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VIDEO #Bobbio #Sartori La vigencia de dos gigantes della Ciencia Política @SBerensztein
Gianfranco Pasquino, Gonzalo Álvarez, Sergio Berensztein, Fabian Cálle
Eppur si muove #ParliamoneOra
All’interrogativo, di grande e persistente rilevanza, “governo degli scienziati o governo dei politici”, mi sorge spontanea una risposta: governo degli scienziati politici. Poi penso ai miei colleghi “scienziati politici”, molti dei quali non vorrei certamente al governo, e subito torno indietro nel tempo. Come sappiamo, Platone si schierò a favore degli scienziati del suo tempo: i filosofi-re.
Duemila anni dopo o poco più, Karl Popper lo accusò, fra l’altro, di avere dato inizio al pensiero totalitario. Altri filosofi ateniesi non condividevano affatto la soluzione ottimale proposta da Platone. Per esempio, Aristotele che, pure, aveva i titoli per aspirare ad essere incluso fra i filosofi-re, si espresse per un governo misto che vorrei interpretare come il governo dei sapienti e dei “potenti”. Per molto tempo, il problema non si pose più quando era la Chiesa a dettare cosa era accettabile, anche scientificamente, e che cosa doveva essere rigettato.
Ne sa qualcosa Galileo Galilei, fondatore dell’Accademia dei Lincei, costretto ad un’abiura totalmente contrastante con quanto aveva scoperto e con il suo stesso metodo: “provando e riprovando”. Trial and error sta alla base della scienza, ma anche delle democrazie, gli unici regimi che possono permettersi di affidarsi al pluralismo competitivo delle idee e delle teorie credendo fino in fondo nella riformabilità degli esiti e nel superamento, Popper ha scritto “falsificazione”, delle teorie.
In effetti, il dilemma “scienziati/politici” ha senso esclusivamente dove gli scienziati possono condurre le loro ricerche in totale libertà e anche in trasparenza e dove, a loro volta, i politici entrano in competizione per ottenere il consenso, sempre revocabile, dei loro concittadini. Nei regimi non-democratici, che includono tutti gli autoritarismi e anche le teocrazie, sono coloro che hanno in qualche modo acquisito il potere e lo usano ai fini della loro riproduzione a decidere quanta discrezionalità lasceranno agli scienziati e quanto delle risultanze delle loro ricerche vorranno usare. Comunque, agli scienziati non sarà mai lasciata neppure una briciola di effettivo potere decisionale.
Può darsi che le scelte contemporanee siano diventate relativamente molto più complesse di quelle del passato e che quindi richiedano l’apporto decisivo degli scienziati, ma da nessuna parte gli scienziati hanno ottenuto in proprio il potere politico. Semmai, quello che dovrebbe preoccupare di più è che gli scienziati siano in grado di influenzare le decisioni dei politici senza che lo si sappia, in maniera opaca e oscura. Fra le promesse non mantenute della democrazia in quanto ideale Norberto Bobbio includeva quella di non avere eliminato/illuminato gli arcana imperii. Come la scienza, la democrazia esige trasparenza, ma ad entrambe non possiamo negare spazi di riservatezza. Non vorrei neppure fare degli scienziati dei semplici subalterni “portatori d’acqua” ai politici che, poi, si vanterebbero delle soluzioni che funzionano e farebbero degli scienziati i capri espiatori delle soluzioni che fallissero.
Allora, tertium datur. Fra gli scienziati o, più semplicemente, i conoscitori delle materie, e i politici debbono instaurarsi rapporti di scambi di idee, di confronti, ma anche di scontri. Il film Tredici giorni, sulla crisi dei missili sovietici installati a Cuba, riesce, credo senza volerlo, a offrire un’ottima rappresentazione degli “scambi” possibili. I consiglieri del Presidente Kennedy suggeriscono soluzioni praticabili, argomentandole e contraddicendo il Presidente: “no, Mr President”.
A sua volta, il Presidente ascolta, inquisisce, spiega la sua propensione ad una specifica scelta, se ne assume la responsabilità politica. Coloro che riconoscono l’autonomia sia della scienza sia della politica democratica sono consapevoli che, per lo più, il procedimento democratico si basa sull’interazione fra persone libere che si espongono di fronte ai loro concittadini: la politica scientificamente informata.
