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Ripresa e rilancio della burocrazia

Adesso, sembra che si siano accorti tutti, meglio, quasi tutti, il problema è: “che cosa fare con/della burocrazia italiana?” La risposta condizionerà in maniera molto significativa tanto le possibilità dell’Italia di ottenere gli ingenti fondi europei quanto la capacità di questo governo e dei successivi di utilizzarli il più efficacemente possibile. I ministeri, guidati dai tecnici, ma anche dai politici, dovrebbero avere già svolto parte del lavoro. Altrimenti, inevitabile sarebbe la preoccupazione di essere già in ritardo. Se, invece, il lavoro è in stadio avanzato, una parte almeno della burocrazia ministeriale è già stata coinvolta ed è quindi già valutabile dai rispettivi ministri. Dunque, l’alternativa che qualcuno troppo disinvoltamente suggerisce di seguire, ovvero assumere 5-6 mila uomini e donne capaci, comporterebbe il ritornare sul già fatto e demoralizzare i burocrati che si sono finora impegnati. Escluderli è sbagliato. Potenziare i vari gruppi di burocrati con innesti chiave sarebbe la soluzione migliore. Naturalmente, gli innesti dovranno provenire da quei settori specialistici, aziende private, università, centri di ricerca, disponibili a collaborare con la burocrazia statale per un preciso periodo di tempo e a condizioni chiaramente delineate.

   L’altra strada di cui si parla, vale a dire, un reclutamento rapido di giovani burocrati pare asperrima. Vero è che almeno due settori nei quali stagionati e sperimentati burocrati dovrebbero impegnarsi, digitalizzazione e transizione ecologica, richiedono competenze “fresche” e giovanili, ma altrettanto vero è che nel campo delle infrastrutture e della scuola, le competenze ci sono. Debbono, però, essere ri-orientate ai nuovi più esigenti compiti. Il reclutamento di personale giovane e diversamente preparato è comunque assolutamente necessario. Servirà soprattutto nella seconda fase quando, ottenuti sperabilmente tutti i fondi assegnati all’Italia, bisognerà metterli all’opera. Ė impensabile che la fase di attuazione venga affidata a coloro che non hanno minimamente partecipato alla fase di formulazione dei progetti. Almeno una parte dei burocrati già coinvolti sarà in grado di meglio interpretare quello che hanno formulato, conoscendone i punti forti e le eventuali debolezze alle quali sopperire.

   Il senso profondo di tutto questo discorso e del relativo dibattito, finora non sufficientemente esplicitato (da questo punto di vista il silenzio del Presidente del Consiglio non è da lodare), è che la riforma della burocrazia italiana deve essere iniziata e condotta sul campo, adesso, subito, come pare intenzionato il Ministro Brunetta. Non è questione di fare piazza pulita che renderebbe i Ministeri più deboli e più penetrabili da interessi particolaristici. Invece, le riforme, sicuramente indispensabili, debbono essere mirate, chirurgiche. Sulla qualità e l’efficacia di quelle riforme poi si valuterà anche la competenza dei ministri (e dell’intero governo).

Pubblicato AGL 11 marzo 2021

Nostalgia (del futuro da costruire) #prefazione di “Due grandi tradizioni politiche”

Tratto da Tarcisio Cellini, Due grandi tradizioni politiche. La vanagloria distruttiva di un piccolo uomo. Un serio cammino di resilienza, Bosia (CN), @ A.C. “R.E.T.I.” 

Nostalgia (del futuro da costruire)

Ho avuto spesso buoni rapporti con gli uomini della sinistra democristiana, anche quando erano troppo conservatori istituzionali e troppo critici di Bettino Craxi. Mi piacciono i resoconti di coloro che hanno dato tempo e energie alla politica attiva e ne sono usciti dolorosamente delusi. Però, nel libro di Tarcisio Cellini, per il quale scrivo con gusto questa presentazione, c’è qualcosa di più della delusione. Ci sono indignazione e riprovazione per la ribalderia del Renzi, il mancato statista di Rignano. Il fatto è che quel Renzi era il prodotto quasi inevitabile delle trasformazioni della DC e del PCI che l’autore segue con grande attenzione e significativa partecipazione, anche emotiva. Non voglio dire che la strada alla pur resistibile ascesa del fiorentino l’abbiano preparata Moro e Berlinguer, nell’ordine, i due politici, unitamente a Benigno Zaccagnini, preferiti e ammirati dall’autore. Certamente, quella strada era stata lastricata dalle, non so quanto buone, intenzioni di Fassino e Rutelli, di Prodi e Veltroni. Mi rimane la convinzione che neppure adesso si siano resi conto delle loro enormi responsabilità. Fra l’altro, Fassino, Prodi e Veltroni dichiararono il loro voto favorevole al referendum (plebiscito, meglio) costituzionale del 4 dicembre 2016 con il quale l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi mirava soprattutto ad aumentare e consolidare il suo potere politico personale.

