Quel che so su Weimar, la sua forma di governo e le sue vicissitudini istituzionali

Professore di Diritto costituzionale comparato

Quel che so su Weimar, la sua forma di governo e le sue vicissitudini istituzionali
Diverse Manifestazioni del Pluralismo
La Costituzione di Weimar disegnò una Repubblica semipresidenziale ante-litteram. In questo intervento ne analizzo le componenti essenziali e le vedo all’opera nelle elezioni presidenziali, nella formazione dei governi e nella cultura politica. Concludo con una sintetica comparazione con le varianti elettorali e istituzionali che hanno reso solido e funzionante il semipresidenzialismo della Quinta Repubblica francese
La Repubblica di Weimar è stata frequentemente oggetto di comparazioni male impostate e peggio eseguite, che non conducono a nessun apporto conoscitivo. Invece, la tragica vicenda di Weimar contiene una pluralità di lezioni (e non lezioni), istituzionali e politiche, tuttora importanti che meritano di essere apprese.
Naturalmente, una trattazione esauriente è quasi impossibile anche, ma non solo, per, da un lato, l’incredibile numero di studi che sono stati dedicati alle vicissitudini di Weimar, dall’altro, per la complessità dell’evento e delle sue componenti in un paese, la Germania, che era già nella modernità e che godeva di una vita culturale di altissimo livello. Dunque, sono costretto ad essere selettivo, anche perché parto dalle conoscenze circoscritte alla (mia) scienza politica e alla mia, spero adeguata, abilità di “comparatista”.
La prima osservazione, a mio parere, molto importante e, probabilmente, non adeguatamente presente nelle numerose monografie dedicate alla Repubblica di Weimar, è che siamo di fronte ad un caso di democratizzazione: transizione da un regime autoritario ad un regime democratico. La letteratura esistente distingue le varie modalità di transizione e gli esiti con riferimento prevalente alla ridefinizione delle coalizioni socio-politiche ed economiche che si sfaldano all’inizio della transizione e si formano per condurla a termine. Potremmo anche parlare di blocchi dominanti, ma sarebbe eccessivo. Quello che, invece, pare accertato nel caso della Germania è che due, forse, tre dei gruppi dominanti: Forze Armate, burocrazia, Junker (i grandi e potenti latifondisti prussiani), si videro sottrarre parte, ma soltanto parte, del loro potere politico e non ritennero mai del tutto legittimo il nuovo assetto come configurato nelle strutture istituzionali della Repubblica di Weimar e nella sua Costituzione.
Ad ogni buon conto, è fuor di dubbio che dal punto di vista istituzionale e politico fu effettuata una vera e propria transizione: la Germania imperiale e autoritaria fu costretta anche dalla sconfitta in guerra a cedere il passo ad una Repubblica democratica. Però, qui vorrei evidenziare un elemento molto significativo che, per un insieme di ragione non mi pare sia mai stato colto e mai stato approfondito. A sua insaputa e, persino, all’insaputa degli autorevoli giuristi, a cominciare da Hugo Preuss, considerato il più influente fra loro, la Costituzione di Weimar disegnò una repubblica semi-presidenziale. La mia affermazione deve essere motivata con precisione. Weimar non fu una democrazia parlamentare se definiamo, come ritengo corretto, democrazie parlamentari i regimi nei quali il governo nasce, funziona, cambia in Parlamento e, come avrebbe voluto Max Weber, il capo del governo è il “dittatore del campo di battaglia parlamentare”. Nella Repubblica di Weimar il potere esecutivo non fu mai del tutto nelle mani del Cancelliere che dovette sempre fare i conti con il Presidente della Repubblica. Nelle democrazie parlamentari, se non sono monarchie, il Presidente è eletto dal Parlamento (un’altra delle attività che fanno del Parlamento un organismo centrale). Dopodiché, naturalmente, il Presidente, capo dello Stato, ha una gamma variabile di poteri, ma in pratica, non è mai il capo dell’esecutivo.
La Costituzione di Weimar stabilì il principio dell’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica. Non esistevano precedenti né casi simili. Questa scelta è assolutamente comprensibile e, forse, anche giustificabile poiché era importante conferire legittimità alla Presidenza, una legittimità comparabile a quella dell’ereditarietà di cui aveva goduto l’Imperatore. Oggi, abbiamo imparato che l’elezione popolare diretta del capo dello Stato comporta una pluralità di rischi, fra i quali, il prevalere della “popolarità” e delle qualità personali, non politiche, del candidato sulla sua esperienza e competenza politica, ma Weimar operava in un terreno sostanzialmente sconosciuto. Il primo presidente della Repubblica, il socialdemocratico, Friedrich Ebert, fu eletto dall’Assemblea Costituente nel febbraio 1919. Con una modifica a maggioranza qualificata della Costituzione, il suo mandato fu poi prolungato fino al giugno 1925, ma Ebert morì in carica nel febbraio 1925.
