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Tutti riformisti #parole @Mondoperaio #Aprile2021

Le riforme fanno il riformismo e il riformismo fa le riforme. Nessuno più contrappone il riformismo alla rivoluzione. Semmai, oggi, il contrasto sta fra coloro che ritengono che il termine riformismo possa legittimamente essere applicato alle attività e alle scelte di coloro che cambiano l’esistente per andare oltre e coloro che ugualmente cambiano l’esistente nel tentativo più o meno esplicito di tornare alla fase precedente, di riportare indietro le lancette dell’orologio. Qualsiasi restaurazione richiede, non importa con quali motivazioni, di fare cambiamenti. Perché quei cambiamenti, chiedono i restauratori facendo l’omaggio del vizio alla virtù (sic!), non dovrebbero meritare la definizione di riforme? Ma, questa è, invece, la mia personale domanda, non sarebbe preferibile utilizzare il termine contro-riformismo per definire i cambiamenti che eliminano e distruggono le riforme fatte?  Quello che sembra giustamente preoccupare i riformisti è la necessità di definire con precisione il contenuto e la qualità delle riforme rispetto ai “semplici” cambiamenti dei più vari generi e tipi. Si potrebbe sostenere che cambiamento è qualsiasi movimento dallo status quo, dunque, anche il ritorno alla situazione precedente. Poiché, però, il termine contro-riformismo esiste, credo se ne debba fare un uso accorto. Il problema mi pare piuttosto quello di precisare quali cambiamenti meritino la definizione di riforme e quali insiemi/pacchetti di riforme possano essere caratterizzate come riformismo. Qui, un cenno alla rivoluzione è opportuno, vale a dire, la sottolineatura che si ha rivoluzione quando un intero assetto politico, sociale, economico viene capovolto. Poi, nella versione che Trotskij voleva attuare, la rivoluzione può tentare di diventare/essere permanente costruendosi sui cambiamenti già prodotti e perseguendone altri. La rivoluzione potrebbe anche venire periodicamente rilanciata come fece Mao Tse-tung dagli anni cinquanta agli anni settanta del XX secolo. Tuttavia, il punto discriminante rimane: la rivoluzione non si accontenta mai di alcuni cambiamenti per quanto importanti, ma mira alla distruzione dell’insieme di rapporti politici, sociali, economici esistenti per costruirne di nuovi, dirompenti a cominciare dal vertice, dai detentori del potere politico. Incidentalmente, sappiamo che spesso il riformismo “realizzato” è stato accusato proprio di non avere cambiato i rapporti politici. Lascio qui il discorso, che mi pare antico e obsoleto, sulla rivoluzione (ma mi permetto di rinviare alla voce Rivoluzione che pubblicai nel Dizionario di Politica, UTET, nel 1976 e che, imperterrito, ho mantenuto anche nella più recente edizione del 2016).