Cellini inizia il suo libro facendo riferimento alle grandi culture politiche italiane del passato, ma ne individua soltanto due: cattolicesimo democratico e “socialismo (ex PCI)”. Obietto fortemente. Primo, la cultura politica del PCI non era “socialismo”. Era “marxismo più (o meno) gramscismo”, peraltro il pensiero di Gramsci era ancora poco approfondito in tutte le sue implicazioni. Secondo, in Assemblea costituente ci furono almeno altre tre culture politiche importanti: il socialismo di Lelio Basso più che di Pietro Nenni; il liberalismo di Benedetto Croce e soprattutto di Luigi Einaudi; e l’azionismo rappresentato da personalità autorevolissime da Emilio Lussu a Ugo La Malfa a Riccardo Lombardi fra le quali primeggiò per impegno indefesso e per conoscenze costituzionali Piero Calamandrei. Forse non deliberatamente, ma inconsapevolmente, senza, però, la mia disponibilità a transigere, Cellini finisce per dire che la storia successiva fu in maniera quasi esclusiva confronto/scontro fra DC e PCI. Se fosse stato così, non si capirebbero molte cose a cominciare dal centro-sinistra l’importante fase dell’Italia repubblicana nella quale, grazie in particolar modo ai socialisti e alla loro cultura riformista, si ebbe la unica vera impennata di modernità e di espansione di opportunità per gli italiani.

   L’ammirazione per Moro e Berlinguer può essere anche condivisa, ma da me solo in parte. Infatti, pur riconoscendo ad entrambi la capacità di leggere il corso degli avvenimenti e di elaborare strategie, alla fine il loro bilancio politico non posso considerarlo positivo. No, Moro non avrebbe aperto ad un rapporto di collaborazione con il PCI che sfociasse in una democrazia “compiuta”. No, Berlinguer si dimostrò incapace di trovare una credibile alternativa al fallimento della sua proposta con qualche venatura non propriamente da democrazia avanzata (e compiuta: nessuna alternanza) di compromesso storico. Ė certo che Moro si sarebbe ritratto a fronte delle reazioni della maggioranza della DC. Sono consapevole dei rischi ai quali Berlinguer avrebbe esposto il Partito comunista se si fosse distaccato bruscamente dall’Unione Sovietica, ma i suoi piccoli passi lasciarono il partito in mezzo al guado. Il PCI fu travolto dallo smantellamento del Muro di Berlino che lo svelò privo di una cultura politica effettivamente riformatrice. Dal canto suo, la sinistra democristiana fu sconfitta dalla sua ostinata volontà di mantenere unito un partito nel quale oramai di pensiero innovativo non si trovava nessuna traccia e i conflitti riguardavano solo il potere di governo e le cariche. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la manovre di Andreotti avevano avuto successo anche se al (non troppo) divino Giulio non riuscì di ottenere la carica più alta della Repubblica.

   Non so se e quando avverrà la riscossa dei riformisti. So che allora gli elettori italiani preferirono sperimentare dando il potere di governo ad un impresario televisivo e consentendogli di prosperare nel suo enorme conflitto di interessi, nutrendo l’antipolitica e il populismo. Se il Partito Democratico doveva essere la riscossa non possiamo essere soddisfatti. Gli errori politici sono stati molti, e continuano. La classe dirigente è mediocre e nient’affatto in via di miglioramento che, comunque, non può venire da elezioni primarie mal fatte e spesso manipolate. Di cultura politica non se ne vede neppure un brandello. Eppure, il PD era stato vantato dai fondatori proprio per la sua volontà di mettere insieme le migliori culture politiche del paese, nel 2007 già esauste e scomparse. Nessuno che guardasse alla produzione di cultura politica in Germania, negli USA, in Gran Bretagna, nei paesi scandinavi. Troppi che si beavano della “anomalia” italiana. Pochi che volessero diventare europei consapevoli e attivi. Nella non grande misura in cui Moro si interessò dell’Europa, fu europeista by default, in mancanza di meglio. La gatta da pelare di Berlinguer, l’URSS, era davvero grossa, unghiuta e aggressiva, oggettivamente e logicamente nemica del processo di costruzione di un’Europa politica. Certo, il segretario comunista preferiva stare da questa parte della cortina di ferro (arrugginito), ma, nonostante l’entusiasmo europeista dell’ex-comunista Altiero Spinelli, grande federalista, il PCI rimase un attore irrilevante sui temi europei fino agli anni novanta.

