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Marta Cartabia al Quirinale? Perché no: potrebbe essere la donna giusta al momento giusto #intervista @ildubbionews


Il professore Pasquino parla della possibile candidatura della Cartabia al Quirinale. E sul Governo dice: «E’ destinato a durare, non vedo scossoni».
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega perché «alla Lega converrebbe essere europeista», dice di vedere di buon occhio Marta Cartabia al Colle ed è convinto che «se la ripresa continua il governo è destinato a durare».
Professor Pasquino, come cambieranno i referendum nel prossimo futuro?
Firmare con lo Spid agevola in maniera piuttosto significativa coloro che vogliono proporre un referendum, anche se introduce una distinzione tra i cittadini che hanno facile accesso ai sistemi di tecnologia e gli altri. Oggi i firmatari sono gruppi più facili da attivare, come giovani e professionisti, e nel complesso questo produce maggiore facilità di raccogliere le firme e in misura non enorme incentiva la produzione di referendum.
Alcuni propongono l’innalzamento delle firme necessarie a proporre un referendum. È d’accordo?
Di aumento delle firme si parla da molto tempo per via delle norme scritte dai costituenti, quando l’elettorato italiano era di 30 milioni di persone mentre oggi è di 54. Allora scrissero 500mila e penso che 800mila firme, cioè la cifra sulla quale si è assestato il dibattito, è accettabile nel momento in cui viene reso più facile firmare come accade con lo Spid.
Si parla poi di abbassare il quorum, che ne pensa?
L’esito dei referendum è una storia diversa. Partiti e organizzazioni possono invitare all’astensione e quindi vanificare il referendum per mancanza di quorum. Per scongiurare questo fenomeno gli stessi che vogliono aumentare le firme dicono che bisogna ridurre il quorum in base alla percentuale di votanti all’ultima elezione nazionale che precede il referendum. Anche questa proposta mi pare abbia una sua logica e una sua validità.
Alcuni studiosi auspicano poi un controllo anticipato della Corte sull’ammissibilità dei quesiti. Arriveremo a questo correttivo?
Anche questo è fattibile ma sarebbe utile sentire cosa ne pensano i giudici costituzionali. Ma c’è un rischio: che ci sia un alto numero di richieste di referendum e quindi si intasi la Corte. Tuttavia se le cifra minima richiesta per il controllo è centomila firme, allora è difficile che ci siano molte richieste. Mi lasci dire però che la Corte non è stata brillante nel dichiarare l’accettabilità o meno del quesito in passato.
Cioè?
Se il referendum abrogativo si propone di abrogare la legge, bisogna che la abroghi nella sua interezza, non cambiando le virgole. Invece si è consentita l’abrogazione di alcune parti creando confusione.
Addentriamoci nell’agone politico. Come giudica l’addio alla Lega di Francesca Donato?
Come un segno che c’è qualcosa che non va. Ma il problema è a monte. La Lega alle Europee ha candidato diverse persone senza sottoporle a qualche filtro, raccogliendo un po’ di tutto. Una parte di quel tutto oggi si trova insoddisfatta e se ne va. Spesso poi converge in Fratelli d’Italia e lo fa solo perché Fd’I è in crescita. Pura strategia di sopravvivenza politica.
Se alle Amministrative Fratelli d’Italia dovesse scavalcare la Lega si arriverà alla resa dei conti?
Secondo me no, perché sarà tutto il centrodestra a non andare bene. Fratelli d’Italia ha imposto un candidato non brillante a Roma e altrove la Lega ha fatto lo stesso. Ma il loro futuro è comunque legato, perché separati non andranno lontano. Magari nemmeno insieme vinceranno, ma di certo quella è una condizione per provarci. Il problema sarà decidere il candidato alla presidenza del Consiglio. E lì se ne vedranno delle belle.
La nuova centralità di Berlusconi e il sostegno senza condizioni di Fi al governo Draghi daranno linfa alla parte moderata del centrodestra?
La parte moderata ed europeista del centrodestra non può fare tanti passi avanti rispetto a quelli che ha già fatto. L’europeismo è ormai attribuito al Pd, che è un partito convintamente europeista, senza nessuna tensione o cedimento. Si parla inoltre della candidatura di Berlusconi al Colle ma sarebbe il primo caso di un presidente della Repubblica eletto da condannato e in più a 85 anni. È un’operazione di vetrina che sminuisce il ruolo dell’istituzione della presidenza della Repubblica.
Per la quale invece si parla di Marta Cartabia, che ha appena portato a casa la riforma del penale. Come la vede?
Mi pare in fase ascendente. I candidati di cui si parla di più sono Mattarella, che ha già detto che non vorrebbe fare un altro mandato, e Draghi, che è indeciso tra l’ambizione personale del Quirinale e mettersi in gioco per cambiare in profondo il paese come sta già facendo. Tuttavia molti pensano che serva una donna e Marta Cartabia è la donna giusta al momento giusto. È stata presidente della Corte costituzionale, è ministro della Giustizia e sembra che abbia fatto una buona riforma. In più non ha nemici visibili e questo nel segreto dell’urna può giovare.
Un 5- 0 per il centrosinistra alle Comunali farà togliere qualche sassolino dalla scarpa a Enrico Letta?
Ci sono buone possibilità di un 5- 0, anche se Torino non mi pare messa bene per il candidato di centrosinistra. Se dovesse arrivare, Letta dovrebbe prendersi la vittoria che però a Milano sarebbe di Sala e a Bologna del Pd locale. Lui deve occuparsi di vincere a Siena e di cambiare il partito. Per ora di cambiamento non se n’è visto molto.
Sullo stesso fronte il Movimento è diviso tra l’estrema visibilità del presidente Conte e la fatica nel raccogliere voti sul territorio. Come andrà?
Il M5S ha cominciato con Parma e poi ha vinto a Torino e Roma. Quindi non è sempre andato male sul territorio. E anzi se andrà “meno male” di quello che pensiamo potrà anche dire che è in ripresa, ad esempio con una Raggi al 18- 20 per cento a Roma. Gli serve un risultato competitivo con il Pd e con la possibilità che numericamente la loro somma si avvicini a quella del centrodestra. Al Movimento servirebbe maggiore decentramento, favorendo i gruppi che si riferiscono ai Cinque stelle in provincia. Ma non è questa l’intenzione di Conte e di un partito che ha deciso di affidarsi a un leader improvvisato.
Intravede scossoni nei prossimi mesi di governo, magari a causa della Lega, o si andrà dritti fino al 2023?
Gli scossoni non li intravedo. La Lega ha dei ministri al governo ma soprattutto ha una classe dirigente che si è formata nella amministrazioni locali. Parlamentari e ministri hanno un contatto diretto con una parte di società che ha capito che rimanere in Europa è fondamentale, perché a questo sono legati i profitti delle imprese. È per questo che alla Lega converrebbe essere europeista. Il governo, se questa ripresa continua, è destinato a durare.
