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Un Piano di ripresa per i 5 Stelle. I consigli di Pasquino a Conte @formichenews

Un Piano di ripresa per i 5 Stelle. I consigli di Pasquino a Conte

Se il Movimento 5 Stelle 2.0 deve (ri)nascere dal basso, credo proprio di sì, bisogna che, ovunque possibile, Conte susciti quelle energie con un alto e forte appello alla resilienza. D’altronde, nessuna delle priorità delle 5 Stelle delle origini è scomparsa. Il commento di Gianfranco Pasquino

Arrivato al vertice del governo nel momento di maggiore effervescenza del Movimento 5 Stelle, proprio sulla cresta della sua onda politica e elettorale, Giuseppe Conte si trova oggi costretto a operare in una situazione di bassissima marea. Svolto in maniera più che soddisfacente il compito istituzionale di capo del governo, oggi è chiamato a trasformarsi in capo di un movimento politico magmatico in crisi sostanziale di numeri e di prospettive. Conte ha dimostrato di avere imparato molto come governante, ma quel molto non gli è praticamente di nessun aiuto per ricostruire un movimento, per farne, forse, ma nulla è ancora deciso, una struttura solida, presente sul territorio (e non soltanto su una piattaforma), organizzata.

Il passaggio con successo da movimento a partito è avvenuto pochissime volte nella storia (farò esempi solo a ulteriore richiesta), unicamente in condizioni di crisi di sistema ad opera di grandi leader politici, talvolta carismatici. Pur destrutturato, il sistema dei partiti italiani non è profondamente in crisi. Piuttosto, è perforabile e plasmabile, ma soltanto da chi abbia una visione profonda e di lungo periodo, che non mi pare il forte né dei dirigenti pentastellati né di Conte, certo non “carismatico” (e, mi suggeriscono di aggiungere, neanche di Rocco Casalino). Più agguerrito antagonista che potenziale collaboratore si staglia, ad ogni passaggio delicato, Davide Casaleggio. Dall’alto della sua, proprio sua, piattaforma Rousseau, può rendere difficile e, soprattutto, costosa, qualsiasi mossa di Conte. Lo sta facendo in maniera rigidissima, ideologica, senza nessun compromesso finora percepibile. Alla piattaforma Conte dovrebbe cercare di contrapporre le energie/sinergie di tutti, a cominciare dai parlamentari, quelli che credono che la rigenerazione è tanto necessaria e coerente con la visione che ha dato vita al movimento quanto desiderabile e possibile.

Lo scriverò in maniera leninista. Il Movimento 5 Stelle fu e dovrà tornare ad essere “ambiente più democrazia telematica”. Rivendicare la transizione ecologica servirebbe a riconnettersi con molti di coloro che se ne sono andati. Praticare la democrazia telematica, che merita di essere rilanciata e perfezionata il prima possibile, consentirebbe anche di andare oltre un perimetro socio-politico che si è troppo ristretto. Conte deve contrastare chi vuole o anche soltanto approva espulsioni e esclusioni, mirando, al contrario, a inclusioni e assembramenti (nuovi e buoni). Se il prezzo da pagare è il conto salato che Casaleggio presenta, lo si faccia. Ne vale la pena. Il rischio da non correre, invece, è quello della presenza di più liste delle Stelle alle elezioni amministrative di settembre/ottobre, o addirittura dell’assenza.

Se il Movimento 5 Stelle 2.0 deve (ri)nascere dal basso, credo proprio di sì, bisogna che, ovunque possibile, Conte susciti quelle energie con un alto e forte appello alla resilienza. D’altronde, nessuna delle priorità delle 5 Stelle delle origini è scomparsa. Alcuni successi: dal reddito di cittadinanza alla riduzione dei privilegi (vitalizi) e del numero di “poltrone” a disposizione della casta, possono essere credibilmente rivendicati. L’insoddisfazione degli italiani merita ancora di essere rappresentata da chi ha saputo mobilitarla. Dunque, Giuseppe Conte, hic sunt problemata, hic salta. Oppure, t’è piaciuto t’è piaciuto

Pubblicato il 29 aprile 2021 su formiche.net

E la chiamano Liberazione #Libertà #LaLinguaBatte​ @Radio3tweet #LibertàInutile​ @UtetLibri

Cristina Faloci intervista Gianfranco Pasquino che ha scritto per UTET libri “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”.

