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Cosa resta dopo la fine dei partiti? Molto poco @DomaniGiornale

“I partiti politici hanno creato la democrazia e la democrazia moderna non è immaginabile se non in termini di partiti”. Questa generalizzazione, scritta nel 1942 dal professore di Scienza politica Elmer E. Schattschneider, contiene una precisa descrizione storica e una implicita previsione preoccupante. Che cosa succede quando scompaiono i partiti? Troppo impegnati nella ricerca di un Presidente della Repubblica che in qualche modo giovi alle loro sorti né magnifiche né progressive, troppo interessati ad una legge elettorale che minimizzi i rischi della competizione, troppo affannati nella costruzione di un “centro” stabilizzatore, dirigenti politici e commentatori sembrano essersi dimenticati che le difficoltà e i problemi di funzionamento del sistema politico italiano sono iniziati con il, peraltro meritato, crollo del sistema dei partiti nel periodo 1992-1994. Oggi c’è un unico protagonista della vita politica italiana che mantiene l’etichetta partito: il Partito Democratico. Tutti gli altri hanno deciso che è meglio farne a meno visto il discredito che i partiti hanno agli occhi degli italiani.

   In un’intervista Giuseppe Conte ha assicurato che il Movimento 5 Stelle che intende costruire “non sarà un partito anche perché i partiti sono in crisi e tendono loro stessi a farsi movimenti”. Lui mira a trovare “le persone giuste e una sintesi politica convincente e quotidiana” (Corriere della Sera, 30 novembre, p. 11). Fermo restando che in Italia oggi al posto dei partiti non esistono affatto movimenti, ma associazioni personalistiche, i due compiti che Conte ritiene essenziali sono caratterizzanti, non solo storicamente, ma in tutte le democrazie contemporanee, proprio dei partiti politici. Più o meno indeboliti rispetto ai trenta e più anni “gloriosi” seguiti alla seconda guerra mondiale, i partiti esistono in tutte le democrazie occidentali (e hanno accompagnato la democratizzazione di molti paesi nel post-1989). Per reclutare le “persone giuste” è indispensabile che esista un’organizzazione sul territorio che le individui e le attragga. Per fare “sintesi politica convincente e quotidiana” bisogna che vi siano luoghi dove un certo numero di persone si riuniscono, discutono, decidono e comunicano le loro decisioni cercando di raggiungere un più vasto pubblico. Sono compiti che i partiti come li abbiamo conosciuti in Italia svolgevano, in maniera più meno efficace. Sapevano quei partiti offrire alternative programmatiche e elettorali. Costruivano coalizioni che andavano al governo con il loro personale, politico, praticamente mai tecnico/cratico.

   Nel 1990 i partiti della tanto criticata “Prima Repubblica” avevano fatto dell’Italia la quinta potenza industriale al mondo. Non tutto andava al meglio, ma l’esistenza dei partiti e la loro competizione erano accompagnate anche da notevoli percentuali di partecipazione elettorale. Non sarà il migliore dei Presidenti della Repubblica a fare (ri)nascere organizzazioni partitiche decenti. Nessun più o meno ingente premio in seggi potenzierà l’organizzazione dei vincenti. Nessuna riforma dei regolamenti impedirà il piccolo o grande trasformismo dei parlamentari. Certo, ciascuno di questi eventi e riforme se andasse per il meglio contribuirebbe alla comparsa di strutture simili ai partiti. Tuttavia, se nessuno dei dirigenti politici accetta la sfida e si pone esplicitamente l’arduo compito di ristrutturazione partitica, la prossima legislatura continuerà ad essere caratterizzata dai problemi che abbiamo già sperimentato nell’ultimo quarto di secolo.

Pubblicato il 1° dicembre 2021 su Domani

Sartori: Democrazie senza partiti? #Torino #1dicembre La Tradizione Italiana. Lezioni di Storia del pensiero politico

Torino Mercoledì 1 dicembre 2021 Ore 16-18
Dipartimento di studi storici – Palazzo Nuovo Via Sant’Ottavio 20, III piano – Sala seminari
Con prenotazione all’indirizzo segreteria@fondazionefirpo.it.

