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Dai partiti di massa ai sindaci “Fuori del Comune”

Non sembra, ma è indubbio che la politica italiana non sia statica. Una  lunga, inarrestabile transizione dai partiti di massa a quelli monoteisti fino ancora al partito “liquido”, un mix delle antiche “correnti” ora tramutate in comitati elettorali. In questo contesto, l’elezione diretta dei Sindaci, sin dalla Legge 81 del 1993, ha sancito un potere eccessivo, conferito ad un “Uomo solo al comando”. Ma è solo la legge che conferisce tali prerogative? O invece la naturale dissoluzione dei partiti, filtro tra società ed Istituzioni? Un uomo solo al comando significa stabilità dell’Esecutivo oppure è un alibi per mascherare l’insussistenza della classe dirigente? Questi i quesiti che ci siamo posti, questo l’esistente. Il Lettore non troverà risposte o ricette in questo volume. Quelle appartengono ai libri di Storia. Qui troverà molte idee e persino qualcosa di più.

Aldo Ferrara Pino Nicotri

 

Quarta

 

Risvolto 2Rivolto 1

La tormentata storia non è finita

I tre emendamenti sulla parità di genere, bocciati alla Camera, avrebbero semplicemente fatto aumentare il numero delle parlamentari donne nominate. Non avrebbero cambiato le modalità e la qualità rappresentanza politica. Il cuore pulsante della legge elettorale approvata alla Camera, il punto forte dell’accordo fra Renzi e Berlusconi sono le liste bloccate, vale a dire il potere che i due leader extraparlamentari si sono consapevolmente attribuito di nominare tutti i loro parlamentari, uomini e donne, a prescindere dal loro genere. Quindi, anche grazie alla sua ampia maggioranza in Direzione, se vuole, in occasione delle prossime elezioni, Renzi potrà comunque procedere alla selezione di tutti i parlamentari del Partito Democratico, accrescendo a suo piacimento il numero di donne. A protezione delle liste bloccate, la maggioranza alla Camera ha respinto anche l’introduzione del voto di preferenza che “rischierebbe” di portare all’elezione di parlamentari non del tutto graditi né a Renzi né a Berlusconi, comunque, non del tutto subordinati in quanto in grado di conquistarsi voti per le loro capacità personali e per i loro rapporti con l’elettorato che, incidentalmente, se, come sostengono gli oppositori del voto di preferenza, implicassero il ricorso alla corruzione, sarebbero immediatamente sanzionati dalla Legge Severino.
Paradossalmente, i tanto criticati deputati PD che hanno votato contro la parità di genere e contro le preferenze (su nessuna delle tematiche ha davvero senso chiedere e imporre la disciplina di partito poiché entrambe ricadono opportunamente sotto la salvaguardia costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato) hanno “salvato” la legge voluta da Renzi e da Berlusconi. Però, di conseguenza, sono rimasti vivi e vitalissimi anche tutti gli elementi discutibili: tre complicate soglie percentuali per accedere al Parlamento; le candidature multiple, addirittura fino ad otto circoscrizioni; un complicato algoritmo per la ripartizione dei seggi; un premio di maggioranza cospicuo che sarà come minimo di novanta seggi; un ballottaggio eventuale che, se nessuno dei partiti/coalizioni supererà il 37 per cento dei voti, da un lato, attribuirà al vincente un premio ancora più grande e, dall’altro, clausola che considero positiva, consentirà agli elettori di deciderlo loro il vincente.
Con tutti questi cervellotici meccanismi, alcuni dei quali, a parere di un certo numero di giuristi autorevoli e, per quel che conta, anche mio, non rispondono affatto alle obiezioni della Corte Costituzionale, la legge che approda al Senato rimane esposta quantomeno alla ripresentazione sia degli emendamenti sulla parità di genere sia di quelli per l’introduzione delle preferenze. Per di più, i senatori non saranno per niente contenti di votare una legge sotto la spada di Damocle della loro estinzione ovvero della trasformazione del Senato in un camera non elettiva, composta quasi esclusivamente da sindaci.
Alla fine, con tutta probabilità, Renzi otterrà la legge che ha formulato e che ha voluto negoziare, anzitutto e soprattutto, senza necessità alcuna, con il capo extraparlamentare della resuscitata Forza Italia. Certo, il segretario del PD non potrà vantarsi della sua velocità. Infatti, quando verrà approvata in via definitiva, la legge elettorale sarà comunque in ritardo di circa due mesi sulla sua tabella di marcia. Sarà anche difficile che Renzi possa esaltare la qualità di questa legge, erroneamente definita l’unica possibile. Poi, dovrà interrogarsi a che cosa è servito ridare un ruolo politico importante a Berlusconi. Infine, sarà anche obbligato a prendere atto che neppure un capo del governo velocissimo può accelerare i procedimenti legislativi, a maggior ragione poi quando si cimenterà con le leggi costituzionali relative al Senato e al Titolo V della Costituzione. Insomma, la storia della riforma della legge elettorale non soltanto non è affatto finita, ma promette di essere ancora tormentata e di non regalare apprezzabili gratificazioni personali, politiche e istituzionali al capo del governo italiano e neppure agli elettori.

