Finirà tutto con un rimpastino e con un nuovo Recovery Plan #intervista @ildubbionews
“Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica.”
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
«Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo»
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna si mostra scettico sia di fronte allo scenario di un governo di centrodestra sia a quello di un governo di larghe intese e guida Draghi, e spiega invece che potrebbe finire con un «piccolo rimpasto e significativi miglioramenti del Recovery Plan».
Professor Pasquino, sul tavolo ci sono Conte Ter, rimpasto, elezioni. Glielo chiedo in maniera chiara: come finirà?
Se mi chiede una previsione dirò che ormai la strada è aperta verso un piccolo rimpasto che non può essere grande perché altrimenti rischierebbe di far rovesciare la barca del governo. Ma un piccolo rimpasto non basta: si va verso una ridiscussione significativa del Recovery Plan perché ci sono non pochi punti da discutere, migliorare, affinare.
Credo si cambieranno dunque alcune cariche e molti punti delle modalità con le quali l’Italia chiederà i fondi del Next generation Ue.
Quindi mini rimpasto e miglioramento del Recovery Plan. È una vittoria di Renzi?
È difficile da dire perché non sappiamo esattamente cosa vuole Renzi e forse non lo sa neanche lui. Probabilmente sta cercando visibilità e vuol far credere a voi giornalisti che lui sia padrone del governo perché l’ha creato. Io replico che doveva farlo il 5 marzo 2018 quando invece buttò il suo partito all’opposizione aprendo la strada al governo gialloverde. È una questione di megalomania e visibilità ma su alcuni punti si contraddice molto, come quando dice che bisogna coinvolgere sindaci e associazione di categoria mentre un tempo parlava di disintermediazione.
Si discute su alcune questioni come Mes e servizi segreti. Pensa che il presidente del Consiglio finirà indebolito?
Sul Mes, se Conte lo chiedesse sarebbe una vittoria non solo di Renzi, ma anche del Pd, di Forza Italia e credo di una parte di Leu. Credo sia opportuno chiedere il Mes e forse era giusto farlo anche qualche mese fa. Non sarebbe un indebolimento di Conte ma un rinsavimento. Sui servizi segreti credo che Conte dovrebbe scegliere una persona terza e non tenere la delega per sé. Anche qui, anche altri lo chiedono quindi non sarebbe una vittoria soltanto di Renzi.
Ritiene plausibile un ritorno alle urne?
Credo che si troverà un accordo ma credo anche che sarebbe legittimo pensare a nuove elezioni. Fino a che il presidente della Repubblica può sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni lo scenario è praticabile, non sarebbe un colpo di Stato. Sarebbe certo un errore politico del centrosinistra, del governo e anche di Renzi. Inoltre l’Europa ci guarderebbe con grande sconcerto e pagheremmo un prezzo nei mercati. La stabilità in questo caso è importante. Tuttavia voglio stabilire la legittimità del principi: se Mattarella esplora l’esistenza di una nuova maggioranza e scopre che, nonostante gli sforzi di Salvini, questa maggioranza non c’è, allora dovrà sciogliere il Parlamento. A quel punto bisognerebbe capire se resta in carica l’attuale governo per il disguido degli affari correnti o se si forma un governo elettorale.
Ha parlato di sforzi di Salvini. È possibile una maggioranza di centrodestra nell’attuale Parlamento?
In un ipotetico governo di centrodestra il leader sarebbe Salvini perché la rimonta di Giorgia Meloni non è ancora compiuta. In queste condizioni Salvini sarebbe il capo di una maggioranza formata con l’aiuto dei “responsabili”. Tuttavia questo sarebbe contraddittorio con la narrativa di destra che vuole un governo “eletto dal popolo” ma ribadiamolo: nessun governo è eletto dal popolo, nessun governo esce dal voto. Dal voto esce sempre un Parlamento, nel quale poi i partiti cercano degli accordi.
Ma questi famosi “responsabili” esistono davvero?
Credo che un governo Salvini che raggranella voti in Parlamento non sia un’opzione probabile perché Mattarella chiederebbe la garanzia di una maggioranza assoluta che al momento non esiste.
È una situazione analoga a quella in cui Napolitano negò l’incarico a Bersani che voleva fare “scouting” tra i cinque stelle.
Come ultimo scenario potrebbe tornare di moda un governo di larghe intese, magari a guida Mario Draghi. Cosa ne pensa?