RAI RADIO 3 La lingua batte puntata del 25 aprile 2021
E la chiamano Liberazione

Ripresa, resilienza e fiducia #RecoveryPlan #PNRR

Piano di ripresa e resilienza è quanto il governo Draghi ha stilato per ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione all’Italia dall’Unione Europea. Sono 191 miliardi e mezzo di Euro più 30 miliardi aggiunti dallo Stato italiano. Presentando, finalmente, “in zona Cesarini”, il documento di 330 pagine ai parlamentari che l’hanno ricevuto soltanto domenica alle 14.30, Draghi ha chiarito con sobrietà e precisione per quali interventi, con quali obiettivi e come quei fondi saranno indirizzati e utilizzati. Ha anche generosamente riconosciuto al governo del suo predecessore, Giuseppe Conte, di avere fatto gran parte del lavoro sul quale si basa il documento che diventerà definitivo dopo il dibattito e l’approvazione parlamentare. I diversi settori ai quali destinare i fondi sono sostanzialmente interconnessi. In estrema sintesi, la transizione non più rinviabile ad una economia verde richiede conoscenze specifiche e quindi acquisizione di nuove competenze. In una (in)certa misura queste competenze saranno meglio ottenute e poste all’opera attraverso tutti i processi possibili di digitalizzazione e costantemente monitorati e revisionati. Pertanto, sarà indispensabile investire in maniera molto ampia nei settori dell’istruzione, della formazione e aggiornamento professionale, e della ricerca. Soltanto nuove efficienti infrastrutture miglioreranno l’economia e la vita del paese. Una giustizia con tempi rapidi è indispensabile e contribuisce alla ripresa non scoraggiando gli operatori economici che in Italia vorrebbero investire. La burocrazia, sia soprattutto a livello nazionale sia a livello regionale, ha un ruolo importantissimo nell’attuazione delle riforme. Dunque, deve essere rapidamente riformata e messa alla prova.

Draghi non si è limitato a presentare in maniera molto convincente tutti i progetti del Piano di Ripresa e di Resilienza. Ne ha evidenziato gli obiettivi civili e sociali. In sostanza, quei progetti serviranno a ridisegnare l’Italia. Daranno opportunità ai giovani, favoriranno le famiglie, ridimensioneranno fino a farlo scomparire il divario, economico e sociale, fra uomini e donne. Poiché il 40 per cento di quei fondi andranno in investimenti al Sud, dovranno ridurre le differenze Nord e Sud non soltanto perché la crescita del Sud è utile al rilancio del paese, ma perché la coesione territoriale è importante in sé. Pone rimedio a gravi squilibri passati, recenti, attuali.

Pur conscio della gravità dell’occasione, Draghi ha lasciato trasparire un po’ di autoironia, ma soprattutto ha voluto concludere con parole di grande (no, non scriverò “eccessiva”) fiducia negli italiani. Sono parole che è opportuno citare per esteso: “Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli Italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità”. Personalmente, non mi resta che plaudire e sperare che Draghi abbia ragione.

Pubblicato AGL il 27 aprile 2021

Il #25aprile che non passa #FestadellaLiberazione

25 aprile. Punto d’arrivo e punto di inizio di una nuova vicenda. Non dimenticare non basta. Bisogna pensare e sapere ripensare. Senza fastidiosi appelli retorici e spesso ipocriti. Senza deprecabili richiami al superamento del passato. Senza impraticabili e contraddittorie richieste di impossibili memorie condivise.

Resistenza. Nata da subito contro il fascismo. Dipanatasi con alti e bassi in tutta l’Italia. Presente nelle grandi città e nei piccoli villaggi. Repressa, ma incomprimibile. Con le uccisioni periodiche dei suoi leader: Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Carlo e Nello Rosselli, Antonio Gramsci. Con i molti assassinati a livello locale, non dimenticati, il cui sangue testimoniava la volontà di opporsi, l’esistenza anche di un’altra Italia. Da quei martiri celebri e dalle loro idee scaturirono le idee e ideologie di un’Italia futura, migliore: la libertà del liberalismo; una società rappacificata del cattolicesimo democratico; la giustizia sociale dell’azionismo; la trasformazione anche rivoluzionaria del socialismo e del comunismo. A distanza di quasi ottant’anni rimangono esemplari e commoventi i documenti e le testimonianze contenuti nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza in Italia e in Europa. Monumento e memento di come preservare liberi la mente e il cuore anche nei giorni più bui.

