del sistema di governo costituzionale, lo si deve fare per ricreare un equilibrio democratico di poteri complessivamente più avanzato.
Il bicameralismo è il sistema di governo più diffuso nelle democrazie moderne, come dimostra il dossier Le Camere alte in Europa e negli Stati Uniti, realizzato nel 2013 dal Servizio Studi del Senato, Ufficio ricerche sulla legislazione comparata e per le relazioni con il C.E.R.D.P.: la forma di governo della complessità che, tuttavia, “è oggetto, in gran parte d’Europa, di progetti riformatori, anche di carattere radicale”.
Proprio questo studio comparativo sottolinea il rapporto tra federalismo e bicameralismo; ma il federalismo non è altro che una delle possibili rappresentazioni del tema più ampio cioè quello dell’articolazione e la complessità di un sistema-Paese, che è appunto il motivo fondante del bicameralismo.
I gruppi di esperti costituiti dal Presidente Napolitano prima e dal Ministro per le Riforme Istituzionali del governo Letta, Gaetano Quagliarello, hanno in vario modo e con diverse sfumature sostenuto questo modello di bicameralismo differenziato e indicato alcune possibili realizzazioni concrete per l’Italia di questo modello.
Naturalmente, non è l’unico motivo per cui si giustifica il bicameralismo. Vi sono motivi intrinseci al processo legislativo, oppure di rappresentanza dell’elettorato, o di moderazione del potere della maggioranza parlamentare, o anche di rappresentanza territoriale che spingono molti a motivare ancora oggi la scelta delle seconda Camera ad elezione diretta.
La proposta di riforma presentata dal Governo ha sollevato molte discussioni e anche diverse proposte alternative da parte di parlamentari di diversi gruppi.
L’intento di “Testimonianze” con l’incontro del 13 giugno prossimo – “Riforme istituzionali: a che punto siamo?” – è quello di proporre una discussione seria sull’argomento fra punti di vista diversi, fra esperti e protagonisti delle riforme. Il senatore Vannino Chiti (promotore di una proposta di riforma che prevede il Senato ad elezione diretta), il prof. Carlo Fusaro (docente dell’Università di Firenze e da sempre appassionato promotore delle riforme istituzionali che in Italia hanno preso il via con i referendum degli anni ’90) e il prof. Gianfranco Pasquino (politologo, già parlamentare e studioso assai critico della proposta del Governo) discuteranno delle varie proposte sul terreno, senza incedere alle superficialità con cui la cronaca giornalistica ci ha abituati, bensì con competenza, rigore e serena dialettica, come è nello stile di “Testimonianze”.
La discussione attorno alle modifiche della Costituzione per un nuovo assetto del Senato e delle istituzioni rappresentative è in corso dal 15 aprile 2014 presso la 1^ Commissione “Affari costituzionali” del Senato della Repubblica. Su tale tema sono stati depositati 50 disegni di legge, tra cui quello proposto dal senatore Vannino Chiti e quello proposto dall’attuale Governo, adottato dalla Commissione come testo-base. La Commissione ha fissato al 3 giugno 2014 la scadenza per la presentazione degli emendamenti: ne sono stati depositati ben 5200.
Cambridge, 9th June 2014, “What’s Left of the Italian Left?”
11.30-12.30 Room SG1
Keynote Address – What’s Left of the Italian Left?
Gianfranco Pasquino (SAIS & University of Bologna)
With Italy’s European Semester Presidency on the horizon and the recent appointment of the Partito Democratico’s leader Matteo Renzi as Head of Government, there could hardly be a better time to discuss the changing foreign policy of the changing Italian Left.
A one-day conference on ‘The Italian Left and Foreign Policy’, to be held in Cambridge (UK) on 9th June 2014, will bring together established academics and young scholars from different fields – ranging from History to International Relations, from Cultural Studies to Sociology, from Political Science to Economics – to discuss this theme in its historical developments, contemporary challenges, as well as societal and cultural aspects.
The conference is organised in cooperation with the Department of Politics and International Studies (POLIS), University of Cambridge, the Association for the Study of Modern Italy (ASMI) and the Cambridge Italian Research Network (CIRN).
A San Daniele del Friuli, domenica 8 giugno
Riforme delle Istituzioni parlamentari e riforme elettorali
Le iniziative di riforma della legge elettorale e del bicameralismo si incrociano in un punto di snodo del sistema costituzionale sul quale riflettono il presidente emerito della Corte costituzionale Ugo De Siervo, già professore nella Facoltà fiorentina di giurisprudenza, e Gianfranco Pasquino, eminente studioso, già parlamentare attento alle questioni costituzionali.