Per seguire la lezione da remoto sarà sufficiente cliccare qui e successivamente – se
non si dispone dell’applicazione e non si intende scaricarla – scegliere “accedi da browser”.
Info 011.8129020 – http://www.fondazionefirpo.it

LA TRADIZIONE ITALIANA
LEZIONI DI STORIA DEL PENSIERO POLITICO

Gianfranco Pasquino
Sartori: Democrazie senza partiti?

Introduce Stefano De Luca

LA TRADIZIONE ITALIANA
LEZIONI DI STORIA DEL PENSIERO POLITICO
coordinate da Stefano De Luca e Francesco Tuccari.
Il ciclo “La tradizione italiana. Lezioni di storia del pensiero politico” si propone di rileggere i grandi classici del pensiero politico italiano dalle origini ai nostri giorni attraverso una serie di lezioni magistrali affidate a studiosi di comprovata competenza.


L’obiettivo dell’iniziativa è quello di offrire a un pubblico il più possibile ampio gli strumenti essenziali per riscoprire e rivalutare complessivamente una tradizione di idee e riflessioni che, tolte alcune significative eccezioni (valga per tutti l’esempio di Machiavelli), risulta ormai essere in ampia misura negletta e poco appealing. Sia sul piano del dibattito pubblico, sia su quello degli studi universitari.

Il ciclo intende rileggere i grandi classici del pensiero politico italiano – s’intende: del pensiero politico, sociale ed economico – in una triplice prospettiva. Intende innanzitutto collocare gli autori che saranno di volta in volta presi in esame nello specifico contesto storico in cui essi pensarono e, molto spesso, operarono sul piano pubblico.

Li presenterà, cioè, come interpreti e attori del proprio tempo, cercando di fare emergere il nesso vitale e imprescindibile che ha legato la storia del pensiero politico italiano alla storia italiana nelle diverse fasi del suo sviluppo.

Intende poi mettere in evidenza le relazioni altrettanto vitali che il pensiero politico italiano ha intrattenuto con altre tradizioni coeve di pensiero politico, soprattutto a livello europeo e, da un certo punto in avanti, transatlantico. È su questo sfondo che le lezioni del ciclo cercheranno di mostrare la dimensione tutt’altro che provinciale della nostra tradizione, facendone però emergere le specificità.
Intende infine far risaltare là dove possibile – e per molti «classici» è sicuramente possibile – il contributo che essi hanno dato alla storia del pensiero politico tout court, trascendendo le dimensioni del proprio tempo e fissando categorie e problemi che generazioni successive di autori, italiani e non, hanno continuato a riprendere e rielaborare.

Per rendere possibile un ragionevole equilibrio tra «alta divulgazione» e approfondimento scientifico le lezioni saranno incentrate sull’analisi di un’opera particolarmente significativa dei singoli autori presi in esame.

Le lezioni si rivolgono a un pubblico di insegnanti e studenti universitari, di dottorandi,
di studiosi e più in generale a un pubblico colto.

Ogni lezione viene ripresa a video e resa pubblica sul sito della Fondazione.