Liberazione. Divenuta lotta armata, la Resistenza ebbe due obiettivi: da un lato, liberare l’Italia dall’oppressore fascista rinserratosi nella Repubblichetta di Salò; dall’altro, cacciare l’invasore nazista in preda agli ultimi spasmi della sua ferocia. Quella lotta armata, per quanto militarmente non decisiva, fu anche un modo importante di riconquistare la dignità dell’essere italiani e, attraverso il sacrificio delle vite, di sensibilizzare alla solidarietà numerosi settori sociali. Tuttavia, più o meno riconoscente per il ritorno alla libertà, nel paese continuò a esistere una vasta area grigia di non-impegno, di prevalenza del privato, di ripiegamenti sugli interessi personali e familiari.

Costituzione. Il quadro di riferimento della democrazia repubblicana è comprensibile attingendo, da un lato, agli obiettivi già delineati nelle Carte costituzionali formulate in zone liberate dalla Resistenza. Dall’altro, trova le sue indicazioni più elevate nelle culture politiche liberale, cattolico-democratica, azionista, socialista e comunista che si confrontarono e si espressero in Assemblea Costituente. Fu Piero Calamandrei, grande giurista del Partito d’Azione, a dare un giudizio in parte severo in parte positivo della Costituzione: “una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”. La promessa è nel corso del tempo molto impallidita. Tuttavia, può essere opportunamente rivivificata dai molti che ritengano che il loro impegno civile e politico consiste proprio nel mantenimento di una promessa fatta anche a coloro che con il consapevole sacrificio della loro vita contribuirono, in Italia e in Europa, a (ri)conquistare la libertà.

Democrazia Futura #Glossario Piattaforma politica, Il termine nella sua accezione tradizionale @Key4biz

“Una piattaforma politica contiene non soltanto i principi fondamentali che stanno all’origine a alla base di un partito, della sua ideologia e della sua pratica politica, ma anche dei problemi esistenti, salienti in quel sistema politico, delle soluzioni che un candidato e/o un partito propongono”.

Da DEMOCRAZIA FUTURA numero 1 (gennaio-marzo 2021

Sempre per il Glossario, a conclusione del primo fascicolo 2021 di Democrazia futura per completezza, Gianfranco Pasquino ha predisposto, dopo quelli di Richeri e Sorice, un terzo contributo accademico relativo alla voce piattaforma, ma questa volta nel suo significato tradizionale, profondamente diverso, da quelli precedenti, riferito all’universo politico: “Piattaforma politica”. “Una piattaforma politica – chiarisce Pasquino – contiene non soltanto i principi fondamentali che stanno all’origine a alla base di un partito, della sua ideologia e della sua pratica politica, ma anche, di volta in volta, a seconda delle competizioni elettorali, delle cariche in gioco e dei problemi esistenti, salienti in quel sistema politico, delle soluzioni che, in maniera più o meno dettagliata, un candidato e/o un partito propongono.

Con piattaforma politica si indicano i principali obiettivi formulati da un candidato e/o da un partito in un documento presentato e utilizzato soprattutto, ma non esclusivamente, nelle campagne elettorali. Dalla piattaforma prende slancio un insieme di attività politiche e elettorali che nel confronto/scontro con piattaforme concorrenti contribuiscono all’esistenza e al funzionamento di una democrazia competitiva.

Le piattaforme politiche sono sottoposte agli elettori per conquistarne il voto.  In seguito, gli elettori, gli altri candidati e partiti, i mass media potranno valutare se, come, quanto ciascun candidato e ciascun partito sarà rimasto fedele agli obiettivi enunciati traducendoli in comportamenti politici e, qualora avesse ottenuto cariche di governo, in politiche pubbliche. L’attenzione va rivolta alle piattaforme dei candidati quando è in gioco una carica elettiva monocratica, per esempio, quella di presidente della Repubblica, di presidente di una regione, di sindaco, di candidato a un seggio parlamentare nei collegi uninominali. Va, invece, rivolta ai partiti nelle democrazie parlamentari. Naturalmente, anche laddove la competizione è indirizzata ad una carica monocratica è più che probabile che i partiti svolgano un ruolo di importanza notevole ancorché variabile nella formulazione della specifica piattaforma politica.