Quelle elezioni presidenziali del 1925 già contengono e manifestano elementi di notevole problematicità, per lo più non sufficientemente segnalati e approfonditi. Primo, se nessun candidato otteneva la maggioranza assoluta dei votanti, si passava al secondo turno che non era un ballottaggio fra i due meglio piazzati. Infatti, il secondo turno era aperto a tre candidati. Secondo elemento di rilievo, al secondo turno poteva entrare in campo anche un candidato non presente al primo turno. Avvenne proprio così. Dopo il primo turno, a causa della dichiarata indisponibilità del Zentrum di votare il candidato socialdemocratico, l’SDP scelse di ritirare il suo candidato e di appoggiare Wilhelm Marx, mentre DNP e DNDP decisero di sostituire Jarres a favore del quasi ottantenne Maresciallo Paul von Hindenburg. La tabella 1 mostra la distribuzione dei voti.
È lecito interrogarsi su che cosa sarebbe successo se l’elezione presidenziale avesse previsto il ballottaggio fra i due candidati meglio piazzati. Mi limito a notare che gli elettori del candidato comunista che non sarebbe più stato in lizza avrebbero dovuto scegliere fra l’astensione e il voto, probabilmente a favore del candidato socialdemocratico. Naturalmente, lo stesso discorso vale per gli elettori di tutti gli altri candidati, in particolari quelli del Zentrum (il cui candidato riuscì ad andare alquanto oltre la somma dei voti SPD-Zentrum: una prestazione straordinaria). Per tutti coloro che temono il declino della partecipazione elettorale quando gli elettori sono chiamati alle urne due volte in breve sequenza, vale la pena evidenziare una vera e propria impennata di partecipazione. Al secondo turno votarono quasi 3 milioni e 500 mila elettori in più.
Sette anni dopo la situazione era notevolmente mutata. I socialdemocratici rinunciarono addirittura a presentare un loro candidato sostenendo fin dall’inizio la rielezione di Hindenburg, che, però, fu mancata per poco al primo turno. I dati della tabella 2 indicano che l’affluenza alle urne fu particolarmente elevata, tra sei e dieci milioni in più rispetto al 1925, ma che fra il primo (85,6%) e il secondo turno (82%) si ebbe una diminuzione di circa 1 milione e 150 mila elettori. In termini di voti Hitler ebbe un notevole, ma non eccezionale successo. Nel complesso, poco più di un elettore su tre votò per lui che rimase comunque distanziato di quasi sei milioni da Hindenburg. Il candidato comunista Thälmann ottenne molti più voti del 1925, ma nel passaggio fra primo e secondo turno quasi un quarto degli elettori lo abbandonarono. Hindenburg, vecchio e malato, morì il 2 agosto 1934. Già cancelliere, Hitler cumulò le due cariche senza che si tenessero più elezioni presidenziali. La democrazia di Weimar era già terminata l’anno prima senza, però, è assolutamente opportuno sottolinearlo, che il Partito Nazionalsocialista di Hitler, in elezioni legislative che, peraltro, furono ampiamente manipolate, riuscisse ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti. Finché le elezioni furono libere, gli elettori tedeschi non affossarono la democrazia. In verità, non esiste nessun esempio di regime democratico assassinato dagli elettori.
Qui si innesta la seconda grande considerazione. È opinione molto diffusa (in Italia ampiamente intrattenuta e frequentemente ripetuta) che alla legge elettorale proporzionale deve essere attribuita la responsabilità maggiore, se non addirittura decisiva, non solo del cattivo funzionamento della forma di governo di Weimar, ma addirittura del crollo della sua Repubblica. Credo che sia necessario ridimensionare significativamente questa grandiosa accusa. La proporzionale fotografò, consentì, agevolò la frammentazione del sistema dei partiti della Repubblica di Weimar. “Dopo le elezioni del 1928 ci furono ottantotto parlamentari eletti da partiti che avevano ottenuto meno percentuali di voto a livello nazionale inferiore al 5” (M. R. Lepsius From Fragmented Party Democracy to Government by Emergency Decree and National Socialist Takeover: Germany, in J. Linz and A. Stepan (a cura di), The Breakdown of Democratic Regimes, Baltimore and London, The Johns Hopkins University Press, 1978, p. 45). Rese sempre, come d’altronde tutte le leggi elettorali proporzionali che conosciamo, obbligatorio procedere alla formazione di coalizioni di governo multipartitiche, composite, a Weimar più che altrove attraversate da tensioni e conflitti, ma la responsabilità fondamentale del crollo non deve essere attribuita al pur importante meccanismo elettorale. Il sistema inglese, maggioritario in collegi uninominali, non avrebbe impedito, con buona pace del pur grande studioso tedesco Ferdinand Hermens (Democracy or Anarchy? A Study of Proportional Representation, Notre Dame, University of Notre Dame Press, 1941), né l’impetuosa avanzata di Hitler né il deterioramento e l’esaurimento di Weimar. La responsabilità politica va ai dirigenti di alcuni partiti, la nebulosa di centro-destra, buona parte dei quali non nutrivano affatto sentimenti democratici, e alla struttura del sistema partitico.