Anche per questo, forse, l’Europa occupa nel resoconto di Cellini spazio limitato. Concludo queste mie considerazioni, da un lato, affermando extra Europam nulla salus. Dall’altro, invitando alla lettura di questo snello e efficace libro. Fa riflettere e imparare, con qualche nostalgia per un futuro migliore.

Gianfranco Pasquino

Bologna, 10 dicembre 2020

All’Accademia dei libri #9marzo Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

ACCADEMIA LIBRI – QUINTO APPUNTAMENTO
Martedì 9 marzo 2021, ore 17
Gianfranco Pasquino – Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, Utet, 2021

Intervengono:
Gianfranco Pasquino, Accademico Linceo e Professore emerito dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Walter Tega, Presidente dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna e Professore emerito dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Silvia Bagni, Ricercatrice in Diritto pubblico comparato presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

L’evento si svolgerà online tramite il seguente link: Accedi all’aula virtuale
Le registrazioni saranno poi pubblicate sulla pagina Facebook e nel canale YouTube dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna.

La consulenza di McKinsey è “un autogol” di Draghi #intervista @radiopopmilano

7 marzo 2021
La consulenza di McKinsey è “un autogol” di Draghi, dice il professore emerito di scienza della politica all’Università di Bologna Gianfranco Pasquino, ed è necessario un dibattito pubblico su queste informazioni fondamentali per i cittadini.
L’intervista di Luigi Ambrosio.

Zingaretti e il Pd araba fenice. L’analisi di Pasquino @formichenews

Il Pd, come scriveva Antonio Floridia, è un “partito sbagliato”. Da Veltroni a Zingaretti, non sono mai mancate appassionanti discussioni su nomi e ruoli da dividersi. Sono mancate invece le idee, senza le quali è difficile andare avanti di un passo. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi sono sempre fatto una certa idea del Partito Democratico: un partito sbagliato (è anche il titolo dell’eccellente analisi scritta da Antonio Floridia e pubblicata da Castelvecchi nel 2019). Sbagliato fin dall’inizio quando, nell’estate del 2007, candidato alla guida del neo-nato PD, Walter Veltroni fece una “entusiasmante” e vittoriosa cavalcata dal Lingotto a Roma. Nei suoi molti appassionati discorsi Veltroni riuscì a non dire mai che tipo di partito voleva organizzare e guidare preferendo stilare il programma del suo governo prossimo venturo. Destabilizzò Prodi che, infatti, cadde qualche mese dopo. Da allora, tutte le volte, oramai molte, cinque, che si tratta di eleggere un segretario, i mass media si accaniscono a riportare nomi e persone, aneddoti e storielle, senza chiedere ai candidati che partito cercheranno di costruire.

   Zingaretti se n’è andato proprio o essenzialmente perché il dibattito dentro e intorno al partito era ridotto ad uno stillicidio, “martellamento” di critiche personalistiche con nessuna attenzione a che cosa deve essere un partito democratico in questa fase e a che cosa deve diventare. Purtroppo il (non) nuovo dibattito parte dai nomi, da chi è in pole position e da chi viene candidato/a contro i front runners (uso i termini giornalistici anche se non mi aggradano). Delle persone sappiamo molto. Sappiamo abbastanza anche delle loro idee politiche spesso definite dall’essere “vicini a …”. Qualcuno è vice-segretario; qualcun altro ha vinto le elezioni contro Salvini (ma a me non risulta); qualcuna ha una storia ministeriale e il genere “giusto”. A nessuno si chiede quale è la loro idea di partito e anche quali idee (no ideologia, è troppo) vorrebbero porre a (ri)fondamento di un partito democratico e progressista (posso scriverlo? e audacemente persino auspicarlo?) non solo in questa fase e non solo in Europa.