Più precisamente, una piattaforma politica contiene non soltanto i principi fondamentali che stanno all’origine a alla base di un partito, della sua ideologia e della sua pratica politica, ma anche, di volta in volta, a seconda delle competizioni elettorali, delle cariche in gioco e dei problemi esistenti, salienti in quel sistema politico, delle soluzioni che, in maniera più o meno dettagliata, un candidato e/o un partito propongono. Quanto più la piattaforma politica ruota intorno ai principi fondamentali di un partito tanto più gli elettori potranno utilizzarla come scorciatoia cognitiva per i loro comportamenti elettorali, anche senza addentrarsi nei meandri delle singole proposte di soluzioni. Tuttavia, le ricerche elettorali hanno accertato che, in alcuni, non pochi, casi, sussistono problemi talmente rilevanti che proposte di soluzioni particolarmente originali e innovative riescono a raggiungere elettori che altrimenti continuerebbero a preferire il partito di cui condividono i principi fondamentali.

Una simile dinamica vale, a maggior ragione, quando la competizione non è fra partiti, ma fra candidati, in particolare per le cariche di vertice di un sistema politico. A contare saranno, allora, le qualità personali del candidato piuttosto che la più o meno nota piattaforma del suo partito. Anzi, talvolta, sarà il candidato stesso a prendere le distanze dalla piattaforma sottolineando la sua biografia personale e professionale, mettendo in evidenza la sua competenza, vantando la sua autonomia di giudizio e di azione, affermando la sua volontà/capacità di andare altro quanto il suo partito ha detto e fatto.

Spesso le piattaforme politiche sono il prodotto della combinazione in misura variabile di due elementi. Da un lato, sta quella che per lungo tempo è stata definita l’ideologia del partito; dall’altro, si trovano quelle proposizioni che riguardano le risposte programmatiche da dare ai molti problemi contemporanei e contingenti. Custodire e riproporre, talvolta, aggiornandola, l’ideologia del partito è compito sia degli intellettuali di riferimento di quel partito, più o meno organici ad esso, sia dei funzionari del partito. Le risposte programmatiche spettano per lo più ai dirigenti del partito e ai candidati. Da tempo, però, dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, quando il grande sociologo statunitense Daniel Bell scrisse dell’esaurimento delle ideologie, peraltro, avendo di mira in particolare quelle di sinistra, gli elementi più propriamente ideologici sono sostanzialmente scomparsi dalle piattaforme. Un po’ dovunque sono rimasti i partiti che si collocano a destra a fare riferimento agli irrinunciabili principi della triade “Dio, patria, famiglia”. Dal canto loro, i partiti riformisti, progressisti si incontrano nel dichiarare come loro intenzione fondamentale e principio ispiratore quello dell’eguaglianza variamente declinato: riduzione delle diseguaglianze economiche e, talvolta, sociali, affermazione e ampliamento della eguaglianza di opportunità.

Le più recenti discriminanti nelle piattaforme politiche corrono lungo due assi. Nelle democrazie europee, l’asse principale è costituito dagli atteggiamenti e dalle valutazioni del processo di costruzione dell’Unione Europea. Da un lato, si collocano i favorevoli, dall’altro, gli scettici e i contrari i quali, poiché spesso rivalutano e enfatizzano la (ceduta/perduta) sovranità nazionale, vengono definiti sovranisti. Più in generale, nel resto del mondo la contrapposizione più frequente nelle piattaforme politiche è data dagli atteggiamenti e dalle valutazioni concernenti la globalizzazione con la linea divisoria che corre fra coloro che la accettano e ritengono sia positiva e positivamente orientabile e coloro che la ritengono foriera e responsabile di molti sviluppi negativi ai quali opporsi respingendola. Molto spesso lungo le due linee abbozzate si trovano, da un lato, le élite economiche, sociali e politiche, dall’altro, un insieme di partiti e movimenti populisti. Le rispettive piattaforme politiche registrano queste differenze, spesso le incorporano e le traducono in principi e in proposte programmatiche e politiche.

Un tempo erano i partiti grazie alla interazione e collaborazione fra intellettuali e dirigenti a elaborare le piattaforme politiche, rielaborarle, aggiornarle. I due esempi europei più significativi e di maggiore impatto sono collegati a due luoghi fisici: Bad Godesberg e Épinay. Nel primo nel 1959 i socialdemocratici tedeschi (SPD) fecero cadere il marxismo dalla loro piattaforma ideologica. Nel secondo nel 1971 un variegato insieme di associazioni gruppi, sindacati e partitini diedero vita al Parti Socialiste. Meno densa di contenuti, ma di enorme impatto e rilevanza la piattaforma politica contenuta nella video cassetta con la quale Silvio Berlusconi annunciò la sua discesa in campo alla guida di Forza Italia nel 1994 subito vincendo le elezioni. Infine, qualitativamente al di sotto degli eventi tedesco, francese e berlusconiano, va collocata la piattaforma politica, sostanzialmente priva di effettiva originalità, a fondamento della nascita del Partito Democratico in Italia nel 2007.