A qualcuno importa solo essere citato #IlRestodeCarlino

Non è difficile capire perché i politici e le (donne) politiche fanno uso dei social. È vero che in campagna elettorale e nelle poche iniziative che riescono ad organizzare avevano detto “vi ascolto” (un modo per non rispondere). Poi, però, piombano nella solitudine. Fare un tweet, presentarsi su Instagram (Facebook è già troppo esigente, richiede un ragionamentino in almeno una decina di righe), consente di dimostrare di essere presenti, di sapere individuare i temi importanti, di parlare alla “ggente”. Per alcuni di loro è un modo di fare politica. Quel che hanno frettolosamente scritto viene ripreso da altri che, più o meno ossessivamente, stanno (è il verbo giusto) sui social. Qualche volta sono addirittura i quotidiani, ansiosamente sfogliati, che li citano. Certo, c’è un po’ di competizione. Allora, bisogna scervellarsi a trovare l’argomento più notiziabile, non soltanto arrivando con il commentino prima degli altri, ma mostrando qualche originalità. No, di sense of humor è meglio non parlare anche se i migliori, rarissimi, ma allora sono politici di rango nazionale, riescono ad esibirsi nel sarcasmo. Quello da me più apprezzato, lo sa, viene prodotto da Massimo D’Alema. Tornando a terra, dovendo “stare sul pezzo”, spesso i politici si lasciano andare a commenti malpensati, di pancia. Per qualcuno va bene persino così. Dovendo rimediare, “chiedere scusa”, talvolta sostengono di essere stati fraintesi, talvolta fanno marcia indietro. Quello che conta è che il loro nome circoli e appaia sui giornali. Le smentite sono utilissime. Twitto ergo sum.

Pubblicato il 30 novembre 2021 su Il Resto del Carlino

VIDEO Il gatto del Cheshire e le idee politiche nell’Italia repubblicana #Bologna Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio #LibertàInutile @UtetLibri con @DCampus e @giannicuperlo

23 Novembre 2021 ore 17
Sala dello Stabat Mater
Biblioteca comunale dell’Archiginnasio
Piazza Galvani, 1 – Bologna

Il gatto del Cheshire e le idee politiche nell’Italia repubblicana

Presentazione del libro di

 Gianfranco Pasquino Libertà inutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (Ed. Utet)

con Donatella Campus e Gianni Cuperlo

Coordina Nicola Pedrazzi

Gianfranco Pasquino espone con accuratezza e analizza le idee e le culture politiche dell’Italia repubblicana. Le sottopone a serrata critica attraverso una rigorosa valutazione di quanto detto, fatto e scritto dai politici e dagli studiosi, storici, filosofi, politologi. Ne scaturisce una domanda inquietante: quella libertà conquistata con sangue e fatica con la guerra di Liberazione nazionale, difesa nella Guerra Fredda, ampliata con la caduta del Muro di Berlino è risultata forse per gli italiani una libertà male utilizzata, una Libertà inutile?

Ingresso libero fino a esaurimento dei posti a sedere. Obbligatori green pass e mascherina

Evento organizzato in collaborazione con La Società di Lettura

VIDEO Quale futuro per la democrazia? #Ferrara

Quale futuro per la democrazia?

introduce Davide Nanni

“Una democrazia parlamentare, se saprete conservarla” Dagli Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei Anno CDXVIII 2021

Si racconta che un giorno del settembre 1787 quando i Padri Fondatori uscivano dalla Convenzione di Filadelfia che aveva appena approvato la Costituzione USA, una signora si rivolse in maniera aggressiva a Benjamin Franklin, il più anziano componente della Convenzione, chiedendogli: “Che cosa ci avete dato?” La risposta immediata e pacata di Franklin fu: “una Repubblica, signora, se saprete conservarla”. Allora, Repubblica, che ovviamente stava in netto contrasto con la monarchia inglese, era sinonimo di democrazia. Molti Padri Fondatori nutrivano preoccupazioni, espresse nella laconica risposta di Franklin, sul futuro di quella inusitata Repubblica presidenziale. Potremmo cercare molti test di sopravvivenza superati dalla Repubblica, ma, forse, il più complesso e pericoloso è dato dalla Presidenza Trump e da come finirà.

Nella Commissione dei 75 che si occupava della forma di governo italiano, nell’ampio dibattito che si tenne, fece la sua comparsa, ancorché minoritaria, la Repubblica presidenziale sostenuta dal molto autorevole giurista del Partito d’Azione, Piero Calamandrei. Fu respinta e una ampia e composita maggioranza della Commissione si espresse a favore del governo parlamentare, già operante in Gran Bretagna, madre di tutte le democrazie parlamentari e in tutte le altre, poche, democrazie dell’Europa Occidentale, tutte monarchie ad eccezione della Francia della Quarta Repubblica (1946-1958). Al momento del voto Tomaso Perassi, professore di Diritto Internazionale nell’Università di Roma, costituente eletto per il Partito Repubblicano, propose un ordine del giorno discusso nelle sedute del 4 e 5 settembre del 1946 e approvato.

