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Eppur si muove #ParliamoneOra

All’interrogativo, di grande e persistente rilevanza, “governo degli scienziati o governo dei politici”, mi sorge spontanea una risposta: governo degli scienziati politici. Poi penso ai miei colleghi “scienziati politici”, molti dei quali non vorrei certamente al governo, e subito torno indietro nel tempo. Come sappiamo, Platone si schierò a favore degli scienziati del suo tempo: i filosofi-re.

Duemila anni dopo o poco più, Karl Popper lo accusò, fra l’altro, di avere dato inizio al pensiero totalitario. Altri filosofi ateniesi non condividevano affatto la soluzione ottimale proposta da Platone. Per esempio, Aristotele che, pure, aveva i titoli per aspirare ad essere incluso fra i filosofi-re, si espresse per un governo misto che vorrei interpretare come il governo dei sapienti e dei “potenti”. Per molto tempo, il problema non si pose più quando era la Chiesa a dettare cosa era accettabile, anche scientificamente, e che cosa doveva essere rigettato.

Ne sa qualcosa Galileo Galilei, fondatore dell’Accademia dei Lincei, costretto ad un’abiura totalmente contrastante con quanto aveva scoperto e con il suo stesso metodo: “provando e riprovando”. Trial and error sta alla base della scienza, ma anche delle democrazie, gli unici regimi che possono permettersi di affidarsi al pluralismo competitivo delle idee e delle teorie credendo fino in fondo nella riformabilità degli esiti e nel superamento, Popper ha scritto “falsificazione”, delle teorie.

In effetti, il dilemma “scienziati/politici” ha senso esclusivamente dove gli scienziati possono condurre le loro ricerche in totale libertà e anche in trasparenza e dove, a loro volta, i politici entrano in competizione per ottenere il consenso, sempre revocabile, dei loro concittadini. Nei regimi non-democratici, che includono tutti gli autoritarismi e anche le teocrazie, sono coloro che hanno in qualche modo acquisito il potere e lo usano ai fini della loro riproduzione a decidere quanta discrezionalità lasceranno agli scienziati e quanto delle risultanze delle loro ricerche vorranno usare. Comunque, agli scienziati non sarà mai lasciata neppure una briciola di effettivo potere decisionale.

Può darsi che le scelte contemporanee siano diventate relativamente molto più complesse di quelle del passato e che quindi richiedano l’apporto decisivo degli scienziati, ma da nessuna parte gli scienziati hanno ottenuto in proprio il potere politico. Semmai, quello che dovrebbe preoccupare di più è che gli scienziati siano in grado di influenzare le decisioni dei politici senza che lo si sappia, in maniera opaca e oscura. Fra le promesse non mantenute della democrazia in quanto ideale Norberto Bobbio includeva quella di non avere eliminato/illuminato gli arcana imperii. Come la scienza, la democrazia esige trasparenza, ma ad entrambe non possiamo negare spazi di riservatezza. Non vorrei neppure fare degli scienziati dei semplici subalterni “portatori d’acqua” ai politici che, poi, si vanterebbero delle soluzioni che funzionano e farebbero degli scienziati i capri espiatori delle soluzioni che fallissero.

Allora, tertium datur. Fra gli scienziati o, più semplicemente, i conoscitori delle materie, e i politici debbono instaurarsi rapporti di scambi di idee, di confronti, ma anche di scontri. Il film Tredici giorni, sulla crisi dei missili sovietici installati a Cuba, riesce, credo senza volerlo, a offrire un’ottima rappresentazione degli “scambi” possibili. I consiglieri del Presidente Kennedy suggeriscono soluzioni praticabili, argomentandole e contraddicendo il Presidente: “no, Mr President”.

A sua volta, il Presidente ascolta, inquisisce, spiega la sua propensione ad una specifica scelta, se ne assume la responsabilità politica. Coloro che riconoscono l’autonomia sia della scienza sia della politica democratica sono consapevoli che, per lo più, il procedimento democratico si basa sull’interazione fra persone libere che si espongono di fronte ai loro concittadini: la politica scientificamente informata.

Pubblicato il 23 marzo 2021 su Parliamoneora.it

VIDEO Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione? #CaffèEuropei

Nell’ambito del Progetto Caffè Europei a cura delle Associazioni universitarie del Corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università degli Studi di Trieste

Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione?

Intervengono:

Gianfranco Pasquino

Mario Leone

coordina Carlotta Paladino

VIDEO

La vigencia de dos gigantes della Ciencia Política #25marzo @SBerensztein


Iueves 25 de marzo a las 15 hs

Solo por youtube
Canal Berensztein

Gianfranco Pasquino
Gonzalo Álvarez
Sergio Berensztein
Fabian Cálle

No requiere inscripción previa

Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione? #indiretta #24marzo Caffè Europei @UniTwitTS

Nell’ambito del Progetto Caffè Europei a cura delle Associazioni universitarie del Corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università degli Studi di Trieste

24 Marzo Ore 18

Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione?