Draghi ha le competenze per utilizzare al meglio gli ingenti fondi che l’Europa ci ha molto generosamente dato, ma al tempo stesso non credo che abbia la forza politica per tenere insieme centrosinistra e centrodestra. A meno che non sia a capo di un “governo del Presidente” fortemente voluto da Mattarella, che ponga come condizione a tutte le forze politiche l’impossibilità di metterlo in crisi, pena il ritorno al voto.
Dunque, come se ne esce?
Un’opzione potrebbe essere quella di nominare Draghi commissario straordinario alla progettazione e all’attuazione del Recovery Plan con ampi poteri, ma cosi facendo si ridurrebbe il peso di Conte e dell’intero governo. Sarebbe il colpo finale alla politica, che verrebbe “sospesa” ancora di più rispetto al governo tecnico a guida Mario Monti.
Come dovrebbe gestire l’Italia i fondi europei?
La risposta è impossibile ma posso confidare alcune sensazioni: in primo luogo, questi fondi debbono guardare al futuro e quindi devono esser usati per cose nuove, non per completare progetti vecchi. In secondo luogo, debbono coinvolgere attività che riguardano soprattutto i giovani, come digitalizzazione, economia verde, istruzione, formazione e ricerca. Da ultimo, bisogna sapere come attuarli, chi farà cosa e in quali tempi. Sarebbe sbagliato escludere la burocrazia italiana dicendo che è vecchia e stanca ma al contrario occorre sollecitare le migliori energie dalla burocrazia. Non è vero che è tutto inefficiente.
Pubblicato il 7 gennaio 2021 su Il Dubbio
Come usare anche la crisi di governo per il Recovery plan @DomaniGiornale
Non c’è nessuno né nella attuale maggioranza di governo né nelle opposizioni che abbia una visione dell’Italia da (ri)costruire. Né si intravvede come e quando arriverà il tempo dei “costruttori” auspicati da Mattarella. Tuttavia, la crisi di governo, più o meno conclamata che sia, offre qualche opportunità per formulare quella visione e le modalità con le quali si concluderà potranno condurre gli uomini e le donne di buona volontà e di qualche capacità a mettersi all’opera. Non ho nulla da obiettare a chi cerca di mantenere e di conquistare le poltrone, se non che, ad evitare il lessico populista, è preferibile parlare di seggi parlamentari e di cariche ministeriali. Quei seggi e soprattutto quelle cariche sono spesso la premessa indispensabile, ancorché non l’unica, per tentare di perseguire gli obiettivi che sono la sostanza di una visione. La richiesta da parte della Commissione Europea di fare richieste per gli ingenti fondi messi a disposizione dell’Italia lungo sei direttive, fra le quali, digitalizzazione e innovazione, rivoluzione verde, infrastrutture, istruzione e ricerca, parità di genere e coesione sociale, costituisce la base per formulare qualsiasi accettabile visione. In una certa misura, la bozza ministeriale che circola si esercita nella direzione giusta, Sta a chi sfida il governo, dentro e fuori della maggioranza, chiedere modifiche precise, suggerire spostamenti dei finanziamenti, cercare di creare circoli virtuosi. Dopodiché appare giusto e opportuno che si indichino i nomi dei ministri, uomini e donne che sembrano inadeguati/ e di coloro che hanno maggiori provate capacità. Questa operazione straordinariamente complessa non può essere effettuata nello spazio di pochi giorni né la crisi di governo può essere prolungata nel tempo perché, mai come in questo caso, il tempo è denaro. Non è vero che l’Italia è già in ritardo. Infatti, la scadenza per presentare i Recovery plans è la metà di aprile. Tuttavia, i piani presentati in anticipo prima di allora beneficeranno delle osservazioni e dei suggerimenti della Commissione (e del suo staff notoriamente molto preparato, forse meritevole dell’appellativo in questo caso nettamente positivo: “tecnocrati”).
Quello che i generosi fondi del programma NextGenerationEU consentono all’Italia consiste in un sostanziale e sostanzioso miglioramento del sistema socio-economico italiano. Al proposito, vale la critica che non bisogna dedicare quei fondi al completamento di opere già iniziate, ma ad opere nuove, ambiziose, proiettate nel futuro. Naturalmente è improbabile che un operatore singolo, neanche un grande scienziato, abbia soluzioni ready made, immediatamente proponibili, rapidamente applicabili. Sono convinto che le soluzioni emergerebbero da un confronto/scontro fra cervelli nel quale, certo, ci saranno vincitori e vinti, ma al quale avranno potuto e saputo partecipare tutti senza vantaggi di posizione e senza ricatti.