Pubblicato AGL (Agenzia giornali locali. Gruppo editoriale L’Espresso) 12 marzo 2014

Il Quirinale e la riforma

l'Unità

Saremmo davvero tutti troppo ingenui se pensassimo che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non sia grandemente interessato alla legge elettorale. Saremmo altrettanto ingenui se ritenessimo che il Presidente non ha le sue preferenze in materia elettorale. Chi lo conosce sa che Napolitano ha sempre difeso una qualche proporzionalità fra i voti espressi e i seggi attribuiti ai partiti. Da leader di partito e da parlamentare non si è certo trovato sulla trincea dei referendari e neppure dei maggioritari. Certamente, il bipolarismo sta nella sua concezione della politica tanto quanto sta la sua visione di una democrazia parlamentare. E’ molto difficile, quindi, pensare che non abbia espresso le sue opinioni ogniqualvolta è stato, certo, in maniera riservata, interpellato a proposito della riforma elettorale e delle altre riforme istituzionali e costituzionali. In occasione della Festa delle Donne, ha anche manifestato pieno appoggio alla richiesta di parità di genere nelle liste elettorali. Peraltro, la parità può essere acquisita in molti modi e quello che si va profilando, se lo schieramento trasversale delle donne avrà successo, non è necessariamente il migliore.

Può anche darsi che il Presidente Napolitano abbia espresso la sua contrarietà all’importazione del sistema elettorale spagnolo facendo valere, afferma oggi uno dei parenti non troppo lontani del progetto di legge elettorale in discussione alla Camera, la sua “moral suasion”. Se di esercizio di sola persuasione si tratta, allora la responsabilità di avere abbandonato queIla che, comunque, appariva una confusa imitazione di un sistema elettorale che elegge soltanto trecentocinquanta deputati, che non riguarda il Senato, che si accompagna all’elezione del Capo del governo in Parlamento con il meccanismo del voto di sfiducia costruttivo, che sta nel contesto di una monarchia costituzionale, rimane tutta dei prolifici riformatori elettorali che avevano presentato al Presidente almeno altre due alternative. Poi, il progetto prescelto attualmente in discussione non discende da nessuna di quelle, peraltro non migliori, alternative.

Il punto di questa escursione nelle asserite preferenze e discriminazioni elettorali del Presidente è duplice: da un lato, riconoscere che il Presidente ha la facoltà di valutare, di sostenere e di sconsigliare ogniqualvolta lo desideri, tutte le volte che glielo viene richiesto, ma anche di sua spontanea volontà; dall’altro, ricordare che coloro che chiedono sostegno sanno a quali condizioni possono ottenerlo e coloro che desiderano consigli presidenziali non sono affatto obbligati ad attenervisi. In una democrazia pluralista è poi anche giusto, persino opportuno che coloro che hanno competenze e energie si attivino per sostenere un progetto di legge oppure per contrastarlo, come hanno fatto con un apposito documento alcuni giuristi che intravvedono nel progetto in discussione alcuni persistenti elementi di incostituzionalità proprio alla luce della sentenza n. 1/ 2014 della Corte Costituzionale. Toccherà poi al Presidente, come lui stesso ha già dichiarato, valutare con la massima attenzione anche le motivazioni e i tentativi di “persuasione” degli oppositori della legge prima di procedere alla sua promulgazione.

