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Video La Repubblica di Sartori Milano 2 aprile 2014

Interventi di Maurizio Ferrera, Angelo Panebianco, Gianfranco Pasquino. Coordina  Antonio Carioti
L’incontro è stato organizzato in occasione dell’uscita del numero della rivista «Paradoxa» La Repubblica di Sartori, a cura di Gianfranco Pasquino (VIII, 1, 2014). «Paradoxa» è edita dalla Fondazione Internazionale Nova Spes.

Milano 4 aprile 2014

La Repubblica di Sartori

 

Invito Roma InConTra-Ara Pacis

Roma In Con Tra

Senato sì senato no

Ara pacis

S

 

Rumore, furore, errore: la cosiddetta riforma del Senato

Gazebos

Quello che c’è di buono: differenziazione dei compiti di Camere e Senato, non è nuovo. Quello che c’è di nuovo: composizione del Senato, non è affatto buono.
La differenziazione non può consistere soltanto nel togliere dalle mani dei senatori prossimi venturi il voto di fiducia/sfiducia e l’approvazione del bilancio. La composizione non può essere raffazzonata in maniera tale da avere sindaci e presidenti delle Regioni a fare, comprensibilmente male, un doppio lavoro, insieme a ventuno senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica. Questa sì che è un’innovazione forte, fortemente sbagliata, ma sicuramente gradita al Presidente Repubblica che, felice della doppia opportunità, perché tornerà ad essere senatore a vita, ha subito inviato il suo apprezzamento per la riforma! Persi fiducia e bilancio a questi senatori, che arrivano dalla provincia e che, senza un adeguato rimborso spese, non vedranno l’ora di tornarsene a casa, sono affidati quelli che, evidentemente, i baldanzosi riformatori, chiedo venia, riformatrici, ritengono compiti degni delle autorità locali: le leggi costituzionali, i diritti dei cittadini e, mi auguro, una spruzzatina di rapporti con l’UE (Regioni d’Europa? Europa delle Regioni?). Quanto ai numeri si capisce poco perché il Bundesrat tedesco debba essere composto da appena 69 rappresentanti per 80 milioni di abitanti, mentre il Senato delle autonomie italiano debba avere 148 rappresentanti per circa 50 milioni di elettori.

La proposta di riforma viene giustificata da due pressanti esigenze: fare cassa (chiedo, di nuovo, scusa) risparmiando sulle indennità per la Casta e velocizzare la legislazione.
Sul primo punto, sarebbe quasi decisivo ridurre il numero dei deputati. Cinquecento bastano e avanzano, magari trovando un modo (ne conosco almeno venti) per consentire agli elettori di sceglierseli e togliendo dalle mani della nuova casta il potere assoluto di nomina che, guarda caso, è proprio quello al quale Berlusconi non vuole rinunciare e che Renzi sa che acquisirà (di qui i posizionamenti vorticosi dentro il PD).
Sul secondo punto, chi sa qualcosa dei parlamenti contemporanei, non soltanto europei, non può che trasecolare. E’ il Senato che rallenta e affossa la legislazione tanto sapientemente preparata dai ministri e dalle loro burocrazie? E’ il bicameralismo che, poverino, esercita la sua perfezione nella lentezza? Come mai, allora, appesantito e rallentato dal Senato, il Parlamento italiano riesce sistematicamente ad approvare quattro volte il numero delle leggi approvate dal Parlamento inglese e più di due volte di quelle approvate dal Parlamento tedesco, entrambi bicamerali differenziati?
Adesso, capisco, è un’illuminazione improvvisa: è perché il bicameralismo italiano viene definito “perfetto”. Incidentalmente, prima ministri e parlamentari, giornalisti e commentatori politici impareranno che l’aggettivo corretto è “paritario” o “simmetrico” meglio sarà. Nel frattempo, persino i due Presidenti, non soltanto gli attuali, delle Camere, si vantano del numero delle leggi approvate, non della loro qualità, mai del controllo esercitato dal Parlamento sul governo o dello stimolo a fare.
E’ un mistero assolutamente inglorioso che Renzi e Boschi si mostrino convinti che una Camera di sindaci e di personalità scelte dal Presidente (con quali criteri? In base a quali caratteristiche? Dopo la sua nomina dei “saggi” sono arrivato a non fidarmi più neppure delle capacità di Napolitano) saprà esercitare controllo e stimolo.
Soltanto un numero ristretto di uomini e donne, pochi, prestigiosi, autorevoli, responsabili, che abbiano ottenuto un mandato elettorale e politico e che, giustamente ambiziosi, desiderino riconquistarlo, potranno svolgere compiti utili, anche inventandoseli, quand’anche relegati nella asfittica Camera di Renzi e Boschi. La loro è una riforma, direbbe il compagno Shakespeare, “full of sound and fury, signifying nothing”.