«La Seconda Sottocommissione, udite le relazioni degli onorevoli Mortati e Conti, ritenuto che né il tipo del governo presidenziale, né quello del governo direttoriale risponderebbero alle condizioni della società italiana, si pronuncia per l’adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia, con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo».

Immagino che se una signora italiana, che aveva esercitato per la prima volta il suo diritto di voto nel referendum Monarchia/Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente, avesse chiesto all’on. Perassi “Che cosa ci avete dato?”, Perassi avrebbe sicuramente risposto “una democrazia parlamentare, se saprete conservarla”. Siamo riusciti a conservarla, fra forzature, strattonamenti, parole d’ordine pericolose, riforme elettorali balorde, proposte di modelli istituzionali controproducenti ma, purtroppo, senza avere davvero cercato e meno che mai trovato, come saggiamente suggerito da Perassi, dei “dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. Da tempo, però, avremmo dovuto imparare che un dispositivo costituzionale rispondente alle preoccupazioni di Perassi esiste e potrebbe essere molto facilmente “importato” nella Costituzione italiana con un minimo di adattamenti. Quel dispositivo, non magico, ma molto intelligente, è il voto di sfiducia costruttivo inserito nella Grundgesetz del 1949 della Repubblica Federale Tedesca e rimasto intatto nella Costituzione della Germania riunificata.

Con il voto di sfiducia costruttivo, nessuna crisi al buio, cioè senza esito precostituito, fa la sua comparsa e non si è avuta nessuna instabilità governativa. Eletto/a da una maggioranza assoluta del Bundestag (quindi, davvero primus/a super pares a soddisfare le accorate richieste di molti commentatori italiani) il cancelliere può essere sconfitto/ da un voto a maggioranza assoluta e sostituito/a purché una maggioranza assoluta si esprima a favore di un altro/a candidato/a entro 48 ore (tempo tecnico affinché tutti i parlamentari riescano a farsi trovare al Bundestag e, al tempo stesso, tempo troppo breve per trame e complotti improvvisati). Quando gli spagnoli scrissero la Costituzione della loro democrazia, 1977-78, memori della loro passata propensione all’instabilità governativa, consapevoli che il problema non era stato risolto né dai francesi della Quarta Repubblica né dalla democrazia parlamentare italiana, congegnarono una variante del voto di sfiducia costruttivo tedesco. Il loro Presidente del governo, titolo ufficiale, può essere sconfitto e sostituito da un voto a maggioranza assoluta della Camera dei deputati espresso su una mozione di sfiducia il cui primo firmatario diventa automaticamente capo del governo. È la procedura che ha consentito al socialista Pedro Sanchez di andare al Palazzo della Moncloa il 2 giugno 2018 al posto del popolare Mariano Rajoy.

Non ho dubbi che Tomaso Perassi considererebbe entrambi i “dispositivi”, tedesco e spagnolo, rispondenti alle sue preoccupazioni e provatamente in grado di “tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. I numeri lo conforterebbero ulteriormente. Nel periodo 1949-2020 ci sono stati molti meno capi di governo in Germania che in Gran Bretagna, tradizionalmente considerata il regno della stabilità dei Primi ministri. Nel periodo 1978-2020 ci sono stati meno capi di governo in Spagna che in Gran Bretagna nonostante la longue durée di Margaret Thatcher (1979-1990) e Tony Blair (1997-2007. I due capi di governo delle democrazie parlamentari europee che sono durati più a lungo in carica sono rispettivamente, l’attualmente detentore del record Helmut Kohl (1982-1998), che, però, sente il fiato sul collo di colei che fu un tempo la sua pupilla, Angela Merkel (2005- potenzialmente settembre 2021), e Felipe Gonzales (1982-1996).

