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Una strada tutta in salita @LaStampa
Mario Draghi soddisfa certamente le esigenze da molti manifestate di fare parte della compagine dei migliori (cittadini italiani). La sua nomina da parte di Mattarella a Presidente del Consiglio incaricato deve essere interpretata non come una sconfitta della politica, ma come la critica senza nessuna attenuante dei comportamenti di troppi uomini politici, interessati alle loro cariche e ai loro privilegi invece che alle condizioni di vita dei loro concittadini, oggi e domani. Nella sua accezione fondante, politica significa proprio avere a cuore il funzionamento di una polis, di una comunità, attualmente in mezzo alla pandemia, con grandi difficoltà economiche, nel corso della formulazione dei progetti essenziali per ottenere i fondi europei. Il discorso di Mattarella va letto, interpretato e inteso come una nobile espressione di questa politica, alla quale troppi di coloro che si trovano in Parlamento non arriveranno mai. Le loro dichiarazioni successive al conferimento dell’incarico a Draghi sono deludenti e deprimenti. Suggeriscono ipocrisia, gravi fraintendimenti, manipolazioni.
Le consultazioni dei dirigenti di partito serviranno a Draghi per acquisire le indispensabili informazioni sulla disponibilità di partiti e parlamentari ad appoggiarlo e sulle loro preferenze programmatiche. Già sembra che il Movimento 5 Stelle rifiuti qualsiasi sostegno. Le dichiarazioni di Salvini sui punti che non ritiene negoziabili, ad esempio, quota cento per le pensioni e tasse da non toccare, rendono quasi improponibile un accordo. Anche se, molto responsabilmente, il Partito Democratico ha già annunciato il suo appoggio, senza i voti dei pentastellati e dei leghisti, non ci sarebbe nessuna maggioranza possibile per un governo Draghi. Pertanto, la sua strada appare già tutta in salita.
Uomo di grande preparazione economica, con elevato prestigio non soltanto in sede europea, dotato di credibilità nell’assolvimento dei suoi impegni, Draghi è quasi totalmente privo di esperienza politica concreta. Costruire un governo non è un’operazione di pura individuazione delle persone giuste per gli almeno venti ministeri. Richiede conoscenze relative alla capacità di quegli uomini e di quelle donne di saper guidare e fare funzionare strutture complesse. Ė molto probabile che Draghi si sia accertato della disponibilità del Presidente Mattarella a segnalargli quali personalità meritano di essere coinvolte per meriti e competenza, ma anche perché sono in grado di svolgere l’indispensabile gioco di squadra.
Non è utile andare a cercare paragoni nel passato con altri governi guidati da un non-politico, Ciampi (1993-1994), Dini (1995-1996), Monti (2011-2012). Ciascuno di questi tre casi è differente e, comunque, si presentò in una situazione caratterizzata da minore gravità e con partiti più affidabili. Senza un poderoso sostegno di Mattarella, Draghi rischia di non avere l’opportunità di sviluppare un’azione immediata e efficace. Le nuvole all’orizzonte sembrano molte e pesanti.
Pubblicato il 4 febbraio 2021 su AGL e La Stampa
La crisi si risolverà con un Conte ter. A sinistra sta nascendo un nuovo polo #intervista @Affaritaliani
Intervista raccolta da Carlo Patrignani
“Lo sbocco più realistico alla crisi di governo sulla quale sta lavorando il Presidente della Camera, Roberto Fico, è senz’altro un Conte-ter: e spero con il Ministero dell’Economia ancora nelle mani del ministro Roberto Gualtieri per le sue indubbie qualità e la buona reputazione di cui gode nell’Unione Europea: sarebbe un gravissimo errore sostituirlo”.
A parlare è Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, Accademico dei Lincei ed ex-senatore della Repubblica, per il quale l’ipotesi di un governo ‘tecnico’ affidato a Mario Draghi “non esiste nei fatti, il suo coinvolgimento è un fatto mai avvenuto”.
Dunque la via d’uscita possibile è un nuovo governo con Giuseppe Conte Premier, con “un nuovo programma in via di definizione e – osserva il politologo – possibilmente con Luigi Di Maio ministro degli Esteri e con Roberto Speranza alla Salute e naturalmente, dopo le tante bugie di Renzi di non tenere alle poltrone, con altri ministeri per Iv così da poter ricompensare i suoi”.
Certo il cammino del nuovo esecutivo, una volta definito il programma e la sua composizione ministeriale, non sarà facile, non sarà tutto rose e fiori: “l’affidabilità di Renzi è tutta da verificare – avverte Pasquino – fermo restando che dei voti di Iv non si può fare a meno. Del resto i governi di coalizione dipendono dalla lealtà dei contraenti”.
L’asse Pd-M5S-Leu tutto sommato pare aver retto bene all’onda d’urto di Renzi e potrebbe, da questa esperienza, anche configurarsi come polo per una alleanza futura. “Lo si vedrà, ma molto dipende dalla legge elettorale”. Ultima considerazione: il Governo Conte non è stato sfiduciato dalle Camere quindi secondo la Costituzione il Premier non era obbligato a dimettersi.
“Certo le dimissioni non erano dovute: purtroppo al Senato aveva una maggioranza semplice assai friabile e precaria nei numeri per cui le dimissioni sono state un atto nobile dal momento che il Presidente della Repubblica voleva una maggioranza significativa, operativa”.