Pubblicato il 23 settembre 2021 su Il Dubbio
Il referendum con lo Spid resta strumento da usare con cura @DomaniGiornale


Nei suoi termini essenziali la questione è semplice: la possibilità di raccogliere le firme attraverso lo SPID rende la richiesta di referendum esageratamente facile con il rischio di intasare le procedure democratiche e “svuotare” di potere il Parlamento? I Costituenti intesero l’istituto del referendum abrogativo essenzialmente come modalità attraverso la quale coloro che erano stati sconfitti in Parlamento e tutti coloro che erano ostili ad una legge approvata potessero fare appello ai cittadini per vanificarla. La paziente raccolta delle 500 mila firme indispensabili per chiedere il referendum serviva soprattutto a mobilitare i contrari e a informare gli elettori sui contenuti della legge, ma anche a dimostrare un minimo di sostegno iniziale alla sua eventuale abrogazione. Non fu mai molto facile raccogliere quel numero di firme. Ci riuscirono le organizzazioni, come quelle cattoliche, i sindacati e anche i partiti grandi. Ci riuscirono anche i radicali, più che un semplice “movimento di opinione”, attraverso tumultuose (e volute) vicissitudini fino alle raffiche di richieste lanciate contro la classe politica: “aboliscila con una firma”.
Rapidamente i difensori di una legge appresero che qualsiasi referendum poteva essere fatto fallire per mancanza di quorum incitando all’astensione. Il punctum dolens, però, fu che 500 mila firme, con una popolazione e un elettorato molto cresciuti rispetto al 1948, vennero considerate troppo poche. L’innalzamento delle firme fu spesso proposto, da taluni accompagnato con l’abbassamento del quorum per la validità dell’esito. Oggi la possibilità di ricorrere a nuove tecnologie rende molto semplificata la raccolta delle firme e alcuni temono (ma altri auspicano) l’avvento di una (a mio parere alquanto improbabile) democrazia referendaria. Per giustificare e legittimare questo tipo di democrazia, i cui segni iniziali, peraltro, sono flebili, non basta puntare il dito contro il Parlamento accusandolo di incapacità e inerzia legislativa, anche se certamente esistono entrambe. Bisogna, invece, argomentare che su alcune materie è cosa buona e giusta che siano i cittadini ad esprimersi direttamente, di persona personalmente.
Sappiamo, peraltro, che, da un lato, il Parlamento può “sventare” qualsiasi referendum legiferando lungo le linee dei proponenti, ma anche producendo un testo che dia una risposta più o meno puntuale e organica alla problematica. Dall’altro, non dobbiamo dimenticare che rimane comunque possibile l’appello potenzialmente “vittorioso” all’astensionismo. Però, giustamente, molti solleveranno l’obiezione dei costi comunque incorsi per lo svolgimento del referendum. In generale, è certamente vero che le nuove tecnologie sono promettenti per quanto riguarda la “voce” dei cittadini, ma contengono più di una criticità per qualsiasi concezione della democrazia intesa come confronto e scontro nonché conciliazione di opinioni, posizioni, soluzioni diverse. Forse, dovremmo meglio distinguere fra la fase di formazione dell’agenda, ovvero quello che è importante porre all’attenzione dei policy-makers e della cittadinanza, e le modalità decisionali. Dovremmo, cioè, andare a esplorare e utilizzare quanto formulato e già applicato attraverso esperimenti di democrazia deliberativa. Il referendum è uno strumento, utile e importante, ma da maneggiare con cura. C’è molto lavoro da fare per i partiti e i loro dirigenti, dentro e fuori del Parlamento.
Pubblicato il 22 settembre 2021 su Domani
Ottima risorsa per gli elettori pensanti @qn_carlino

Due voti sono meglio di uno. Lo sanno perfettamente i francesi con il loro maggioritario a doppio turno di collegio, e i tedeschi, voto per candidati e voto di lista. Entrambi sono consapevoli di avere il potere, in qualche caso addirittura il dovere, di differenziare il loro voto.
La legge elettorale per i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, alla cui stesura mi onoro di avere contribuito, prevede per l’appunto che gli elettori abbiano due voti. Uno per scegliere il candidato sindaco che preferiscono; l’altro per votare la lista/partito di loro gradimento anche, semplicemente, dando la preferenza ad un/a candidato.
Il voto è disgiunto quando, scelto il sindaco, l’elettore dà il suo voto ad una lista/partito diversa da quella del candidato sindaco oppure, persino, a candidati che non si trovano fra le liste/partiti che sostengono quel sindaco, e viceversa. Non è possibile sapere con precisione quale è la percentuale di elettorato che decide di fare uso del voto disgiunto. Dipende, naturalmente, da molti fattori: la popolarità del sindaco, politico o civico, la campagna elettorale di alcuni candidati e il peso e la coesione delle associazioni che li sostengono, il gradimento dei partiti. Talvolta quella minoranza di elettori che votano “disgiunto” può fare la differenza sia nell’elezione dei consiglieri comunali sia nel mandato più o meno ampio e personale per il sindaco eletto sia, infine, nel sostegno all’opposizione. Il voto disgiunto è un’ottima risorsa per gli elettori pensanti.
Pubblicato il 16 settembre 2021 su Il Resto del Carlino
Oltre la pandemia, l’Unione Europea cresce e avanza
Ieri, in seduta solenne di fronte al Parlamento europeo, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha tenuto il discorso annuale sullo stato dell’Unione. Nonostante la pandemia, anzi proprio per questa sfida, contrariamente a quello che sostengono i troppi profeti del malaugurio, l’Unione ha risposto efficacemente e ha già iniziato una ripresa economica crescendo tassi superiori a quelli degli USA e della Cina. La Presidente ha sottolineato quanto fatto sul piano delle vaccinazioni, ma anche della distribuzione dei vaccini ai paesi non europei che non hanno bisogno. Poi, ha chiarito quali politiche l’Unione formulerà per l’ambiente e per la digitalizzazione. Infine, ha annunciato un nuovo programma ALMA che mira ad aiutare i giovani che non lavorare e non studiano a trovare un’occupazione in qualsiasi paese dell’Unione, un po’ come i giovani più fortunati possono, grazie al programma Erasmus, studiare nelle Università europee che preferiscono.
L’elemento problematico del quadro complessivamente e documentatamente positivo è costituito dalla debolezza della presenza dell’Unione sulla scena mondiale. Quanto è avvenuto in Afghanistan non può essere e non sarà dimenticato poiché la sue conseguenze, non soltanto riguardo ai profughi e ai rifugiati, ma anche con riferimento ai diritti, in particolare delle donne afghane, sono destinati a durare molto a lungo. Giustamente, von der Leyen, già Ministro della Difesa in Germania, ha sottolineato che l’Unione deve dotarsi di una politica estera e di difesa effettivamente comuni. L’Alto Rappresentante è destinato a contare poco, se, da un lato, su entrambe le materie nel Consiglio dei Ministri sono necessari voti all’unanimità e se l’Unione non si attrezza con un contingente militare di una dimensione all’altezza della sfida.