pubblicato su Gazebos.it 2 aprile 2014

Vi spiego pregi e difetti della riforma renziana del Senato. Parla il prof. Pasquino

formiche

intervista di Francesco De Palo pubblicata su formiche.net 1 aprile 2014

“Il rispetto istituzionale fa parte della democrazia e penso che un’etica qualche volta vada fatta apparire. Qui invece vedo solo prediche e accuse, tra l’altro abbastanza infondate”. Commenta così l’attacco del premier Matteo Renzi al Presidente del Senato Pietro Grasso uno dei maggiori politologi italiani, Gianfranco Pasquino, che ragiona con Formiche.net non solo sull’atteggiamento renziano emerso dall’intervista concessa al Corriere della Sera, ma anche nel merito di una riforma, quella del Senato, che non ritiene affatto risolutiva, anche dopo l’approvazione di ieri in consiglio dei ministri del disegno di legge costituzionale.

Renzi sul Corriere sbeffeggia i professorini di sinistra come Zagrebelsky: solo un punto di vista diverso o una rottura insanabile?
Credo che naturalmente i Professori possano essere criticati, anche quando parlano di politica e di Costituzione, ma non in quanto Professori bensì perché dicono cose più o meno condivisibili. Ciò che non si condivide, però, va spiegato, non serve fare un attacco personale alla categoria che giudico sgradevole. Ricordo quello che dicevano una volta i democristiani, il “Culturale” di sinistra. Ecco, eviterei questo se fossi in Renzi.

Renzi critica la sinistra del partito difendendo il decreto sui contratti a termine, considerato intoccabile da Ncd e Forza Italia: c’è troppa intesa con l’opposizione?
No. Temo che Renzi sappia che senza quel tipo di rapporto con l’opposizione avrebbe ancora più difficoltà a governare. Ciò è un male, perché dovrebbe invece avere la capacità di tenere assieme la sua coalizione che, mentre alla Camera è sufficientemente ampia, al Senato ha una minore forza.

Ha ragione il premier ad attaccare Grasso sul Senato?
Su questo ha torto almeno su tre piani. Il primo attiene al come il ministro Boschi rimprovera alla seconda carica dello Stato di essere un nominato, dal momento che la stessa è nominata due volte, come parlamentare e come ministra. I nominati ci sono dappertutto, in quanto la legge elettorale non solo lo ha consentito ma lo ha imposto. In secondo luogo, se criticano Grasso in quanto nominato non possono dimenticarsi che la legge elettorale che ha proposto Renzi, e supponendo che l’abbia proposta la stessa Boschi, consentirà parlamentari nominati anche alle prossime urne. In realtà è ciò che Berlusconi vuole. Infine credo ci sia un’etichetta istituzionale che non consenta a nessun premier di criticare in questo modo il Presidente del Senato. Il rispetto istituzionale fa parte della democrazia e penso che un’etica qualche volta vada fatta apparire. Qui invece vedo solo prediche e accuse, tra l’altro abbastanza infondate. Dopo di che Grasso ha un solo dovere: difendere una buona riforma del Senato. Quella che ha proposto Renzi non lo è.

Cosa non condivide della riforma del Senato?
Qui occorre essere molto coerenti con un certo tipo di impostazione, ciò che Renzi sostiene di essere ma non è vero. L’unico punto sul quale fa leva è il risparmio sui costi del Senato, ma per risparmiare quei denari potremmo anche tagliare il numero dei deputati o soprattutto dei dipendenti del Senato stesso. Penso che cento parlamentari in meno non sarebbero un problema, in Francia sono 577, in Germania 600. Lo dico perché quelli sono Paesi con cui vale la pena confrontarsi.