Nell’ottica della soluzione della crisi di governo, gli apporti di ciascuno e di tutti debbono esser benvenuti purché lungo le direttive sopra esplicitate. Una volta scelti i progetti la maggioranza ha l’obbligo politico e morale di impegnarsi solidalmente alla loro realizzazione. Anche se sarà necessario più tempo di quello che conduce alla fine della legislatura, è assolutamente opportuno che sia subito concordato un patto di legislatura fra le componenti che costituiscono il governo. Quel patto conterrà anche i criteri con i quali valutare l’avanzamento dei lavori, la loro qualità e eventualmente procedere alle necessarie correzioni in corso d’opera.
Come spesso accade nei compositi governi di coalizione, le diverse componenti hanno obiettivi propri, priorità specifiche, idiosincrasie. Da un lato, stanno i Cinque Stelle tuttora alle prese con le dure lezioni della storia (e della politica in una democrazia parlamentare). Dall’altro, stanno il Partito Democratico con i suoi fuorusciti, semplificando drasticamente, a sinistra Liberi e Uguali, a destra, Italia Viva. Purtroppo, il PD non ha saputo fin dal suo primo incedere a dare vita a quella (grande) auspicata casa delle migliori culture politiche progressiste del paese. L’attuale tripartizione è il segno del fallimento di quel progetto. Il recupero, almeno parziale, potrebbe estrinsecarsi nella formulazione di una visione condivisa del paese che vorrebbero e che costruirebbero usando al meglio i fondi disponibili. Certamente, questa condivisione dinamica sarebbe il modo migliore di dimostrare che era utile aprire la crisi di governo e farne una grande opportunità di trasformazione positiva. Non è un sogno, ma una possibilità.
Pubblicato il 6 gennaio 2021 su Domani
La soluzione alla possibile crisi di governo è ancora lontana #intervista @radiopopmilano
Giuseppe Conte cerca di uscire dall’angolo accettando alcune modifiche al Recovery Plan, ma la soluzione della crisi sembra essere ancora lontana. Matteo Renzi rilancia sul Mes. Chiede al Presidente del Consiglio di prendere i miliardi europei sulla sanità. Una condizione che Conte non può accettare perché il M5Stelle non vuole.
Nicola Zingaretti dice di non volere “una crisi dalle soluzioni imprevedibili”. Ma il rischio che le forti tensioni sfocino in una crisi dell’esecutivo è sempre più probabile.
Il politologo Gianfranco Pasquino non fa sconti a nessuno dei protagonisti in questa intervista a Radio Popolare
Meritarsi gli aiuti per crescere economicamente e culturalmente
Facciamo un po’ di chiarezza nella situazione italiana che commentatori e politici talvolta ignorano spesso manipolano. Grazie ai fondi del programma NextGenerationEU l’Italia avrà 209 miliardi di Euro, 129 sotto forma di prestiti, 80 di sussidi, da spendere nei prossimi anni. Entro giugno 2021 potrà ottenerne in anticipo circa 20 miliardi. Al fine di accedere a quella notevole massa di denaro per la “Ripresa e la Resilienza” vi sono due condizioni molto importanti. La prima consiste nel presentare progetti concreti e fattibili con precisi costi e tempi di realizzazione in sei settori già definiti dalla Commissione Europea. La seconda è che i fondi vanno utilizzati e spesi entro il 2026. In ordine di quantità di investimenti i sei settori sono: i) rivoluzione verde e transizione ecologica; ii) digitalizzazione, innovazione, cultura; iii) infrastrutture; iv) istruzione e ricerca; v) parità di genere e coesione sociale; vi) salute. Per l’Italia, paese, al tempo stesso, che è stato colpito duramente dal Covid-19 e che non cresce economicamente da circa trent’anni è ovviamente, una grande, straordinaria, irripetibile opportunità per migliorare la vita di tutti, ma, soprattutto, come dice il titolo del programma, di quella della prossima generazione.