Il sistema dei partiti di Weimar è uno dei casi che Giovanni Sartori collocò nella categoria dei sistemi di “pluralismo polarizzato”. Solo parzialmente il pluralismo, che non può essere “democraticamente” compresso e limitato, fa problema, ma il numero dei partiti ha inevitabili conseguenze sul funzionamento del sistema. Secondo Sartori, è probabile che un sistema che non abbia più di cinque/sei partiti possa funzionare con una dinamica centripeta, cioè con qualche convergenza verso il centro. Quando esistono più di sei partiti diventa molto più probabile che, per differenziarsi, i partiti tentino di “catturare” un loro elettorato e lo incapsulino rendendosi poco disponibili alla formazione di coalizioni che richiedano compromessi sulle politiche pubbliche. Il problema di Weimar e, più in generale, del pluralismo polarizzato era costituito, da un lato, dall’esistenza di partiti anti-sistema, cioè di partiti che volevano cambiare il sistema, e, dall’altro, dalla debolezza del centro, che, perno del sistema, infatti, subì una dolorosa frequente emorragia di voti verso destra. Nell’ultima fase è persino troppo facile identificare come “antisistema”, da un lato, i nazisti, dall’altro, i comunisti, ma Lepsius ha messo in luce, con riferimento alle percentuali di voti ottenuti dai partiti (v. Tabella 3) che esistevano tre concezioni di ordine politico e che quella intrattenuta dai partiti democratici venne gradualmente erosa fino ad essere sopravanzata da quella dei partiti autoritari.
Anche perché inevitabilmente composti da coalizioni multipartitiche i governi di Weimar furono instabili e numerosi (e viceversa). Dal febbraio 1919 al 30 gennaio 1933 vi furono addirittura 20 governi (21 se consideriamo quello guidato da Hitler) con una durata media di circa 7 mesi. La metà dei governi fu guidata da esponenti del Zentrum, quattro da personalità senza appartenenza partitica, solo tre dai socialdemocratici, due da Gustav Stresemann (DDP) (traggo questi dati dal nitido libro di G. Corni, Weimar. La Germania dal 1918 al 1933, Roma, Carocci, 2020, pp. 86-87). Ciò rilevato e sottolineato, non si può, tuttavia, considerare questa instabilità come la causa unica e decisiva e neppure come uno dei fattori più importanti del crollo della Repubblica di Weimar. In linea di massima, cercare una sola causa, la causa di qualsiasi evento singolo, per di più di gravità comparabile alla caduta della Repubblica di Weimar, è sempre e comunque, un grave errore.
Personalmente, ritengo che il contesto internazionale, fatto di molti elementi (Le conseguenze economiche della pace come scrisse già nel 1919 John Maynard Keynes) a cominciare dalle esorbitanti richieste per i danni della guerra fino alla crisi economica del 1929, ma anche il sentimento dei tedeschi di trovarsi compressi e schiacciati, nonché umiliati, abbia avuto un impatto devastante su Weimar. Sempre alla ricerca di fattori idiosincratici, ma significativi, le morti improvvise del Presidente in carica il socialdemocratico Friedrich Ebert nel 1925, del Ministro degli Esteri e Premio Nobel per la Pace Gustav Stresemann nel 1929 e financo quella del neo-rieletto Presidente Hindenburg nel 1934 produssero tutte conseguenze gravemente negative. Restando alle personalità, Lepsius (op. cit., pp. 61-69) esplora le qualità carismatiche di Hitler giungendo ad una valutazione tale da sconfinare, credo oltre le sue intenzioni, in una sorta di ammirazione per il personaggio. Infine, molti critici della Costituzione di Weimar hanno evidenziato nell’art. 48, che consentiva al Presidente della Repubblica l’esercizio quasi incondizionato di poteri emergenziali, lo strumento che grandemente agevolò lo scivolamento della Repubblica di Weimar fuori dal perimetro democratico. Non condivido.