Pubblicato il 23 marzo 2021 su Parliamoneora.it
VIDEO Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione? #CaffèEuropei
Nell’ambito del Progetto Caffè Europei a cura delle Associazioni universitarie del Corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università degli Studi di Trieste
Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione?
Intervengono:
Gianfranco Pasquino
Mario Leone
coordina Carlotta Paladino

La vigencia de dos gigantes della Ciencia Política #25marzo @SBerensztein
Iueves 25 de marzo a las 15 hs
Solo por youtube
Canal Berensztein
Gianfranco Pasquino
Gonzalo Álvarez
Sergio Berensztein
Fabian Cálle
No requiere inscripción previa

Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione? #indiretta #24marzo Caffè Europei @UniTwitTS
Nell’ambito del Progetto Caffè Europei a cura delle Associazioni universitarie del Corso di Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università degli Studi di Trieste
24 Marzo Ore 18
Verso la conferenza sul futuro dell’Unione Europea: un nuovo modello democratico o maggiore disgregazione?
Intervengono:
Gianfranco Pasquino
Mario Leone
L’evento sarà trasmesso sui canali social delle associazioni

Draghi comunichi di più e non si risparmi: non solo numeri e fatti, ma anche empatia
Da sempre, da quando Pericle parlava agli uomini ateniesi convenuti al Partenone sul far della sera, la politica è anche comunicazione. Dopodiché, ricordiamo i discorsi da Piazza Venezia a Norimberga, dal Cremlino a quello di John Kennedy davanti al muro di Berlino. Da qualche tempo la comunicazione passa sui social: da Twitter a Facebook a Instagram, ma esistono ancora le conferenze stampa. Grande e positiva sorpresa ha destato la prima conferenza stampa tenuta dal Presidente del Consiglio Draghi la settimana scorsa. Abituati a lunghi discorsi molti giornalisti hanno apprezzato le risposte sintetiche e precise di Draghi. Hanno anche lodato la sua compostezza e pacatezza nell’argomentazione dimenticando che spesso i responsabili primi della conflittualità nei confronti dell’ex-Presidente del Consiglio Conte erano stati loro con atteggiamenti e argomenti deliberatamente antagonizzanti. Tuttavia, è già di per sé un merito da riconoscere a Draghi se gli interlocutori hanno fatto domande senza cercare di farsi pubblicità personale come suoi oppositori preparati e più bravi. Forse è proprio dai toni e dallo stile che può cominciare il necessario cambiamento della politica italiana. Ma, fuori dalla sala della conferenza stampa e nei giorni successivi non è mancato chi, come precisamente Matteo Salvini, ha ripreso e continuato nelle sue abituali affermazioni propagandistiche tendenti all’eccesso.
Poiché una rondine non fa primavera (anche se vi siamo finalmente entrati), è opportuno aspettare le conferenze stampa successive e le valutazioni che ne seguiranno per capire meglio dove Draghi e il suo governo dei migliori stanno portando l’Italia cambiandone la politica. Anzitutto, ritengo che sia lecito chiedere al Presidente del Consiglio una presenza più frequente. Ad esempio, la sua partecipazione all’inaugurazione della stele dedicata alle vittime del Covid nella città di Bergamo è stato un segnale molto importante. Fra un mese circa ci sarà la celebrazione della Liberazione dell’Italia e della Resistenza. Quello che Draghi farà e dirà potrebbe costituire uno dei momenti alti di condivisione della memoria sull’avvenimento costitutivo dell’Italia repubblicana.
Molto giustamente Draghi ha dato la priorità nella sua azione di governo alla lotta contro la pandemia. Una lotta che si affronta non soltanto sul piano medico e neppure con un semplice, ma dovuto, sforzo di riorganizzazione delle strutture burocratiche. Richiede osservanza delle regole da parte dei cittadini e disciplina nei comportamenti collettivi. Non è oramai più la fase di autoelogi e di riconoscimenti compiaciuti, ma spesso non abbastanza meritati, agli italiani i quali solo nelle emergenze darebbero il meglio di se stessi. Poiché la politica deve anche sapere creare consenso, a maggior ragione per un capo di governo venuto dall’esterno, il suggerimento e l’auspicio è che Draghi non si risparmi. Comunichi con maggiore frequenza e non solo con numeri e fatti, ma anche mostrando empatia.