Intervengono:

Gianfranco Pasquino

Mario Leone

L’evento sarà trasmesso sui canali social delle associazioni

Draghi comunichi di più e non si risparmi: non solo numeri e fatti, ma anche empatia

Da sempre, da quando Pericle parlava agli uomini ateniesi convenuti al Partenone sul far della sera, la politica è anche comunicazione. Dopodiché, ricordiamo i discorsi da Piazza Venezia a Norimberga, dal Cremlino a quello di John Kennedy davanti al muro di Berlino. Da qualche tempo la comunicazione passa sui social: da Twitter a Facebook a Instagram, ma esistono ancora le conferenze stampa. Grande e positiva sorpresa ha destato la prima conferenza stampa tenuta dal Presidente del Consiglio Draghi la settimana scorsa. Abituati a lunghi discorsi molti giornalisti hanno apprezzato le risposte sintetiche e precise di Draghi. Hanno anche lodato la sua compostezza e pacatezza nell’argomentazione dimenticando che spesso i responsabili primi della conflittualità nei confronti dell’ex-Presidente del Consiglio Conte erano stati loro con atteggiamenti e argomenti deliberatamente antagonizzanti. Tuttavia, è già di per sé un merito da riconoscere a Draghi se gli interlocutori hanno fatto domande senza cercare di farsi pubblicità personale come suoi oppositori preparati e più bravi. Forse è proprio dai toni e dallo stile che può cominciare il necessario cambiamento della politica italiana. Ma, fuori dalla sala della conferenza stampa e nei giorni successivi non è mancato chi, come precisamente Matteo Salvini, ha ripreso e continuato nelle sue abituali affermazioni propagandistiche tendenti all’eccesso.

   Poiché una rondine non fa primavera (anche se vi siamo finalmente entrati), è opportuno aspettare le conferenze stampa successive e le valutazioni che ne seguiranno per capire meglio dove Draghi e il suo governo dei migliori stanno portando l’Italia cambiandone la politica. Anzitutto, ritengo che sia lecito chiedere al Presidente del Consiglio una presenza più frequente. Ad esempio, la sua partecipazione all’inaugurazione della stele dedicata alle vittime del Covid nella città di Bergamo è stato un segnale molto importante. Fra un mese circa ci sarà la celebrazione della Liberazione dell’Italia e della Resistenza. Quello che Draghi farà e dirà potrebbe costituire uno dei momenti alti di condivisione della memoria sull’avvenimento costitutivo dell’Italia repubblicana.

    Molto giustamente Draghi ha dato la priorità nella sua azione di governo alla lotta contro la pandemia. Una lotta che si affronta non soltanto sul piano medico e neppure con un semplice, ma dovuto, sforzo di riorganizzazione delle strutture burocratiche. Richiede osservanza delle regole da parte dei cittadini e disciplina nei comportamenti collettivi. Non è oramai più la fase di autoelogi e di riconoscimenti compiaciuti, ma spesso non abbastanza meritati, agli italiani i quali solo nelle emergenze darebbero il meglio di se stessi. Poiché la politica deve anche sapere creare consenso, a maggior ragione per un capo di governo venuto dall’esterno, il suggerimento e l’auspicio è che Draghi non si risparmi. Comunichi con maggiore frequenza e non solo con numeri e fatti, ma anche mostrando empatia. 

Pubblicato AGL il 23 marzo 2021

Questione femminile o scusa per calare i capigruppo dall’alto? Scrive Pasquino @formichenews

È legittimo che Letta voglia sostituire Delrio e Marcucci, ma più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere. Che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. La versione di Gianfranco Pasquino

Qualche volta, in politica, bisogna anche dare giudizi politici. Per esempio, è possibile dire forte e chiaro che i gruppi parlamentari del Partito Democratico alla Camera e al Senato sono stati costruiti da un segretario con qualche (è un eufemismo) pulsione solipsistica che ha voluto premiare i suoi fedelissimi e fedelissime. Di conseguenza, i due capigruppo, loro stessi (già) fedelissimi, sono stati eletti da maggioranze che porta(va)no un imprinting molto preciso. Da allora, se ne sono distanziati a sufficienza? Hanno, comunque, operato attuando una linea politica e parlamentare soddisfacente? Condividono la direzione che il nuovo segretario sta elaborando per il Partito? Per sostituirli, operazione che, a mio modo di vedere, non può e non deve essere imposta dall’alto, bisognerà comunque democraticamente votare in entrambi i gruppi.