Nella fase attualmente in corso, il governo guidato da Giuseppe Conte, il quale è positivamente responsabile per avere ottenuto dall’Unione Europea di gran lunga più fondi di qualsiasi altro paese europeo, è impegnato nella preparazione e stesura dei programmi. Non mancano le polemiche, non solo provenienti dalle opposizioni, ma anche dall’interno della coalizione di governo. Sono di due tipi. Da un lato, molti rimproverano, a mio parere, alquanto prematuramente, al governo di essere già in ritardo. I programmi debbono arrivare alla Commissione non oltre il mese di aprile, ma la Commissione ha fatto sapere che “prima arrivano meglio sarà”, vale a dire se ne potrà discutere più approfonditamente e si potrà porre rimedio a eventuali inadeguatezze e carenze. Dall’altro lato, la polemica più aspra e aggressiva riguarda la composizione e la guida degli organismi incaricati di formulare i programmi. A coordinare tutto, al vertice della piramide, sta la figura del Presidente del Consiglio coadiuvato dal Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dal Ministro per gli Affari Europei Vincenzo Amendola. Vi sarebbero poi sei manager e un (in)certo numero di collaboratori esterni, vale a dire non tratti e non provenienti dalla burocrazia italiana.
Le critiche sono state e, al momento in cui scrivo, continuano ad essere ancora più severe sia contro l’eccessivo potere concentrato nelle mani del Presidente del Consiglio sia contro la composizione complessiva dell’organismo tecnico, della cosiddetta task force. Non mi soffermo sulle contraddizioni di coloro che volevano un Premierato forte e che adesso, in una fase di eccezionale gravità, si oppongono a che il Premier abbia effettivamente forti poteri. Noto, però, che debbono certamente essere il governo e il suo capo a portare la responsabilità di quello che viene fatto, non fatto, fatto male. È opportuno che si consultino le opposizioni, ma la decisione finale deve essere sempre presa dal governo che ne risponderà ai cittadini elettori. Per quel che riguarda manager e collaboratori, l’obiezione è che, da un lato, espropria i poteri dei governanti, dall’altro, che è pletorica, troppo ampia e, questa volta, espropria la burocrazia. Personalmente, ritengo che la prima obiezione sia sbagliata e pretestuosa.
Le decisioni finali rimangono nelle mani dei politici, governo e Parlamento al quale il programma sarà formalmente sottoposto per l’approvazione definitiva. La seconda obiezione è più fondata da almeno due punti di vista. In primo luogo, perché non è vero che la burocrazia italiana sia in blocco inadeguata a stilare un programma di interventi e di azioni. Ci sono isole d’eccellenza nell’apparato dello Stato e ci sono alti funzionari dotati di notevole competenza che è sicuramente da utilizzare. Secondo, buona parte dei fondi che l’Italia otterrà saranno poi posti all’opera attraverso i canali e le strutture della burocrazia (digitalizzabile e digitalizzata, rinnovata, meglio valutata). Dunque, il coinvolgimento di alcuni settori della burocrazia nella fase di elaborazione serve anche a fare sì che siano nelle condizioni migliori quando si passerà all’attuazione.
Credo che faremmo molto male a sottovalutare la portata delle differenze di opinioni e di proposte relative al modo con il quale utilizzare i fondi del NextGenerationEU. In gioco, c’è il futuro dell’Italia e, in parte, anche quello dell’Unione Europea poiché un fallimento dell’Italia avrebbe enormi ripercussioni. In gioco c’è anche, quasi ugualmente importante, il futuro prossimo del governo Conte insieme al posto che certamente mira a conquistarsi nella storia d’Italia. Non è difficile immaginare quale senso di delusione colpirebbe le autorità europee se il governo italiano entrasse in crisi proprio quando deve sottoporre i suoi progetti, difenderli, migliorarli e attuarli. Ancora peggio se vi fossero nuove elezioni e al governo dell’Italia andassero coloro che esprimono idee sovraniste, sempre scettiche spesso critiche dell’Unione Europea che c’è e dalla quale desideriamo un consistente aiuto. Non prevedo nessuna crisi di governo nel 2021 e poi nel gennaio-febbraio 2022 ci sarà l’elezione del Presidente della Repubblica: una ottima ragione per mantenere un minimo di coesione fra i partiti che fanno parte del governo Conte.