Ritorno da dove ho preso le mosse. Riformulo in chiave problematica: a quali condizioni riforme singole sparse nel tempo danno sostanza e vita al riformismo? Usando il lessico contemporaneo, la condizione dirimente è che esista una cabina di regia in grado di indirizzare e orientare ciascuna di quelle singole riforme verso un obiettivo predefinito sul quale raccogliere condivisioni. Quell’obiettivo non è mai una Minerva che scaturisce nella sua interezza dalla testa di Giove. Proprio per questo ritengo che sia necessario distinguere fra riforme singole, pure importantissime, e riformismo. Qui cito per esteso Bobbio secondo il quale, il riformismo politico è una “azione o insieme di azioni prolungatesi nel tempo, indirizzate al cambiamento in base a progetti a lunga o breve scadenza (in base cioè a un programma massimo o a un programma minimo)”. Di “progetto” parlerò oltre evitando qualsiasi distinzione fra minimo e massimo –anche perché il minimo può diventare, se non massimo, almeno moltissimo. Qui riparto dalle riforme il cui elenco Bobbio auspica e fa, ma con riferimenti soltanto al contesto italiano e a quelle, che condivido, del centro-sinistra (al quale, personalmente, attribuisco, almeno per quel che riguarda le intenzioni e le ambizioni dei socialisti di allora, la qualifica di “progetto”). In seguito, riforma singola fu certamente l’istituzione del Sistema sanitario nazionale con legge approvata nel dicembre 1978: riforma di notevole qualità. Tuttavia, esiterei molto, e alla fine mi esprimerei in maniera negativa, qualora si volesse definire riformista tutta l’esperienza del governo di solidarietà nazionale (1976-1978). Il taglio della scala mobile, 1984-85, fu certamente una riforma importante, ma il pentapartito non è mai stato definito da nessuno una coalizione riformista. Forse, a proposito di qualche riforma singola che segue altre riforme singole, gli americani parlerebbero di riformismo piecemeal, che tradurrò, anche per l’assonanza, con spicciolo, ma, per l’appunto, lo terrei distinto da quello che vorrei definire progetto riformista. Mi sento rafforzato in questa opinione/valutazione anche dall’Affordable Care Act, l’unica grande riforma del Presidente Obama, approvata nel marzo 2010, certamente una perla, unica e non facente parte di una “collana” riformista.

Per continuare nella metafora, le collane riformista sono inevitabilmente poco numerose nella storia dei sistemi politici democratici. Non esiste nessun riformismo nei regimi non-democratici. Pure in assenza di analisi comparate dei riformismi realizzati, credo che sia accettabile fare riferimento al New Deal di Franklin Delano Roosevelt, al quinquennio di governo del laburista Clement Attlee (1945-1950), alle esperienze socialdemocratiche scandinave dagli anni Trenta agli anni Sessanta del XX secolo, brillantemente analizzate da G. Esping Andersen (Politics Against Markets. The Socialdemocratic Road to Power, Princeton, Princeton University Press, 1985) e, si parva licet, al centro-sinistra italiano 1962-1970 (la datazione è tuttora controversa). Aggiungo il programma di riforme del Presidente Lyndon B. Johnson (1964-1968) noto come Great Society. Richiamo l’attenzione sulla contrapposizione fatta da Esping-Andersen della politica ai mercati. Servirà ad una migliore valutazione del ruolo dello Stato nel riformismo socialista. Evidenzio anche la del tutto consapevole intenzione di Johnson di ampliare gli spazi di liberà della società USA con le leggi sui diritti civili e diritti elettorali. Né le une, certamente socialiste, né le altre, certamente liberatrici, furono esempi di “riforme dal basso” che Bobbio sembrerebbe volere privilegiare come esemplari della sua concezione di riformismo che allarga gli “spazi di libertà”. Ci tornerò.  

   Straordinariamente diverse per tempo, luogo e protagonisti, queste esperienze presentano un importante elemento comune: sono il prodotto di un progetto. Qui ritengo appropriato evidenziare gli elementi comuni ai riformismi realizzati, ma altrove sono andato alla ricerca delle diversità: Varianti del riformismo (Bologna, Materiali di ricerca dell’Istituto Cattaneo, 1985). Il pensiero riformista, che non è mai necessariamente del tutto elaborato fin dall’inizio, ha preceduto e informato l’azione riformista. In parte è anche stato trasformato da quella azione e dalle reazioni. Mi sono spesso compiaciuto nell’affermare che il tratto fondamentale del riformista e, quindi, per derivazione, del riformismo, è la volontà/capacità di riformare le riforme. Potrei ricondurre questa affermazione e darle nobiltà facendo riferimento a quello che Karl Popper considera l’irrinunciabile criterio scientifico: la falsificazione delle teorie. Il riformista apprende dall’attuazione delle sue riforme tanto quello che funziona quanto quello che non funziona e traduce il suo apprendimento nella logica e conseguente riforma di quello che non ha prodotto i risultati attesi e voluti. Bobbio sembra suggerire come prospettiva di ricerca l’individuazione di progetti riformatori che non hanno prodotto riforme. Rimango aperto a suggerimenti in tal senso e a esempi. Non me né venuto in mente nessuno.