Quasi contemporaneamente, partecipando ad una riunione di una quindicina di capi di Stati europei, il Presidente Mattarella, da sempre convinto europeista, ha a sua volta ribadito la necessità di una politica estera e della difesa comune e criticato la persistenza delle votazioni che richiedono l’unanimità. Salvaguardia per i paesi più piccoli, l’unanimità si è trasformata in uno strumento di blocco e addirittura di ricatto spregiudicatamente minacciato (e usato) da alcuni paesi, in particolare del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), ma non solo. Attribuendo enorme potere anche ad un solo Stato contro una maggioranza anche molto ampia, l’unanimità non è una modalità democratica. L’Unione è riuscita a funzionare, talvolta a bassi e lenti livelli di rendimento, nonostante la necessità di voti all’unanimità su alcune materie, fra le quali, l’immigrazione, la politica fiscale e la revisione dei Trattati. Una maggiore e migliore integrazione dell’Unione Europea, oltre alla grande pazienza e intelligenza degli europeisti, richiede nuove procedure decisionali. È lecito augurarsi che sarà la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen a procedere con successo nella giusta direzione.
Pubblicato AGL il 16 settembre 2021
Democrazia Futura. Mario Draghi fra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica @Key4biz #DemocraziaFutura

Un bilancio della sua presenza a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale.
Un bilancio della presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale richiedono alcune premesse. Per fin troppo tempo, in maniera affannata e ripetitiva, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e alcuni editorialisti di punta (Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, persino Ferruccio de Bortoli) hanno criticato i governi e i capi di governo non eletti (dal popolo), non usciti dalle urne (Antonio Polito) (1).
La nomina di Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio li ha finora zittiti tutti nonostante la sua non elezione popolare e il suo non essere uscito da nessuna urna.
Forse, però, siamo già entrati, sans faire du bruit, in una nuova fase del pensiero costituzionale del Corriere. Draghi vive e opera in “una sorta di semipresidenzialismo sui generis”, sostiene Ernesto Galli della Loggia (2) non senza lamentarsi per l’ennesima volta della sconfitta delle riforme renziane che avrebbero aperto “magnifiche sorti e progressive” al sistema politico italiano senza bisogno di semipresidenzialismo e neppure del voto di sfiducia costruttivo German-style. Fermo restando che le forme di governo cambiano esclusivamente attraverso trasformazioni costituzionali mirate, esplicite, sistemiche, la mia tesi è che Draghi è il capo legittimo di un governo parlamentare che, a sua volta, è costituzionalmente legittimo: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94).Tutti i discorsi sull’operato, sulle prospettive, sui rischi del governo Draghi si basano su aspettative formulate dai commentatori politici da loro variamente interpretate e criticate.
Sospensione della democrazia o soluzione costituzionale flessibile del parlamentarismo?
Lascio subito da parte coloro che hanno parlato di sospensione della democrazia poiché, al contrario, stiamo vedendo all’opera proprio la democrazia parlamentare come saggiamente delineata nella Costituzione italiana. Sono la flessibilità del parlamentarismo Italian-style e l’importantissima triangolazione fra Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento che per l’ennesima (o, se si preferisce, la terza volta dopo Dini 1995-1996; e Monti 2011-2013) volta ha prodotto una soluzione costituzionale a problemi politici e istituzionali.
Il discorso sulla sospensione della politica merita appena più di un cenno. Infatti, nessuno dei leader politici ha “sospeso” le sue attività e le elezioni amministrative si svolgono senza nessuna frenata né distorsione. Aggiungo che non soltanto Draghi è consapevole che quel che rimane dei partiti ha la necessità di ingaggiare battaglie politiche, ma anche che, da un lato, prende atto di questa “lotta” politica, dall’altro, la disinnesca se non viene portata nel Consiglio dei Ministri.
Sbagliano, comunque, coloro che attribuiscono a Draghi aspettative e preferenze del tipo “non disturbate il manovratore”. Al contrario, se volete disturbare è imperativo che le vostre posizioni siano motivate con riferimento a scelte e politiche che siano nella disponibilità del governo e dei suoi ministri. Chi ha, ma so che sono pochissimi/e, qualche conoscenza anche rudimentale del funzionamento del Cabinet Government inglese (certo, costituito quasi sempre da un solo partito), nel quale può manifestarsi la supremazia del Primo ministro, dovrebbe apprezzare positivamente la conduzione di Draghi.
I veri nodi da sciogliere: ristrutturazione del sistema dei partiti e accountability
A mio modo di vedere rimangono aperti due problemi: la ristrutturazione del sistema di partiti e la accountability. Il primo si presenta come un wishful thinking a ampio raggio, privo di qualsiasi conoscenza politologica. Il secondo è, invece, un problema effettivo di difficilissima soluzione.
Non conosco casi di ristrutturazione di un sistema di partiti elaborata e eseguita da un governo, dai governanti. Fermo restando che in nessuna delle sue dichiarazioni Draghi si è minimamente esposto e impegnato nella direzione di una qualsivoglia (necessità di) ristrutturazione, facendo affidamento sull’essenziale metodo della comparazione la scienza politica indica tre modalità attraverso le quali un sistema di partiti potrebbe ristrutturarsi: leggi elettorali; forma di governo; emergere di una nuova frattura politica.
Leggi elettorali, forma di governo, emergere di fratture politiche o sociali
Quanto alle leggi elettorali, pur tecnicamente molto perfezionabile, la legge Matttarella, grazie ai collegi uninominali nei quali venivano eletti tre quarti dei parlamentari, incoraggiò la competizione bipolare e la formazione di due coalizioni, che, più a sinistra che a destra, fossero coalizioni molto composite, è responsabilità dei dirigenti dei partiti. Fu un buon inizio. Oggi ci vuole molto di più per ristrutturare il sistema dei partiti. Non può essere compito di Draghi e del suo governo, ma i dirigenti dei partiti e i capicorrenti tutto desiderano meno che una legge elettorale che offra più opportunità agli elettori e più incertezza e rischi per candidati e liste.
La spinta forte alla ristrutturazione potrebbe sicuramente venire da un cambio nella forma di governo. Da questo punto di vista, il semipresidenzialismo di tipo francese è davvero promettente per chi volesse imprimere dinamismo al sistema politico italiano. Mentre mi pare di sentire da lontano le classiche irricevibili critiche alle potenzialità autoritarie della Quinta Repubblica, ricordo di averne fatto oggetto di riflessione e valutazione in più sedi (3) e respingo l’idea che all’uopo sia necessaria la trasformazione di Draghi in novello de Gaulle. Naturalmente, non sarà affatto facile per nessuno imporre una trasformazione tanto radicale se non in presenza di una non augurabile crisi di grande portata.
La terza modalità che potrebbe obbligare alla ristrutturazione del sistema dei partiti è la comparsa di una frattura sociale e politica di grande rilevanza che venga sfruttata sia da un partito esistente e dai suoi leader sia da un imprenditore politico (terminologia che viene da Max Weber e da Joseph Schumpeter).