Da qualche tempo, lo sviluppo sicuramente più significativo è rappresentato dalla comparsa di veri e propri professionisti nell’elaborazione di apposite piattaforme politiche. Inizialmente costituiti da volontari che si impegnavano, spesso per chiara vicinanza ideale, nelle campagne dei candidati a loro graditi, che si trattassero delle primarie negli Stati Uniti, ma anche dell’elezione presidenziali, poi si è affermato un gruppo ampio di esperti specializzati e specialisti di settori specifici. Vi sono coloro la cui professionalità si esprime e si misura nella stesura del testo che potrà diventare la piattaforma. Con loro collaborano i sondaggisti che hanno esplorato le preferenze non solo politiche dello specifico segmento elettorale considerato più rilevante. A loro si aggiungono gli esperti della comunicazione che istruiranno i candidati sulle modalità con le quali offrire in pubblico, nei pochi comizi che ancora si svolgono, ma soprattutto in televisione le tesi contenute nella piattaforma. Infine, hanno fatto la loro comparsa e si sono conquistati uno spazio ampio e importante gli operatori dei nuovi media strumento essenziale per la diffusione dei messaggi estraibili dalla piattaforma e di volta in volta incanalabili e diretti a pubblici specifici.

Chi ha valutato le nuove situazioni affermatesi negli ultimi vent’anni per quel che riguarda la rilevanza delle piattaforme politiche, sotto forma, ad esempio, di quelli che vengono chiamati in inglese i Party Manifestos, è giunto a tre conclusioni che contraddicono molte presunte certezze circolanti nel dibattito pubblico, peraltro, con differenze tutt’altro che marginali fra i diversi sistemi politici.

Primo, non è vero che la personalizzazione della politica abbia cancellato la rilevanza delle piattaforme politiche con il leader che sarebbe diventato lui stesso il programma. Nella maggior parte delle democrazie, certo, il leader ha acquisito notevole visibilità, ma, al tempo stesso, utilizza la sua visibilità personale per farsi portatore e interprete della piattaforma politica del suo partito/schieramento così come elaborata da un ampio strato di collaboratori e professionisti. Poi, il successo dipenderà anche dalle capacità personali del leader.

Secondo, non è affatto vero che tutte le piattaforme politiche si assomigliano, che non ci sono più differenze/divergenze significative, che i profili programmatici si sono appiattiti in maniera tale da giustificare l’insoddisfazione e il malcontento dell’elettorato che accomuna e rigetta tutti o quasi i contenuti delle piattaforme politiche. Semmai, il processo di appiattimento è un effetto, più o meno voluto, della comunicazione attraverso operatori di scarsa professionalità dei mass media e, talvolta, della soggezione e sudditanza di dirigenti politici e candidati nei loro confronti.

Terzo e ultimo, tutte le ricerche condotte in tempi, in luoghi, in sistemi politici diversi, Italia compresa, hanno tanto regolarmente quanto sorprendentemente messo in rilievo come nella grande maggioranza dei casi la grande maggioranza degli eletti abbia cercato di attuare, naturalmente, con maggiore o minore successo, gli impegni presi, scritti nelle rispettive piattaforme politiche. A riprova, la lunga serie storica di dati raccolti a partire dal 1973 nelle indagini dell’Eurobarometro sugli Stati membri dell’Unione Europea rivela costantemente che maggioranze più o meno ampie in più di venti dei ventotto (includo ancora la Gran Bretagna) Stati-membri dell’Unione sono soddisfatte del funzionamento delle rispettive democrazie. Per le democrazie e per i democratici è una conclusione confortante che trova il suo fondamento sia nei valori e negli ideali dei regimi democratici sia nel rispetto ad opera dei rappresentanti e dei governanti delle rispettive piattaforme politiche. Formulare principi, indicare obiettivi, assumere impegni e collocare il tutto in una piattaforma politica rimane un compito nobile e gratificante.

P.S. Diversamente piattaforma è la Piattaforma Rousseau. Luogo tecnologico nel quale gli iscritti al Movimento 5 Stelle si esprimono su tematiche (da ultimo se partecipare o no al governo Draghi) e su persone, la Piattaforma Rousseau è un modo non disprezzabile, ma perfezionabile di praticare procedure democratico partecipative. Chi scaglia pietre contro questa piattaforma non è senza peccato.