Incidentalmente, pur rilevando i molti inconvenienti della legge vigente, la Corte non aveva dato nessuna importanza alla tematica parità di genere. Questo non significa che la tematica non esista, eccome, ma credo che siano i meccanismi e, in particolare, il permanente potere di nomina dei parlamentari ad opera dei capi dei partiti (e delle correnti) che dovrebbero essere messi in discussione. La mia risposta non è tornare al voto di preferenza, ma introdurre i collegi uninominali. Nell’incombente, nient’affatto deplorevole e tanto meno incostituzionale, presenza del Presidente della Repubblica nei procedimenti di riforma elettorale, istituzionale e costituzionale, colgo l’imprescindibile necessità di ridefinire meglio ruolo e compiti della figura presidenziale. Quella figura che, nelle autorevoli parole di un Presidente della Corte, tanto prudente quanto colto come fu Livio Paladin, i Costituenti hanno definito in maniera “indeterminata” e che, ancora nelle parole di Paladin, potrebbe evolvere “magari nell’ottica di un sistema semi-presidenziale alla francese” (che, naturalmente, richiederebbe una legge elettorale appropriata).  Probabilmente contro la sua volontà, è la stessa azione di Napolitano stesso che, influenzato dalle circostanze, ha oramai posto il problema.

Lunedì 10 Marzo 2014

La trappola dell’Italicum e i 3 problemi di Napolitano

Il sussidiario

 

Intervista di Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
domenica 9 marzo 2014

La battaglia per la parità di genere divide il Parlamento. Un emendamento trasversale delle donne di Camera e Senato ha chiesto che nell’Italicum sia inserita una norma per fare sì che il 50% degli eletti sia di sesso femminile. “Io mi auguro che la questione di genere sia all’attenzione di tutti i gruppi politici, perché è una questione di democrazia”, ha affermato la presidente della Camera, Laura Boldrini. Per Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica all’Università di Bologna, “la questione della parità di genere andrebbe discussa in un’ottica completamente diversa, introducendo i collegi uninominali”.

La questione della rappresentanza di genere è un paravento per qualcosa di più sostanziale?
No, credo che la questione si ponga realmente, anche se le donne lo fanno con un’enfasi eccessiva e qualcuno probabilmente ci specula sopra. Aumentare la rappresentanza delle donne in Parlamento e in altri luoghi elettivi è un’operazione che dovrebbe comunque essere fatta. Che debba essere fatta come dicono le donne mi convince poco, però senz’altro l’obiettivo è nobile.

Nell’ipotesi in cui la legge ritorni alle Camere, che cosa potrebbe accadere?
In Senato le donne sono percentualmente meno che alla Camera, e a Palazzo Madama gli uomini stanno difendendo non soltanto le loro posizioni attuali, ma la loro stessa sopravvivenza. Se riescono quindi a creare una situazione tale per cui la legge diventa difficile da approvare, tanto meglio per loro.

Ci sono maggioranze trasversali capaci di modificare l’impianto dell’Italicum?
Modificare l’impianto dell’Italicum è molto difficile. Bisognerebbe riuscire a buttare a mare l’intera legge la quale però, non va dimenticato, è il prodotto di un accordo fra Renzi e Berlusconi. I due in un certo senso hanno interessi comuni, perché questa legge consente loro di nominare tutti i parlamentari.
In questo caso si potrebbe dire: basta con uomini e donne, fatevi nominare tutti da Renzi e Berlusconi. Se si vuole cambiare la legge bisogna avere un altro progetto, totalmente nuovo. La mia idea è che le donne dovrebbero combattere un’altra battaglia, ma so che non ne sono capaci, e forse non ne hanno né la voglia né il coraggio.

A quale battaglia si sta riferendo?
Le donne dovrebbero combattere la battaglia per una legge che comprenda solo i collegi uninominali, con doppio turno alla francese, e poi chiedere che ci sia il 50% di candidate donne per ogni partito. Le donne dovrebbero passare cioé dalla logica della cooptazione a quella della competizione.

Secondo D’Alimonte, Napolitano avrebbe bocciato l’accordo sul modello spagnolo. Lei che cosa ne pensa?
Intanto il modello spagnolo non è preferibile rispetto a quello attuale. Inoltre il presidente dovrebbe richiamarsi esclusivamente alla Corte Costituzionale. Sono due gli interrogativi che si deve porre Napolitano: se le liste corte bloccate non siano incoerenti rispetto a quanto ha affermato la Consulta; se il premio di maggioranza per quanto ridotto non sia comunque sgradito alla Corte costituzionale. Io ritengo che la risposta a entrambe le domande sia che sono comunque incoerenti. Il Presidente inoltre potrebbe opporsi alla possibilità di candidature multiple, che non esistono da nessuna parte al mondo.