La frattura potrebbe essere quella acutizzata e acutizzabile fra europeisti e sovranisti, sulla scia di quanto scrisse Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Potrebbe anche manifestarsi qualora si giungesse ad una crescita intollerabile di diseguaglianze, non solo economiche, cavalcabile da un imprenditore che offra soluzioni in grado di riaggregare uno schieramento. In entrambi i casi, la ristrutturazione andrebbe nella direzione di un bipolarismo che taglierebbe l’erba sotto ai piedi di qualsiasi centro che, lo scrivo per i nostalgici, non è mai soltanto luogo di moderazione, ma anche di compromissione ovvero, come scrisse l’autorevole studioso francese Maurice Duverger, vera e propria palude.
I compiti ambiziosi su cui potremo valutare l’operato del governo Draghi e il futuro del premier in politica e nelle istituzioni
Il governo Draghi in quanto tale non può incidere su nessuno di questi, peraltro molto eventuali e imprevedibili, sviluppi. La sua esistenza garantisce lo spazio e il tempo per chi volesse e sapesse agire per conseguire l’obiettivo più ambizioso. Nulla di più, giustamente. Draghi e il suo governo vanno valutati con riferimento alle loro capacità di perseguire e conseguire il rinnovamento di molti settori dell’economia italiana, la riforma della burocrazia, l’ammodernamento della scuola e l’introduzione di misure che producano maggiore e migliore coesione sociale. Sono tutti compiti necessariamente ambiziosissimi.
Per valutarne il grado di successo bisognerà attendere qualche anno, ma fin d’ora è possibile affermare che il governo ha impostato bene e fatto molto.
Qui si situa il discorso che non può essere sottovalutato sul futuro di Draghi in politica e nelle istituzioni. I precedenti di Lamberto Dini e di Mario Monti dovrebbero scoraggiare Draghi a fare un suo partito, operazione che, per quel che lo conosco, non sta nelle sue corde e non intrattiene. Ricordando a tutti che Draghi è stato reclutato per un incarico specifico: Presidente del Consiglio (dunque, sì, in democrazia le autorità possono essere tirate per la giacca!), procedere alla sua rimozione per una promozione al Colle più alto, richiede convincenti motivazioni, sistemiche prima ancora che personali.
È assolutamente probabile, addirittura inevitabile, che, senza farsene assorbire e sviare, Draghi stesso stia già valutando i pro e i contro di una sua ascesa al Quirinale.
Non credo che il grado di avanzamento nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà già a fine gennaio 2022 tale da potere ritenere che viaggerà sicuro senza uscire dai binari predisposti dal governo. Però, è innegabile che esista il rischio che il prossimo (o prossima) Presidente non sia totalmente sulla linea europeista e interventista del governo Draghi. Così come è reale la possibilità che il successore di Mattarella sia esposto a insistenti e possenti pressioni per lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate con la vittoria annunciata dei partiti di destra e dunque governo nient’affatto europeista, se non addirittura programmaticamente sovranista.
L’ipotesi plausibile di Draghi al Quirinale alle prese con la formazione del governo dopo le elezioni del 2023: verso una coabitazione all’italiana?
Non è, dunque, impensabile che negli incontri che contano Draghi si dichiari disponibile ad essere eletto Presidente della Repubblica.
A partire dalla data della sua elezione Draghi avrebbe sette anni per, se non guidare, quantomeno orientare alcune scelte politiche e istituzionali decisive.:
- Anzitutto, non procederà a sciogliere il Parlamento se vi si manifesterà una maggioranza operativa a sostegno del governo che gli succederà.
- Avrà voce in capitolo nella nomina del Presidente del Consiglio e di non pochi ministri.
- Rappresenterà credibilmente l’Italia nelle sedi internazionali.
Qualora dopo le elezioni del 2023 si formasse eventualmente un governo di centro-destra Draghi Presidente della Repubblica ne costituirà il contrappeso non soltanto istituzionale, ma anche politico per tutta la sua possibile durata.
In questa chiave, forse, si può, ma mi pare con non grandi guadagni analitici, parlare di semipresidenzialismo di fatto nella versione, nota ai francesi, della coabitazione: Presidente versione europeista contrapposto a Capo del governo di persuasione sovranista. Il capo del governo governa grazie alla sua maggioranza parlamentare, ma il Presidente della Repubblica può sciogliere quel Parlamento se ritiene che vi siano problemi per il buon funzionamento degli organismi costituzionali (ed è probabile che vi saranno).
L’irresponsabilità del capo di governo non politico. Uno stato di necessità e un vulnus non attribuibile a Draghi.
Concludo con un’osservazione che costituisce il mio apporto “originale” alla valutazione dei governi guidati da non-politici.
Ribadisco che non vedo pericoli di autoritarismo e neppure rischi di apatia nell’elettorato e di conformismo.
Nell’ottica della democrazia il vero inconveniente del capo di governo non-politico è la sua sostanziale irresponsabilità. Non dovrà rispondere a nessuno, tranne con un po’ di sana retorica a sé stesso e alla sua coscienza, di quello che ha fatto, non fatto, fatto male.
Poiché la democrazia si alimenta anche di dibattiti e di valutazioni sull’operato dei politici, l’irresponsabilità, cioè la non obbligatorietà e, persino, l’impossibilità di qualsiasi verifica elettorale a meno che Draghi intenda, commettendo, a mio modo di vedere, un errore, creare un partito politico oppure porsi alla testa di uno schieramento, esistente o da lui aggregato, rappresenta un vulnus. Non è corretto attribuire il vulnus a Draghi, ma a chi ha creato le condizioni che hanno reso sostanzialmente inevitabile la sua chiamata. Ne ridurremo la portata grazie alla nostra consapevolezza dello stato di necessità, ma anche se i partiti e i loro dirigenti sapranno operare per impedire la futura ricomparsa di un altro stato di necessità. È lecito dubitarne.
Note al testo
- Ho criticato le loro analisi e proposte in un breve articolo: Cfr. Gianfranco Pasquino, “Ma di cosa parlate, cosa scrivete?”, Comunicazione Politica, XXII, (1), gennaio-aprile, pp.103-108.
- Ernesto Galli della Loggia, “Il sistema politico che cambia”, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2021.
- Si vedano i miei contributi in: Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1996, 148 p. e il capitolo conclusivo: “Una Repubblica da imitare?” del libro da me curato insieme a Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese, Bologna, il Mulino, 2010, 283 p. [pp. 249-281].