Pubblicato AGL il 23 marzo 2021
Questione femminile o scusa per calare i capigruppo dall’alto? Scrive Pasquino @formichenews
È legittimo che Letta voglia sostituire Delrio e Marcucci, ma più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere. Che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. La versione di Gianfranco Pasquino
Qualche volta, in politica, bisogna anche dare giudizi politici. Per esempio, è possibile dire forte e chiaro che i gruppi parlamentari del Partito Democratico alla Camera e al Senato sono stati costruiti da un segretario con qualche (è un eufemismo) pulsione solipsistica che ha voluto premiare i suoi fedelissimi e fedelissime. Di conseguenza, i due capigruppo, loro stessi (già) fedelissimi, sono stati eletti da maggioranze che porta(va)no un imprinting molto preciso. Da allora, se ne sono distanziati a sufficienza? Hanno, comunque, operato attuando una linea politica e parlamentare soddisfacente? Condividono la direzione che il nuovo segretario sta elaborando per il Partito? Per sostituirli, operazione che, a mio modo di vedere, non può e non deve essere imposta dall’alto, bisognerà comunque democraticamente votare in entrambi i gruppi.
Ė assolutamente legittimo che il neo-segretario Letta voglia sostituire Del Rio e Marcucci. Potrebbe chiedere a loro di fare il classico passo, non “indietro”, ma almeno di lato, a favore, però, non di “una, qualsiasi, “donna”, quanto di una rosa di tre quattro deputate e senatrici che desiderino esse stesse candidarsi con motivazioni esplicitamente politiche: “la propria biografia; cariche già avute e svolte con successo; capacità di guidare un gruppo parlamentare”. Altrimenti, limitarsi a dire che ci vogliono due donne è soltanto un cedimento al politically correct che Letta dovrebbe, invece, sfidare su tutti i piani. Poi, naturalmente, tutte le candidate chiederanno di essere sottoposte alla votazione dei loro colleghi alla Camera e al Senato. Mi aspetto che, prima del voto, i bravissimi giornalisti investigativi (pardon, le bravissime giornaliste investigative) che hanno i numeri di telefono giusti, raccolgano informazioni sulle appartenenze correntizie delle prescelte, in sintesi: in quota di chi? qualcuna è entrata in parlamento addirittura sulle code di Veltroni, un’altra è di un qualche “rito” correntizio, tutti sanno che c’è chi è molto vicina a (a voi che leggete lascio inserire il nome) e così via.
Più in generale calare dall’alto due nomi non mi pare il modo migliore per andare verso la parità di genere che non dovrebbe comunque mai prescindere da valutazioni di capacità e prestazioni. Per fortuna che una ex-parlamentare, tuttora molto vicina ad un padre/nonno nobile, vicinanza che ha denunciato come ragione della sua esclusione dalla carica di sottosegretaria, afferma che al prossimo congresso dovrà esserci una candidata donna alla segreteria. Non sarebbe affatto una novità come la partecipazione alle primarie di Rosy Bindi (2007) e di Laura Puppato (2012) attesta. Sappiamo anche che molte donne non votano le donne. Non entro in questa complessissima tematica perché sono sicuro (sic) che le donne del PD stanno affaticandosi sul perché. Insomma, c’è anche molto spazio di elaborazione autonoma, non di gregge. Lo si sfrutti.
P.S. Il Segretario regionale dell’Emilia-Romagna e il Presidente della Regione, il segretario provinciale di Bologna e il sindaco della città e i due attualmente candidati a succedergli sono uomini. Non ho sentito critiche e autocandidature dalle donne di questi luoghi progressisti.