Curiosamente, tanto in Germania quanto in Spagna, il dispositivo “sfiducia/nomina” è stato innescato soltanto due volte. La prima, Germania 1972, Spagna 1987, non ebbe successo. La seconda, Germania 1982, aprì l’era Kohl, Spagna 2018, ha riportato i socialisti al governo. Proprio il fatto che il dispositivo per la stabilità sia stato usato con enorme parsimonia è un elemento di pregio. Significa che ha operato da deterrente scoraggiando crisi di governo la cui conclusione non appariva né rapida né sicura.

La strada italiana per stabilizzare gli esecutivi e evitare le degenerazioni del parlamentarismo è stata pervicacemente un’altra, molto diversa e neppure adombrata nell’odg Perassi. È consistita nella manipolazione della legge elettorale al fine di confezionare artificialmente, di fabbricare una maggioranza parlamentare a sostegno di un potenziale capo del governo ma, inevitabilmente a scapito della rappresentanza in un presunto, mai provato trade-off con la presunta e indefinita governabilità. Questo fu il tentativo sconfitto della legge truffa nel 1953, legge che merita l’appellativo per le sue molte e gravi implicazioni anche sulla eventuale riforma della Costituzione. Nell’ambito di un’ampia riforma che toccava 56 articoli della Costituzione su 138, Berlusconi e i suoi alleati introdussero un premio in seggi, di entità variabile, potenzialmente cospicuo, nella legge elettorale di cui fu primo firmatario il sen. Roberto Calderoli. Con una formula diversa, ma non per questo migliore, un notevole premio in seggi fu previsto per il disegno di legge noto come Italicum, sponsorizzato dal governo Renzi e smantellato dalla Corte Costituzionale. Degno di nota è che nella ampia riscrittura della Costituzione, poi bocciata in un referendum costituzionale svoltosi il 4 dicembre 2016, il rafforzamento della figura e dei poteri del capo di governo non era limpidamente affidato a specifici dispositivi costituzionali (di voto di sfiducia costruttivo proprio non si discusse mai), ma esclusivamente agli effetti indiretti della legge elettorale e del depotenziamento del ruolo del Senato e della trasformazione dei suoi compiti. Ho trattato tutto questo in maniera molto più articolata e esauriente nel mio libro Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Milano, UniBocconi Editore, 2015).

Da nessuna parte nel mondo delle democrazie parlamentari esiste l’elezione popolare diretta del capo del governo (per una approfondita panoramica mi permetto di rimandare al volume da me curato Capi di governo (Bologna, il Mulino, 2005). È stata effettuata tre volte di seguito in Israele, 1996, 1999 e 2001, ma poi, proprio nel 2001 abbandonata poiché non portava nessun beneficio in termini di stabilità delle coalizioni al governo e di efficacia del capo del governo. Qualche cattivo maestro di diritto costituzionale ha sostenuto che in Gran Bretagna esiste l’elezione “quasi diretta” del Primo ministro. Non è vero. Nessun elettore/trice inglese ha la possibilità di votare per colui/colei che diventerà Primo Ministro tranne coloro che lo eleggono parlamentare nel suo collegio uninominale. Poiché il principio cardine di una democrazia parlamentare è che il Primo ministro deve godere della fiducia esplicita o implicita del Parlamento, ciascuno e tutti i Primi ministri possono essere sconfitti in e dal Parlamento e in e dal Parlamento, come è avvenuto frequentemente, quattro volte dal 1990 al 2019, a Westminster, un nuovo Primo ministro può essere individuato e “incoronato”.

Inserire il nome del candidato alla carica di capo del governo nel simbolo del partito utilizzato per la compagna elettorale è un deplorevole escamotage che può ingannare gli elettori, ma che, come argomentò severamente fin da subito Giovanni Sartori, non dovrebbe essere permesso, e del quale, ovviamente, mai nessun Presidente della Repubblica ha tenuto conto. Incidentalmente, non costituisce una prassi in nessun’altra democrazia parlamentare.