E proprio perché non è sfiduciato potrebbe essere il ‘governo-ponte’ fino al semestre bianco? “Con l’incarico al Presidente della Camera di esploratore siamo andati abbastanza avanti – conclude Pasquino – ed in prossimità, me lo auguro, dello sbocco più realistico: il Conte-ter”.
Pubblicato il 1° febbraio 2021 su affaritaliani.it
“La crisi? Renzi bocciato, Conte poco accorto. E sul premier i giochi sono già fatti” #intervista @La_Sestina

Il Professore Emerito dell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino ci dà il suo parere sulle consultazioni in corso. Promossi solo Zingaretti e Fico
di Michela Morsa
Renzi bocciato, Conte poco prudente. Zingaretti promosso senza remore. Abbiamo fatto quattro chiacchiere sulla crisi di Governo con Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Il politologo, con l’ironia che lo contraddistingue, ci ha detto la sua sui protagonisti, le procedure e le prospettive della vicenda che da settimane sta bloccando il Paese.
Buongiorno Professore, prima di tutto le pagelle dei principali attori della crisi. Che voto dà a Matteo Renzi?
«2». E non aggiunge altro n.d.r.
E al leader del Pd, Nicola Zingaretti? Secondo lei come si è mosso?
«A lui darei un 7 meno, perché è stato sempre coerente con il sostegno al Governo Conte e lo ha espresso in maniera esplicita, sobria. Soprattutto si è dimostrato un capo di partito serio: ha saputo tenere insieme il Pd, che pure ha delle tensioni al suo interno, consapevole di fungere da perno dell’esecutivo. E io apprezzo molto la serietà, soprattutto in una politica che ha troppi elementi di faciloneria, di superficialità, di ricerca della popolarità.»
Cosa mi dice invece del premier uscente Giuseppe Conte?
«A lui do un 6+: la sufficienza se la merita. Evidentemente, però, ha esagerato e ha fatto l’errore di pensare di poter trattare Renzi come aveva fatto con Salvini, e con un po’ di supponenza. Non ha capito qual era la natura della sfida. Probabilmente sarebbe dovuto essere più conciliante».
E i 5 Stelle? Il movimento sembra essere sull’orlo di una spaccatura…
«Questo è quello che dite voi giornalisti in continuazione, ma non è così. Non avete capito che quello è un movimento molto complicato al suo interno, che non è mai stato un partito e quindi non ha mai avuto un luogo vero di discussione. Ci sono posizioni politiche di vario genere, data la sua natura aperta: è entrato di tutto e, di conseguenza, esce di tutto. Come gruppo nel suo insieme meritano la sufficienza, alcuni dirigenti meritano qualcosa di più e altri qualcosa di meno. A Alessandro Di Battista do 4 e sono contento di darglielo».
Ma questa crisi era evitabile?
«No, semplicemente perché Renzi questa crisi l’ha voluta, l’ha perseguita deliberatamente grazie a quel mucchietto di voti che aveva, quindi non si poteva fare granché».
In ogni caso siamo arrivati alla resa dei conti. Oggi si riunisce il tavolo, ma cosa succede una volta concordato il programma? Si dovrà ripartire con l’ennesima consultazione per accordarsi sul nome?
«Non penso, perché credo che il nome lo abbiano già fatto, e il nome è Conte. Si ripartirebbe daccapo solo nel caso in cui Renzi, a questo punto pubblicamente, ponesse un veto sull’Avvocato. O se il programma di Governo cambiasse così tanto da rendere necessario trovare un altro nome, ma mi parrebbe francamente strano e improprio. Oltretutto, essendo formato dagli stessi partiti che hanno sostenuto Conte, sarebbe un governo indebolito in partenza».
Ma questa procedura scelta da Roberto Fico (quella appunto del tavolo di confronto su un programma tra i vari gruppi parlamentari) fa parte del consueto iter politico?
«No, assolutamente. È una sua innovazione che mi pare molto interessante e giusta. Apprezzo molto la strada da lui scelta: è un uomo intelligente e ha capito che dopo “i confessionali” era arrivato il momento di dire le cose esplicitamente, anche in modo da accelerare la procedura. Anche perché era inutile continuare a rimbalzare da un gruppo all’altro: metterli gli uni di fronte agli altri a discutere su dei punti programmatici li costringe a scoprire le carte, smetterla di parlare solo con i giornalisti e parlarsi finalmente tra di loro».
Detto ciò, quali prospettive di futuro si aspetta?
«Questo è un Paese che può risorgere in maniera difficile ma tutto sommato positiva, se sa usare bene questa valanga di soldi che devono arrivare (i 209 miliardi del Recovery, n.d.r). Ma può anche crollare definitivamente, perché nel momento in cui non riesci a usare quei soldi il Paese è in enorme difficoltà. Poi ci sono due elementi da non dimenticare: il primo è che anche se gli europei del nord ci guardano, giustamente e qualche volta in maniera eccessiva, con supponenza, l’Italia è importante: è uno degli stati fondatori dell’Unione Europea ed è comunque pesante dal punto di vista del contributo economico e culturale. L’altro elemento, che dimentichiamo sempre, è che il prodotto interno lordo italiano è sempre sottovalutato, perché questo è un Paese di balordi che non pagano le tasse: continua a esserci un quarto degli italiani che evade. In più, se guardiamo ai numeri, siamo un popolo di risparmiatori, quindi c’è del “grasso” che potrebbe attutire le difficoltà. Ma è necessario uno sforzo di disciplina collettiva».