C’è anche un problema di criteri?
Sento che adesso il numero magico è 148. Mi chiedo il perché. Un Senato di questo genere non potrebbe avere rappresentanti nominati dal Presidente della Repubblica. Fin quando Renzi non spiegherà il senso di questa riforma, sarà solo carta straccia.

La concertazione tanto cara alla Cgil è finita, ma Renzi ne ha anche per Confindustria: è iniziata una guerra sotterranea?
Se concertazione vuol dire che la parola decisiva sui provvedimenti del governo viene messa dai sindacati o da Confindustria, è bene che finisca. Ma essa può anche essere intesa come un tipo di procedimento di consultazione, ovvero che il Premier ascolta. Un passaggio corretto, perché da solo non può capire tutto. É una banalità, come lui aggiunge, dire che poi alla fine è il governo che decide. Ma certo. Attenzione però, perché in democrazia il governo decide ma poi – magari – spiega in Parlamento il perché di scelte e direttrici alle parti sociali. Contrariamente non si riconosce a deputati e senatori la capacità di apporre miglioramenti e cambiamenti.

A livello istituzionale e mediatico Renzi usa toni e temi “berlusconiani”?
Il dibattito non mi appassiona. Registro una rottura con determinati elementi della vecchia politica, ed è un bene. E’ un male, invece, il voler intimare come Renzi fa quando minaccia di andarsere, non lo ha fatto neanche Berlusconi. Renzi non dimentichi di essere arrivato a Palazzo Chigi grazie a un colpo di Palazzo che per di più aveva anche dichiarato di non voler fare e poi ha fatto: ha una grande coda di paglia.

twitter@FDepalo

Per cambiare non basta un leader (ma lui durerà)

CC

C

1) La svolta impressa da Matteo Renzi al suo partito sta cambiando la cultura politica del Pd o il cambiamento è di facciata?

1) Non basta un leader, nessun leader, per cambiare la cultura politica di un partito che — peraltro — era diventata già una cultura pallida e evanescente. Non vedo in Renzi la volontà di dare una nuova cultura ma solo la volontà di far cambiare comportanti ai vecchi politici del Pd. Per cambiare una cultura di un partito ci vuole ben altro che una figura di spicco.

2) Il “fenomeno” Matteo Renzi durerà ancora a lungo o no? E  per quale ragione?

2) Il «fenomeno» non durerà a lungo, ha un tempo molto limitato, Renzi deve fare le riforme. Ma il premier può durare a lungo come politico perché, ormai, controlla il partito dal punto di vista numerico, anche se non controlla ancora i gruppi parlamentari. Il «fenomeno» quindi non durerà, il politico sì. Soprattutto non durerà negli aspetti «accessori»: il suo leaderismo, il suo modo di parlare, di sfidare sempre tutti e tutto non può durare a lungo. Augurabilmente, se ne stancherà anche lui.

3)Le riforme proposte da Renzi sono state giudicate da alcuni intellettuali e osservatori politici come “autoritarie”. Lei è d’accordo o no?

3) Quelle proposte da Renzi non sono riforme autoritarie. Sono solo riforme pasticciate. Come fanno, lui e la ministra Boschi, a dire di voler riformare il bicameralismo perfetto? Se è perfetto, non si riforma, già usano le parole sbagliate. Ancora: i renziani hanno attaccato il presidente del Senato Pietro Grasso (che ha criticato la riforma proposta in Consiglio dei ministri, ndr) perché è nonimato. Se Grasso è nominato, Boschi è binominata, prima da Renzi con il Porcellum, poi sempre da Renzi al governo. Il loro modo di discutere dei problemi è deplorevole. E, ribadisco, le riforme che lanciano sono pasticciate. Prima le hanno presentate come effetto della scelta fatta dagli elettori con le primarie (che non erano primarie, ma l’elezione del segretario di un partito): ma gli elettori non stavano votando il programma di governo di Renzi, bensì solo un segretario del Pd. E in quel programma, presentato durante le primarie da Renzi, l’Italicum come è stato proposto adesso non c’era. L’Italicum è un piccolo «porcellum», un «porcellinum» che consentirà a Boschi di essere di nuovo nominata. Sul Senato, la verità è che non sanno cosa fare. Togliere il voto di fiducia a questo ramo del Parlamento va anche bene, tutto il resto è insicuro. Per fare una buona riforma bastava avere non dico il coraggio ma l’intelligenza di guardare cosa fanno le «seconde Camere» in ambito europeo. Non l’hanno fatto, hanno fatto un pasticcio.