   Ė assolutamente legittimo che il neo-segretario Letta voglia sostituire Del Rio e Marcucci. Potrebbe chiedere a loro di fare il classico passo, non “indietro”, ma almeno di lato, a favore, però, non di “una, qualsiasi, “donna”, quanto di una rosa di tre quattro deputate e senatrici che desiderino esse stesse candidarsi con motivazioni esplicitamente politiche: “la propria biografia; cariche già avute e svolte con successo; capacità di guidare un gruppo parlamentare”. Altrimenti, limitarsi a dire che ci vogliono due donne è soltanto un cedimento al politically correct che Letta dovrebbe, invece, sfidare su tutti i piani. Poi, naturalmente, tutte le candidate chiederanno di essere sottoposte alla votazione dei loro colleghi alla Camera e al Senato. Mi aspetto che, prima del voto, i bravissimi giornalisti investigativi (pardon, le bravissime giornaliste investigative) che hanno i numeri di telefono giusti, raccolgano informazioni sulle appartenenze correntizie delle prescelte, in sintesi: in quota di chi? qualcuna è entrata in parlamento addirittura sulle code di Veltroni, un’altra è di un qualche “rito” correntizio, tutti sanno che c’è chi è molto vicina a (a voi che leggete lascio inserire il nome) e così via.

Più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. Per fortuna che una ex-parlamentare, tuttora molto vicina ad un padre/nonno nobile, vicinanza che ha denunciato come ragione della sua esclusione dalla carica di sottosegretaria, afferma che al prossimo congresso dovrà esserci una candidata donna alla segreteria. Non sarebbe affatto una novità come la partecipazione alle primarie di Rosy Bindi (2007) e di Laura Puppato (2012) attesta. Sappiamo anche che molte donne non votano le donne. Non entro in questa complessissima tematica perché sono sicuro (sic) che le donne del PD stanno affaticandosi sul perché. Insomma, c’è anche molto spazio di elaborazione autonoma, non di gregge. Lo si sfrutti.

P.S. Il Segretario regionale dell’Emilia-Romagna e il Presidente della Regione, il segretario provinciale di Bologna e il sindaco della città e i due attualmente candidati a succedergli sono uomini. Non ho sentito critiche e autocandidature dalle donne di questi luoghi progressisti.

Pubblicato il 22 marzo 2021 su formiche.net

Il vuoto di idee dei partiti non sarà riempito da Draghi @DomaniGiornale

Coinvolti in un esperimento di nome “governo Draghi” che hanno largamente subito, ma che ha, comunque, lasciato/concesso loro cariche ministeriali importanti, i partiti italiani, con l’eccezione ai suoi inizi del PD, non sembrano sapere andare alle radici dei loro problemi. Se questa era una crisi di sistema nessuno sta cercandone una soluzione. Se, invece, è una crisi della politica i partiti non hanno neppure cominciato ad affrontarla. Qualcuno, più fuori che dentro i partiti, sembra attendersi il rinnovamento della politica da quello che farà il governo Draghi. Come il capo del governo ha dimostrato nella sua finora unica conferenza stampa, esistono modalità di comunicazione efficace che, propongo questa chiave di lettura, prescindono totalmente dalle pratiche partitiche e che segnalano la necessità e possibilità di un loro superamento. In questo modo, però, il rischio è che la politica italiana non sarà trasformata e migliorata, ma verrà, anche molto al di là delle intenzioni del Presidente Draghi, sostanzialmente accantonata. Si entrerebbe in un ambito di esperienze inusitate dovendo peraltro costruire canali di comunicazione, di partecipazione e di influenza per i cittadini. Non è in nessun modo quello che gli attori partitici italiani stanno facendo al momento.

    Il Movimento 5 Stelle non è finora riuscito a darsi nuove modalità di leadership e non potrà risolvere i suoi problemi allontanandosi dai teleschermi. Giocare su due tavoli, quello di Salvini della “piazza” euroscettica e quello di Giorgetti, delle categorie produttive che dell’Unione Europea riconoscono necessità e utilità, non toglie la Lega dalla sua condizione di ambiguità. Giorgia Meloni può abilmente criticare queste ambiguità dall’alto della sua coerenza, ma la sua opposizione non si staglia in maniera speciale e si scontra con l’obiettivo di ricompattare il centro-destra. Il leader di Italia Viva vanta il suo ruolo di costruttore del governo Draghi, ma tutti ricordano come davvero incisivo quello di distruttore del governo Conte. Ad ogni modo per quanto ripetuto e ripetitivo quel vanto non contiene nessuna elaborazione strategica.

    “Tornare a vincere” è l’ambizioso proposito del neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta che, però, non ha ancora effettivamente ridimensionato il peso delle correnti delle quali è possibile dare un giudizio positivo soltanto di fronte alla comprovata capacità di elaborare idee. Invece, ad esempio, nelle città che andranno ad elezioni autunnali, come Roma, Bologna e persino Milano, non sembra esserci nessuna elaborazione di idee, ma esclusivamente scontri fra persone, con il sindaco di Milano che ha addirittura deciso di fare riferimento primario non al PD, ma ai Verdi Europei. Certo, con Letta ci si potrebbe limitare ad affermare “ce n’est qu’un début”, ma forse è più opportuno criticare la mancanza di visione strategica un po’ in tutti i partiti. La crisi della politica partitica continua. Il suo superamento non è dietro l’angolo.