   Al contrario di quanto sostenuto dal Presidente Ronald Reagan, a suo tempo (1980-1988) controriformista di notevole successo, il governo non è il problema, ma, a determinate condizioni, è abitualmente proprio il produttore delle soluzioni riformiste. In una certa misura, si apre qui il dibattito fra coloro che ritengono che il riformismo emerga da una società vivace e spumeggiante, incline alla sperimentazione, nella quale cambiano i costumi, le abitudini, gli obiettivi, e un, per lo più relativamente ristretto, gruppo di uomini e donne che hanno conquistato il potere politico e che lanciano il (loro) progetto riformista come azione di governo. Gli esempi di riformismi realizzati ai quali ho fatto riferimento in precedenza indicano molto chiaramente da che parte sto. Il riformismo è top down: offre proposte e soluzioni dal vertice del sistema politico. Naturalmente, non è pregiudizialmente chiuso e affatto ostile a quanto possa procedere bottom up. Bobbio vede una sequenza fatta da pluralismo, da conflitti fra gruppi e associazioni, fra idee e proposte, che si conclude con una sintesi che produce “decisioni selettive vincolanti”. Da chi se non dalla politica con l’incontro-scontro dei rappresentanti variamente sostenuti dal consenso elettorale e dei governanti che godono la fiducia della maggioranza di quei rappresentanti possiamo e dobbiamo aspettarci quella sintesi e le decisioni corrispondenti?  

   La buona politica riformista si esprime nell’accoglimento e nella selezione di quanto scaturito dai conflitti pluralisti (non dagli accordi corporativi), ma quei conflitti saranno tanto più “riformisti” quanto più incontreranno governanti che hanno già elaborato in proprio un loro insieme di idee che compongono a grande linee un progetto riformista. Non conosco esempi storici di società per quanto inquiete, dinamiche e diversificate che si siano rivelate capaci di lanciare, senza l’apporto di settori importanti del ceto politico e intellettuale, un’onda lunga caratterizzabile come riformismo. Al contrario, quando, peraltro raramente, quelle società hanno fatto la loro comparsa, se non esisteva una politica all’altezza, l’esito è stato molto diverso e lontano dal riformismo: ingovernabilità. Credo che si debba respingere fermamente la contrapposizione troppo spesso presentata senza conferme probanti fra società buona e Stato cattivo.

   Ancora con riferimento agli esempi di cui sopra sono convinto che sia assolutamente indispensabile aggiungere che quegli uomini e quelle donne portatrici del progetto riformista sono accomunati dalla stessa appartenenza partitica. Non c’è mai stato riformismo in assenza di robuste organizzazioni partitiche. Anche se nel caso di FDR è evidente che il potere presidenziale svolse un ruolo importantissimo, alla sua base e come suo strumento stava un Partito Democratico che diede vita e sostanza ad una coalizione politico-elettorale in grado di ottenere vittorie elettorali ripetute nel tempo fino al 1968. In un certo senso, la Great Society è stata un vero e proprio canto dell’ultimo cigno democratico (lo rileva e analizza con acume e precisione John R. Petrocik, Party Coalitions: Re-alignments and the Decline of the New Deal Party System, Chicago, University of Chicago Press, 1981)  