Pubblicato il 1° febbraio 2021 su La Sestina
Quel che Mattarella ha detto a Fico (secondo Pasquino) @formichenews
Il politologo Gianfranco Pasquino si immedesima nel Capo dello Stato e immagina cosa abbia detto al presidente della Camera Roberto Fico nell’affidargli l’incarico esplorativo di trovare una soluzione alla crisi in corso
Caro Presidente Fico, sono costretto a chiederle un grande sacrificio personale. Esperite le dolorose consultazioni, mi sono fatto un’idea su come si potrà giungere a concludere in maniera decente questa crisi di governo aperta in maniera indecente. Tuttavia, vorrei che lei, esponente di spicco del Movimento 5 Stelle di cui ho apprezzato l’equilibrio, il garbo, l’autorevolezza acquisita e dimostrata nell’esercizio delle funzioni di Presidente della Camera, mi apportasse qualche conforto cognitivo. Ripongo in lei molte speranze. Dovrà, anzitutto, convincere i/le parlamentari del Movimento cui lei appartiene che le coalizioni non contemplano necessariamente dichiarazioni d’amore, ma soltanto la convergenza sulle cose da fare. Sono sicuro che lei riuscirà a fare capire a (quasi) tutte le pentastellate/i che essere “governisti” non significa volere stare a tutti i costi al governo, ma porsi l’obiettivo di governare anche per evitare il peggio (e, fra di noi, sappiamo benissimo che cosa è il peggio).
Vorrei che lei esplorasse soprattutto due selve oscure. La prima è quella dei contrasti personali. Sia chiaro che so benissimo che la politica è fatta da persone con i loro umori e malumori. Però, ritengo che buon politico è colui/colei che riesce in qualche modo a combinare le sue ambizioni con una visione nazionale, degli interessi del paese. Quindi, caro Presidente Fico, discuta anche di queste ambizioni con i suoi interlocutori. Una raccomandazione: quando incontrerà colui che “il Manifesto” ha spiritosamente definito “l’arabo fenice” porti con sé un registratore. La seconda selva oscura nella quale lei dovrebbe penetrare è quella degli interessi corposi che, tanto inevitabilmente quanto comprensibilmente, riguardano l’assegnazione dei fondi NextGenerationEU, il loro uso, la loro concreta “implementazione”. Mi pare importante che lei faccia venire alla luce tutto quello che gli italiani dovrebbero sapere su come il governo, a prescindere, ma non troppo, da chi sarà il Presidente del Consiglio, intende/a formulare in maniera definitiva il Piano di Ripresa e di Rilancio.
In buona sostanza, la sua esplorazione dovrebbe riuscire a smussare alcune distanze personali, acquisire l’impegno politico di quella che è stata la maggioranza a sostegno di Conte a rimettere insieme le sue sparse membra per attuare un programma chiaramente concordato e non imposto meno che mai periodicamente ridefinito sotto la minaccia frequente di qualsivoglia (e sento che ne esiste ancora troppa “voglia”) ricatto.
Infine, caro Presidente Fico, ricordi un po’ a tutti i suoi interlocutori che il sottoscritto, Presidente della Repubblica, “rappresenta l’unità nazionale” e che di conseguenza agisce facendo ricorso ai suoi poteri costituzionali che includono quello di sciogliere, ma anche di non sciogliere il Parlamento. Potrei anche formare un governo pre-elettorale, l’attuale parzialmente “rimpastato” oppure un nuovo governo apposito. Concludo scusandomi con lei che, “esploratore”, non potrebbe in tempi brevi essere preso in considerazione fra gli eventuali candidati alla Presidenza del Consiglio. Verrà il suo tempo, Presidente Fico, a maggior ragione se mi porterà su un piatto, d’argento, ma anche di altro metallo più o meno pregiato, la soluzione. Auguri sinceri. A martedì.
Pubblicato il 30 gennaio 2021 su formiche.net
Tutte le ragioni che ha Mattarella per preoccuparsi @DomaniGiornale
Da una parte, i numeri; dall’altra parte, gli interessi, anche corposi: la politica è in larga misura questa combinazione. Per fortuna non soltanto questo, ma nei momenti di crisi gli interessi contano quanto i numeri e persino i numeri sono interessati. Già in partenza il Presidente Mattarella è splendidamente posizionato per avere il quadro degli interessi e per raccogliere le informazioni più convincenti e più aggiornate sui numeri. Notevole è finora stata la mobilità di un piccolo, ma potenzialmente decisivo, gruppo di parlamentari italiani che hanno cambiato “gabbana” più volte e che non hanno ancora trovato il luogo più adeguato per fare contare il loro voto. Incidentalmente, “la” proporzionale non c’entra proprio niente con questi vorticosi movimenti. Tutti costoro sono stati nominati dai capi dei partiti e delle correnti. Non dovranno rendere conto agli elettori dei loro comportamenti. Quindi cercano di tranne il massimo dal seggio di cui dispongono consapevoli che in un certa misura lo possono usare come moneta di scambio.