Intervista a cura di Marzio Fatucchi

CORRIERE FIORENTINO 1 aprile 2014

In fretta e male

La sostanza delle due riforme istituzionali di Renzi: abolizione delle province e trasformazione del Senato, è ampiamente condivisibile. I toni e i modi usati da lui e dal Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, sono deplorevoli e tali appaiono a molti senatori del Partito Democratico. Sarebbe sbagliato pensare che si tratti soltanto di tacchini invecchiati che proprio non desiderano partecipare al pranzo di Natale imbandito dal giovane Presidente del Consiglio. Si tratta, invece, di parlamentari di più o meno lungo corso e di non disprezzabile esperienza. Alcuni riusciranno comunque a farsi eleggere, pardon, grazie alla prossima legge elettorale, quella contrattata da Renzi con Berlusconi, riusciranno a farsi “nominare”, alla Camera dei deputati. Altri andranno in pensione oppure torneranno alla loro professione che molti effettivamente hanno. Però, è probabile che nessuno di loro vorrà poi essere accusato di avere digerito una riforma malfatta.

Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine. Il monocameralismo non deve fare paura a nessuno, non è prodromo di nessun autoritarismo, se reggono i contrappesi alla Camera dei deputati (meglio se non nominati, per questa ragione urge cambiare la brutta legge elettorale approvata dalla Camera e toccherà al Senato, a questo Senato procedere a profonde modifiche), vale a dire, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale. Soltanto un Senato composto da  rappresentanti eletti prestigiosi e competenti potrà svolgere i compiti che la riforma Renzi-Boschi sembra volergli attribuire. Infatti, non dovranno proprio essere i sindaci a decidere sulle norme costituzionali e sui diritti dei cittadini, materie troppo importanti e, per lo più, totalmente al di fuori delle loro esperienze e competenze.

Non meraviglia, dunque, che il Presidente Grasso, che ha istituzionalmente il compito di rappresentare il Senato, abbia espresso forti critiche, convogliando posizioni e preferenze condivise da senatori di molti gruppi. Rattrista, invece, ascoltare da Renzi e da Boschi non risposte nel merito delle critiche, ma attacchi a Grasso in quanto “nominato” (proprio come è stata la Boschi) e addirittura richiami da parte di Deborah Serracchiani ad una disciplina di partito che non può mai in nessun modo valere quando i parlamentari sono chiamati a votare, “senza vincolo di mandato”, in special modo sulle riforme costituzionali. Invece di minacciare i parlamentari del PD e la sua maggioranza con improbabili dimissioni, sarebbe meglio che Renzi entrasse in un dialogo riformatore con il Parlamento e con la maggioranza tutta (prima che con Berlusconi).

Alla fine, può darsi che, grazie a quello che si configura praticamente come un ricatto, il Presidente del Consiglio ottenga quello che vuole e nei tempi desiderati, almeno una approvazione di massima: un trofeo da esibire prima delle elezioni europee del 24 maggio. Tuttavia, il grosso rischio è che, anche per la fretta, sempre cattiva consigliera, finiscano per essere due brutte riforme e quel che è peggio due riforme che non migliorerebbero affatto il funzionamento del sistema politico italiano e non lo velocizzerebbero, ammesso, ma non concesso, che la velocità sia il criterio più importante per valutare la qualità di una democrazia.

AGL 1 aprile 2014

Oltre il bicameralismo imperfetto

l'Unità

Il bicameralismo italiano, non essendo affatto “perfetto”, come troppi, persino fra gli addetti ai lavori, si ostinano a dire, deve , comunque, essere riformato. Meglio definito paritario o simmetrico, il bicameralismo può anche essere abolito del tutto. Esiste il monocameralismo in paesi non scivolati sotto il tallone dell’autoritarismo né di altri “ismi”  come la Danimarca, la Finlandia, il Portogallo, la Svezia. Altrimenti può essere differenziato in maniera risolutiva ed efficace, vale a dire, affinché se ne giustifichi la persistenza. Fermo restando che in nessun sistema politico bicamerale sono entrambe le Camere a dare (e a togliere) la fiducia, questa non può essere l’unica nota differenziante e la giustificazione di una presunta migliore governabilità sarebbe davvero meschina e insufficiente. La differenziazione che conta è quella che riguarda la competenza, congiunta o esclusiva, per materia. Se il prossimo Senato dovrà essere una camera di “riflessione”, allora bisogna che siano chiare le materie sulle quali darà il suo apporto.