Da parte mia, credo che a tutto questo si debba aggiungere un elemento relativo alla cultura pre-politica più che politica dei tedeschi, adombrato da Lepsius nel suo riferimento alle concezioni dell’ordine politico. Dalla famiglia alla scuola, dalle chiese alla burocrazia e alle Forze Armate in tutte queste sedi dominavano modalità gerarchiche e spesso autoritarie di interazione e di scambi che, ovviamente, non potevano reggere una strutturazione politica democratica, mentre l’accentramento del potere al vertice delle associazioni professionali, sindacati compresi ne favorì la conquista (Gleichschaltung) ad opera dei nazisti. A Weimar, sostenne anni dopo, Dankwart Rustow, politologo nato a Berlino che, quattordicenne, lasciò la Germania nel 1938, mancò il tempo per la fase di assuefazione (habituation) ai valori democratici.
“Che cosa rimane di Weimar?” è un quesito che continua a essere sollevato rozzamente, spesso senza sufficiente intelligenza interpretativa, senza “immaginazione” politologica. Dovrebbe essere chiaro a tutti che per le democrazie contemporanee dietro l’angolo non c’è oggi nessuna Weimar, intesa come crisi e crollo delle loro istituzioni e regole, soltanto perché, ad esempio, viene utilizzata una legge elettorale proporzionale senza clausole contro la frammentazione dei partiti e del sistema di partiti. Dietro l’angolo di governi instabili e improduttivi non c’è necessariamente Weimar. Neppure se fa la sua comparsa una crisi economica di dimensioni straordinarie siamo alle soglie di Weimar. Negli anni settanta dello scorso secolo. quando l’Italia era, da un lato, il terreno di scontro di movimenti terroristi di sinistra e di destra e, dall’altro, il suo tasso di inflazione e quello di disoccupazione si sommavano a formare un alto “indice di miseria”, come definito dal sociologo e politologo USA Seymour Martin Lipset, non mi risulta che gli studiosi e neppure i commentatori politici abbiano fatto riferimento a Weimar. Più correttamente molti scrissero di crisi di governabilità, attribuendola, a mio parere, non del tutto convincentemente piuttosto ad un sovraccarico di domande provenienti da società altamente mobilitate.
Nel frattempo, però, in maniera relativamente silenziosa la Repubblica di Weimar aveva fatto la sua non riconosciuta ricomparsa con alcuni non piccoli, ma neppure stravolgenti, ritocchi, nella Costituzione gollista della Quinta Repubblica francese (1958) che (ri)dava vita ad un sistema semi-presidenziale. A regime: elezione popolare diretta con ballottaggio del Presidente della Repubblica dotato del potere di sciogliere il Parlamento e di dichiarare lo stato di emergenza, esistenza di un Primo ministro che rimane in carica se l’Assemblea nazionale non esprime un voto di sfiducia nei suoi confronti. La vera significativa differenza è data dalla legge elettorale che in Francia è maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. È importante aggiungere anche che la Francia ha avuto il suo leader sicuramente (e doppiamente nel 1940 e nel 1958) carismatico, ma anche sicuramente democratico: il Gen. Charles de Gaulle.
Alla fine di questa selettiva narrazione si trova una “morale” comparativa? Credo di sì. Le istituzioni, i meccanismi, le regole contano. Anche piccole variazioni come quelle introdotte nel suo assetto istituzionale e elettorale dalla Quinta Repubblica rispetto alla Repubblica di Weimar possono fare (e hanno fatto) una enorme differenza. Ne concludo che soltanto la comparazione condotta “sistemicamente”, non a pezzi e bocconi, è in grado di apprendere e impartire lezioni istituzionali convincenti.
*Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei lincei.
Caro Mario, se l’offerta arriva, it’s your choice ma… Firmato Pasquino @formichenews
Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo? Tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del presidente? Comunque vada sarebbe subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità. Il commento di Gianfranco Pasquino
Nell’autunno del 1974 una decina o poco più di italiani si trovava qualche volta di sabato qualche volta di domenica a Belmont, un elegante sobborgo di Cambridge, Massachusetts, dove abita(va) Sergio Brosio. Nipote di Manlio, famoso ambasciatore e segretario generale della NATO, Sergio era stato più volte campione nazionale di pattinaggio, con ottimi risultati anche a livello europeo. Era un anno avanti a me, sezione A, al Liceo Classico Cavour di Torino, dove avevamo avuto come compagni sia Livio Berruti sia Adelaide Aglietta. Era Sergio che ci ospitava e che ci forniva bevande, thé, pasticcini italiani. Prima e dopo giocavamo al pallone.
Fra noi c’era anche, più giovane di qualche anno, Mario Draghi, già sposato con Serena e, curiosamente, Serena era anche il nome della moglie di Franco Modigliani, futuro Premio Nobel, autorevole Professore di Economia al Massachusetts Institute of Technology, con il quale Mario studiava per prendere il dottorato. Però, come giocatore di calcio Mario non era un granché: lento, poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli. Di politica parlava molto raramente. Sentivamo che non aveva forti passioni. Non era certo un uomo di sinistra quanto piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato. Sergio Brosio era liberale come suo zio. Altri fra noi si collocavano variamente a sinistra (non comunista, se no, non avremmo avuto il visto!), ma nelle discussioni “politiche” Mario brillava per la sua riservatezza.