   Un partito che è nato sulla avvenuta e certificata fine delle ideologie, ma anche sull’evanescenza da nessuno contrastata delle molto indebolite culture politiche dell’Italia repubblicana, non ha mai pensato che al populismo e al sovranismo, ma anche alla “tecnocrazia” (scusate se è troppo) bisogna contrappore una visione ideale, di idee. A suo, troppo breve e troppo quieto, tempo, Bersani annunciò nella campagna per le primarie che bisognava “dare un senso a questa storia”, che era la storia del PCI, mai socialdemocratico: una storia senza futuro. Bisogna, invece, indicare la strada ad un partito che voglia costruire, anzitutto, il suo futuro, poi quello del paese: 2050. Bisogna indicarlo a coloro ai quali si chiede l’impegno a trasformare profondamente il PD attualmente esistente, aprendo effettivamente il reclutamento (le primarie, per evitare le quali a Bologna si svolge un deplorevole balletto, possono servire efficacemente anche a questo scopo), poi a quelli che hanno qualche capacità di elaborazione di idee: un’idea di Europa, un’idea di giustizia sociale, un’idea di partecipazione politica. Mi fermo qui (non sono candidato!).

   Sono convinto che con le idee condivise attraverso discussioni anche aspre e dissensi espliciti, ma ricomposti, si costruisce un partito di uomini e donne che andranno alla ricerca di voti per conquistare cariche (non poltrone), costruire coalizioni, andare al governo, attuare un programma. Questo è il catalogo.

Pubblicato il 7 marzo 2021 su formiche.net

Investire in ricerca umanistica per far riemergere l’Italia dal declino

Pudicamente o, forse, perché non possono e vogliono riconoscerlo, politici, commentatori e intellettuali non riconoscono che il declino abita in Italia da una trentina d’anni. Declino politico, economico, sociale, culturale, demografico: lo argomento nel mio libroLibertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021). Solo prendendo pieno atto dello stato deplorevole in cui si trovano gli Italiani diventa possibile, non automaticamente probabile, che gli ingenti fondi attribuiti all’Italia dalla Commissione Europa serviranno davvero alla Ripresa e al Rilancio.

INVITO Libertà Inutile Videoconferenza #8marzo #LaSemina

Associazione culturale di promozione sociale
“Seminiamo conoscenze e innovazione in ogni ambito del sapere.
Coltiviamo progetti per il futuro, in sinergia con gli altri enti del territorio.”


Lunedì 8 marzo ore 18

Videoconferenza Semina col                                        
Prof. Gianfranco Pasquino 

Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)

PER PARTECIPARE IN DIRETTA: zoom: 

https://us02web.zoom.us/j/7945306932?pwd=RTd4U3lvUGlmS0kzOUZja2xaSkNMdz09

Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze? Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale “Profilo ideologico del Novecento italiano”, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana. A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli. E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo. Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

GIANFRANCO PASQUINO 

Allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “Il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista Italiana di Scienza Politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società Italiana di Scienza Politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019) e Italian Democracy. How It Works (2019). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario…  

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Le Dimissioni improvvise e laceranti di Zingaretti ci dicono molto su quanto partito e quanto democratico sia il PD @nzingaretti @pdnetwork

Le dimissioni di Zingaretti fanno seguito ad uno stillicidio di critiche, anche pesantissime e alla persona, soltanto in parte comprensibili, ma poco giustificabili, espresse in sedi improprie. In qualsiasi (sic) partito le critiche politiche vanno espresse nelle sedi apposite. A maggior ragione in un Partito che ha voluto definirsi Democratico e dove quelle sedi sono chiaramente stabilite: Direzione e Assemblea. È augurabile che il chiarimento avvenga nella Direzione del 13/14 marzo e che gli sfidanti parlino forte e chiaro. Il resto è soltanto polverone.

Lo zampino di Renzi nel collasso del partito fin troppo contendibile @DomaniGiornale

In principio ci fu l’idea di aggregare il meglio delle culture politiche riformiste del paese: quella, certamente non socialdemocratica, degli ex-comunisti, quella dei cattolico-democratici, degli ambientalisti, di qualche liberale, con la sorprendente e davvero grave esclusione della cultura socialista. Poi, rapidamente, si vide quanto limitato fosse il tasso di riformismo di quelle culture già allora evanescenti cosicché il Partito Democratico affidò la sua identità ad una aspirazione: la vocazione maggioritaria, e a un metodo: le primarie nella affermazione orgogliosa che la leadership doveva essere “contendibile”. Oggi, dopo le sempre corte segreterie di Veltroni, Bersani, Renzi più Renzi e Zingaretti, quattro segretari che pure avevano vinto le primarie e con reggenti Franceschini, Epifani, Martina loro subentrati solo temporaneamente, possiamo dire che la leadership è stata fin troppo contendibile. Dunque, gli aspiranti stregoni messisi all’opera per costruire un partito che non è mai esistito nei sistemi politici europei hanno semplicemente dimostrato la loro inadeguatezza. Inoltre, la verità è che il PD non aveva messo insieme culture politiche trionfanti, ma due ceti politici declinanti e in buona sostanza dotati del potere di mantenersi a galla senza sapere né volere rischiare elaborando idee e proposte.