La grandissima maggioranza dei parlamenti bicamerali basa la sua differenziazione sulla rappresentanza territoriale. Le due eccezioni sono costituite dal prototipo della democrazia parlamentare, la Gran Bretagna, dove la Camera dei Lord, composta da Lord ereditari o di nomina reale, ha un collegamento minimo con il territorio, e dal prototipo della democrazia presidenziale, gli Stati Uniti d’America, dove il Senato, probabilmente, il più forte ramo parlamentare esistente al mondo, ha certamente un collegamento fortissimo con il territorio, gli Stati, ma sarebbe alquanto improprio definirlo camera di rappresentanza territoriale. In Europa, la migliore e più forte rappresentanza territoriale è offerta dal Bundesrat tedesco. I suoi solo 69 componenti sono nominati dalle maggioranze di governo di ciascun Land. Vittoriosi in Baviera i democristiani nominano i loro rappresentanti al Bundesrat senza nessuna concessione ai socialdemocratici e ai verdi. Nei Länder dove vincono, i Socialdemocratici e i Verdi fanno altrettanto nominando soltanto loro rappresentanti.  Lo stesso vale per tutti gli altri Länder.

Mutatis mutandis, purché i mutamenti siano limitatissimi, questa modalità di composizione del prossimo, numericamente ridottissimo, Senato italiano, sono facilmente imitabili. Come stanno le cose, in Lombardia, saranno la Lega Nord e Forza Italia a nominare i loro rappresentanti (che potrebbero anche essere senatori uscenti, o giù usciti), mentre in Emilia-Romagna sarà il Partito Democratico a farlo, tenendo conto degli eventuali alleati al governo della Regione. Esiste, però, anche una modalità più innovativa, che garantirebbe rappresentanza territoriale, dando grande potere agli elettori e agli eletti. Una volta stabilito il numero complessivo dei prossimi Senatori, suggerirei non più dei componenti del Bundesrat, e distribuiti fra le Regioni di modo che quelle piccole ne abbiano uno soltanto e quelle grande non più di quattro/cinque, la loro elezione avverrebbe in una competizione su scala regionale, in inglese si dice at large. Vale a dire che ciascun elettore avrebbe un solo voto con il quale scegliere il suo candidato in liste regionali presentate dai partiti, ma anche da associazioni dei più vari tipi. Coloro che otterranno il più alto numero di voti individuale saranno eletti e andranno a rappresentare la loro Regione, proteggendone e promuovendone gli interessi in Italia, e anche in Europa, se a questo nuovo Senato saranno affidate le politiche europee e se l’UE riuscirà mai a diventare effettivamente l’Europa delle Regioni.

Stabilita con criteri chiari e univoci la composizione del nuovo Senato, dovrebbe risultare più semplice la differenziazione delle materie di competenza delle due camere. Comunque, se l’attuale Senato mira a giustificarsi come camera di riflessione, ne ha l’opportunità immediata. Respinga la blindatura imposta dal governo e proponga una riforma all’altezza della sfida. Hic Rhodus hic salta.

L’Unità 31 marzo 2014

Parlare (bene) dell’Europa

l'Unità

Democrazia e burocrazia. Ovvero poca democrazia e troppa burocrazia: questa è l’accusa che gli anti-Europeisti di tutti i tipi e di tutti i colori lanciano contro l’Unione Europea. Questo è il terreno sul quale gli Europeisti hanno il dovere di lanciare la loro sfida e di fare campagna elettorale. “Uno vale uno” anche in Europa, ma non è in questione soltanto l’eguaglianza del peso politico di tutti gli Stati-membri, che, in effetti, esiste su molte problematiche, e che, dunque, gli Europeisti hanno il dovere di spiegare ai cittadini dei singoli Stati. Sono in questione le procedure decisionali sia nella Commissione Europea sia nel Parlamento Europeo. Poiché ciascuno stato-membro nomina un Commissario la sua influenza sarà tanto più grande quanto più quel Commissario sarà competente, rispettato, efficace. Altrimenti vi saranno contraccolpi negativi anche sul governo che lo ha nominato che risulterà meno influente e meno credibile.