Da allora ci siamo rivisti brevemente una sola volta, ma abbiamo corrisposto per posta elettronica. La sua competenza economica e il suo coraggio in questo campo sono evidenti e commendevoli. La sua conoscenza della politica, meno che mai quella politicata all’italiana, mi pare embrionale. Da uomo intelligente imparerebbe presto e molto. Credo che, nel frattempo, sia al tempo stesso gratificato e incuriosito, con un sorriso scettico sulle labbra, a sentire che molti lo ritengono il Presidente del Consiglio ideale per eventualmente sostituire (un esausto) Conte.
Chi lo propone sottovaluta, se non addirittura trascura, la moltitudine di inconvenienti sulla strada di Palazzo Chigi. Draghi dovrebbe essere alla guida di un governo di quale tipo, qui le formule si sprecano: tecnico, di unità nazionale, di solidarietà, di grandissima coalizione, “inciucio”, di sospensione della politica, del Presidente? Sarebbe subito esposto a due critiche, entrambe sbagliate, ma orientate a metterne in questione la legittimità: non avere personalmente superato il vaglio elettorale, essere a capo di un governo non scelto dal popolo/non uscito dalle urne.
E poco importa che dal punto di vista della Costituzione italiana le obiezioni siano risibili e fuori luogo. Al momento, molto dipende da chi gli sarà offerta l’opportunità. Molto dalla sua valutazione personale. Non credo che gli piacerebbe il ruolo di “uomo della Provvidenza”. Ciampi nel 1993-1994 conosceva molto più da vicino i politici e il sistema dei partiti era più stabile dell’attuale con la consapevolezza diffusa della gravità della crisi.
Draghi mi sembra sia molto più un outsider. Avrebbe bisogno di notevole aiuto, di una rete di collaboratori non esibizionisti, disposti a grandi sacrifici. Alla fine della ballata, caro Mario, in larga misura, se l’offerta arriva, it’s your choice.
Pubblicato il 19 dicembre 2020 su formiche.net
Realisticamente. Per salvare vite bisogna sempre pagare un prezzo #MazaraDelVallo
Fuori dall’ipocrisia generalizzata: in qualsiasi caso di rapimento e di sequestri di persona, nazionali e internazionali, gli Stati si trovano di fronte a scelte difficilissime. Per lo più, scelgono, opportunamente, di salvare la vita dei loro cittadini. Quindi, è giusto rallegrarsi che i pescatori di Mazara del Vallo siano tornati a casa dopo una evidente trattativa con il Gen. Haftar. Le pressioni diplomatiche con chi non è neppure un capo di Stato non sarebbero state sufficienti. Non sappiamo, ma mi pare abbastanza probabile, se Haftar ha ottenuto dal governo italiano denaro o altre risorse. Non lo troverei comunque politicamente riprovevole. È sicuro che ha voluto puntellare il suo traballante prestigio mostrandosi generoso, ma soprattutto ottenendo dal Presidente del Consiglio Conte e dal Ministro degli Esteri Di Maio un bene intangibile, ma per lui importantissimo: il riconoscimento di essere un interlocutore.
Mi pare fuori luogo e fuori misura criticare il governo per questo riconoscimento. Chiunque voglia porre fine alla crisi e disintegrazione della Libia deve coinvolgere Haftar. Su un piano più generale, sono oramai molti i governi che hanno dovuto fare i conti con rapimenti e sequestri. Quasi tutti in quasi tutte le occasioni hanno deciso di trattare e di offrire qualcosa in cambio per la vita e la libertà dei loro cittadini. Pagare è spesso la scelta più semplice, ma deve essere effettuata nella maniera più riservata possibile. Se e quando i sequestratori, i pirati, i gruppi terroristi vengono a conoscenza della disponibilità di uno Stato a pagare si sentiranno incoraggiati ad agire di conseguenza. E, naturalmente, le autorità statali negheranno fino all’ultimo anche di fronte a prove irrefutabili delle quali neppure le varie comunità nazionali vogliono sentire parlare.
Sono stati numerosissimi i veli di silenzio che hanno coperto trattative svolte e pagamenti effettuati. Alcuni, pochissimi Stati talvolta non pagano e cercano di liberare i loro cittadini con operazioni di intelligence e, in ultima istanza, militari. Da un lato, abbiamo gli Stati Uniti che, in quanto superpotenza, non vuole essere umiliata, ma che ha dovuto imparare dal fallimento disastroso della loro operazione a Teheran nell’aprile 1980 iraniano, ad essere molto più cauta. Dall’altro lato, c’è Israele, una piccola potenza, con un servizio segreto, il Mossad, di straordinaria competenza, e con forze armate di pronto intervento che sanno che debbono sempre lottare per la sopravvivenza del loro Stato che nessun negoziato può garantire. Di qui discendono frequenti e spettacolari operazioni di salvataggio e di rappresaglia.