I piccoli partiti che rischiano di scomparire riusciranno a contrastare questa legge?
I piccoli partiti dovrebbero chiedere un’unica soglia di accesso al 4,5%, mentre le tre soglie così modulate sono davvero impresentabili. Non condivido questo gioco “sporco” contro i piccoli partiti

ConSenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati

Appuntamento a Bologna

martedì 1 aprile ore 18

La Feltrinelli, piazza Ravegnana, 1

Il consenso oggi

PD, Berlusconi, 5 Stelle: tutti gridano ma cresce il rumore di fondo e l’incomunicabilità. Nessuno schieramento è in grado di affermarsi e nessun leader politico è in grado di comunicare una via di uscita convincente.

Mario Rodriguez, professore di comunicazione politica all’Università di Padova, discute del suo libro ConSenso. La comunicazione politica tra strumenti e significati (Guerini e Associati) con il professore Emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino.

Consenso

 

 

La ballata delle riforme

Almeno per qualche giorno non si potrà dire che la proposta di riforma elettorale Renzi-Berlusconi si sia incartata. Anzi, è stato raggiunto un accordo importante. Il testo in discussione nell’aula della Camera riguarderà unicamente l’elezione dei deputati. Per il Senato, bisognerà presumibilmente attendere che sia formulato e messo in discussione il disegno di legge costituzionale che lo trasforma profondamente facendone una sorta di Camera delle autonomie che non dovrà più dare la fiducia al governo e non potrà più togliergliela. Adesso, soprattutto chi pensa, una volta approvata la nuova legge elettorale, ad una rapida dissoluzione del Parlamento e ad elezioni anticipate, ha di che essere soddisfatto. Sono caduti gli emendamenti che subordinavano l’entrata in vigore del nuovo sistema all’approvazione della riforma del Senato. Però, chi valuta le riforme in maniera “sistemica”, vale a dire, con riferimento ad un effettivo miglioramento delle modalità di funzionamento del sistema politico-istituzionale italiano, in particolare, dei rapporti governo/parlamento, non può che rimanere piuttosto perplesso. Infatti, in caso di crisi di governo e di sua impossibile soluzione in questo parlamento, nelle inevitabili elezioni anticipate gli elettori si troverebbero ad eleggere la Camera dei deputati con la nuova legge e il Senato con un sistema che deriva dalle dure e sostanzialmente insormontabili obiezioni della Corte Costituzionale.
Quello che, con pessimo termine viene definito “consultellum”, cioè la risultante delle bocciature costituzionali, è un sistema proporzionale senza nessuna clausola che impedisca la frammentazione partitica e che renda difficile la rappresentanza in Senato di partiti anche molto piccoli. Il rischio reale è che la Camera avrà, soprattutto grazie al premio di maggioranza, un chiaro vincitore, mentre il Senato potrebbe non avere vincitori e, per di più, trovarsi con una maggioranza diversa da quella della Camera: ingovernabilità assicurata.
Due sono le lezioni intermedie che si possono trarre dalla ballata elettorale. La prima è che la fretta di Renzi ha prodotto una situazione confusa con un testo che è assolutamente necessario ritoccare, rendere più limpido, ad esempio, nelle troppe soglie di sbarramento previste, raccordare con la riforma del bicameralismo, brutalmente sbandierata davanti ai senatori dal Presidente del Consiglio che ne chiedeva l'”ultima” fiducia. Per fortuna, la ballata elettorale non è ancora finita cosicché, senza impuntature, c’è ancora tempo per, ad esempio, eliminare le candidature multiple e trovare il modo di accrescere il potere, adesso minimo, degli elettori. La seconda lezione sembra essere che l’asse Berlusconi-Renzi ha tenuto, ma che il “grande disappunto” manifestato da Berlusconi sulle incertezze di Renzi potrebbe tradursi in una sua indisponibilità a collaborare per altre riforme.
Finora Berlusconi ha ottenuto quel che ha voluto: sia un premio di maggioranza che è da lui conseguibile, soprattutto se la Lega sarà costretta ad aggregarsi a Forza Italia nel caso la soglia di sbarramento la mettesse in enorme difficoltà, sia le liste bloccate che gli consentono di continuare a nominare tutti i suoi parlamentari, uno per uno. Oltre, Berlusconi potrebbe non volere andare. Insomma, questa breve (e alquanto tardiva: il velocista Renzi aveva promesso la nuova legge elettorale già per fine gennaio) vicenda segnala che il capo del governo ha gravemente sottovalutato le difficoltà del compito riformatore e che lui e i suoi collaboratori, purché li ascolti più di quanto presta attenzione al Senatore di Forza Italia, Denis Verdini, plenipotenziario di Berlusconi nelle trattative elettorali, non sono in pieno controllo della situazione. Hanno ancora molto da imparare.
AGL 5 marzo 2014