L’elezione del Parlamento europeo, la cui importanza i partiti europeisti non dovrebbero cessare di sottolineare, facendo riferimento alle molte “leggi” buone da quel Parlamento approvate, offre la possibilità ai cittadini europei di contare scegliendo rappresentanti competenti e capaci che sappiano lavorare affinché l’Unione Europea proceda verso una migliore integrazione politica. Questa integrazione può essere ottenuta attraverso accordi, anche senza la complessa modifica dei Trattati, con una selezione rigorosa delle materie sulle quali l’Unione deve concentrarsi. I candidati e i partiti che credono nell’Europa dovrebbero (ri)prendere in mano e sventolare la bandiera della sussidiarietà. L’Unione farà esclusivamente quello che gli Stati nazionali e i loro governi locali non sono (più) in grado di fare. Al tempo stesso, non soltanto per la campagna elettorale, ma per un’esigenza di verità, candidati e partiti europeisti dovrebbero fare un elenco delle riforme importanti che l’Europa ha già saputo formulare , e qualche volta necessariamente imporre, agli Stati.

E’ possibile e opportuno anche fare una stima dei costi della non-Europa oltre ai vantaggi portati dall’Europa. Non soltanto ai giovani si potrebbe ricordare il vero “dividendo della pace”: nessuno di loro è stato mandato a morire in guerre sul territorio europeo da quando l’Unione esiste. Molti giovani hanno anche avuto modo di sperimentare l’importanza culturale e professionale dei programmi Erasmus. Ai milioni di turisti e operatori economici nella Eurozona è opportuno ricordare quanto l’Euro abbia consentito operazioni altrimenti molto più costose e aleatorie. Ai cittadini che voteranno bisogna offrire una campagna elettorale positiva, non tanto contro i populisti e i nazionalisti, ma a favore di una collaborazione trasparente fra Stati che hanno obiettivi comuni non altrimenti perseguibili, in un mondo globalizzato, se non attraverso “una unione più stretta”. Toccherà al nuovo Parlamento e alla nuova Commissione affrontare la loro severa spending review e attuare una sana cura dimagrante della burocrazia, sottolineando, primo, che numericamente la burocrazia “europea” non è affatto sovradimensionata (non è principalmente questione di numeri, ma, come dicono gli inglesi, di red tape, di pratiche cartacee); secondo, l’Unione Europea è un organismo con più di 300 milioni di cittadini che ha assoluta necessità di sostegno burocratico.

Nelle elezioni nazionali, i governi rendono conto ai cittadini di quanto hanno fatto, non fatto, malfatto, anche perché costretti a farlo dalle rispettive opposizioni. E’ ora che nelle elezioni europee, le autorità dell’Unione, i parlamentari uscenti (anche quelli che non rientreranno), i partiti offrano il loro bilancio di un’Unione Europea che, in tempi difficili non a lei attribuibili, ha comunque saputo tenere il timone e che continua ad essere il più grande spazio di libertà, di pace e di prosperità con diseguaglianze contenute, mai in precedenza conosciuto.

L’Unità 28 marzo 2014

La Repubblica di Sartori

In occasione dell’uscita del numero della rivista “Paradoxa” La Repubblica di Sartori, a cura di Gianfranco Pasquino(VIII, I, 2014), ne parleranno Maurizio Ferrera, Angelo Panebianco e Gianfranco Pasquino. Coordina Antonio Carioti

Mercoledì 2 aprile 2014 in Sala Buzzati via Balzan,3 Milano (Ingresso libero, solo con prenotazione tel 02 87387707)