Non è e non può essere questa la strategia italiana. Non dobbiamo rammaricarci e neppure criticare i nostri governi perché trattano e negoziano. Forse dovremmo chiedere ai nostri concittadini, turisti e giornalisti, di non mettersi sconsideratamente nei guai. Non era questo il caso dei pescatori. Quindi, fine delle polemiche politicizzate e bentornati a casa.
Pubblicato AGL il 19 dicembre 2020
Dove sta l’equilibrio tra apertura alla circolazione dei cittadini e controllo della pandemia?
Qual è il punto di equilibrio fra l’apertura commerciale per la libera circolazione degli italiani e il rischio dei contagi da Covid-19? Nessuno lo sa, neppure il migliore dei governi e i migliori degli epidemiologi. Alcuni governi: Nuova Zelanda e Taiwan in testa hanno privilegiato la salute dei loro cittadini e hanno chiuso tutto. La Germania di Angela Merkel ha scelto in questo senso per almeno tre settimane. Il governo italiano ha probabilmente oscillato troppo, ma le dichiarazioni contrastanti e contraddittorie delle opposizioni e dei Presidenti di regione rivelano che non avrebbero fatto meglio. Dovendo scegliere direi: assoluta disciplina personale e chiusura totale.
Il passaggio da Conte a Draghi non è così facile @DomaniGiornale

Siamo arrivati ad un momento di svolta. Forse. Quindi, più che giusto è opportuno che emergano tutte le soluzioni che i politici italiani sanno formulare con grande fantasia e, per l’appunto, con abbondanti dosi di opportunismo. Dopo avere sistematicamente criticato i parlamentari che non appoggiavano la sua richiesta di scioglimento del Parlamento e di elezioni anticipate, accusandoli di essere attaccati alle poltrone, Matteo Salvini ne riconosce l’importanza e offre agli “appoltronati” una luccicante ancora di salvezza. Che almeno una ventina di loro (alla Camera nel Gruppo, variamente, Misto ci sono più di quaranta deputati e al Senato sono più di venti) si dichiari disponibile a convergere sulla formazione di un governo di centro-destra. Salveranno la poltrona e il paese. Dal canto suo, l’altro Matteo, Renzi, pensa molto più in grande. Lui che, capo del governo annunciò la “disintermediazione” ovvero la fine della fastidiosissima concertazione di alcuni provvedimenti legislativi con le parti sociali, adesso chiede che Conte proceda, quantomeno alla consultazione dei sindaci, dei sindacati (sic), delle associazioni di categoria.
Molti ricordano che con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi voleva dare maggiori poteri decisionali al capo del governo. Che i suoi sostenitori insistevano da tempo per innestare nella democrazia parlamentare italiana un mai meglio precisato “premierato forte”. Che, insomma, era ora di avere anche in Italia una “democrazia decidente”. Lo scrisse più volte Luciano Violante a sostegno del referendum e di Renzi. Invece, sembra che siano stati sufficienti due DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) al mese, la maggior parte poi tradotta in decreti approvati dal Parlamento, a fare di Giuseppe Conte un leader autoritario. Invece del premierato forte dobbiamo preoccuparci del “complesso del tiranno”. Un giorno, poi, si dirà di Conte, che “ha fatto anche cose buone”. La priorità è di imporgli tutti i lacci e i lacciuoli possibili: nessuna cabina di regia da lui presieduta, presenza di rappresentanti dei partiti di governo ad ogni stadio e in ogni luogo si deliberi sull’assegnazione degli ingenti fondi NextGenerationEU e, soprattutto, il minor numero possibile di manager e di tecnici che tolgano potere ai burocrati, sempre criticati, oggi da recuperare in pompa magna. A scanso di equivoci, era sbagliata la critica indiscriminata. È altrettanto sbagliato l’affidamento quasi esclusivo ai burocrati della gestione dei fondi.