Aritmetica della democrazia

21 febbraio 2014. Intanto che il fiorentino più famoso d’Italia, Matteo Renzi,  stava componendo la lista dei Ministri, all’Università di Ferrara, sede di Cento, assieme alla Fondazione Olindo Malagodi, Fulvia Sisti, giornalista di Rai 3, ha organizzato degli incontri sull’Aritmetica della democrazia, per invitare gli studenti alla partecipazione attiva.  La conferenza è stata tenuta dal prof. Gianfranco Pasquino.

 

Qui il video completo della conferenza Video completo

 

 

Cento

 

Ecco primi errori e primi successi di Renzi secondo il politologo Pasquino

Intervista di Francesco De Palo su Formiche.net 03 – 03 – 2014

formiche

pasq

Staffetta a Palazzo Chigi? Un’operazione condotta con “freddezza e cattiveria”. Bene l’ingresso del Pd nel Pse, quella tradizione è “un aggancio, non una destabilizzazione”, osserva uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino. Ma se da un lato si è vicini a un vero partito socialdemocratico in Europa, dall’altro il professore di European studies alla Johns Hopkins University si augura che “qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno”.

Quella di Renzi è una vera rivoluzione o, come sostiene Luca Ricolfi, è solo nello stile e nel linguaggio?
Se è una rivoluzione nello stile e nel linguaggio, beh devo dire che è abbastanza limitata: un mucchio di gente parla così male e si mette le mani in tasca di fronte alle autorità. Di riforme non ne ho ancora viste, quella in agenda sull’Italicum mi pare orribile.

Quali aspetti non condivide?
Sono tutti aspetti negativi, posso dire che ce ne sarebbe solo uno di positivo ma che non compare. I sistemi elettorali si valutano sulla base del potere che danno agli elettori, questa legge non ne assicura alcuno, se non in via eventuale, ed è qui che sta l’elemento positivo se si arrivasse al ballottaggio tra le due coalizioni più votate. In caso contrario l’elettore avrebbe dato una delega in bianco. In secondo luogo non è permesso di scegliere i parlamentari che invece vengono scelti da Berlusconi e Renzi: aspetto che rende i due leader accomunabili. Infine non ha alcuna influenza complessiva su quello che verrà fuori dalla bozza che, prima la si cestina, meglio è per tutti.

Il Pd è un soggetto destabilizzato e destabilizzatore? L’ingresso nel Pse avrà qualche riverbero…
Non lo credo, con l’eccezione di Fioroni ce ne faremo una ragione. Dopo di che, quello è un passaggio positivo: se vorremo esercitare un minimo di influenza in Europa, allora dovremo far parte di uno dei grandi partiti europei. Quella tradizione del Pse è un aggancio, non una destabilizzazione. Finalmente stiamo per avere un vero partito socialdemocratico in Europa per cui mi auguro che qualcuno, dall’altro versante, crei un partito conservatore decente di stampo europeo e moderno.

La staffetta Letta-Renzi è ascrivibile a un’operazione di Palazzo?
Assolutamente no, fuori dal Palazzo. E’ stata un’operazione condotta con freddezza e anche con cattiveria da un extraparlamentare che ha attaccato un dirigente del suo partito impegnato a fare il capo del governo, costringendolo alle dimissioni. Quel dirigente, avendo forse a cuore sia le sorti del suo partito che quelle della legislatura, non ha voluto chiedere un voto di fiducia parlamentare. E il Presidente della Repubblica gli ha probabilmente suggerito di non farlo.

Perché il governo del premier, e quindi non più del Presidente, dovrebbe riuscire dove il suo predecessore ha fallito?
Non c’è nessuna buona ragione perché riesca e siamo in attesa. Ma con ipocrisia o con un minimo di attenzione verso questo sventurato Paese, noi italiani ci auguriamo che il governo riesca, in caso contrario sarebbero sì problemi. Ma tra il riuscire e il non riuscire c’è la terra di mezzo in cui Renzi si adagerà prossimamente.