Pubblicato il 14 settembre 2021 su Key4biz
L’alleanza tra PD 5 Stelle è inevitabile ma non basta @DomaniGiornale


Da soli né il Movimento 5 Stelle né il Partito Democratico riusciranno a fare molta strada. A seconda della legge elettorale potranno sopravvivere, in maniera più o meno soddisfacente, ma sicuramente non sconfiggeranno le destre. Dunque, una qualche forma di collaborazione, estesa e flessibile, oppure stringente, una vera propria alleanza appaiono indispensabili anche se, come stanno le cose, cioè le intenzioni di voto dell’elettorato italiano, nient’affatto sufficienti. Pur se necessarie, le alleanze elettorali e politiche non vanno presentate come inevitabili, senza alternative. Vanno costruite intorno a programmi e persone, anche viceversa, a politiche da attuare e, nel migliore dei casi, improntate a una visione di società e di Europa. Forse, proprio l’europeismo, se convintamente elaborato, tanto da Letta, che ci crede, quanto da Conte che dovrebbe crederci, potrebbe costituire la base di un’alleanza solida fra i due partiti, soprattutto se messa in contrapposizione al sovranismo duro di Meloni e a quello venato di opportunismo di Salvini. Una alleanza elettorale va costruita a partire dal centro, ma, se la legge Rosato non verrà rivista, tradotta in pratica nei collegi uninominali intorno a candidature che quei collegi rappresentino al meglio (dunque, non da paracadutati/e).
Letta sembra avere acquisito adeguato controllo del suo partito, ma a livello locale le correnti del PD hanno una presenza e una presa con le quali il segretario dovrà fare i conti. Da Conte stesso sappiamo che guidare quel che resta (che non è affatto poco) del Movimento è “una faticaccia” (lo sarebbe ancor di più guidare l’alleanza). La faticaccia deve essere orientata alla selezione e valorizzazione di coloro che, svanito l’obiettivo annunciato da Grillo del 100 per 100, credono alla necessità e all’utilità di un rapporto stretto con il Partito Democratico. Parlarne per tempo, senza farne una specie di toccasana che risolverebbe tutti i problemi del PD e del Movimento, è raccomandabile. I due potenziali contraenti hanno già perso una buona occasione di verificare quanto a livello locale i militanti e gli elettori abbiano consapevolezza della difficoltà del compito da svolgere e delle opportunità che una loro alleanza può offrire. Le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre diranno molto sull’esistenza di un elettorato disposto a premiare gli accordi fra democratici e pentastellati.
Sicuramente Letta probabilmente Conte sanno che neppure una alleanza stretta e buona, ma limitata a loro due, può bastare. Anzi, sarebbe/sarà sicuramente perdente a meno che entrambi, ciascuno ricorrendo al meglio del catalogo delle loro proposte, riescano, non tanto a strappare voti ai vicini, quanto a raggiungere e conquistare quel 30 per cento di elettorato che è insoddisfatto dall’attuale offerta politica e che decide chi premiare nell’ultima settimana. Andare alleati a chiedere il voto è sicuramente preliminare a qualsiasi altra attività, ma, in assenza di originalità nelle proposte politiche, la sconfitta, per quanto dignitosa, rimane dietro l’angolo.
Pubblicato il 14 settembre 2021 su Domani
Democrazia Futura. Germania: la legge elettorale. Rappresentanza proporzionale personalizzata @Key4biz #DemocraziaFutura

La cruciale scelta nel dopoguerra della formula adottata per la Repubblica Federale Tedesca. Nel nuovo articolo di approfondimento per Democrazia Futura, il professori Gianfranco Pasquino descrive minuziosamente la legge elettorale scelta dalla Germania.

Dopo l’esame del quadro politico delle forze in campo e dei sondaggi alla vigilia delle elezioni tedesche, Gianfranco Pasquino descrive minuziosamente la legge elettorale tedesca. L’Accademico dei Lincei considera “cruciale” la “scelta nel dopoguerra della formula adottata per la Repubblica Federale Tedesca” che definisce nel titolo come un sistema di “Rappresentanza proporzionale personalizzata”: Rilevato e ribadito – nella premessa – che “da nessuna parte al mondo nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, la legge elettorale serve a eleggere il governo (può, però, eleggere il capo dell’esecutivo nei presidenzialismi e nei semi-presidenzialismi), l’obiettivo è eleggere un Parlamento, un’assemblea rappresentativa. Allora, i due criteri da utilizzare per valutare la bontà di una legge elettorale sono: 1. la quantità di potere conferito agli elettori; 2. La qualità della rappresentanza politica. Anticipo e spiego: quanto i parlamentari eletti sappiano di dovere la loro carica agli elettori e in che modo agiscano per mantenere un rapporto il più stretto possibile con l’elettorato, loro e più in generale”, il decano dei nostri scienziati politici allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, propone di applicare questi due criteri per valutare i diversi sistemi “Dal sistema elettorale maggioritario inglese [definito “il padre di tutti i sistemi maggioritari”] ai diversi sistemi proporzionali per dimensioni delle circoscrizioni e formule di assegnazione dei seggi, ed eventuali barriere di accesso”, ovvero alle “numerose varietà di leggi elettorali che collegano la percentuale di voti ottenuti dai partiti alle percentuali di seggi nell’assemblea elettiva”. Nello specifico, dopo aver ricordato “Le posizioni in campo nel secondo dopoguerra” in materia al momento della nascita della Repubblica Federale Tedesca, Pasquino, dopo aver smentito alcune affermazioni secondo le quali “il crollo della Repubblica di Weimar era dipeso anche, addirittura soprattutto, dalla legge elettorale proporzionale”, descrive le posizioni articolate delle forze politiche allora in campo, con “i socialdemocratici a favore di una legge proporzionale, loro rivendicazione storica già nella Germania imperiale, mentre la maggioranza dei democristiani e i liberali [che] dichiararono la preferenza per un sistema maggioritario”. Ripercorre poi “L’accordo” che porta all’introduzione della “soglia di accesso al Bundestag, della scheda elettorale con il doppio voto e [al] criterio di assegnazione dei seggi”: Quando si vide che molti/troppi partitini si presentavano alle elezioni, nel 1949 e nel 1953, tenute, con qualche variazione, con un sistema proporzionale, i tre partiti già relativamente consolidati addivenneroalla decisione di introdurre una soglia di accesso al Bundestag, cinque per cento dei voti su scala nazionale (erano state utilizzate soglie anche in alcuni Länder). Per dare potere agli elettori, la scheda elettorale tedesca è divisa in due parti. Nella prima parte, a sinistra di chi guarda stanno i nomi dei singoli candidati nei collegi uninominali; nella parte destra stanno i simboli dei partiti e i tre, quattro, cinque nomi dei candidati di ciascun partito nelle circoscrizioni di ogni specifico Land. Alcuni dei candidati possono anche essere gli stessi del collegio uninominale. Naturalmente, gli elettori hanno la facoltà di votare il candidato/a del Partito A nel collegio uninominale e la lista del Partito B nella seconda parte della scheda. I seggi vengono assegnati con riferimento alla percentuale di voti ottenuti nelle seconde schede. I partiti che non superano il 5 per cento semplicemente non entrano al Bundestag. Infine venne inserita La clausola a tutela delle minoranze regionali che consente “l’ingresso in Parlamento con tre mandati diretti” conquistati nei collegi uninominali a formazioni che non raggiungono il 5 per cento sul piano nazionale. Ai partiti i cui candidati riuscissero a vincere in almeno tre collegi uninominali vengono assegnati tanti seggi quanti ne corrispondono alla percentuale complessiva di voti ottenuti”. Un tale meccanismo – come emerge dalla tabella contenente i risultati della consultazione – non ha impedito “La frammentazione del Bundestag eletto nel 2017 [nel quale “addirittura sette partiti hanno superato la soglia del 5 per cento”]- nonostante lo sbarramento del 5 per cento”. Pasquino rileva infine il valore del “doppio voto strategico” e i 49 mandati aggiuntivi assegnati: “Grande è il numero di elettori/trici tedeschi/e che approfittano del doppio voto per fare scelte definibili come strategiche. Poiché sono i candidati/e dei due partiti grandi ad avere le maggiori probabilità di vincere nei collegi uninominali, su di loro convergono anche molti voti di elettori che nella parte proporzionale scelgono per necessità e intelligenza (fare superare la soglia al partito preferito) un altro partito: i Liberali (1 milione 700 voti in meno nell’uninominale), i Verdi (450 mila voti in meno), mentre i candidati della CDU ottengono 1 milione e 600mila voti in più della lista del loro partito e quelli della SPD 1 milione e 900 mila in più. Ė grazie a questa tendenza a convergere su un certo numero di candidature uninominali che si produce il fenomeno dei mandati aggiuntivi che nelle elezioni del 2017 sono stati addirittura 49. Per evitare uno squilibrio troppo favorevole ai partiti grandi, in quella consultazione solo la CDU/CSU, sono stati previsti i cosiddetti mandati compensativi, ben 62, ricalcolati in base alle percentuali ottenute e distribuiti a tutti gli altri partiti”.