Quello che temo per il 2021 sono le incertezze, le divisioni interne al governo, l’incapacità di mettere al lavoro tutte le competenze necessarie, i ritardi nella sottoposizione dei programmi alla Commissione europea. Non riuscire a sfruttare al meglio un’occasione storica significa condannare non soltanto la prossima generazione, ma l’Italia tutta, alla stagnazione economica e culturale. L’anno 2021 è davvero cruciale per gli italiani, in Italia e nel mondo. Auguri.
Pubblicato il 1 gennaio 2021 su ITALIANItaliani
Mattarella saggio che difende la carta #discorsodifineanno @Quirinale @fattoquotidiano
Dal Colle del Quirinale si vedono, oltre che la sede della Corte Costituzionale, anche i palazzi della politica. Naturalmente, per vedere meglio e capire di più quello che si guarda bisogna avere qualche conoscenza di base, altrimenti si rischiano svarioni e errori di valutazione. Non possono esserci dubbi che il Presidente Mattarella possegga molto di più che semplici conoscenze di base. Parlamentare per diverse legislature, più volte Ministro, per alcuni anni anche giudice costituzionale, Mattarella è persona notevolmente informata dei fatti, dei non fatti e dei malfatti. Inoltre, occupa una carica e svolge un ruolo che è al centro del sistema politico e, al tempo stesso, gli impone e gli consente di continuare a ricevere informazioni.
Non concepita dai Costituenti come una carica di grande rilevanza politica, la Presidenza della Repubblica italiana ha acquisito una imprevista centralità a partire dall’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo in concomitanza nient’affatto casuale con il declino dei partiti politici. Pur ancora scelto dai partiti, il Presidente della Repubblica si è trovato dotato di poteri istituzionali e politici significativi e costantemente sollecitato a utilizzarli anche a fronte delle debolezze e delle carenze dei partiti politici. Comprensibilmente, tanto più il Presidente conosce(va) le istituzioni e, in particolare, il Parlamento (e i parlamentari) tanto meglio è in grado di svolgere tutti compiti che gli affida la Costituzione. Alcuni critici di parte hanno accusato i due Presidenti di più lunga esperienza parlamentare, Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) e Giorgio Napolitano (2006-2013; 2013-2015) di avere ecceduto nell’esercizio dei poteri presidenziali, di avere talvolta operato, certo non contro la Costituzione, ma extra Constitutionem. Dissento, ma capisco che da questa critica possa discendere talvolta la richiesta/proposta che il Presidente venga eletto direttamente da popolo.
Proprio perché per esperienza istituzionale e per cultura politica, Mattarella è perfettamente attrezzato sia a fare pieno ricorso ai poteri e alle prerogative presidenziali sia a evitare improduttivi scontri con quel che rimane dei partiti, finora la sua Presidenza è stata apprezzata da quasi tutti. Di recente, persino dal quotidiano progressista spagnolo “El Paìs”, ma, inevitabilmente, non è sfuggita alle critiche particolaristiche di coloro fra i politici che preferiscono muoversi in base ai loro interessi e vantaggi particolaristici. Il Presidente Mattarella non ha mai replicato direttamente, ma le sue azioni e le sue decisioni, sempre riferibili in maniera coerente alla Costituzione, parlano per lui. Che si trattasse di nominare il Presidente del Consiglio oppure di procedere o no allo scioglimento del Parlamento, Mattarella ha fatto costante e preciso riferimento alla Costituzione. Nei suoi messaggi di fine anno agli italiani, Mattarella, contrariamente ad alcuni suoi predecessori, non ha mai replicato ai critici, ma ha sempre lasciato trasparire le sue preferenze.
Il Presidente, “arbitro” si è definito nel discorso di accettazione, ha, per l’appunto, regolamentato il gioco, spesso falloso, delle diverse parti politiche. Lo ha fatto con riferimento a due stelle polari: la rappresentanza dell’unità nazionale che gli compete a norma di Costituzione e l’equilibrio e la stabilità del sistema politico. In questa chiave, è possibile apprezzare appieno alcuni contenuti più propriamente politici del suo messaggio di fine anno. Il richiamo all’Unione Europea e alla sua capacità di imparare e migliorare rispetto a quanto (non) fatto più di dieci anni fa per contrastare la crisi economica e la valutazione positiva della scienza nell’affrontare la pandemia debbono fare fischiare le orecchie ai sovranisti e ai no-vax. L’annuncio tout court che il 2021 è l’ultimo anno della sua Presidenza indica la sua indisponibilità ad accettare una eventuale rielezione. Ricordo che Napolitano si sentì obbligato ad una rielezione a tempo a fronte di enormi pressione di parlamentari incapaci di trovare il suo successore.