Per molti parlamentari e per alcuni partiti, la posta in gioco è anche altra: come giungere a contare nella assegnazione e utilizzazione degli ingenti fondi del programma NextGenerationEU. In qualche modo tutti i dirigenti dei partiti, di governo e di opposizione, sono giunti alla conclusione che quei fondi possono non soltanto cambiare la vita dell’Italia e degli italiani, ma anche consentire di allargare il loro consenso elettorale sia nella fase di assegnazione sia nella fase di realizzazione. Impoliticamente oppure troppo politicamente, convinto, in parte giustamente, che quei fondi li aveva ottenuti lui personalmente, Conte ha tentato una operazione di accentramento quasi esclusivo, sicuramente eccessivo e quindi facilmente criticabile. Le critiche di Renzi (e di Confindustria) a Conte fanno leva proprio su un accentramento a Palazzo Chigi che non forniva abbastanza risorse ai suoi gruppi di riferimento (e ad alcune imprese private non molto propositive, ma interessatissime alle fetta della grande torta europea). Gradualmente, forse troppo lentamente, Conte ha ceduto a malincuore su alcune procedure, su alcune modalità, sulla cabina di regia e sui manager, ma questi cedimenti hanno, da un lato, mostrato la sua debolezza, dall’altro, suggerito a chi voleva di più che, in effetti, di più poteva ottenere.
Le dimissioni di Conte e questa convulsa fase di costruzione di un governo rinnovato o di un altro governo hanno riaperto tutti i giochi. Un (in)certo, relativamente piccolo, numero di parlamentari si trovano investiti di molto potere contrattuale che, oltre a lusingare il loro personale ego, eserciteranno/eserciterebbero anche su qualche capitolo del Piano di Ripresa e di Rilancio. Soprattutto, però, sembra diventata possibile, ma al momento in cui scrivo non (ancora) molto probabile, un’altra opzione. Se nascerà il Conte ter, Italia Viva (o dovrei più appropriatamente scrivere Renzi) avrà ministeri e più voce in capitolo su alcune politiche di ripresa con molti fondi da distribuire. Nel caso in cui, come ha dichiarato Emma Bonino, la dis-cont-inuità significasse mettere da parte Conte per dare vita ad una coalizione Ursula, allora, userò la terminologia americana, sarà a whole new ball game. Forse non proprio nuovissimo perché includere nella nuova coalizione di governo Forza Italia, solo in quanto nella UE si trova fra i Popolari Europei che hanno votato Ursula von der Leyen, avrà conseguenze enormi. Anzitutto, dovrà cadere la pregiudiziale negativa dei Cinque Stelle nei confronti di Berlusconi. In secondo luogo, è immaginabile che non siano affatto pochi i parlamentari del PD, non quelli di Italia Viva, che si sentiranno a disagio (splendido understatement). Ma, soprattutto, terzo, si squadernerebbe il problema mai risolto del gigantesco conflitto di interessi dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Molte delle sue attività si svolgono e molte delle sue imprese operano nei settori nei quali possono/debbono essere investiti i fondi europei. Ce n’è abbastanza per essere vigili e preoccupati. Non gli faccio un torto se penso che lo sia anche il Presidente Mattarella.
Pubblicato il 29 gennaio 2021 su Domani
Craxi e dopo: battaglie necessarie, da combattere #unpassodietroCraxi
Contributo pubblicato nel libro di Federico Bini, Un passo dietro Craxi, Edizioni WE, s.d. (ma 2021), pp. 67-73

L’ideatore di questo libro, Federico Bini, invita a valutare “meriti e demeriti” di Craxi. Lo farò con grande impegno sfruttando al mio meglio quello che considero un vantaggio di prospettiva rispetto a tutti gli intervistati. Non ho avuto modo di incontrare Craxi tranne in un paio di frettolose occasioni. Quella che ricordo meglio è la commemorazione di Lelio Basso al Senato nel decimo anniversario della morte (dicembre 1988) quando, arrivato leggermente in ritardo, Craxi si sedette proprio di fianco a me e come se sapesse chi ero pronunciò con grande familiarità un paio di commenti politici molto critici sul modo con il quale l’oratore principale veniva descrivendo il percorso politico di Basso (incidentalmente, condividevo le osservazioni di Craxi). Per quel che può contare, mi sono sempre considerato socialista senza aggiunte, favorevole ad una democrazia nella quale l’alternanza è praticabile e praticata, che ritiene che buone politiche sono quelle che seguono, rincorrono la stella polare, come scrisse memorabilmente il mio maestro Norberto Bobbio, dell’eguaglianza, nella mia personale concezione, l’eguaglianza non di esiti, ma di opportunità, non soltanto all’inizio, ma per tutta la vita delle persone: dalla culla alla tomba. Ai tempi di Craxi ero Senatore della Sinistra Indipendente e, fra l’altro, feci parte della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali (Novembre 1983-1 febbraio 1985) presieduta dal deputato liberale Aldo Bozzi.