Ovvero?
Avere qualche successo e qualche insuccesso: sarà questo il ritornello del prossimo anno e mezzo.

“Troppe promesse”, ha osservato sulla Stampa Raffaele Bonanni leader della Cisl: quale potrà essere il ruolo dei sindacati anche alla luce del Jobs act?
Se i sindacati imputano a Renzi le troppe promesse, allora dovrebbero provare anche loro a fare qualche realizzazione, lo stesso vale per il presidente di Confindustria che è uno di quegli elementi extra Palazzo che hanno destabilizzato Enrico Letta. Per il resto credo che il sindacato dovrebbe sapere come contribuire a creare impiego, ma un loro sforzo io non l’ho visto.

Approvata la legge elettorale crede che il Capo dello Stato lascerà?
Innanzitutto spero che la legge elettorale così com’è non venga approvata, quindi vorrei prolungare anche la permanenza del Presidente della Repubblica. In secondo luogo mi piacerebbe che Napolitano dicesse qualcosa di preciso sull’Italicum non può lasciarla passare perché non risolve i due profili di incostituzionalità sollevati dalla Corte. Le liste corte continuano ad essere bloccate, al pari del premio di maggioranza che ci sarà ancora, regalando novanta parlamentari a chi vince: mi pare molto. Aggiungo che trovo ridicole le tre soglie di sbarramento, improvvisamente Roberto D’Alimonte rinsavisce e come osserva il Corriere della Sera “bacchetta”. Poteva fare certamente a meno di suggerire un’opzione simile.

twitter@FDepalo

Dopo il voto, il rapporto di fiducia

Voto di fiducia, sì; rapporto di fiducia, mah?: questo è l’esito del doppio intervento del nuovo Presidente del Consiglio Renzi di fronte al Parlamento bicamerale italiano. Annunciatene la obsolescenza e la prossima estinzione, Renzi non poteva sperare di riscuotere grande successo di fronte ai Senatori. Molti non ne hanno apprezzato lo stile in parte deliberato in parte naturale, comunque poco consono a un capo di governo. Colto da pochi, il problema vero non era, però, di stile quanto di contenuti e, soprattutto, della molto carente sensibilità istituzionale da parte di Renzi. Contrariamente a troppe affermazioni errate, comprese la sua e quelle di alcuni suoi ministri, i governi parlamentari entrano in carica anche senza passaggi elettorali. Di recente, nel 2007, nella patria delle democrazie parlamentari, la Gran Bretagna, Gordon Brown succedette al (non più) potentissimo Tony Blair senza che nessuno chiedesse a gran voce elezioni anticipate. Il Cancelliere tedesco che ha il record di durata in carica fra i governanti europei del dopoguerra, Helmut Kohl (1982-1998), subentrò al socialdemocratico Helmut Schmidt grazie ad un voto di sfiducia costruttivo. Entrambi furono debitori della loro carica ai rispettivi Parlamenti. Entrambi stabilirono un rapporto di fiducia, rispettivamente, con la House of Commons e con il Bundestag poiché con il Parlamento intendevano lavorare.
I pochi applausi per Renzi al Senato sono stati cancellati dai molti applausi, come si dice con lessico parlamentare “da tutti i banchi”, ricevuti alla Camera dal rientrante Pierluigi Bersani e dal Presidente del Consiglio uscente Enrico Letta, fino a quella che è parsa quasi una prolungata ovazione quando i due dirigenti politici sconfitti da Renzi si sono abbracciati. Certamente, i voti che hanno poi confermato la fiducia al capo del governo contano, eccome, ma gli applausi per Bersani e Letta meritano di essere interpretati. Sono stati un omaggio alla serietà di due dirigenti politici, di due ex-ministri, di un Presidente del Consiglio che non hanno mai sminuito il ruolo del Parlamento, che hanno, al contrario, dimostrato di tenerlo in grande conto, che hanno costruito e mantenuto un rapporto di fiducia con i colleghi parlamentari e con l’istituzione parlamento. Fin dall’inizio, è sembrato, invece, che Renzi parlasse e, se posso permettermi, gesticolasse, non per informare e convincere i senatori e i deputati, ma per stupire con la novità, rappresentata, più che dal suo governo metà rosa, da lui stesso (il coniglio che si era tirato fuori dal cappello quasi da solo, come ha scritto spiritosamente, ma cogliendo un punto politico rilevante, il Direttore Landò, che cito senza piaggeria, ma con convinzione), i telespettatori. Volesse mandare sostanzialmente solo a loro il messaggio che proprio coloro che erano davanti alla televisione contano di più dei parlamentari. Sì, en passant, la televisione distorce i discorsi e i comportamenti parlamentari persino più dello streaming.
Invece, no: i parlamentari contano di più dei telespettatori proprio perché sono stati eletti da molti di quegli stessi telespettatori per rappresentare le loro preferenze e i loro interessi; per dare vita a governi stabili e operativi (e il lavoro comincia in Parlamento, non un noioso ostacolo cui sbarazzarsi, e lì ritorna); per controllare quello che i governi fanno, non fanno e fanno male; infine, per rendere conto di quello che loro stessi hanno fatto. Da cittadini sono stati eletti parlamentari per svolgere compiti importanti, spesso essenziali per il buongoverno (che non è mai il governo di una persona sola) e, se svolti con dedizione, gravosi. Allora, il rapporto di fiducia che deve intercorrere fra governo e parlamento non soltanto si esprime più negli applausi (calorosi) che segnalano stima, che nei voti, anche se, ovviamente, i freddi numeri debbono contare e valere, ma nel riconoscimento del ruolo delle istituzioni.
Renzi avrà più o meno successo dei suoi molti diversi predecessori. Parte del suo successo e di quello dei suoi ministri, donne e uomini, dipenderà dalla loro consapevolezza che le istituzioni sono importanti; meritano rispetto (espresso, per esempio, con almeno una citazione per il Presidente della Repubblica che ha facilitato la formazione del nuovo governo); svolgono il compito ineludibile di interlocutore per tutta l’attività del governo. Nella misura in cui ne sono capaci, e molti di loro sicuramente hanno le competenze necessarie, i parlamentari contribuiscono dalle file della maggioranza e dai banchi dell’opposizione (quella dialogante non insultante) a migliorare i provvedimenti del governo. La condizione è che si sia instaurato, nelle commissioni e in Aula, e venga preservato un rapporto di fiducia.