Pubblicato il 23 aprile 2021 su Key4biz

Il caso Bologna: solo Renzi costringe il Pd a fare vere primarie per il sindaco @DomaniGiornale

La notizia è che, dopo circa sei mesi di acrimoniose discussioni, l’audacissimo Partito Democratico di Bologna organizzerà le primarie per la scelta della candidatura a sindaco di Bologna. L’altra importante notizia è che saranno primarie competitive con un esito non predeterminato. Le precedenti primarie bolognesi, 1999, 2009 e 2011, erano state ampiamente controllate (la tentazione di scrivere “manipolate” mi rimane) dal gruppo dirigente. Anche questa volta, ha cominciato il sindaco Merola, non rieleggibile dopo due mandati senza troppa gloria, a battezzare come successore il suo assessore alla Cultura Matteo Lepore. Poi, candidatosi anche l’assessore alla Sicurezza, Alberto Aitini, invece di prenderne atto e prepararsi alle primarie, il gruppo dirigente del PD ha traccheggiato all’insegna della ricerca di una candidatura unitaria, un modo per fare sapere a Aitini che doveva ritirarsi. La situazione si è sbloccata rumorosamente quando, incoraggiata da Matteo Renzi, ha fatto irruzione la candidatura di Isabella Conti, esponente di Italia Viva (ma, prima, PD), rieletta sindaco di San Lazzaro con quella che chi non conosce la Bulgaria post-1989, continua a chiamare “maggioranza bulgara”: 80 per cento dei voti. Inevitabilmente, molto contrariati, gli esponenti del vertice (mi veniva la parola “cupola”) del PD hanno preso atto e annunciato che si terranno primarie di coalizione il 13 oppure il 20 giugno.

Fin dall’inizio lo svolgimento di elezioni primarie doveva essere considerato l’esito naturale, previsto nello Statuto del partito (art. 24 Elezioni primarie per la cariche monocratiche istituzionali). Con buona pace di Beppe Provenzano, vicesegretario del PD nazionale, non sbaglia affatto “chi dice che le primarie sono l’identità del Pd”. Al contrario sono un elemento costitutivo della, pur pallida, identità del partito. Bologna ci dice, però, che questa pratica, a determinate condizioni, sicuramente democratica, cozza frontalmente con le preferenze di chi continua a preferire le cooptazioni e altre oscure attività.

Ovviamente, le primarie, tutte le primarie in tutti i luoghi nei quali si svolgono (il PD ne ha fatte più di mille) sono anche un confronto/scontro fra persone le quali, nel caso di Bologna e in quasi tutti gli altri, hanno una biografia politica e professionale che le rende più o meno qualificate per aspirare ad una carica importante. I due assessori vantano per l’appunto la loro esperienza di governo della città, ma Isabella Conti può molto facilmente replicare con il buongoverno che ha garantito come sindaca di San Lazzaro, comune con più di 30 mila abitanti. L’ostacolo che le hanno subito frapposto è quello di essere “una renziana”, ma se le primarie di Bologna hanno da essere primarie di coalizione quest’ostacolo non ha da essere. Anzi, il PD dovrebbe rallegrarsi che fondamentalmente Italia Viva abbia deciso di fare parte della coalizione di centro-sinistra. Nel regolamento, il più garantista possibile per tutt’e tre i concorrenti, dovrà essere limpidamente statuito che i perdenti si impegnano a sostenere la vincente.    Proprio il regolamento potrebbe essere il prossimo punctum dolens: quante iniziative, quanti confronti, in quali spazio, con quali impegni di risorse sono tutti elementi che debbono essere sanciti per non dare vantaggi e non procurare svantaggi a nessuno. Le esperienze passate non sono del tutto rassicuranti con pezzi di partito che non solo si adoperarono palesemente a favore di uno specifico candidato, ma premettero sulla CGIL, sulle cooperative, su altre associazioni vicine per conseguire l’esito voluto. Divenuta famosa anche per avere resistito con successo alle mire poco ecologiche (sic) delle cooperative costruzioni, Isabella Conti sa di partire in salita nel mondo (che qualche commentatore bolognese ha infelicemente definito “di mezzo”) del PD. Proprio per questo la campagna elettorale bolognese si annuncia molto interessante. Le primarie servono anche a mobilitare gli elettori e i simpatizzanti, a comunicare politica e politiche, ad allargare la sfera del consenso. A Bologna, forse, potranno fare circolare un po’ d’aria nuova in un partito che troppo spesso risulta essere una struttura cementata e appesantita dal troppo potere che ha (talvolta neppure sapendolo esercitare).