Due punti chiave che Mattarella ha sofficemente inserito nel suo discorso riguardano direttamente il governo e il suo futuro. Da un lato, sta l’invito a “non perdere tempo”. I ritardi e gli errori del passato, ricordati da Mattarella, solo in parte giustificabili, non debbono essere riprodotti. Dall’altro, ed è la frase più forte del suo discorso, “non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte”. Ciascuno, nella coalizione di governo e nei ranghi delle opposizioni, faccia, ma so che è un appello disarmato, il suo esame di coscienza. Comunque, grazie, Presidente Mattarella.
Pubblicato il 2 gennaio 2021 su Il fatto Quotidiano
Le elezioni non bastano a scegliere buoni governi @DomaniGiornale
La debolezza dei governi italiani deriva dal fatto che “non sono usciti dalle urne” (Antonio Polito), il loro assetto non è stato “determinato nelle urne”, non hanno ricevuto “alcun mandato dalle schede elettorali”, non hanno la “forza di legittimazione proveniente da un corpo elettorale” (Paolo Mieli, “Corriere della Sera”, 28 dicembre). Ma, se il governo Conte è debole perché accusare il Presidente del Consiglio di autoritarismo? Peraltro, questa accusa, quando proviene da coloro che volevano il Premierato forte, appare tanto contraddittoria quanto risibile. Quale dei molti governi delle democrazie parlamentari europee ha ricevuto una legittimazione direttamente dalle urne ovvero non si è formato in Parlamento attraverso accordi di coalizione? Quanti elettori tedeschi nel 2017 votarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialdemocratico per “legittimare” la (terza) Grande (oggi alquanto risicata) Coalizione? Stesso discorso per il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez frutto, direbbe Mieli, di una “scorreria” parlamentare, la costituzionalmente prevista mozione di censura . Potrei moltiplicare gli esempi, ma già so che non servirebbe a nulla poiché i commentatori politici italiani non hanno alcun interesse e nessuna conoscenza comparata. Molti di loro continuano a criticare le leggi elettorali proporzionali che esistono da più di cento anni in tutte le democrazie dell’Europa occidentale, ad eccezione della Quinta Repubblica francese. A proposito della Quinta Repubblica, lì si utilizza un sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Maggioritario non è un sistema elettorale proporzionale sul quale si innesta un qualsivoglia premio di maggioranza. Dunque, non bisogna mai consentire con Matteo Renzi quando afferma di volere un sistema elettorale maggioritario poiché continua a riferirsi all’Italicum e affini e non vuole affatto i collegi uninominali nei quali si vince e si perde (e, incidentalmente, non è mai consentito a nessuno/a di essere candidato/a in più di un collegio uninominale).
La debolezza dei governi italiani ha due cause: i numeri spesso poco superiori alla maggioranza assoluta dei parlamentari e le differenze programmatiche fra i partiti che compongono la coalizione (nonché le divergenze persino all’interno dei partiti cristallizzate in correnti). Sia chiaro che neppure nelle Repubbliche presidenziali quello che esce dalle urne è il governo. Ne esce soltanto il Presidente il quale, poi, quando si accingerà a scegliere i suoi ministri, dovrà tenere conto di tutte le “sensibilità” dentro il suo partito e delle associazioni dei più vari tipi che hanno contribuito alla sua elezione. Quando, poi, il presidenzialismo di cui parliamo è quello degli USA, allora sarà opportuno non dimenticare tutti gli inconvenienti che derivano dalla possibilità, che si produce con notevole frequenza, del “governo diviso”, vale a dire quando il Presidente non dispone della maggioranza in una o in entrambe le Camere (auguri ai candidati democratici al Senato in Georgia).