Quando lascia l’Italia per Hammamet, Craxi, senza giri di parole, è politicamente sconfitto, e lo sa. Cercherà, invano, di preparare la riscossa. Chi gli voleva bene avrebbe dovuto allora e per tutti gli anni successivi ricordargli che, ad ogni buon conto, aveva ottenuto alcune importanti incancellabili conquiste che stanno nei libri della storia d’Italia. Aveva significativamente contribuito all’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini (anche se il suo candidato preferito era Giuliano Vassalli). Era stato il primo socialista a diventare Presidente del Consiglio. Con il decreto di San Valentino (14 febbraio 1984) e, poi, con la sua coraggiosa posizione sul referendum “scala mobile” (giugno 1985) era riuscito ad arrestare la corsa dell’inflazione. Grazie al sostegno da lui convintamente dato all’Atto Unico (1985) aveva riaperto la strada verso un’Unione più stretta. Ma, come argomenterò, aveva scoperchiato e lasciati irrisolti alcuni problemi decisivi per il Partito socialista e per il sistema politico italiano. In una (in)certa misura quei problemi, che hanno notevolmente inciso su tutta la storia e la politica italiana dal 1994 ad oggi, rimangono tali, forse aggravati.
Prima il partito socialista. Quando Craxi ne divenne segretario nel 1976 il PSI era un partito diviso in correnti in lotta fra di loro, ciascuna, a differenza delle correnti democristiane, con scarso radicamento sociale. Nel mensile “Mondoperaio” era aperto da qualche anno, e continuerà ancora fino all’inizio degli anni Ottanta, la riflessione, ampia, articolata, approfondita, sul Parti Socialiste di François Mitterrand nato nel 1971, in particolare, sulla sua strutturazione. Di quelle riflessioni Craxi non tenne nessun conto. Scelse una strada molto diversa, quella della concentrazione del potere al vertice, nelle sue mani, e della personalizzazione della politica, attuata con indubitabilmente grande efficacia, lasciando troppo spazio ad alcuni signori delle tessere dalla Toscana al Veneto, dal Piemonte alla Sicilia, dalla Puglia alla Calabria. Quando Craxi se ne andò, i signori delle tessere cercarono di salvare le loro posizioni politiche, non il partito socialista. Alcuni di loro trovarono accoglienza in altri schieramenti. Il partito scomparve.
Il rinnovamento del Partito socialista doveva, secondo Craxi, passare anche attraverso una ridefinizione della cultura politica socialista: primum vivere deinde philosophari. Sinceramente, non sono riuscito a capire come si potesse pensare che il pensiero di Pierre-Joseph Proudhon potesse essere contrapposto a quello di Karl Marx. Potesse dare vita a una nuova cultura politica fermamente socialista. In quello che rimane il migliore dei discorsi riformisti di quel periodo all’insegna dei “meriti e bisogni” (Rimini, giugno 1982), Claudio Martelli non fa nessun riferimento all’inutile Proudhon, mettendosi in sintonia con il pensiero socialista nel resto dell’Europa e, in parte, con quello progressista degli USA. Se Craxi voleva davvero portare non solo il PSI, ma la sinistra italiana, comunisti naturalmente inclusi, avrebbe dovuto guardare al pensiero e all’azione dei partiti socialdemocratici e, subito aggiungerebbe Valdo Spini, laburisti in Europa. Praticamente, nulla di tutto questo avvenne nel quindicennio craxiano.
Naturalmente, è lecito sostenere che quelli furono gli anni nei quali cominciava un po’ dappertutto il declino dei socialisti come partito di governo, ma non veniva affatto meno l’elaborazione teorica o, quantomeno, il riconoscimento delle nuove sfide sociali e culturali prima ancora che politiche. La bibliografia in materia è persino troppo ampia perché si possa citarla e non voglio privilegiare nessuno studioso in particolare. Alla vivida illuminante luce del senno di poi, tutti sono in grado di constatare che in Italia la cultura politica socialista è sostanzialmente scomparsa e che l’inizio di quella scomparsa può essere collocato nel periodo di Craxi. A scanso di equivoci, mi affretto ad aggiungere che, in modi diversi, anche i comunisti italiano non seppero trasformare la loro cultura politica e, sostanzialmente, vi rinunciarono. Quel Partito Democratico di Sinistra fondato il 1 febbraio 1991 era sostanzialmente alla ricerca di fondamenta culturali che non trovò mai e che, di conseguenza, non furono trasferite nel Partito Democratico.
Per diventare più influente il Partito socialista doveva ovviamente crescere. Poteva farlo attraendo nuovi elettori al loro primo voto, ma anche elettori che ritenessero inadeguata la rappresentanza politica offerta loro sia dai democristiani sia dai comunisti. A mio parere c’erano molte diversamente buone ragioni a giustificazione dell’abbandono da parte di molti elettori di entrambi i grandi partiti-chiesa, per usare il termine inventato da Francesco Alberoni, e della loro ricerca di una rappresentanza laica e progressista. Però, Craxi, da un lato, continuò a rimanere in alleanza con la DC a livello nazionale, dall’altro, sfidò il PCI, anche su tematiche importanti, come quella del sostegno da dare ai dissidenti dei paesi comunisti. Lo fece in maniera molto ostile, ma soprattutto senza mai esprimere il suo aperto, esplicito sostegno all’alternativa di sinistra. Quello che molto correttamente Giuliano Amato e Luciano Cafagna definirono Duello a sinistra. Socialisti e comunisti nei lunghi anni ’70 (Bologna, il Mulino, 1982), finì per indebolire entrambi, certo anche per responsabilità del PCI, dei suoi dirigenti e delle loro inadeguatezze, ma, soprattutto, disorientò l’elettorato. Da allora, la “sinistra” italiana non ha smesso il suo declino che, a mio modo di vedere, non è né inevitabile né irreversibile.