Pubblicato il 23 aprile 2021 su Domani

Parole per il futuro LIBERTÀ @Treccani #21aprile ore 16

La Fondazione Treccani Cultura, dopo quest’anno difficile, torna a progettare e realizzare iniziative per promuovere la diffusione della conoscenza e favorire così la crescita culturale del Paese, ricordando l’importanza della parola come espressione di ragionamento, condivisione e confronto sincero tra diverse posizioni.
Il secondo appuntamento è dedicato alla parola LIBERTÀ: una discussione che prenderà le mosse dalle difficoltà di una definizione per approdare al binomio libertà e responsabilità.

FONDAZIONE TRECCANI CULTURA
Parole per il futuro
Temi della X Appendice della Enciclopedia Italiana

21 aprile ore 16
LIBERTÀ
Difficoltà di una definizione. Libertà e responsabilità

Partecipano:
Luciano Canfora
Donatella Di Cesare
Stefano Epifani
Gianfranco Pasquino

Modera Cristina Faloci

facebook.com/treccani/live

Libertà inutile #webinar #19aprile #Casentino2030 @UtetLibri

“Lunedì 19 Aprile alle ore 21 sarà con noi il Professor Gianfranco Pasquino con il quale parleremo del suo ultimo libro
Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)
Cercheremo con il suo aiuto di fare una riflessione sullo stato della democrazia italiana e di immaginare con lui un nuovo modello di partecipazione attiva nella nostra politica locale”

La diretta sulla pagina Facebook @Casentino2030  · Community

Democrazia, élites, popoli #18aprile Meeting Point Federalista

18 aprile 2021, ore 17-19

L’analisi della crisi di civiltà, premessa del Manifesto federalista, implica una riflessione sulle cause che portarono alla crisi delle democrazie europee e all’instaurarsi dei regimi totalitari di massa negli anni Venti e Trenta del Novecento. Di fronte alle folle oceaniche acclamanti il Duce, all’elezione di Hitler nel 1933 e alla votazione plebiscitaria della Saar in favore della Germania nazista nel 1935, era difficile conservare fiducia in una visione semplicistica della democrazia che attribuiva al popolo tutte le virtù e la capacità d’intendere il suo «vero bene». Ma anche le esperienze compiute nei regimi di più lunga tradizione democratica, che avevano resistito alla marea totalitaria, mostravano la fragilità della democrazia, mai raggiunta una volta per tutte e sempre sotto attacco da parte di forze reazionarie, ceti privilegiati, interessi corporativi, movimenti populisti. Benché il contesto sia oggi mutato e molto più complesso, i rischi per la democrazia restano gli stessi, mentre si continuano a definire “democrazie” anche regimi illiberali per il solo fatto che sono stati votati, anche se non rispettano lo stato di diritto. C’è dunque l’urgenza di riflettere sulla natura della democrazia, sulle relazioni tra classe politica e cittadini, fra élites e popolo(i), e su come costruire un’autentica democrazia sovranazionale. 

Democrazia, élites, popoli

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, socio dell’Accademia dei Lincei, senatore della Repubblica per tre legislature. Tra le sue recenti opere ricordiamo:  L’Europa in trenta lezioni, 2017; Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader, 2018; Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica, 2019; Minima Politica. Sei lezioni di democrazia, 2020; Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, 2021.

Antonio Argenziano, segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea

Introduce per il MPF:

Marco Zecchinelli (MPF), militante federalista, segretario della sezione MFE di Pesaro-Fano

Ciclo a cura di Meeting Point Federalista 1941-2021  Radici storiche di questioni attuali  
Dal Manifesto di Ventotene all’Europa e al mondo del XXI secolo  
Ciclo di sei incontri a cura del Meeting Point Federalista (MPF)  

La registrazione è gratuita su Eventbrite.