Da allora, gli USA non hanno più conosciuto riformismo come progetto anche se è possibile individuare singole riforme, in particolare durante i due mandati presidenziali di Bill Clinton (1992-2000). Il riferimento a quegli anni consente, anzi, invita a prendere in seria considerazione quella che in tempi recenti si è senza dubbio imposta come la più importante teorizzazione e ricerca di neo-riformismo: la Terza Via. Nel mezzo del cammin della Presidenza Clinton nasce in Inghilterra la ricerca di una Terza via fra il classico capitalismo e il vecchio laburismo. Sul piano intellettuale e culturale il suo artefice è il prestigioso sociologo politico Anthony Giddens, oggi Lord laburista, autore di alcuni influenti libri: Oltre la destra e la sinistra, Bologna, il Mulino, 1997; The Third Way, Cambridge, Polity Press, 1998; e The Third Way and Its Critics, Cambridge, Polity Press, 2000. Sul piano politico, i protagonisti sono Tony Blair e Gordon Brown, rispettivamente dal 1997 al 2007 Primo ministro e Ministro dell’Economia, poi, Brown anche Primo ministro dal 2007 al 2010 (ma la Terza Via s’era già smarrita).

   Anche le “terze vie” formulate prima di Giddens si erano presentate come strategie riformiste. Vi fu una mitica terza via che intendeva collocarsi fra il comunismo stalinista e il riformismo socialdemocratico. Qualcuno ritenne di doverla cercare fra il capitalismo e il comunismo. Sono, invece, molto riluttante a pensare che la terza via si situasse fra il liberalismo e il socialismo e che potesse essere definita liberal-socialismo. Peraltro, sono consapevole che il dibattitto italiano, anche per merito/responsabilità di Bobbio contiene un’accezione/accentuazione liberal-socialista del riformismo. Fuori d’Italia il riferimento al liberal-socialismo è assente sarà anche perché sia in Germania sia in Gran Bretagna esiste un Partito Liberale, nel primo paese spesso al governo anche se poco riformista, nel secondo, anche se effettivamente riformista non abbastanza spesso politicamente rilevante.

Non è questo il luogo per rincorrere le terze vie tentate in altre parti del mondo, Italia compressa con la variante di poca durata e scarsa incisività detta Ulivo. Certo è che Giddens ne vedeva e auspicava le potenzialità di espansione/estensione a livello globale tanto contro il neo-liberalismo quanto contro il radicalismo (di sinistra). Per rendere breve una storia alquanto lunga, come dicono gli inglesi, l’unico dato certo è che, finita l’epoca della Terza Via, molto dibattuta anche se in alcuni luoghi neppure tentata, la sinistra, i suoi partiti, le sue organizzazioni, la sua capacità di elaborare idee e di prendere voti appaiono enormemente indebolite. Con riferimento al Partito Democratico USA, ai socialdemocratici, svedesi e tedeschi, e ai laburisti lo documenta criticamente in maniera comparata con qualche punte di nostalgia per un passato sostanzialmente irrecuperabile Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties From Socialism to Neoliberalism, Cambridge, Mass.-London, Harvard University Press, 2018.

Pur con tutte le critiche che, sia nella influente versione formulata da Giddens sia nelle peraltro non molte varianti nazionali, la Terza Via si è meritatamente attirate, è innegabile che abbia costituito un progetto riformista anche secondo i criteri ai quali ho fatto cenno in precedenza. Vale a dire che è stata formulata con l’apporto di intellettuali, acquisita da uomini politici con il loro partito giunto al vertice del sistema politico quindi in grado di utilizzare il potere di governo per attuare la visione e le politiche pubbliche riformiste. Questo è il momento in cui diventa indispensabile riflettere su entrambe: visione e politiche. Che cosa è una visione riformista e come è possibile stabilire quali politiche pubbliche sono effettivamente riformiste? 

Del tutto consapevole della inevitabile problematicità di qualsiasi definizione della visione riformista sostengo che essa debba avere come criterio ispiratore l’allargamento, concordo con Bobbio, degli spazi di libertà. Mi fa anche molto piacere che il titolo dell’Avanti!, attribuito a Pietro Nenni, il 6 dicembre 1963 all’indomani della formazione del primo governo di centro-sinistra fosse: “Da oggi siamo tutti più liberi”. Dissento da Bobbio quando sembra sostenere che per allargare gli spazi di libertà è necessario limitare e restringere lo spazio del potere politico. Non dovremmo ragionare in termini di spazio per cui quello che si “concede” ai cittadini lo si toglie allo Stato e viceversa. Soprattutto, non dovremmo in nessun modo pensare che liberalismo sia Stato minimo. Certamente, non era questa la concezione di quel grande liberale che fu John Maynard Keynes. Chi cerca, in quanto rifomista, di utilizzare I’intervento dello Stato, per esempio, al fine di creare posti di lavoro, di accrescere l’istruzione dei cittadini, di costruire un sistema sanitario nazionale, non sta riducendo la libertà di nessuno, non sta infrangendo nessun principio liberale.