Quantità di potere conferito agli elettori e qualità della rappresentanza politica
La scelta di un sistema elettorale non è mai un fatto puramente tecnico. Non soltanto perché non esiste un sistema elettorale perfetto come affermano banalmente molti che, poi, non sono in grado di formulare i criteri con i quali valutare le leggi elettorali preferibili, ma perché, se esistesse la legge elettorale perfetta, tutti (o quasi) vorrebbero adottarla. Elementare. Ciò detto, chi ha letto qualche testo in materia elettorale sa che esistono leggi buone e leggi meno buone e che alcune leggi elettorali si sono dimostrate e sono migliori di altre. Naturalmente, per stabilire che cosa è buono e che cosa no nella valutazione delle leggi elettorali, è imperativo possedere e esplicitare i criteri con i quali valutarle. Rilevato e ribadito che da nessuna parte al mondo nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, la legge elettorale serve a eleggere il governo (può, però, eleggere il capo dell’esecutivo nei presidenzialismi e nei semi-presidenzialismi), l’obiettivo è eleggere un Parlamento, un’assemblea rappresentativa. Allora, i due criteri da utilizzare per valutare la bontà di una legge elettorale sono: 1. la quantità di potere conferito agli elettori; 2. La qualità della rappresentanza politica. Anticipo e spiego: quanto i parlamentari eletti sappiano di dovere la loro carica agli elettori e in che modo agiscano per mantenere un rapporto il più stretto possibile con l’elettorato, loro e più in generale.
Dal sistema elettorale maggioritario inglese ai diversi sistemi proporzionali per dimensioni delle circoscrizioni e formule di assegnazione dei seggi, ed eventuali barriere di accesso
Questi due criteri sono stati usati, più o meno consapevolmente, quando ciascun sistema politico ha dovuto dotarsi di una legge elettorale. Comprensibilmente, gli “ingegneri” elettorali tenevano in grande conto anche le loro prospettive/possibilità di vincere il maggior numero di seggi, forse, più spesso, di evitare sconfitte numeriche e politiche fino al caso peggiore: l’esclusione dalla assemblea elettiva. Nacque prima il sistema elettorale maggioritario inglese che, potremmo dire, è il padre di tutti i sistemi maggioritari. In seguito, proprio per scongiurare sconfitte politiche devastanti che il maggioritario amplifica e per mantenere un po’ di rappresentanza parlamentare, nel 1891 a partire dal Belgio fecero la loro comparsa i sistemi elettorali proporzionali.
Oggi ne esiste una grande varietà con o senza clausole percentuali di accesso al Parlamento, con circoscrizioni di dimensioni piccole, medie, grandi, con diverse formule di assegnazione dei seggi: d’Hondt[1], Sainte Laguë[2], Hare[3] e loro combinazioni. In sintesi, “la” proporzionale non esiste; esistono numerose varietà di leggi elettorali che collegano la percentuale di voti ottenuti dai partiti alle percentuali di seggi nell’assemblea elettiva.
Da ultimo, sappiamo che alcune leggi elettorali offrono ai votanti la possibilità di esprimere una o più preferenze per i candidati, mentre altri sono caratterizzati da liste chiuse e bloccate.
Questa premessa lunghetta, che potrebbe essere ulteriormente elaborata, ha come obiettivo principale quello di suggerire di non fidarsi dei terribili semplificatori che non conoscono le clausole delle leggi elettorali, non sanno spiegarle, non ne comprendono le modalità con le quali impattano sul cittadino/a al momento della formazione e poi espressione dell’intenzione di voto e sui partiti e sui sistemi di partito.
Quale sistema elettorale per la Repubblica Federale. Le posizioni in campo nel secondo dopoguerra
Da almeno settant’anni, con la pubblicazione nel 1951 del fondamentale volume di Maurice Duverger, Les partis politiques[4], gli studiosi analizzano, approfondiscono, affinano le loro ipotesi e generalizzazioni anche in chiave operativa.
Quando nel 1948-49 si pose il problema di quale legge elettorale scrivere per la Repubblica federale tedesca non c’erano terribili semplificatori fra gli uomini politici tedeschi, gli studiosi, gli esuli che erano soprattutto negli Stati Uniti e, naturalmente, i policy-makers USA e i loro consulenti. La posizione più drastica totalmente ostile alla rappresentanza proporzionale fu espressa coerentemente dal politologo Ferdinand Hermens, autore di studi importanti e appassionati pubblicati all’inizio degli anni Quaranta[5].
Fra gli alleati, gli inglesi non caldeggiarono particolarmente la loro legge elettorale maggioritaria, ma, insieme agli americani, espressero il loro favore per una qualche modalità che consentisse all’elettorato tedesco di scegliere non soltanto i partiti, ma anche le persone.
Anche se la rappresentanza proporzionale utilizzata durante la Repubblica di Weimar era, forse, in parte, responsabile di alcuni problemi di funzionamento del Parlamento e del governo, nessuno affermò drasticamente, come fanno alcuni italiani nostri contemporanei[6], che il crollo di Weimar era dipeso anche, addirittura soprattutto, dalla legge elettorale proporzionale.