Bisognava cambiare anche le regole del gioco, ma non perché la Costituzione italiana fosse “superata” o costituisse un ostacolo ai cambiamenti quanto perché un gioco almeno in parte nuovo avrebbe offerto sfide e opportunità non soltanto ai protagonisti partitici (e sociali), ma soprattutto agli stessi cittadini. La proposta di Craxi di una Grande Riforma fu, al tempo stesso, importante, ma anche indefinita. Mirava esplicitamente a scuotere il “bipolarismo” DC/PCI, ma anche a trasformare le modalità della competizione politica e di governo. Non so se con il suo pregevole libro Una Repubblica da riformare (Bologna, il Mulino, 1980) Giuliano Amato si ponesse anche l’obiettivo di precisare contorni e contenuti di una Grande Riforma che portasse a una forma di governo semi-presidenziale non dissimile da quella della Quinta Repubblica francese (che continuo a ritenere un obiettivo da perseguire). So, però, che non fu quella la strada intrapresa da Craxi. In Commissione Bozzi i socialisti frenarono praticamente su tutto. Oggi, quasi dimenticata, l’unica riforma per la quale Craxi si batté con successo fu l’abolizione del voto segreto nelle aule parlamentari, una riforma regolamentare importante che avrebbe potuto anche condurre a più democrazia nei partiti e a migliore rappresentanza politica. In seguito, quando arrivò l’opportunità di scuotere il sistema politico italiano in uno dei suoi gangli costitutivi, la legge elettorale proporzionale, Craxi commise un errore politico letale non solo opponendosi, ma finendo per apparire il capofila dei conservatori istituzionali proprio mentre, a fatica e non senza divisioni interne, gli ex-comunisti approdavano alla spiaggia della preferenza unica e si apprestavano ad andare nel mare aperto di una legge elettorale non più proporzionale.
Insomma, sono convinto che si possa legittimamente concludere che Craxi non seppe condurre fino in fondo le importanti battaglie che aveva iniziato. Non ha bisogno di nessuna riabilitazione poiché la sua figura politica ha effettivamente dominato gli anni Ottanta. Neppure, però, servono gli elogi incondizionati che impediscono di predisporre gli strumenti indispensabili per una strategia riformista: partito, cultura politica, istituzioni. Continuons le combat.
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, è stato Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020). In corso di stampa Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, febbraio 2021).
“Crisi provocata dall’ego di Renzi, megalomane tendente al ricatto. Mercato delle vacche? Quello è più trasparente, qui invece solo fregature” #intervista @LaVeritaWeb
Intervista raccolta da Federico Novella
“Vedo derive non autoritarie ma confusionarie. Si può votare anche in una pandemia.”
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e accademico dei Lincei: almeno lei ha compreso le ragioni autentiche di questa crisi di governo?
«La ragione fondamentale è una: Matteo Renzi, un megalomane che avendo un ego molto gonfio e una grande invidia nei confronti del premier, ha deciso di acquisire visibilità a qualsiasi prezzo. Evidentemente, rilasciare interviste a quattordici televisioni contemporaneamente lo rende felice».
Quindi è una crisi scaturita dall’ego del senatore fiorentino?
«Sì, poi possiamo condirla con il Mes sulle spese sanitarie, le correzioni al piano europeo, la gestione dei servizi segreti, ma la sostanza è questa: c’è un leader politico che, dopo essersi scisso dal Pd, indebolendolo, ha deciso di far esplodere la crisi».
Un parlamento ricattato da Renzi?
«Ecco, la parola giusta è esattamente questa: ricatto. Con i partiti si può intavolare una trattativa, ma non puoi dire: o si fa come dico io, o faccio cadere tutto » .
In realtà pare di capire che Renzi sarebbe pronto a rientrare in maggioranza. Una retromarcia?
«Si comporta così perché, pur avendo ottenuto alcune cose, ha capito di aver mancato l’obiettivo principale: scompaginare Pd e 5 stelle. E quindi adesso ha paura delle elezioni anticipate, perché se non trova accoglienza in altri partiti, scomparirà dalla scena».
Dunque?
«Dunque Renzi tentenna: teoricamente ha ancora in mano la soluzione della crisi. Ma al momento a Pd e 5 stelle vanno bene i suoi parlamentari: ma non va bene lui».
E quindi prosegue la triste ricerca di voti in parlamento, in cambio di seggiole governative.
«Ma io non criminalizzo le trattative politiche. Se dico a un parlamentare: ti do un ministero se mi porti i voti in aula, non c’è nulla di male. Però sarebbe preferibile trattare con persone capaci e competenti …».
Se in democrazia la forma è sostanza, oggi la forma è quella del mercato delle vacche.
«Ma guardi che il mercato delle vacche è un mercato fantastico e trasparente».
Trasparente?
«Sì, perché le vacche si vedono. Il mercato delle vacche è competitivo. Sono le vacche migliori quelle che si vorrebbero comprare. Se compro una vacca dal contadino Bepi, è perché so che mi vende delle vacche buone. Non la compro dal contadino Matteo, che mi rifila sempre la fregatura».