La qualità, stabilità politica (magari agevolata dall’esistenza del voto di sfiducia costruttivo, deterrente che blocca i poteri di ricatto e i ricattatori) più efficacia decisionale, dei governi italiani dipende in parte dalla legge elettorale, vale a dire da come vengono selezionati i rappresentanti parlamentari e, dunque, dai partiti, in parte dalla frammentazione della società italiana. Fintantoché le leggi elettorali consentiranno le candidature multiple e non imporranno requisiti di residenza ai candidati/e e dunque avremo parlamentari “nominati” e paracadutati, la rappresentanza politica continuerà ad essere inadeguata. Una rappresentanza inadeguata non è mai in grado di dare vita a governi stabili, produttivi, capaci di rapportarsi alla cittadinanza. Sempre più difficile è diventato ricostruire organizzazioni partitiche decenti, ma solo partiti che si dotino di una cultura politica potranno migliorare il governo, quel “difficile governo” di cui già nel 1972 acutamente scrisse Giorgio Galli scomparso domenica. Infine, soltanto rilevando che la società italiana è frammentata, particolaristica, spesso disponibile ad accettare le pratiche clientelari e, dunque, operando per ricomporla attraverso la ricostruzione di partiti decenti, non con espedienti ingegneristici e trucchetti, sarà possibile migliorare il funzionamento del sistema politico italiano.
Pubblicato il 29 dicembre 2020 su Domani
Lo stile di governo di Giuseppe Conte
Troppo impegnati a criticarlo, a darlo per spacciato e a suggerire (impraticabili) alternative la maggioranza dei commentatori italiani non riesce a capire perché il modo di governare di Conte funziona in modo soddisfacente ed è premiato dai sondaggi. Oramai da quasi un anno più del 50 per cento degli italiani (il 57 secondo il sondaggio Ipsos pubblicato una settimana fa dal “Corriere della Sera”) esprime il suo gradimento per l’operato di Conte e il 49 per cento per quello del governo. Tutti gli altri dirigenti dei partiti sono nettamente staccati, distanti più di 20 punti. Ciò rilevato, è possibile pensare che il governo guidato da Conte abbia commesso errori nell’affrontare la pandemia, che alcuni provvedimenti arrivino in ritardo, che, forse, l’Italia non si sta preparando adeguatamente per ottenere gli ingenti stanziamenti dall’Unione Europea, ma quasi nulla di tutto questo sembra scalfire il gradimento di Conte. Imperterriti gli editorialisti scrivono delle difficoltà di Conte e lo danno al capolinea, ma al dunque, ovvero quando qualcuno, come Renzi, tira troppo la corda, Conte riesce a rimettere ordine nella sua composita coalizione di governo e a continuare. La crisi preannunciata viene rimandata nel tempo, sempre un po’ più in là.
Sono questi rinvii ad essere considerati esiziali dai critici e dagli oppositori di un Premier che dovrebbe essere forte, “decisionista” per usare una parola degli anni ottanta. Quando Conte decide, ad esempio, emanando i famosi/famigerati DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) viene curiosamente e davvero fuori luogo accusato di autoritarismo. La verità è che l’avvocato Giuseppe Conte ha dimostrato una inaspettata e imprevedibile capacità di apprendimento rivestendo la sua carica. Probabilmente, la pazienza fa parte del suo carattere, ma ha saputo metterla a buon frutto, mai rispondendo frettolosamente né alle critiche né agli avvenimenti. Nei rapporti sia con le associazioni sia con gli altri dirigenti politici ha posto in essere una strategia di stampo democristiano: la mediazione. Quando tutti, in maniera più o meno (ad esempio, il Presidente della Confindustria Bonomi e il leader della Lega Salvini) garbata, hanno formulato le loro posizioni e avanzato i loro, finora non brillanti, suggerimenti, Conte ha cercato e trovato il punto di equilibrio che non necessariamente sta in mezzo, ma tiene conto del diverso peso delle richieste. Se no, rinvia, come sta facendo con l’attuazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette al quale si oppone “teologicamente” il Movimento 5 Stelle, ma che finirà per esigere un’accelerazione. Difficile dire se il modo di governare di Conte è il migliore possibile. Forse sì, nelle condizioni date. Soprattutto, come prova il vano e poco originale appello rivolto dai commentatori a Mario Draghi, nessuno sa dire chi altri e come garantirebbe oggi prevedibilmente esiti preferibili a quelli ottenuti da Conte in Italia e nell’Unione Europea. Conte va.