Qui è utile una riflessione sui verbi. La proporzionale causa la frammentazione dei partiti? La proporzionale consente la frammentazione? La proporzionale fotografa (questo è il verbo usato da Giovanni Sartori) un sistema di partiti frammentati? La proporzionale non pone un freno/non scoraggia le scissioni dei partiti esistenti (è la mia convinzione). In questo ambito le analisi comparate sono molto carenti.
La proporzionale aveva dato il suo contributo, ma davvero piccolo e sicuramente non decisivo, al crollo di Weimar, ma molti altri fattori furono all’opera in quei tremendi anni. Traggo da un libro prezioso: Hagen Schulze, La Repubblica di Weimar. La Germania dl 1917 al 1933[7] una lezione da non dimenticare. Non sono le democrazie che muoiono, sono le élite: istituzionali, burocratiche, economiche e militari che affossano le democrazie.
Comunque, fin dall’inizio della discussione sulla legge elettorale, i socialdemocratici si schierarono a favore di una legge proporzionale, loro rivendicazione storica già nella Germania imperiale, mentre la maggioranza dei democristiani e i liberali dichiararono la preferenza per un sistema maggioritario. I democristiani si sentivano (ed erano) molto forti e avrebbero tratto grande vantaggio da un maggioritario, mentre i liberali pensavano che il maggioritario avrebbe spazzato via tutti i competitori che erano più deboli di loro.
L’accordo sulla soglia di accesso al Bundestag, la scheda elettorale con il doppio voto e il criterio di assegnazione dei seggi
Quando si vide che molti/troppi partitini si presentavano alle elezioni, nel 1949 e nel 1953, tenute, con qualche variazione, con un sistema proporzionale, i tre partiti già relativamente consolidati addivennero alla decisione di introdurre una soglia di accesso al Bundestag, cinque per cento dei voti su scala nazionale (erano state utilizzate soglie anche in alcuni Länder).
Per dare potere agli elettori, la scheda elettorale tedesca è divisa in due parti. Nella prima parte, a sinistra di chi guarda stanno i nomi dei singoli candidati nei collegi uninominali; nella parte destra stanno i simboli dei partiti e i tre, quattro, cinque nomi dei candidati di ciascun partito nelle circoscrizioni di ogni specifico Land. Alcuni dei candidati possono anche essere gli stessi del collegio uninominale. Naturalmente, gli elettori hanno la facoltà di votare il candidato/a del Partito A nel collegio uninominale e la lista del Partito B nella seconda parte della scheda.
I seggi vengono assegnati con riferimento alla percentuale di voti ottenuti nelle seconde schede. I partiti che non superano il 5 per cento semplicemente non entrano al Bundestag. Ci sono stati casi importanti di esclusione: nel 1969 la NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands) ottenne il 4,8 e rimase fuori. Nel 1990, nelle prime elezioni dopo la riunificazione, furono i Verdi con all’incirca il 4 per cento dei voti ad essere esclusi. Nel 2013 toccò ai Liberali (FDP) con il 4,8 per cento a non superare la soglia. Insomma, il 5 per cento è servito a scoraggiare la frammentazione partitica.
La clausola a tutela delle minoranze regionali: l’ingresso in Parlamencon tre mandati diretti
Proprio perché la soglia è relativamente difficile da superare, gli “ingegneri” elettorali tedeschi ebbero una preoccupazione, quella di non tagliare fuori dalla rappresentanza parlamentare partiti piccoli con seguito elettorale geograficamente concentrato (come, ad esempio, la minoranza di lingua danese nello Schleswig-Holstein). Pertanto, decisero di introdurre una clausola poco nota e spesso trascurata nell’analisi del sistema, ma interessante e significativa. Ai partiti i cui candidati riuscissero a vincere in almeno tre collegi uninominali vengono assegnati tanti seggi quanti ne corrispondono alla percentuale complessiva di voti ottenuti.
Curiosamente, la minoranza che venne così protetta e salvata non fu etnica, linguistica, geografica, ma politica: gli ex-comunisti della (cosiddetta) Repubblica democratica tedesca. Nelle elezioni del 1994 il loro partito non riuscì a superare la soglia del 5 percento, attestandosi al 4,39, ma quattro dei candidati ex-comunisti vinsero nei collegi uninominali (tre a Berlino Est dove la nomenklatura e le loro famiglie erano concentrate) portando al Bundestag complessivamente 26 deputati. Nel 1998 andarono appena al di sopra della soglia, ma nel 2002 si fermarono al di sotto del 4 per cento nazionale. Poiché nei collegi uninominali furono elette soltanto due loro candidate, il partito non ottenne altri seggi.
La frammentazione del Bundestag eletto nel 2017 nonostante lo sbarramento del 5 per cento: il doppio voto strategico e i 49 mandati aggiuntivi assegnati
Nelle elezioni del 2017 addirittura sette partiti hanno superato la soglia del 5 per cento. La perdita di voti a destra della CDU, a sinistra, ma anche a favore dei Verdi, della SPD ha consentito a, rispettivamente, Liberali e Alternative für Deutschland, a Die Linke e, appunto, ai Verdi, di ottenere buoni, quasi ottimi, risultati. La tabella, che verrà utile anche per il confronto con i risultati delle prossime imminenti (fine settembre) elezioni, mette in chiara evidenza un dato importante.

Grande è il numero di elettori/trici tedeschi/e che approfittano del doppio voto per fare scelte definibili come strategiche. Poiché sono i candidati/e dei due partiti grandi ad avere le maggiori probabilità di vincere nei collegi uninominali, su di loro convergono anche molti voti di elettori che nella parte proporzionale scelgono per necessità e intelligenza (fare superare la soglia al partito preferito) un altro partito: i Liberali (1 milione 700 voti in meno nell’uninominale), i Verdi (450 mila voti in meno), mentre i candidati della CDU ottengono 1 milione e 600 mila voti in più della lista del loro partito e quelli della SPD 1 milione e 900 mila in più. Ė grazie a questa tendenza a convergere su un certo numero di candidature uninominali che si produce il fenomeno dei mandati aggiuntivi che nelle elezioni del 2017 sono stati addirittura 49. Per evitare uno squilibrio troppo favorevole ai partiti grandi, in quella consultazione solo la CDU/CSU, sono stati previsti i cosiddetti mandati compensativi, ben 62, ricalcolati in base alle percentuali ottenute e distribuiti a tutti gli altri partiti. Dovremmo valutare positivamente questo esito poiché contribuisce ad una più comprensiva rappresentanza politica, ma una camera di 709 parlamentari è certamente pletorica. Sul punto, in Germania, è in corso una discussione.