   Di nessuno dei segretari è possibile effettuare un collegamento con proposte nuove dirompenti. Non vale neppure la pena cercare di ricostruirle quelle non-proposte con l’obiettivo di “dare un senso a questa storia”, l’espressione usata da Bersani nel corso della sua vittoriosa, ma tutto meno che innovativa, cavalcata nelle primarie. Bisognava, bisognerebbe, bisognerà delineare una storia nuova. Al momento non ce ne sono neppure i presupposti minimi. Si chiamino pure pudicamente “sensibilità” o “anime”, le aggregazioni personalistiche ovvero intorno ad un leader, rigorosamente uomo, che si formano e si riproducono nel partito, non sono neanche vere correnti. Troppo spesso le donne si agganciano alla leadership di un uomo e lì rimangono per ottenere cariche e promozioni. Le polemiche da loro montate perché fra i tre ministri spettanti al PD non c’era neppure una donna (mi) sono apparse del tutto pretestuose e comunque del tutto prive di contenuti effettivamente politici.

   Se un partito non sa, non riesce e non si cura di produrre idee politiche, di confrontarle, di aggiornarle, inevitabilmente il discorso si sposta sulle cariche, che, per qualcuno/a possono anche essere, con cedimento populista, chiamate poltrone. Senza fare politica sul territorio, questa volta il politichese appare appropriato, le poltrone inevitabilmente diminuiscono di quantità e di numero. Dove ci sono poche idee e nessun dibattito, gli “idealisti” se ne vanno e rimangono gli arrivisti/carrieristi. Costoro non daranno (non sanno/non vogliono) nessun contributo alla crescita culturale del partito. I loro obiettivi sono altri e, se dimostrano fedeltà al leader di turno, riusciranno a passare da una carica ad un’altra, persino a prescindere dagli impegni presi con il loro elettorato.

   Nonostante le loro grandi maggioranze, i vari segretari del PD non hanno mai davvero, dopo una luna di miele, acquisito il pieno controllo e sostegno del partito. Forse il segretario più forte da questo punto di vista è stato Matteo Renzi, ma il suo stile di leadership ha provocato molte tensioni e conflitti sicuramente deleteri anche perché orientati più al rafforzamento quasi plebiscitario della sua leadership piuttosto che al rafforzamento del partito e al perseguimento coerente di una politica riformista mai compiutamente delineata (e probabilmente non nelle sue corde).

   Renzi non si lasciò sfuggire l’opportunità di designare la maggioranza dei componenti dei due gruppi parlamentari. Ne è conseguito che, vincendo le primarie, il segretario Zingaretti ha ottenuto la maggioranza negli organismi dirigenti del partito: Assemblea Nazionale e Direzione. Però, non soltanto la maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di Camera e Senato sono stati nominati da Renzi, ma i due capigruppo hanno un recentissimo passato di strettissimi collaboratori di Renzi. Non desidero formulare nessuna ipotesi, ma penso che sia corretto concludere temporaneamente che, da un lato, è in corso un tentativo ad opera di Italia Viva e del suo capo di scompaginare sia il Partito Democratico sia il Movimento 5 Stelle, dall’altro, con le sue dimissioni Zingaretti potrebbe avere deciso di mettere fine all’esperienza del PD per procedere alla costruzione di un partito diverso, migliore. È un’operazione difficile, ma possibile. Se qualcuno ha davvero pensato che con il governo Draghi la politica si sarebbe ristrutturata, la decisione di Zingaretti potrebbe rivelarsi il primo importante passo in quella direzione.   

Pubblicato il 5 marzo 2021 su Domani

Crossing Europe #4marzo Il futuro dell’Europa. Conoscenza dell’UE e suo funzionamento. Prospettive future

4 marzo 2021 ore 11 – 13

Gli studenti del Liceo Sabin di Bologna incontrano online il prof. Gianfranco Pasquino per discutere di

Unione Europea: il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo
Sua costruzione storicopolitica: perché, quando, come, chi
Le istituzioni europee: Consiglio dei Capi di Stato e di Governo; Parlamento; Commissione…
Il futuro della UE

Crossing Europe è realizzato in collaborazione con l’Associazione di docenti dell’Università di Bologna «Parliamone ora»