Pubblicato il 21 marzo 2021 su Domani

La flessibilità delle democrazie parlamentari

La formazione del governo Draghi ha, chi sa perché, tacitato gli affannatissimi sostenitori dei ‘governi eletti dal popolo’ e ‘usciti dalle urne’, governi che, semplicemente, non esistono nelle democrazie parlamentari.  Nel testo qui riprodotto* tiro le somme di un importantissimo tentativo di inusitata coalizione effettuato nel corso della prima fase dell’Italia repubblicana, quando il centro impediva l’alternanza e faceva le coalizioni di governo. Ho inteso mostrare che la flessibilità è la vera dote delle democrazie parlamentari. Adesso, lo sa anche Mario Draghi. Buon per lui (e, speriamo, buon per tutti noi).

Dal cap. 4 “Compromesso storico, alternativa, alternanza” in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, Milano, UTET, 2021 (pp. 110-112)

La conclusione dell’avventura partitica, politica e ideologica di quella proposta di compromesso storico che, accuratamente maneggiata, poteva diventare una coalizione di governo dotata di potenzialità riformatrici/riformiste, fu una débâcle sotto tutti i punti di vista. Purtroppo, neppure coloro che volevano trasformare per tempo il PCI (lo spettro dei loro suggerimenti si trova nei contributi raccolti da Laura Balbo e Vittorio Foa, Lettere al PCI, Einaudi 1986) capirono che prima di tutto era necessario un confronto aspro e decisivo con la mentalità che aveva prodotto il compromesso storico.

L’incapacità di scegliere un’opzione chiaramente delineata (le incertezze nella Commissione Bozzi 1983-85 furono sconsolanti), da un lato, e il timore della discontinuità nel gruppo dirigente comunista, dall’altro, giocarono sostanzialmente a favore della coalizione, il pentapartito, che si era opportunisticamente formata all’inizio degli anni Ottanta proprio contro il PCI e che era interessata soprattutto alla sua durata e alla sua riproduzione.

Sarebbe persino sbagliato affermare che il pentapartito non seppe fare i conti con la storia poiché, tranne Craxi, tutti i politici del pentapartito vivevano alla giornata. Nessuno di loro si rese conto dell’importanza dello smantellamento del Muro di Berlino quell’entusiasmante giornata del 9 novembre 1989. In maniera preveggente, soltanto Norberto Bobbio aveva segnalato la necessità di una riflessione profonda: L’utopia capovolta («La Stampa», 9 giugno 1989): «con quali mezzi e con quali ideali [la democrazia] si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista?». Quel muro travolse qualsiasi riflessione tradizionale concernente le modalità di governo della democrazia italiana. Costituì la cartina al tornasole della scomparsa delle culture politiche dell’Italia repubblicana.

Esauritasi la fase del ‘governo di partito’, la formazione dei governi italiani ha seguito diverse, peraltro tutte comprensibili e spiegabili, modalità, nessuna delle quali, però, era fondata su un retroterra culturale adeguato che, oltre agli indispensabili numeri, offrisse una qualche prospettiva in termini di idee, ideali, ideologie (per l’Ulivo rimando a quanto ho scritto nel capitolo sulle culture politiche).

Le definizioni, spesso superficiali, per lo più mal congegnate, raramente attente alla comparazione (non «capaci di viaggiare», notò con disappunto fortemente critico Giovanni Sartori) si sono sprecate: Grande Coalizione, bipolarismo, alternanza [però, ‘alternativa’ è fondamentalmente scomparsa e di ‘vocazione maggioritaria’ non è rimasta nessuna traccia], sono tutte formule raramente sottoposte a valutazioni da esprimersi con riferimento ai contenuti e agli obiettivi. Tutti i vecchi protagonisti partitici sono da tempo morti e sepolti e i nuovi non sembrano in buona salute culturale e intellettuale. Accertatamente si sono finora dimostrati incapaci di elaborare visioni di società e di sistema politico, tranne gli spezzoni di un discorso non-partitico, non-parlamentare, talvolta non-democratico espresso dal Movimento 5 Stelle.

Non può stupire, ma neppure può rallegrare, che dopo quasi trent’anni di dibattiti sul bipolarismo e sulla sua qualità, senza adeguata prospettiva comparata, sia tornato alla ribalta, oserei dire tanto inconsistentemente quanto nostalgicamente, il ‘centro’, un presunto bisogno di centro. Di tanto in tanto, in mancanza di meglio, lo argomentano Angelo Panebianco e alcuni commentatori politici nessuno dei quali va alla ricerca di riscontri comparati (sostanzialmente inesistenti).