Lo scambio di voti fra liberali e democristiani e fra socialdemocratici e verdi
Ai tempi della loro alleanza, i liberali invitavano parte dei loro elettori a votare i candidati democristiani in cambio di voti democristiani per la lista della FDP, mai troppo sicura di superare la soglia del 5 per cento. Anche per rafforzare la loro coalizione che si candidava a governare, Socialdemocratici e Verdi concordarono scambi simili nelle elezioni del 1998 e del 2002. In maniera sistematica nella terza edizione, uscita nel 2007, del mio volume Sistemi politici comparati[8] ho presentato i numeri assoluti di voti ottenuti da tutti i partiti in quattro tornate elettorali 1994, 1998, 2002, 2005 dove appaiono visibilissimi gli scambi fra SPD e Verdi. Come sempre, la comparazione offre il materiale utile a comprendere quanto l’elettorato tedesco abbia imparato a utilizzare il voto disgiunto anche seguendo in larga misura le indicazioni dei dirigenti di partito.
Conclusioni. Un sistema importabile, purché con tutti i suoi elementi portanti
In conclusione, i pregi del sistema elettorale tedesco, correttamente definito “proporzionale personalizzata”, sono molti. Consente buona rappresentanza delle preferenze degli elettori. Contiene la frammentazione dei partiti. Incoraggia la indicazione delle coalizioni di governo. Conferisce, grazie al doppio voto, notevole potere agli elettori.
Sicuramente, è imitabile/importabile.
Ne conosciamo a grandi linee le conseguenze, ma sappiamo anche che se viene privato di alcuni suoi elementi portanti: la clausola di esclusione dal Parlamento, il doppio voto, i collegi uninominali, diventerà qualcos’altro non definibile e con conseguenze certamente meno positive di quelle registrate in Germania fino ad aggi. Caveant reformatores!
[1] Il metodo D’Hondt, inventato e descritto per la prima volta dallo studioso belga Victor D’Hondt nel 1878, è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. Questo sistema prevede che si divida il totale dei voti di ogni lista per 1, 2, 3, 4, 5… fino al numero di seggi da assegnare nel collegio, e che si assegnino i seggi disponibili in base ai risultati in ordine decrescente. Il sistema, da lui ideato, è trattato nel suo saggio. Cfr. Victor D’Hondt, Système pratique et raisonné de représentation proportionnelle, Bruxelles, C. Muquardt, 1892.
[2] Il metodo Sainte-Laguë della media più alta (equivalente al metodo di Webster), detto anche metodo del divisore con arrotondamento standard, è una modalità di attribuzione dei seggi in modo proporzionale per le assemblee rappresentative a seguito di elezioni. Il metodo prende nome dal matematico francese André Sainte-Laguë. Questo metodo è strettamente relazionato al metodo D’Hondt, anche se senza il favoritismo espresso verso i partiti maggiori che esiste in quest’ultimo.
[3] Il metodo Hare o Hare-Niemeyer (o dei resti più alti), è un metodo matematico per l’attribuzione dei seggi nei sistemi elettorali che utilizzano il metodo proporzionale. È uno (e il più rappresentativo) dei possibili metodi “del quoziente e i più alti resti”, che stabilisce la quota di voti che bisogna raggiungere per ottenere un seggio. Porta il suo nome da Thomas Hare (1806-1891), un britannico che inventò il sistema dei quozienti utilizzati anche nel meccanismo del voto singolo trasferibile. L’altro nome è quello del matematico tedesco Horst Friedrich Niemeyer (1931-2007) che ha dato il suo nome al metodo usato dal Bundestag dal 1987 al 2005.
[4] Maurice Duverger, Les Partis politiques, Paris, Arnand Colin, 1951, IX-476 p. Traduzione italiana: I partiti politici, Milano, edizioni di Comunità, 961, 497 p.
[5] Ferdinand H. Hdrmen Democracy or Anarchy? A Study of proportional representation. Notre Dame Indiana, The Review of Politics, University of Notre Dame Press, 1941, XXX-447 p. Ristampato con un supplemento dall’autore: New York, Johnson Reprint Corp., 1972.
[6] L’autore di questo testo allude al saggio di Gian Enrico Rusconi, La crisi di Weimar. Crisi di sistema e sconfitta operaia, Torino, Einaudi, 1977, 527 p. che ebbe grande eco nel dibattito italiano degli anni Settanta su come uscire dalla frammentazione che caratterizzava il quadro politico di quella fase [N.d.C.]
[7] Hagen Schulze, Weimar. Deutschland, 1917-1933, Muenchen, Siedler Verlag, 1985, 464 p. Traduzione italiana: La Repubblica di Weimar. La Germania dl 1917 al 1933, Bologna, il Mulino, 1987, 538 p.
[8] Gianfranco Pasquino, Sistemi politici comparati. Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti. Terza edizione, Bologna, Bononia University Press, 2007, VI-173 p. [si veda in particolare la p. 38].
Pubblicato il 9 settembre 2021 su Key4biz
Recensori traditori (dei lettori) Fascist-style

Questa volta, cari amici, vi scrivo per porvi un quesito per me di grande interesse e doloroso. Dovendo recensire un libro come Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021) che è fatto di sette capitoli:
1. Costruire una democrazia e mantenerla
2. Costituzione, ideologie e politiche
3. Fascismo, antifascismo e Resistenza
4. Compromesso storico, alternativa, alternanza
5. La scomparsa delle culture politiche
6. Antipolitica, populismo e antiparlamentarismo
7. Europeismo e sovranismo.
Lo affidereste a specialisti del fascismo?
Eppure, questo hanno fatto sia il Corriere della Sera sia Il Domenicale del Sole 24 Ore. Poi, ricevuta la recensione che di quei capitoli poco (il Corriere) o nulla (Il Sole) parla, accettereste una recensione che non informa chi legge quei quotidiani? Non è questa inadeguatezza una buona ragione per dire “no, riscrivere” oppure cestinare?
Alla professoressa Alessandra Tarquini che recensisce il mio libro rimproverandomi di non avere letto, trattando del fascismo italiano e delle sue conseguenze su cultura e politica in Italia, Zev Sternhell, storico israeliano di origine polacca; George Mosse, storico tedesco naturalizzato statunitense, specialista del nazismo; e Stanley Payne, storico USA grande studioso degli autoritarismi spagnolo e portoghese, non sarebbe il caso di dire che non c’entrano quasi niente?
E non sarebbe semplicemente doveroso consentirmi di replicare al professore di fascismo, Emilio Gentile, che riempie la sua recensione (4 luglio 2021) di contumelie nei miei confronti, che recensire è rendere conto anche in maniera critica di quanto si è letto e non limitarsi a sette righe? Sono le righe nelle quali sostengo che il fascismo non riuscì mai a diventare totalitario, che è il suo mantra, e che, dunque, deve essere definito regime autoritario.
Il responsabile di avere assegnato e pubblicato quella recensione sul Sole si è, invece, rifiutato di pubblicare la mia breve lettera che riportava l’indice del libro.
Questo è lo stato del dibattito pubblico in Italia. Non preoccupatevi delle fake news, ma di coloro che le news semplicemente le sopprimono senza diritto di replica. L’8 settembre, quando la monarchia che insediò il fascismo e gli sopravvisse, come a nessuna monarchia successe mai nei regimi totalitari, mi pare la data giusta per portare il misfatto all’attenzione di chi mi legge che ringrazio.