   Trovo gravemente monca qualsiasi concezione del liberalismo che lo veda unicamente come strumento per dare spazio al mercato, che, comunque, oramai lo sanno tutti, è una costruzione sociale bisognosa di regole e di regolamentazione, e al laissez-faire della “sregolamentazione” (togliere regole non è necessariamente riformismo). Lo stato liberale è quello della separazione dei poteri e della loro autonomia relativa, dei freni e dei contrappesi, della responsabilizzazione (solo in parte questi elementi sono centrali nella riflessione di Rawls, Liberalismo politico. Nuova edizione ampliata, Torino, Einaudi, 2012). Il liberalismo correttamente inteso non ha nessuna opposizione di principio a politiche riformiste approvate secondo le regole costituzionali. Anzi, Sartori ha rigorosamente sostenuto che il liberalismo contemporaneo è costituzionalismo e Bobbio quasi si vantava della sua concezione della democrazia procedurale. Tutto questo, però, non serve ad avvicinarsi ad un riformismo che vorremmo socialista. Bobbio conclude che la stella polare del suo socialismo è la giustizia sociale. In materia, avrebbe potuto, forse dovuto, citare e confrontarsi John Rawls (Una teoria della giustizia, edizione americana 1971, italiana Feltrinelli, 1986), meglio se non collegando troppo strettamente la giustizia sociale all’eguaglianza. Vanno individuati e perseguiti tutti gli obiettivi che migliorino le condizioni di vita di coloro che sono più svantaggiati. La chiave di volta del riformismo socialdemocratico è stata la ricerca e nella misura del possibile l’attuazione, tuttora, della eguaglianza di opportunità. Qui sta la differenza profonda con la visione espressa da Rawls poiché il grande filosofo politico americano affida la sua giustizia sociale al conseguimento di punti di approdo fra una molteplicità di gruppi sociali, mentre da parte socialdemocratica classica vi è una esplicita e convinta attribuzione, che condivido, di un ruolo predominante alla politica e allo Stato. Il progetto riformista si traduce in politiche pubbliche formulate dai detentori del potere di governo e fatte approvare nelle appropriate sedi decisionali a cominciare dal Parlamento. Fra queste politiche pubbliche le più importanti sono quelle che hanno caratterizzato e tuttora improntano lo Stato sociale, nel senso che, dalla istruzione alla salute, dal lavoro alla pensione, ampliano e mantengono aperte le opportunità.

Questo tipo di riformismo, per il quale mi pare giusto mantenere il riferimento socialista, è ancora possibile e praticabile. Risulta molto difficile all’interno dei singoli paesi che, però, possono coltivare e curare tutte le politiche riformiste che hanno formulato e attuato nel tempo. La sua praticabilità si è trasferita a livello dell’Unione Europea. Nella consapevolezza che la ripresa e la resilienza che seguiranno al Covid potranno molto concretamente tradursi in politiche riformiste, il piano NextGenerationEU contiene elementi relativi alla trasformazione dell’ambiente, alla ricerca e all’innovazione, alla parità di genere significativamente promettenti. Un nuovo riformismo a livello sovranazionale, dove unicamente può essere situato, è dietro l’angolo. Resta da vedere se esiste un gruppo di uomini e donne, un tempo avrei scritto “un partito”, sufficientemente convinto e compatto per suscitarlo e perseguirlo pur in tempi non brevi.

Pubblicato su Mondoperaio n 4 Aprile 2021


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