Molto schematicamente, soprattutto nella politica italiana post-1994, il centro è stato poco più di un piuttosto ristretto assembramento di elettori moderati per lo più non interessati a qualsivoglia elaborazione politico-ideologica, le cui oscillazioni numeriche e comportamentali non hanno migliorato la politica, ma soprattutto non hanno spinto né la destra né la sinistra a affinare i contenuti delle loro idee e proposte, la loro presentazione, il confronto con la realtà ‘effettuale’. La strategia del compromesso storico non lasciò nessuna eredità politica; di alternativa non si parlò più. Dopo il 1994, l’alternanza ha fatto alcune sue casuali comparse senza incoraggiare e accompagnarsi a nessuna elaborazione politica e istituzionale.

Sic transit

Pubblicato il 19 marzo 2021 in PARADOXAforum

Gianfranco Pasquino: “Los peronistas creen que saben más que todos” #Entrevista @clarincom

Revista Ñ La revista semanal de cultura publicada por el Diario Clarín de Buenos Aires, Argentina.

El pensador italiano aborda aquí el fin de las ideas, la corrupción, la necesidad de garantizar transparencia. No ve propuestas en la izquierda ni en la derecha. Y cuando habla de Argentina, alerta sobre el autoritarismo blando recurrente en el peronismo.

“Hablo y entiendo, pero cometo errores”. Gianfranco Pasquino –sweater amarillo, anteojos de pasta y cabello de un gris cuidado– se disculpa a través de la pantalla, desde su casa en Italia, por un castellano que parece manejar a la perfección. Es profesor emérito de la Universidad de Bologna, fue senador durante once años e integra el Grupo Científico de Justicia Penal Italiana del Instituto Iberoamericano de Estudios Jurídicos, entre muchísimos títulos, aunque la referencia más escuchada lo suele ubicar como discípulo de los grandes pensadores políticos italianos Giovanni Sartori Norberto Bobbio. Conoce bien Argentina, a raíz de la cátedra que tuvo aquí la Universidad de Bolonia.

Pasquino es autor de numerosos trabajos y ensayos, a los que ahora se suma Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política, su reciente libro publicado en el país por Eudeba, una obra que dedica a los dos pensadores italianos clave, como una suerte de anecdotario que recoge fragmentos de sus biografías pero siempre preguntándose por la naturaleza ideológica y la metodología de un pensamiento en el que la democracia ocupa el centro de las preocupaciones. Tal será también el eje de este diálogo con Ñ, en el que Pasquino mantiene una mirada crítica sin perder el optimismo. En su opinión, estamos ante una crisis de las ideas pero la democracia como respuesta política está lejos de ponerse en duda.

Antes de meterse de lleno en el análisis de la herencia intelectual de los dos grandes teóricos italianos, Pasquino analiza brevemente el panorama argentino aunque “prefiere evaluar la performance de cualquier gobierno cuando haya terminado su mandato, su experiencia. Hoy Alberto Fernández tiene un problema más: la pandemia, que es un desafío enorme para la salud y para la economía”.

–Usted ha hecho mención a las tendencias autoritarias en el peronismo. ¿Cómo caracterizaría el estilo del presidente Fernández?

–Su estilo es como el de sus antecesores peronistas, Cristina incluida, un poco autoritario. En general, los líderes peronistas siempre piensan que saben mucho más que la oposición, la opinión pública, los intelectuales, los periodistas…

–¿Pero ese autoritarismo lo observa hoy a nivel del funcionamiento de las instituciones?

–No, los comportamientos me parecen un poco autoritarios. No escuchar a la oposición y creer que ellos hacen todo para perjudicar es de un autoritarismo blando.

–¿Cómo se analiza hoy este tipo de tendencias, que hace la ciencia política al respecto?

–Tenemos un debate público sobre la política muy pobre. Los conceptos no son utilizados de manera adecuada, ya no hay teorías políticas. Solo cruces verbales entre dirigentes y comentadores que no conocen la ciencia política ni la historia de la filosofía. Bobbio fue el filósofo político más importante del siglo XX y Sartori, el cientista político más trascendente de esa época. En este sentido, quien quiera entender y cambiar la política debería conocer sus obras, que –salvo América Latina, donde sus trabajos son aplicados–, me temo, no son lo suficientemente conocidas.

–¿Qué impronta han dejado Bobbio y Sartori en el mundo teórico y de la política real?