Corriere

Un partito non è Dinasty

Ci sarà sicuramente il cognome Berlusconi nel simbolo che Forza Italia presenterà per le elezioni europee. Attrae voti, dicono i sostenitori e confermano gli esperti. Petto in fuori, gongola, ma soltanto in parte, il detentore di quel cognome. Poiché, però, non potrà essere candidato e, se i giudici gli infliggono gli arresti domiciliari, non potrà neppure fare campagna elettorale (la cosa che gli è sempre riuscita meglio, poiché, a differenza dei politici, lo entusiasma, gli procura visibile e contagioso godimento fisico), Silvio sta seriamente prendendo in considerazione l’idea di candidare uno dei suoi figli, gli unici legittimi depositari del cognome/brand gradito da circa il 20 per cento degli elettori italiani.
L’azienda “Forza Italia” è, come troppe altre aziende italiane, a conduzione familiare. Prima o poi, la successione dovrà avere luogo, ma in politica la successione dovrà, anzitutto, misurarsi con la capacità di conquistare voti. In fondo, le elezioni europee, per una molteplicità di aspetti comunque molto importanti per “Forza Italia” e per lo stesso Berlusconi, costituiscono un buon terreno di apprendistato. Non sono una partita amichevole. Tutt’altro, ma Berlusconi non gioca mai partite amichevoli. Però, il risultato è meno importante di quello delle partite vere, le elezioni nazionali. Capeggiare le liste di Forza Italia per il Parlamento europeo può costituire il primo, significativo, passo nella successione dinastica. Finora Marina e Piersilvio hanno opposto resistenza a qualsiasi sirena che vorrebbe usarli e si direbbe che siano riusciti a chiamarsi fuori. Invece, Barbara appare piuttosto disponibile, ma, ovviamente, attende l’indispensabile chiamata in campo per bocca del padre. Nel frattempo, i comprimari, ovvero tutti coloro che in questi venti lunghissimi e tormentosissimi anni sono entrati in politica percorrendo anche immeritate carriere premono affinché un Berlusconi qualsiasi si candidi a riconquistare quei molti voti disponibili e, di conseguenza, consenta ai parlamentari italiani e a quelli europei, ai consiglieri regionali e a quelli comunali, di rimanere in politica, nelle cariche che hanno, nelle carriere che riusciranno a continuare e in quelle che cominceranno proclamandosi orgogliosamente berlusconiani.
Non ci è dato di sapere se qualcuno nei dintorni del Presidente Berlusconi abbia mai affacciato l’ipotesi di preparare una successione non dinastico-familiare, ma politica. Se qualcuno, oltre a pensare ai suoi grami destini in assenza Berlusconi, abbia pensato alla necessità e, persino, se non è troppo chiedere, anche al grande compito civile di dare rappresentanza politica a quei milioni di elettori italiani che desiderano un partito di destra in questo paese oppure, meglio, che non desiderano vedere la vittoria e il governo di un partito/coalizione di (centro)-sinistra. Addirittura coloro che si vantano di avere un elettorato proprio – sono soprattutto alcuni ex-democristiani -hanno la consapevolezza di non potere fare molta strada senza il tessuto connettivo fornito dal cognome Berlusconi, nonché, va subito aggiunto, dalla straordinaria capacità di Silvio di fare politica, anche grazie alle sue molte risorse, non soltanto monetarie, costruendo coalizioni.
La qualità di un leader, dicono i molti testi in materia, si misura anche, soprattutto dopo la sua scomparsa. Il metro di misurazione è rappresentato dalle condizioni in cui viene lasciata l’azienda da lui creata, l’organizzazione da lui costruita, il partito “personale” da lui guidato. I tormenti che attraversano i berlusconiani suggeriscono che credono poco alla loro sopravvivenza politica senza un Berlusconi, un figlio qualsiasi a guidarli e a benedirne le sorti politiche. Non sarebbe affare nostro, di donne e uomini di sinistra, suggerire soluzioni se non sapessimo che un sistema politico funziona meglio, una democrazia è di buona qualità quando esistono partiti, sì, questa è la parola chiave, a destra e a sinistra che offrono alternative programmatiche e di governo e che le riproducono, cambiando in maniera più o meno ordinata i loro leader, con attenzione alle preferenze e agli interessi dei cittadini. Le turbolenze di Forza Italia non fanno bene né alla competizione politica, di idee e di soluzioni, né all’Italia.

L’Unità 24 marzo 2014