PD e M5S, ora patti chiari dopo l’alleanza lunga @fattoquotidiano @pdnetwork @Mov5Stelle

Enrico Letta tenta di rivitalizzare il suo PD che alla vocazione maggioritaria ha da tempo preferito la presenza nella maggioranza (anche al plurale) di governo. A sua volta, Giuseppe Conte ha deciso di impegnarsi nella ristrutturazione del Movimento 5 Stelle, operazione difficile, ma non mission impossible. Entrambi sembrano convergere su una aspirazione molto importante: dare vita ad un’alleanza “organica” fra le due organizzazioni che guidano. Hanno già incontrato qualche opposizione, sia vocale sia nascosta, ma il poco dibattito che si è aperto non ha gettato luce sui pro e sui contro di questa eventuale alleanza, soprattutto in vista delle elezioni politiche che al più tardi dovrebbero tenersi nel marzo 2023. Come stanno le cose, l”organicità” della alleanza, se “organica” significa: stretta, profonda e duratura, mi pare alquanto prematura. Tralascio le molte differenze di opinione attualmente esistenti forse più nella base e nei rispettivi elettorati che fra i gruppi dirigenti, che hanno già dato prova di essere più manovrieri e disinvolti. Tuttavia, dovrebbe essere chiarissimo che se gli attivisti e gli iscritti del Movimento e del PD non sono convinti della bontà e della fecondità di una alleanza “organica”, ai rispettivi elettorati giungeranno messaggi non sufficientemente positivi e incoraggianti, non mobilitanti con il rischio classico che la somma dei due sarà inferiore alla combinazione delle percentuali attuali.

   Esiste una opportunità positiva che M5s e Partito Democratico potrebbero e dovrebbero sfruttare: le elezioni amministrative in non poche grandi città da Torino a Napoli, da Roma a Bologna. Da quello che riesco a leggere, in ciascuna di queste città esistono fattori locali, litigi pregressi, incomprensioni, diffidenze personalistiche di cui, inevitabilmente, bisogna tenere conto. Però, è proprio ricomponendo un discorso comune e riducendo le distanze, anche perché le dinamiche del centro-destra dicono che si presenterà unito, che diventa possibile mandare più che un messaggio efficace all’elettorato. Quel che si riuscirà a fare non soltanto nelle grandi città che ho menzionato, ma in comuni di dimensioni inferiori, comunque politicamente rilevanti, dal punto di vista delle candidature e delle campagne elettorali, può porre migliori premesse per l’eventuale alleanza organica del futuro prossimo. Può anche consentire di individuare con precisione i punti di contrasto, eventualmente smussarli oppure prendere atto che in alcuni contesti sono insormontabili. Patti chiari, come si dice, amicizia (chiedo scusa) alleanza lunga.

   Le elezioni amministrative si svolgono con una legge elettorale proporzionale e contemplano l’elezione diretta del sindaco. Consentono, quindi, ai partiti di misurare il loro consenso elettorale e anche quello personale delle candidature alla carica di sindaco. Al tempo stesso, elemento da non sottovalutare e da non dimenticare, offrono all’elettorato importanti informazioni sui partiti, sulle candidature, sulle alleanze: appropriatezza, solidità, efficacia. Per tutte queste ragioni appare opportuno che i fautori dell’alleanza organica fra Movimento 5 Stelle e PD scelgano i luoghi dove e come sperimentare l’alleanza. Inevitabilmente, a livello nazionale, il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico dovranno porsi il problema di quale legge elettorale sia meglio in grado di incoraggiare alleanze prima del voto. In generale, le leggi proporzionali implicano che i concorrenti si presenteranno da soli salvo poi, contati i voti, decidere, se ne hanno avuti abbastanza, di dare vita alla coalizione di governo. Avviene così in tutte le democrazie parlamentari europee.

    Ascolto una sorta di rivalutazione della Legge Mattarella, che era una legge buona, migliore nella versione per il Senato, ma con qualche facilmente rimediabile inconveniente. Chi dice di volere “il maggioritario” dovrebbe, commentatori e giornalisti compresi, smettere di affermare che maggioritario è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un, più o meno truffaldino, premio in seggi. La legge Mattarella che stabilisce l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali ha un contenuto apprezzabilmente maggioritario. Quel che più conta, però, per chi desidera costruire un’alleanza organica fra M5S e PD, è che la legge Mattarella incoraggia e premia le alleanze prima del voto, come Berlusconi, leader de centro-destra capì da subito nel 1994. Fra l’altro, la legge Mattarella ha due altri pregi: è fortemente competitiva e dà grande potere agli elettori. Non da ultimo verrebbe, forse, finalmente meno la stupida critica/richiesta di governi eletti dal popolo, usciti dalle urne. Il governo sarebbe/sarà prodotto e legittimato da una alleanza abbastanza organica e vittoriosa.

Pubblicato il 15 aprile 2021 su il Fatto Quotidiano