Gianfranco Pasquino y Giovanni Sartori juntos. Sartori visitó la Argentina, para asistir al Congreso Mundial de Ciencia Política en 1991. Foto: Gherardi Santiago

–Se debe a una razón muy simple: Bobbio y Sartori fueron mis dos maestros. A Bobbio lo conocí en la Universidad de Turín y a Sartori, en Florencia, cuando estudiaba política comparada. Tenían una gran diferencia de edad. Bobbio nació en 1909 y Sartori en 1924. Es decir, pertenecieron a dos generaciones diferentes, marcadas por dos experiencias diferentes. Bobbio fue un hombre de Turín, de la región de Piamonte, diría con aquellos mejores elementos de la turinidad. Era un hombre serio, con un sutil sentido de humor. Cumplía todos sus deberes académicos, siempre de forma puntual, de forma introvertida. Sartori, en cambio, era un hombre de Florencia, con mucha arrogancia, muy convencido de sus cualidades. Entre ellos, no obstante, tenían una buena relación, personal e intelectual, por más que hayan abordado el debate público italiano desde diferentes puntos de vista.

–Ahora bien, usted hablaba de un síntoma de época. Así como en los 80 teníamos los grandes debates del posestructuralismo o la tesis que proponía una Tercera Vía, o en los 90 Francis Fukuyama nos hablaba del fin de la historia, ¿qué definiría al pensamiento actual?

–Me temo que hoy no existe. Afirmaría que no solo estamos ante el fin de las ideologías, sino más bien estamos ante el fin de las ideas políticas. Y Bobbio conocía la historia de las ideas políticas como nadie. Sartori también, porque en realidad comenzó como filósofo político. Sartori fue un liberal democrático y Bobbio fue un socialista democrático. Ambos conocían la importancia de las ideas y de la ideología también. Ellos retoman ese revisionismo, fueron críticos del comunismo y del marxismo. Bobbio escribió un importante ensayo sobre la falta de una teoría del Estado en el marxismo, mientras que el primer libro de Sartori fue una crítica hacia la realización del comunismo en la Europa del Este.

–Y en sus desarrollos, la noción de democracia es clave. Me gustaría retomar una definición de Sartori según la cual no podemos pensar lo que la democracia es sin reflexionar en cómo debería ser. Hoy escuchamos hablar de la “crisis de las democracias”. En ese descreimiento de lo democrático, ¿no se ha dejado de lado justamente esa dimensión prescriptiva. ¿Le estaremos pidiendo muy poco a las democracias?

–Bueno, Sartori hace una distinción muy clara entre la democracia ideal –lo que nosotros pensamos que la democracia debe ser– y las democracias reales. Creo que en las democracias reales hay problemas siempre. Tenemos problemas estructurales, como el problema del presidencialismo en la Argentina o el de los partidos políticos en Italia. En Alemania, Ángela Merkel va a dejar su lugar como canciller y se presenta el problema de la sucesión. Pero eso no habla de una crisis de la democracia. La crisis de la democracia es otra cosa. Lo que hoy tenemos son muchos problemas de funcionamiento en muchas democracias, pero eso no significa que debamos perder la confianza en ellas. Sin ir más lejos, la democracia de EE.UU. se enfrentó con un gran desafío. Pero pudo ser resuelto, a través de las propias herramientas institucionales como son las decisiones electorales. Tal vez, los populismos desafían a la democracia ideal, tienen una concepción diferente.

–¿En qué sentido?

–Plantean una relación directa entre el líder y el pueblo. Allí, el pueblo aparece entendido como entidad única, sin divisiones o clivajes. Pero eso no existe, nunca existe un pueblo sin divisiones. Y, por eso, es un desafío para la democracia ideal. No debemos perder de vista que en las democracias los ciudadanos tienen derechos, pueden elegir y ser elegidos, favoreciendo el desarrollo. Muchos países hoy no lo tienen, en Birmania están luchando por conseguir eso, los estudiantes de Hong Kong luchan porque quieren esa democracia. Y lo importante acá es que las democracias saben aprender. La democracia de EE.UU. aprendió que Trump era un verdadero enemigo de las instituciones.

–No obstante, habría que pensar si la foto del Capitolio incendiado no ha dejado heridas o tendrá sus consecuencias.

XVIII FORO IBEROAMERICA CRISIS DE LA REPRESENTACION POLITICA. 2017. El ex presidente uruguayo conversa con Gianfranco Pasquino en el Hotel Alvear Icon de Puerto Madero. Foto: Rubén Digilio

–Sin dudas, Trump ha sido el desafío más peligroso para la democracia de EE.UU., pero la respuesta de una mayoría de los ciudadanos fue inapelable. Justamente, como decía, el rasgo distintivo de las democracias es que saben aprender. Los autoritarismos no, son derrotados.

–Ahora bien, usted mencionaba como factor del funcionamiento democrático la igualdad. Sin embargo, la opinión pública suele demandarle a la democracia mucho más transparencia que, por ejemplo, una distribución más equitativa del ingreso. ¿Por qué?