L’Unità 27 febbraio 2014

La buona legge elettorale

Due o tre cose che so sui sistemi elettorali.

Prima cosa, importante: sono buoni i sistemi elettorali che danno potere agli elettori, non quelli che aumentano il potere dei partiti e, peggio, quelli di alcuni, pochi, capi di partito. Secondo, sono i collegi uninominali quelli nei quali gli elettori hanno grande potere di scegliere i candidati. Se, poi, il sistema è a doppio turno, come in Francia, il potere degli elettori raddoppia. Proprio così.  Terzo, è inutile girarci intorno: se le liste sono bloccate, anche se appena accorciate, e se c’è un premio di maggioranza, anche se un pochino ridotto, non cambia la sostanza. Il cosiddetto Italicum è sostanzialmente un Porcellinum. Per questo è naturale che piaccia a Berlusconi che fortemente lo vuole. E’ la cosa più simile al Porcellum che fu approvato dalla sua maggioranza nel dicembre 2005. Il centro-destra si è fatto la sua legge elettorale e Renzi sostiene che per cambiarla bisogna trovare un accordo con Forza Italia responsabile di quella pessima legge elettorale. Tutto il potere rimarrà nelle mani dei capi partito, leggi: Berlusconi e Renzi. Il primo continuerà a designare i suoi parlamentari; il secondo procederà a “nominare” soltanto candidati “renziani” e parlerà di rinnovamento generazionale.

Chiarito questo, anche ad uso dei giornalisti che in materia di legge elettorale non sembrano proprio ferrati, la domanda ritorna: dove sta il potere degli elettori che frequentano i mercatini rionali? Suggerirei di recuperare il potere degli elettori su una clausola cruciale. Il premio di maggioranza lo si vince soltanto con un voto esplicito. Al primo turno, i partiti si presentano in ordine sparso ed entrano in parlamento tutti quelli che superano un’unica soglia chiaramente definita, senza trucchi e senza eccezioni: 5 per cento. Al secondo turno si presentano tutti i partiti o le coalizioni, anche se formate ad hoc, che lo desiderano. Chi ottiene più voti vince il premio di entità variabile, ma non più del 20 per cento dei seggi. Il voto per le coalizioni conferisce un grande potere agli elettori. Discutiamone, anche a braccio….