Periodicamente, da una ventina d’anni si affaccia la proposta, non argomentata con sufficiente precisione, di procedere ad una riforma delle modalità di formazione del governo italiano applicando la legge utilizzata per l’elezione del sindaco: il “sindaco d’Italia”. Lasciando da parte che un conto è il governo delle città un conto molto diverso è il governo di uno Stato sovrano, l’elezione popolare diretta del capo del governo, che è quanto succede nelle città, significa un vero e proprio cambiamento della forma di governo: da una democrazia parlamentare a una democrazia presidenziale sui generis. Obbligherebbe alla revisione di un notevole numero di articoli della Costituzione e alla predisposizione di accurati freni e contrappesi della cui assenza a livello locale molti consigli/eri comunali si lamentano da tempo. Soprattutto, significherebbe privare la democrazia parlamentare del suo pregio maggiore: la flessibilità che consente di cambiare il capo del governo, divenuto, per qualsiasi ragione, imbarazzante, e le coalizioni di governo in Parlamento senza ricorrere a nuove, frequenti elezioni (soluzione indispensabile nelle crisi comunali che coinvolgano il sindaco) che logorerebbero elettori e istituzioni.

L’eventuale introduzione del modello del “sindaco d’Italia” non corrisponderebbe affatto alle esigenze poste da Perassi di “disciplinare” il sistema parlamentare. Al contrario, ne comporterebbe una trasformazione/deformazione radicale, addirittura il suo abbandono, per andare in una direzione non sufficientemente nota. Sono convinto che, ammonendoci che ci aveva messi in guardia, l’on. Perassi, si sentirebbe pienamente giustificato nell’affermare che, con furbizie, errori, inganni, molti italiani continuano a dimostrare di non essere in grado di fare funzionare la democrazia parlamentare che i Costituenti diedero loro e rischiano di non riuscire a conservarla.

Nota presentata il 25 giugno 2020

Quale futuro per la democrazia? #26novembre #Ferrara #inpresenza e #livestream

venerdì 26 novembre ore 17
Sala Agnelli della Biblioteca Ariosto di Ferrara

Diretta streaming sul canale YouTube Archibiblioweb tv


Gianfranco Pasquino

Quale futuro per la democrazia?

introduce Davide Nanni

Il ribellismo dei No-vax ha troppo spazio nei media @DomaniGiornale

Il risultato ufficiale del referendum fra gli italiani sulla scienza, comunicato personalmente dal Presidente Mattarella, è stato 9 a 1 a favore della scienza. Richiamare l’attenzione su queste cifre che rappresentano la percentuale di vaccinati contrapposta a quelli che non l’hanno fatto è più che opportuno. Non sono sicuro che basterà a convincere i non vaccinati, ma è importante provare. In Germania, il ministro della Sanità, molto preoccupato tanto dall’andamento della pandemia quanto dalla percentuale di non vaccinati, inferiore del 10 per cento a quella italiana, è stato molto più brutale: all’inizio della primavera 2022 i tedeschi saranno vaccinati, guariti o morti. Mi sono fatto l’idea che non bisogna in nessun modo blandire coloro che si oppongono al vaccino e popolano le manifestazioni facendo anche ampio uso e sfoggio della violenza a spese dell’incolumità e dell’attività lavorativa dei loro concittadini.

   Manifestare le proprie opinioni è un diritto, ma decidere di non vaccinarsi è molto più banalmente una facoltà. Chi non si vaccina deve sapere che a norma di Costituzione la sua libertà può essere limitata. Dunque, può scegliere di accettare le limitazioni oppure di vaccinarsi per tenere il più esteso possibile il suo spazio di libertà. Noto, invece, che queste elementari considerazioni non trovano adeguata risonanza nel dibattito pubblico e sui mass media dei più vari tipi. Ritengo che, da un lato, nel 90 per cento degli italiani che si sono vaccinati, ci siano altre motivazioni, per altro tutte rispettabili, oltre alla fiducia nella scienza: rispetto delle leggi, volontà di non contagiare familiari e amici, paura per la propria salute. Dall’altro lato, non sono del tutto convinto che la motivazione predominante fra i No Vax sia costituita dalla non fiducia nei confronti della scienza. Neppure la sicuramente legittima paura per reazioni negative in conseguenza del vaccino è qualcosa che coinvolge la maggioranza di loro.