–Bueno, la transparencia es algo que Bobbio considera como una de las promesas más importantes de la democracia. Y en algunos sistemas es una demanda importante porque no existe. Tal vez en otros países, el problema es diferente. Por ejemplo, en Italia tenemos la cuestión de la criminalidad organizada, eso es algo que la democracia no logra resolver. En otros países, está el problema de la intermediación de intereses, como en Francia: allí todo el tiempo se debate cómo puede la gente comunicar sus preferencias. En EE.UU., en cambio, la desigualdad es el problema que hace al funcionamiento democrático, porque los sectores corporativos financian a los políticos y eso es un obstáculo. Y hoy en muchos países la desigualdad de género también es una demanda, el empoderamiento de las mujeres es un problema verdaderamente democrático.

–La pregunta, en todo caso, sería cómo garantizar esa transparencia. ¿Qué opciones o herramientas tiene un gobierno con estados que se han vuelto aparatos tan complejos?

–Muchas veces, es un problema de cultura política, por eso necesitamos la multiplicación de predicadores de buenas prácticas. El Poder Ejecutivo tiene un papel importante pero en lo que se refiere a la transparencia, el Poder Legislativo y el sistema judicial deben garantizarla. En algunos casos, la transparencia es una forma de poder. Por eso, los sectores corporativos muchas veces quieren corromperla, para mantener su poder.

–¿Cómo garantizar que esos otros poderes –como el sistema judicial– queden excluidos de esa trama?

–No todos los actores del sistema judicial forman parte, ahí se juegan muchos factores. Si los ciudadanos aceptan en sus relaciones algunos elementos de corrupción, van a aceptarla en otros niveles también. La corrupción corrompe, no hay que aceptarla, ni en una situación tan doméstica como la compra del mercado así como tampoco cuando se intenta obtener ventajas con las vacunas contra el Covid. La corrupción debe ser derrotada en todos los niveles.

–En otra entrevista, usted mencionaba cómo las democracias suelen favorecer a los líderes moderados.

–Los moderados entienden que hay soluciones que deben obtener un amplio consenso entre los ciudadanos. No hay soluciones extremas. Ese es el sentido de un planteo que, en realidad, hace Bobbio.

–Es un buen ejemplo para pensar una tensión inherente al funcionamiento de toda democracia, porque cuanto más plural es una construcción, más democrática sería. Al mismo tiempo, las contradicciones que hacen a esa pluralidad le suponen un límite. ¿Cómo superarlo?

–Exactamente, intentando articular las diferencias. Un gobierno de coalición, por ejemplo, significa que lo integran dos, tres, cuatro partidos, que tienen posiciones diferentes, y eso implica buscar soluciones o respuestas satisfactorias para todos, lo cual es imposible. Deberá ser una solución intermedia. Pero eso es lo importante, que sea una solución compartida. La fuerza de las coaliciones es su capacidad de representación.

–¿Y los liderazgos en ese caso no funcionan como articuladores de esas heterogeneidades?

Gianfranco Pasquino: “El problema es que los jóvenes hoy quieren más y no saben cómo, entonces cuando ven una figura popular como Trump o Bolsonaro, que aparecen como outsiders, les resultan muy efectivos”. Foto: Juano TesoneAlvear Icon de Puerto Madero. Foto: Rubén Digilio

–En algunos casos sí, pero un líder no puede comunicar solo. Hay un ejemplo interesante, en mi opinión, que es el de Obama. Él me parecía admirable; sin embargo, no logró producir cambios importantes en EE.UU. No debemos olvidar que Trump ganó porque decía que iba a eliminar las decisiones tomadas por Obama, ahí hubo un problema de comunicación entre Obama y sus electores.

–Al comienzo de la pandemia, hemos tenido una gran productividad intelectual, con muchas lecturas que buscaban interpretar el momento. ¿Cuál cree que sería la conclusión de Bobbio y Sartori?

–(Se sonríe) No podría contestar eso… Creo que apuntarían a que no hay solución dentro de los sistemas políticos, ningún sistema puede derrotar solo a la pandemia. Son necesarias las soluciones a niveles continentales, por no decir mundiales. Y debemos democratizar, en ese sentido, las organizaciones internacionales.

–¿Cómo se logra?

Norberto Bobbio, profesor y mentor de Pasquino. Foto: Giovanna Borgese.

–Estableciendo reglas, procedimientos y formas de representación que garanticen una igualdad en la participación de todos los países.

–¿Entramos en un mundo sin utopías?

–La mayoría de los sistemas políticos occidentales se lo debemos a la izquierda, la izquierda ha producido el mundo occidental como lo conocemos. No podemos pensar en Estados Unidos sin el New Deal de Roosevelt, no podemos pensar los países escandinavos sin el estado de bienestar de la socialdemocracia, no podríamos pensar Gran Bretaña sin tomar en cuenta a los gobiernos laboristas del 45, no podemos pensar en la Francia actual sin tener en cuenta los 14 años de Mitterrand, o España sin la acción de Felipe González en 1982. El problema es que los jóvenes hoy quieren más y no saben cómo, entonces cuando ven una figura popular como Trump o Bolsonaro, que aparecen como outsiders, les resultan muy efectivos. Pero estos outsiders pueden ganar una elección y no saber cómo gobernar. Bolsonaro tuvo muchísimos muertos… Diría entonces que hoy estamos ante una reacción de la derecha, pero que la derecha no ha cambiado, sigue sin tener una visión de futuro.