Pubblicato il 22 marzo 2021 su formiche.net
Il vuoto di idee dei partiti non sarà riempito da Draghi @DomaniGiornale
Coinvolti in un esperimento di nome “governo Draghi” che hanno largamente subito, ma che ha, comunque, lasciato/concesso loro cariche ministeriali importanti, i partiti italiani, con l’eccezione ai suoi inizi del PD, non sembrano sapere andare alle radici dei loro problemi. Se questa era una crisi di sistema nessuno sta cercandone una soluzione. Se, invece, è una crisi della politica i partiti non hanno neppure cominciato ad affrontarla. Qualcuno, più fuori che dentro i partiti, sembra attendersi il rinnovamento della politica da quello che farà il governo Draghi. Come il capo del governo ha dimostrato nella sua finora unica conferenza stampa, esistono modalità di comunicazione efficace che, propongo questa chiave di lettura, prescindono totalmente dalle pratiche partitiche e che segnalano la necessità e possibilità di un loro superamento. In questo modo, però, il rischio è che la politica italiana non sarà trasformata e migliorata, ma verrà, anche molto al di là delle intenzioni del Presidente Draghi, sostanzialmente accantonata. Si entrerebbe in un ambito di esperienze inusitate dovendo peraltro costruire canali di comunicazione, di partecipazione e di influenza per i cittadini. Non è in nessun modo quello che gli attori partitici italiani stanno facendo al momento.
Il Movimento 5 Stelle non è finora riuscito a darsi nuove modalità di leadership e non potrà risolvere i suoi problemi allontanandosi dai teleschermi. Giocare su due tavoli, quello di Salvini della “piazza” euroscettica e quello di Giorgetti, delle categorie produttive che dell’Unione Europea riconoscono necessità e utilità, non toglie la Lega dalla sua condizione di ambiguità. Giorgia Meloni può abilmente criticare queste ambiguità dall’alto della sua coerenza, ma la sua opposizione non si staglia in maniera speciale e si scontra con l’obiettivo di ricompattare il centro-destra. Il leader di Italia Viva vanta il suo ruolo di costruttore del governo Draghi, ma tutti ricordano come davvero incisivo quello di distruttore del governo Conte. Ad ogni modo per quanto ripetuto e ripetitivo quel vanto non contiene nessuna elaborazione strategica.
“Tornare a vincere” è l’ambizioso proposito del neo-segretario del Partito Democratico Enrico Letta che, però, non ha ancora effettivamente ridimensionato il peso delle correnti delle quali è possibile dare un giudizio positivo soltanto di fronte alla comprovata capacità di elaborare idee. Invece, ad esempio, nelle città che andranno ad elezioni autunnali, come Roma, Bologna e persino Milano, non sembra esserci nessuna elaborazione di idee, ma esclusivamente scontri fra persone, con il sindaco di Milano che ha addirittura deciso di fare riferimento primario non al PD, ma ai Verdi Europei. Certo, con Letta ci si potrebbe limitare ad affermare “ce n’est qu’un début”, ma forse è più opportuno criticare la mancanza di visione strategica un po’ in tutti i partiti. La crisi della politica partitica continua. Il suo superamento non è dietro l’angolo.
Pubblicato il 21 marzo 2021 su Domani
La flessibilità delle democrazie parlamentari
La formazione del governo Draghi ha, chi sa perché, tacitato gli affannatissimi sostenitori dei ‘governi eletti dal popolo’ e ‘usciti dalle urne’, governi che, semplicemente, non esistono nelle democrazie parlamentari. Nel testo qui riprodotto* tiro le somme di un importantissimo tentativo di inusitata coalizione effettuato nel corso della prima fase dell’Italia repubblicana, quando il centro impediva l’alternanza e faceva le coalizioni di governo. Ho inteso mostrare che la flessibilità è la vera dote delle democrazie parlamentari. Adesso, lo sa anche Mario Draghi. Buon per lui (e, speriamo, buon per tutti noi).
Dal cap. 4 “Compromesso storico, alternativa, alternanza” in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, Milano, UTET, 2021 (pp. 110-112)
La conclusione dell’avventura partitica, politica e ideologica di quella proposta di compromesso storico che, accuratamente maneggiata, poteva diventare una coalizione di governo dotata di potenzialità riformatrici/riformiste, fu una débâcle sotto tutti i punti di vista. Purtroppo, neppure coloro che volevano trasformare per tempo il PCI (lo spettro dei loro suggerimenti si trova nei contributi raccolti da Laura Balbo e Vittorio Foa, Lettere al PCI, Einaudi 1986) capirono che prima di tutto era necessario un confronto aspro e decisivo con la mentalità che aveva prodotto il compromesso storico.