Pubblicato AGL il 24 dicembre 2020
Perché il piano di Conte ha bisogno dei burocrati @DomaniGiornale
Quasi dappertutto e molto spesso l’errore classico dei riformisti è consistito nel ritenere esaurito il loro ruolo una volta disegnate riforme impeccabili. Qualche volta quelle riforme venivano poi danneggiate nel passaggio parlamentare. Infine, diventavano quasi irriconoscibili nella fase di attuazione, nell’implementation. Gli apparati burocratici non erano disponibili a fare buona accoglienza a qualcosa nella cui elaborazione non erano stati coinvolti. Ritenevano di saperne di più. Volevano dimostrare che non dovevano essere “bypassati”. Attuando le riforme le stravolgevano. Naturalmente, non era mai sufficiente buttare la responsabilità del fallimento sulle spalle degli alti burocrati e di quelli medio-bassi poiché, nella loro ansia di produttività, spesso erano stati i riformisti a non tenere conto dell’esistente e dei meccanismi di attuazione.
Ho l’impressione che, decidendo di escludere la burocrazia, dalla formulazione dei programmi necessari per ottenere i cospicui fondi del NextGenerationEu, il Presidente del Consiglio abbia dato troppo ascolto a coloro che la criticano in blocco. Considerando tutti gli alti burocrati italiani indiscriminatamente lenti e inefficienti, Conte si era costruito una task force piramidale con sei manager e 300 collaboratori, tutti esterni ai Ministeri competenti per materia. Il coordinamento doveva essere politico: lui al vertice e i Ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, con il Ministro dei Rapporti Europei Enzo Amendola a fare da trait-d’union con la Commissione. Giustamente, anche il Parlamento (da meglio precisare) si è sentito emarginato.
Fermo restando che i parlamentari dovrebbero sapere come imporsi al governo, chiamarlo a riferire, rivendicare un monitoraggio frequente e incisivo, la governance prospettata da Conte era, come dire?, alquanto sbilanciata sul versante tecnocratico, in maniera effettivamente criticabile. Sentite le molte, anche se non sempre precise e costruttive, critiche sembra che il Presidente del Consiglio abbia intenzione di procedere ad un riequilibrio. Meglio se sarà un riequilibrio per aprire a più opinioni, a più indicazioni e soprattutto ad un rapporto di collaborazione fra tecnici esterni, indispensabili, e alti funzionari preparati e ansiosi di contribuire. Da temere è, invece, un riequilibrio, di cui sento qualche sordo rumore sullo sfondo, in chiave politica: “bisogna che nella task force ci sia qualcuno dei nostri”. Purtroppo, è molto noto che nei ranghi della burocrazia italiana non sono pochi quelli che hanno i loro politici di riferimento e regolarmente si posizionano.
Meno noto è che nell’ampia burocrazia ministeriale esistono isole di eccellenza che i Ministri competenti avrebbero già dovuto individuare, apprezzare e valorizzare. Nei fondi europei previsti per l’Italia una parte non piccola è destinata proprio alla Pubblica Amministrazione per renderla più efficiente anche con la digitalizzazione. La grande occasione che l’utilizzo di quei fondi offre consiste, da un lato, proprio nella riforma stessa della burocrazia nazionale grazie a processi di reclutamento e di formazione che la portino all’altezza delle sfide che i migliori fra gli alti funzionari italiani conoscono bene se hanno frequentato le riunioni europee confrontandosi con i grands commis francesi, i civil servants inglesi e i burocrati tedeschi. Dall’altro lato, gli alti funzionari italiani saranno di conseguenza messi alla prova dell’attuazione di misure e riforme alle quali loro stessi hanno, almeno in parte, contribuito nella fase di elaborazione. Diventerà possibile valutarne ulteriormente le competenze e il rendimento, anche paragonando le loro prestazioni. Certamente, poi, tutti o quasi cercheranno di dare il loro meglio alla ricerca di prestigio e di meriti che ne facilitino la carriera. Diventerà più facile distinguere i più capaci da coloro che, per qualsiasi ragione, siano inadeguati.
Il punto decisivo è che i burocrati ai quali si è offerta l’occasione di contribuire nell’elaborazione sentiranno anche il dovere di impegnarsi nella realizzazione di quelle riforme, nella loro attuazione di successo. L’alternativa la conosciamo: chiamarsi fuori, operare da freno, sabotare silenziosamente. Sono tutti comportamenti che, non soltanto in Italia, i burocrati sanno abilmente praticare. Invece, la loro partecipazione ai procedimenti di formulazione dei programmi eliminerà ogni alibi e servirà ad aprire un percorso virtuoso.
Pubblicato il 23 dicembre 2020 su Domani