Opinionisti e giornalisti hanno dato per spacciato Conte all’inizio dell’estate. Hanno previsto la sua caduta a settembre. Adesso i tempi sono ancora più maturi. La frase “il governo cadrà”, priva di senso se non dice perché e soprattutto quando, continua a essere ripetuta. Conte sembra non curarsi di loro, ma “guarda e passa” e, molto spesso, fa aperture, prende tempo, ricalibra la sua azione. I “cadutisti” s’ impegnano, non proprio brillantemente, a trovare il sostituto. Fanno un’incursione nelle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica il quale, art. 92 della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non possono esserci dubbi sul fatto che Mattarella nominerà/nominerebbe chi è in grado di garantire stabilità per quel che rimane della legislatura, due anni e più non è poco, e efficienza, nonché “europeismo”. Non so se questa persona è Mario Draghi, ma il suo nome circola da tempo e riscuote notevoli e pienamente giustificati apprezzamenti che, però, nulla possono dire sulle sue competenze e capacità propriamente politiche. L’elemento a mio parere più inquietante è dato da coloro che criticano, un giorno sì e quello dopo pure, Giuseppe Conte perché non ha nessuna legittimazione elettorale e politica. L’art. 94 della Costituzione non chiede legittimazione elettorale limitandosi saggiamente (perché mantiene aperta la porta della flessibilità, dell’adattabilità e della trasformazione dei governi) a stabilire che “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Può benissimo essere che Draghi riuscirebbe a costruire un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio, però, è che, fin da subito e poi continuamente, sarà accusato di mancare di legittimazione elettorale. Il suo non sarà “un governo uscito dalle urne” come dicono quelli che non sanno e non vogliono imparare che nelle democrazie parlamentari nessun governo esce dalle urne. Retroscenisti e cartomanti continueranno a esibirsi in profezie tanto sbagliate quanto irrilevanti.
Pubblicato il 18 dicembre 2020 su Domani
Cade? Non cade? È già caduto? Cadrà? E chi lo farà cadere? Riportiamo il dibattito sul suo terreno!
Povero Conte: non ha legittimazione elettorale e, allora, sostengono gli intelligentissimi analisti della politica italiana, deve essere sostituito. Forse era già “caduto” prima dell’estate, poi a settembre, forse domani, quasi sicuramente a gennaio 2021. Il sostituto è bell’e pronto: Mario Draghi, la cui legittimazione elettorale mi sfugge. Invece, non mi è sfuggito l’invito di Salvini ad una ventina di parlamentari, che in altri recentissimi tempi lui ha bollato come voltagabbana appiccicati alle poltrone, affinché appoggino un governo di centrodestra. Disperato il Salvini, disperante il Renzi che ha annunciato che il governo Conte cadrà, giustamente irritato il Presidente Mattarella, inquieti gli europei. In nome del popolo italiano.
Il conferimento della Legion d’Onore al dittatore egiziano Al-Sisi viola uno dei più alti principi a fondamento dell’Unione Europea #GiulioRegeni #PatrickZaki
Corrado Augias ha compiuto un gesto meritevole del nostro più vivo apprezzamento. Ha restituito la Legion d’Onore all’ambasciata di Francia a Roma in protesta contro il conferimento della stessa onorificenza al dittatore egiziano Al-Sisi. Dal canto suo, il Presidente Macron ha platealmente violato uno dei più alti principi a fondamento dell’Unione Europea: protezione e promozione dei diritti delle persone. Macron è certamente al corrente del rapimento, tortura e assassinio di Giulio Regeni. La politica estera non si svolge all’insegna di valori morali, ma non può, non deve calpestarli per scambi commerciali e prestigio nazionale.
Legion d’Onore, perché sto dalla parte di Augias. L’opinione di Pasquino @formichenews
Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone. L’opinione di Gianfranco Pasquino
Con un gesto nobile e esemplare Corrado Augias ha restituito all’ambasciatore di Francia a Roma la Legion d’Onore per protestare contro l’assegnazione della stessa onorificenza al presidente egiziano Al-Sisi. La motivazione di Augias è chiara e condivisibile. Non si può stare nella stessa compagnia di chi, come Al-Sisi, calpesta i diritti umani.
Da anni gli egiziani depistano le indagini sul rapimento e l’assassinio di Giulio Regeni; da quasi un anno tengono in carcere in condizioni repellenti il loro concittadino Patrick Zaki, studente di master all’Università di Bologna, senza un’imputazione precisa. Questi fatti sono ben noti alle autorità francesi e, naturalmente, anche al presidente Macron. Infatti, la concessione della Legion d’Onore a Al-Sisi è stata fatta quasi di soppiatto senza grande cerimonia, non a causa del Covid, ma per timore delle proteste dei francesi stessi, a cominciare dagli intellettuali. Non voglio fare paragoni, ma ricordo che in occasione dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, Nenni restituì il premio Lenin per la pace ricevuto nel 1951. Mi aspetterei che anche altri italiani premiati con la Legion d’Onore seguissero, ciascuna con la sua motivazione che, però, deve assolutamente includere Regeni (e Zaki), l’esempio di Augias. Particolarmente importante è che lo facciano Emma Bonino e Piero Fassino, per il loro ruolo politico e sensibilità personale ai diritti delle persone.