   La motivazione probabilmente più diffusa, la chiamerò con un termine quasi nobile, è il ribellismo, la scelta ideologica (non il diritto) di opporsi all’autorità, accompagnata e rafforzata dalla presunzione di essere superiori a quei pecoroni (immunità di gregge) di concittadini che si “piegano” a quanto deciso dal governo italiano. I governanti sono accusati di essere più o meno colpevolmente succubi di qualche tanto oscura quanto potente cospirazione internazionale e, naturalmente, di Big Pharma, delle grandi furbesche e maligne compagnie farmaceutiche. Contro queste tesi ideologiche, Mattarella ha scelto di mettere in campo il suo prestigio, ma anche di fare un richiamo al principio di maggioranza. Nessuna minoranza, per quanto “intensa” sia, può accampare il diritto di imporre la sua volontà ad una maggioranza che, per di più, non viola affatto i diritti fondamentali di quella minoranza.

   Ne traggo due conclusioni. La prima è che non dobbiamo continuare a mettere sullo stesso piano coloro che rispettano le regole e che riconoscono la validità delle competenze scientifiche con la variegata galassia degli oppositori e dei negatori. Non solo questo atteggiamento è sbagliato, ma produce/rrebbe conseguenze negative di grande impatto proprio sulla credibilità collettiva della scienza, delle sue acquisizioni, delle sue raccomandazioni. Secondo, alle posizioni No Vax non deve essere attribuito lo stesso spazio nel dibattito pubblico e sui mass media di cui godono coloro che agiscono in base all’accettazione di quello che la scienza ritiene sia ragionevole e positivo. 10 per cento non vale 90 per cento.

Pubblicato il 24 novembre su Domani

VIDEO Lectio Magistralis sull’Unione Europea Corso di formazione politica 2021/22 Movimento Federalista Europeo #Verona

PER ACCEDERE AL VIDEO CLICCA QUI

Venerdì 19 novembre 2021, ore 18.00
Gianfranco Pasquino: Lectio Magistralis sull’Unione Europea
Consigliata la lettura del suo libro L’Europa in trenta lezioni, UTET, 2017

Gianfranco Pasquino, L’Europa in trenta lezioni, UTET 2017

Il corso è gratuito, ma è obbligatoria l’iscrizione tramite una mail da mandare entro mercoledì 17 novembre utilizzando il form contatti del sito


Nelle giornate immediatamente precedenti agli incontri agli iscritti verrà mandato sempre via mail il link Zoom per il collegamento.

Il gatto del Cheshire e le idee politiche nell’Italia repubblicana #23novembre #Bologna #Archiginnasio Presentazione di #LibertàInutile @UtetLibri con @DCampus e @giannicuperlo

23 Novembre 2021 ore 17
Sala dello Stabat Mater
Biblioteca comunale dell’Archiginnasio
Piazza Galvani, 1 – Bologna

Il gatto del Cheshire e le idee politiche nell’Italia repubblicana

Presentazione del libro di

 Gianfranco Pasquino Libertà inutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (Ed. Utet)

con Donatella Campus e Gianni Cuperlo

Coordina Nicola Pedrazzi

Gianfranco Pasquino espone con accuratezza e analizza le idee e le culture politiche dell’Italia repubblicana. Le sottopone a serrata critica attraverso una rigorosa valutazione di quanto detto, fatto e scritto dai politici e dagli studiosi, storici, filosofi, politologi. Ne scaturisce una domanda inquietante: quella libertà conquistata con sangue e fatica con la guerra di Liberazione nazionale, difesa nella Guerra Fredda, ampliata con la caduta del Muro di Berlino è risultata forse per gli italiani una libertà male utilizzata, una Libertà inutile?

Ingresso libero fino a esaurimento dei posti a sedere. Obbligatori green pass e mascherina

Evento organizzato in collaborazione con La Società di Lettura