–¿Y qué pasa con las izquierdas?

–Claro, el problema también es de la izquierda, que no ha producido nada verdaderamente nuevo. Ese hoy es el principal desafío.

Carolina Keve 19/03/2021

Nel ritorno al Mattarellum c’è il futuro di Conte e Letta @DomaniGiornale

Al tuttofare Mario Draghi molti hanno pensato di affidare anche il compito di ricostruire la politica. Qualcuno, avendo annunciato, in verità un po’ prematuramente e un po’ esageratamente, una crisi di sistema, è in ansiosa attesa di, forse, un altro sistema. Qui è proprio il caso di citare il Gen. De Gaulle: vaste programme, salvo aggiungere subito che de Gaulle il suo programma lo aveva pensato talmente a fondo che non solo costruì un partito, dominante per quasi trent’anni, ma anche una Repubblica, la Quinta, che si avvia ad essere la più duratura della storia della Francia. Delle idee politico-istituzionali di Draghi non ne sappiamo praticamente nulla e non possiamo attribuirgliene né la mancanza né la responsabilità. Più opportuno e rilevante è, oggi (ma anche domani), chiederci se quelle idee, anche per superare la crisi della politica e evitare la crisi del sistema, siano intrattenute da Giuseppe Conte e da Enrico Letta. Il primo ha il compito di ricomporre e meglio attrezzare le rissose e sparse Cinque Stelle. Il secondo non soltanto mira a costruire un PD nuovo, ma vuole addirittura (ri)condurlo a vincere.

Credo che Conte sia molto meno preparato di de Gaulle –e dei suoi consiglieri alcuni dei quali, veri e propri tecnocrati, non si accosterebbero mai ai teorizzatori dell’uno vale uno. Vedo anche molto difficile la transizione da un ruolo di governo, nel quale Conte ha dimostrato di sapere imparare e crescere, al ruolo di (ri)costruttore di un movimento politico la cui spinta propulsiva si è molto affievolita. Fra l’altro, Conte dovrebbe anche occuparsi della transizione dalla piattaforma Rousseau a nuove modalità di iscrizione, partecipazione, funzionamento telematico. Infine, è oramai chiaro che non potrà essere lui il capo di una eventuale coalizione che includa il Partito Democratico.

Dal canto suo, Letta ha messo dolcemente in chiaro che il PD avrà una sua politica autonoma mettendo in soffitta una delle affermazioni più velleitarie e forse anche più controproducenti dei suoi costruttori: la vocazione maggioritaria. Piuttosto, il PD deve trovare un suo ruolo persino più rilevante in quanto perno di coalizioni entro un perimetro largo di centro-sinistra che non potrà in nessun modo essere stiracchiato fino a Salvini, ma chiaramente alternativo al centro-destra. Nelle democrazie parlamentari la politica consiste proprio nel costruire pazientemente e costantemente coalizioni, meglio se coerenti. Mi spingerei fino a sostenere che sempre la politica deve sapere costruire coalizioni e modalità di collaborazione, ma, naturalmente, non può mai rifiutare la competizione, elemento cruciale in tutte le democrazie.

Non bisogna sottacere che, mentre troppi parlano di leggi elettorali proporzionali, facendo di tutta l’erba un fascio, Letta ha già espresso la sua preferenza, certamente non solo per omaggiare il relatore di quella legge, per il Mattarellum. Mi pare opportuno ricordare che quella legge elettorale fu la conseguenza (sostanziale al Senato) dell’approvazione popolare, più dell’80 per cento di “sì”, di un apposito quesito referendario. Qualche ritocco migliorativo è possibile e auspicabile, ma il punto che conta è che la legge Mattarella spinge alla formazione di coalizioni e incoraggia una competizione bipolare. Entrambi i fenomeni fecero la loro comparsa nelle tre tornate elettorali svoltesi in vigenza di quella legge: 1994, 1996, 2001. Insomma, in questa proposta di Letta c’è una apprezzabile visione del sistema politico da ricostruire. Il Movimento 5 Stelle dovrebbe diventare un alleato quasi naturale del PD con candidature scelte anche per la loro propensione/accettazione di una alleanza che mira a governare. Anche il centro-destra avrebbe interesse a compattarsi. D’altronde, aveva già saputo farlo più di un lustro fa. I partiti scrivono le leggi elettorali, ma le leggi elettorali incidono sui partiti. Anche il partito stellato di Conte ne trarrebbe vantaggio obbligato a diventare più coeso. Letta ha cominciato la partita. Faites vos jeux. L’obiettivo sono le elezioni del 2023.  

Pubblicato il 18 marzo 2021 su Domani