In alcune dichiarazioni Augias ha sostenuto che comprende i vincoli dell’azione politica. È lampante, peraltro, che non è affatto disposto a condividerli e a giustificarli in nome del mercato, del più o meno libero commercio, della rilevanza strategica. Sono tutte motivazioni che hanno appesantito i comportamenti delle autorità italiane e che non hanno condotto a nessun esito. Evidentemente, a sua volta, il presidente Macron pone a fondamento della sua politica estera motivazioni che nulla hanno a che vedere con i diritti, alla faccia di tutti coloro che fra noi (e fra i francesi stessi) hanno ammirato la République proprio per la sua opera ispirata dalla protezione e dalla promozione dei diritti umani.
Quella Legion d’Onore a Al-Sisi avrebbe potuto essere condizionata al suo impegno a rispondere alle richiese della magistratura italiana (manifestazione della solidarietà fra Paesi europei, non di malposta concorrenza). A maggior ragione, dovremo noi, proprio come insistentemente fanno i genitori di Regeni, chiedere alle autorità italiane, dal ministro degli Esteri al ministro della Difesa e, naturalmente al capo del governo che alzino il tiro dell’azione diplomatica, a cominciare dal sempre più sacrosanto richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo e al blocco delle transazioni commerciali.
Una volta per tutte (sì, sono consapevole del tasso di retorica di questa affermazione) è essenziale che si dica alto e forte che anche sulla scena internazionale, non v’è nulla di più importante dei diritti delle persone.
Pubblicato il 14 dicembre 2020 su formiche.net
Renzi sta indebolendo l’Italia #intervista @ilgiornale
“Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”. Matteo Renzi, il promotore del governo giallorosso, veste nuovamente i panni di Jep Gambardella e sembra pronto a far cadere Giuseppe Conte. Abbiamo chiesto a Gianfranco Pasquino, di analizzare l’attuale situazione politica.
Intervista raccolta da Francesco Curridori Domenico Ferrara
Renzi, da leader di un partito “a vocazione maggioritaria” rischia di passare alla storia come un Mastella qualunque o il nuovo Ghino di tacco. Perché è avvenuta questa mutazione e dove lo porterà?
Io credo che la trasformazione sia effettivamente in corso, credo che il suo problema sia che non è mai riuscito a capire esattamente che cos’è la politica a livello nazionale e a questo punto è capo di un partitino e deve fare fruttare quella che è una rendita di posizione perché è in qualche modo il dominus di questo governo coi suoi parlamentari, una volta che si andasse a votare perderà questo ruolo e dunque scomparirà, quindi deve fare fruttare tutto adesso, dipende dalla sua mancanza complessiva di cultura politica.
Qual è l’obiettivo di Renzi? Rimpasto o elezioni?
Adesso apparentemente l’obiettivo immediato è di riuscire a controllare parte dell’ingente somma di denaro che verrà attraverso il Recovery Fund, l’obiettivo successivo probabilmente è un rimpasto anche se credo che non sia il problema di avere più ministri, forse vuole sconfiggere Conte con qualcuno che faccia più attenzione alle sue esigenze.
Il premier ha rilasciato una serie di interviste nelle quale si dice disponibile a trattare. La sua poltrona, stavolta, scricchiola per davvero?
No, io credo che Conte sia molto abile a contrastare queste che sono più che punture di spillo, sono tentativi di spingerlo giù da un burrone, credo che abbia dietro di sé Mattarella perché sa che non sarà facile sostituire Conte come primo ministro, credo che riuscirà a superare questo e lo farà cedendo parte del suo potere di controllo del denaro, credo che sia una buona cosa perché ha accentrato troppo nelle sue mani la gestione di questi ingenti fondi.
Nel merito del problema, sulla cabina di regia, Renzi ha ragione oppure è solo un pretesto per far cadere Conte?
Qualcuno mi accusa di essere prevenuto nei confronti di Renzi, io invece sostengo di essere postvenuto, cioè di aver visto e valutato tutti i suoi comportamenti a partire da quando fece cadere il governo Letta per sostituirlo, le sue affermazioni che poi contraddiceva coi suoi comportamenti, credo che abbia torto perché non sta operando per far funzionare meglio il governo del Paese ma sta intralciando questo funzionamento, sta minacciando, sta ricattando, indebolendo il governo, indebolendo l’Italia perché Conte è il volto italiano a Bruxelles.
Renzi, in caso di elezioni, è destinato a sparire oppure può sperare di avere di nuovo un ruolo centrale nella politica italiana?
Dipende moltissimo dalla legge elettorale, infatti Renzi dice una cosa che è sbagliata ma che contrasta quello che tutti chiamano il ritorno al proporzionale. L’attuale legge Rosato è una legge 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritario, quindi nella proporzionale ci siamo già. Se ci sarà una soglia di esclusione del 5% Renzi non entrerà nel Parlamento.
Pubblicato il 11 dicembre 2020 si ilgiornale.it