Parliamo sempre del solito Matteo?
«Il punto è che abbiamo parlamentari eletti con un sistema elettorale pessimo, che devono il loro scranno ai dirigenti di partito. I bolzanini sono contenti di aver eletto Maria Elena Boschi, che abita ad Arezzo? I modenesi e i ferraresi hanno eletto Piero Fassino, ma non lo vedono mai: perché non protestano?» .
Lei riprenderebbe Renzi a bordo della maggioranza, oppure, come dice Zingaretti, il capo di Italia Viva è inaffidabile?
(Profondo sospiro) «Renzi è un mentitore: fossi nel gruppo dirigente di Pd e 5 stelle direi di no».
Però?
«Se trangugiare Renzi fosse il prezzo da pagare per avere stabilità fino alla scadenza della legislatura, sarei disposto a discuterne. Ma dovrebbero fare un patto tra gentiluomini: e il soggetto in questione non garantisce che ci sia un gentiluomo contraente».
Comunque: se Conte si facesse da parte, non sarebbe tutto più semplice?
«Nel Partito democratico ci sarebbero pure delle persone all’altezza del ruolo di capo del governo. Ma Conte adesso è il punto di equilibrio di una coalizione delicata. Togliere Conte significa far esplodere una vera crisi, che finora formalmente non è ancora stata aperta».
Perché Conte non lascia?
«Perché è la sua occasione della vita. Lui stesso non si sarebbe mai aspettato di arrivare a Palazzo Chigi ed entrare in qualche modo nella storia repubblicana. È normale che combatta per rimanere lì. E poi ha un vantaggio politico: per l’Unione europea è lui quello credibile: è da lui che si aspettano un programma di rilancio».
Conte esaltava il sovranismo, adesso lo attacca. Era amico di Trump, e oggi di Biden.
«Per anni tutti hanno ripetuto che le ideologie erano dannose? E questo è risultato. Conte non ha cultura politica, ha imparato in fretta a maneggiare il potere e rappresenta bene la situazione odierna».
Quale situazione?
«Quella nella quale si vive di personalismi, di interviste, sui giornali e in tv. In linea, se vogliamo, con un carattere nazionale che viaggia verso un individualismo estremo. In politica oggi sono gli umori e i malumori personali che fanno la differenza, ma solo perché non abbiamo più culture politiche. Tranne forse una».
Quale?
«Il federalismo, coniugato con l’europeismo. Purtroppo non ci sono personalità politiche adeguate per rappresentarlo.
Oggi Altiero Spinelli non saprebbe da che parte voltarsi. E buona parte della colpa ce l’ha un Pd privo di sostanza politica».
Ci crede al partito personale di Conte? Può avere un futuro?
«Al partito di Conte sono contrario: finirebbe soltanto per frammentare ancora di più il quadro politico. Allo stesso modo, non vedrei bene l’ipotesi di un pezzo di Forza Italia che si stacca per andare per conto suo » .
L’idea è quella di ritrovarsi tutti, in qualche modo, al centro…
«Me ne infischio del centro. Il centro è il luogo degli scambi più sordidi, quelli che inquinano la vita politica. Renzi dice di voler rifondare il centro, ma il suo gruppo parlamentare si chiama “Italia Viva-Socialisti”. Lui e Conte si odiano perché ambiscono allo stesso territorio politico. In più mettiamoci anche Calenda, aggressivo e pronto a tutto. Se non correrà per il Campidoglio, cercherà sicuramente di arrivare a Palazzo Chigi».
E, quindi, il centro le fa così paura?
«Io sogno un quadro bipolare, con sistema maggioritario a doppio turno. E ricorderei al capo dello Stato che quel “Mattarellum” che porta il suo nome non era affatto male …».
Conte invece rilancia il vecchio proporzionale …
«Sì, che produce frammentazione senza una soglia di sbarramento adeguata, ma che pure in molti paesi funziona benissimo. In linea di massima dobbiamo sempre ricordare che non è il sistema elettorale che produce instabilità, ma la sua classe politica » .
Problemi che lasciano il tempo che trovano, visto che quasi nessuno accetta di andare al voto. Non si può andare alle elezioni per paura del Covid, o per paura che vinca il centrodestra?
«Mi fanno sorridere i politici che dicono “non abbiamo paura delle elezioni”, quando alcuni di loro dovrebbero averne eccome. Detto questo, si può tranquillamente votare anche durante una pandemia».
Ma?
«Ma rischieremmo di buttare via il tempo per ritrovarci comunque, dopo il voto, senza una maggioranza solida».
Come mai il capo dello Stato sta concedendo a Conte ciò che negò al centrodestra nel 2018?
«È un po’ diverso. Il centrodestra nel 2018 avrebbe dovuto andarsi a cercare in parlamento qualcosa come cinquanta voti. E comunque Mattarella non ha ancora dato il via libera a nulla: oggi sta alla finestra e aspetta preoccupato. Se Conte non riesce a crearsi un gruppo parlamentare che lo sostenga, sicuramente il Colle punterà su altre soluzioni».
Appunto, se escludiamo davvero le elezioni, quali sono le altri soluzioni sul campo? Tra due giorni si vota sulla giustizia, e il destino di Conte è ancora una volta appeso a un filo.