L’incapacità di scegliere un’opzione chiaramente delineata (le incertezze nella Commissione Bozzi 1983-85 furono sconsolanti), da un lato, e il timore della discontinuità nel gruppo dirigente comunista, dall’altro, giocarono sostanzialmente a favore della coalizione, il pentapartito, che si era opportunisticamente formata all’inizio degli anni Ottanta proprio contro il PCI e che era interessata soprattutto alla sua durata e alla sua riproduzione.
Sarebbe persino sbagliato affermare che il pentapartito non seppe fare i conti con la storia poiché, tranne Craxi, tutti i politici del pentapartito vivevano alla giornata. Nessuno di loro si rese conto dell’importanza dello smantellamento del Muro di Berlino quell’entusiasmante giornata del 9 novembre 1989. In maniera preveggente, soltanto Norberto Bobbio aveva segnalato la necessità di una riflessione profonda: L’utopia capovolta («La Stampa», 9 giugno 1989): «con quali mezzi e con quali ideali [la democrazia] si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista?». Quel muro travolse qualsiasi riflessione tradizionale concernente le modalità di governo della democrazia italiana. Costituì la cartina al tornasole della scomparsa delle culture politiche dell’Italia repubblicana.
Esauritasi la fase del ‘governo di partito’, la formazione dei governi italiani ha seguito diverse, peraltro tutte comprensibili e spiegabili, modalità, nessuna delle quali, però, era fondata su un retroterra culturale adeguato che, oltre agli indispensabili numeri, offrisse una qualche prospettiva in termini di idee, ideali, ideologie (per l’Ulivo rimando a quanto ho scritto nel capitolo sulle culture politiche).
Le definizioni, spesso superficiali, per lo più mal congegnate, raramente attente alla comparazione (non «capaci di viaggiare», notò con disappunto fortemente critico Giovanni Sartori) si sono sprecate: Grande Coalizione, bipolarismo, alternanza [però, ‘alternativa’ è fondamentalmente scomparsa e di ‘vocazione maggioritaria’ non è rimasta nessuna traccia], sono tutte formule raramente sottoposte a valutazioni da esprimersi con riferimento ai contenuti e agli obiettivi. Tutti i vecchi protagonisti partitici sono da tempo morti e sepolti e i nuovi non sembrano in buona salute culturale e intellettuale. Accertatamente si sono finora dimostrati incapaci di elaborare visioni di società e di sistema politico, tranne gli spezzoni di un discorso non-partitico, non-parlamentare, talvolta non-democratico espresso dal Movimento 5 Stelle.
Non può stupire, ma neppure può rallegrare, che dopo quasi trent’anni di dibattiti sul bipolarismo e sulla sua qualità, senza adeguata prospettiva comparata, sia tornato alla ribalta, oserei dire tanto inconsistentemente quanto nostalgicamente, il ‘centro’, un presunto bisogno di centro. Di tanto in tanto, in mancanza di meglio, lo argomentano Angelo Panebianco e alcuni commentatori politici nessuno dei quali va alla ricerca di riscontri comparati (sostanzialmente inesistenti).
Molto schematicamente, soprattutto nella politica italiana post-1994, il centro è stato poco più di un piuttosto ristretto assembramento di elettori moderati per lo più non interessati a qualsivoglia elaborazione politico-ideologica, le cui oscillazioni numeriche e comportamentali non hanno migliorato la politica, ma soprattutto non hanno spinto né la destra né la sinistra a affinare i contenuti delle loro idee e proposte, la loro presentazione, il confronto con la realtà ‘effettuale’. La strategia del compromesso storico non lasciò nessuna eredità politica; di alternativa non si parlò più. Dopo il 1994, l’alternanza ha fatto alcune sue casuali comparse senza incoraggiare e accompagnarsi a nessuna elaborazione politica e istituzionale.
Sic transit
Pubblicato il 19 marzo 2021 in PARADOXAforum