«Non sono ancora il presidente della Repubblica, e dunque parlo ancora a titolo personale. Mi aspetto però un colpo di intelligenza politica da parte di Sergio Mattarella».
Cioè ?
«Un governo del Presidente, che vada in parlamento e dica: brutti balordi, siamo in un momento cruciale, dovete sostenere un governo che ottenga il massimo dall’Europa, con un programma di lungo respiro, e un premier e ministri capaci. Lo può fare, la Costituzione lo consente».
È un po’ diverso dal governo di unità nazionale…
«Sì, perché con il governo di unità nazionale sono i partiti che decidono di mettersi insieme, e a me non piacciono i contenitori in cui trovi dentro di tutto. No, io immagino che l’impulso arrivi dal Capo dello Stato: sarebbe lui a dettare la linea di fondo e a decidere le poltrone chiave. E sarebbe ovviamente una parentesi straordinaria».
Insomma, a giudicare dallo spettacolo cui stiamo assistendo, possiamo dire che la repubblica parlamentare si sta trasformando in oligarchia?
«Più che derive autoritarie, vedo soltanto derive confusionarie: non sappiamo cosa fare, lo facciamo male, e scarichiamo la responsabilità sugli altri».
Pubblicato il 25 gennaio 2021 su La Verità
La confusione proporzionale e il falso mito dell’alternanza @DomaniGiornale
Quanto il male informato, manipolato, complessivamente pessimo dibattito sulle regole delle democrazie parlamentari influisce sulla opinione pubblica, ma anche sulle posizioni che prendono gli uomini e le donne in cariche politiche?
Un’ondata di terrore sta colpendo i popoli (sic) scandinavi e la penisola iberica. I primi Hanno votato per più di cent’anni e i secondi per quasi cinquant’anni con leggi elettorali proporzionali ovvero con quello che nel titolo di un editoriale in prima pagina il “Corriere della Sera” (23 gennaio) definisce “Il sistema sbagliato”. Grande preoccupazione e vera e propria ansia attanagliano i capi di quei governi e, più in generale, di tutti i governi delle democrazie parlamentari. Nessuno di quei governi è “uscito dalle urne”, è stato incoronato direttamente dal voto popolare. Senza esclusione alcuna, sempre, tutti i governi delle democrazie parlamentari si formano nei rispettivi parlamenti che, quindi, potranno, all’occorrenza, cambiarne la composizione. Nessuno dei capi di governi è stato votato direttamente dagli elettori, nessuno di loro gode di una specifica personale legittimazione elettorale tranne che, non sempre, è un parlamentare. Tutti sono sostituibili in corso d’opera senza il famoso “passaggio elettorale”, persino in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale è maggioritario in collegi uninominali. Incidentalmente, non basta un premio di maggioranza a rendere una legge elettorale maggioritaria. Anzi, definire sistema maggioritario una legge elettorale proporzionale che si accompagna con un premio in seggi è una manipolazione da denunciare tutte le volte. Sostenere che nei comuni e nelle regioni il sistema elettorale è maggioritario è tanto sbagliato quanto fuorviante. L’elezione del sindaco, che si accompagna con una legge proporzionale per l’elezione del consiglio comunale, configura un modello di governo di tipo presidenziale. Chi, a prescindere da qualsiasi considerazione di scala, sostiene la Grande Riforma per eleggere il Sindaco d’Italia vuole, più o meno consapevolmente, una forma di governo presidenziale.
Grande è la varietà delle coalizioni di governo esistite e esistenti nelle democrazie parlamentari. In estrema sintesi: coalizioni minimo vincenti (appena al disopra della maggioranza assoluta), coalizioni sovradimensionate (comprendenti più partiti del necessario ad avere la maggioranza assoluta), coalizioni di minoranza (meno voti della maggioranza assoluta). La condizione del governo Conte 2 era di una coalizione di minoranza soltanto in Senato, non alla Camera. Bollarlo come “governo di minoranza” era un modo di negarne la legittimità (anche perché né il governo né il suo capo sono stati eletti dal popolo!). L’art. 94 della Costituzione stabilisce laconicamente che “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.
In buona misura, i governi di minoranza, attualmente, ce n’è uno in Svezia guidato dai socialdemocratici, vivono grazie alla non convergenza delle opposizioni in un voto di sfiducia. Operano attuando parti del loro programma e negoziandone altri con i partiti disposti a sostenerle. Cambiare governi non alla loro scadenza naturale implica sempre costi economici e sociali. In questo parlamento non esiste nessuna possibilità di alternanza, ovvero di sostituzione dell’intero governo ad opera di un’altra coalizione nessuna delle cui componenti abbia fatto parte di quel governo. L’alternanza completa è fenomeno raro nelle democrazie parlamentari. In Germania, ad esempio, vi è stato un solo caso limpido di alternanza quando nel 1998 la coalizione socialdemocratici-verdi sconfisse il governo democristiani-liberali. In Italia, di tanto in tanto, i sedicenti maggioritari s’interrogano sulla necessità di un centro per fare l’alternanza. Grande è il mix di ignoranza istituzionale e incoerenza personale e politica. Preso atto dei suoi limiti operativi e dell’indisponibilità ad un allargamento della sua maggioranza, Conte si è dimesso. Ripartano i meccanismi delle democrazie parlamentari.
Pubblicato il 26 gennaio 2021 su Domani








