La democrazia realista contro quella liberale #vivalaLettura @La_Lettura
L’americano John Mearsheimer attacca il liberalismo progressista che aspira a diffondere i regimi rappresentativi. Così svaluta i meriti delle istituzioni internazionali e si mostra incoerente: sostiene che la pace si può ottenere solo in un mondo in cui l’economia prevalga sulla politica, ma poi, cercando di delineare un’alternativa, punta proprio su strumenti politici.
John J. Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo,
LUISS University Press
Bisogna “rendere il mondo un luogo sicuro per la democrazia”, come proclamò nel 1917 Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti entrando nella Prima Guerra mondiale, oppure gli Stati debbono perseguire essenzialmente e prioritariamente un’altra/altre finalità? Con Wilson nacque il liberalismo progressista in politica estera che, secondo John Mearsheimer, è causa di tutti i mali possibili, in particolare negli ultimi trent’anni. A prescindere dal colore politico dei Presidenti, Reagan, Bush Sr., Clinton, Bush Jr., e persino Obama, per Trump il verdetto non c’è ancora, ma si annuncia più favorevole, quel liberalismo progressista ha improntato la politica estera USA. Però, argomenta perentoriamente l’autore di questo notevole libro, esiste un’alternativa ed è chiara. Si chiama realismo e si basa su alcuni presupposti semplici e sempre validi. Gli Stati-nazione hanno una preoccupazione prevalente, dominante: la sopravvivenza. Dunque, la loro politica estera deve essere formulata senza troppi fronzoli per perseguire in maniera praticamente esclusiva quell’obiettivo. Del contorno non deve curarsi. Sono i liberali progressisti che, facendosi forti di una generalizzazione largamente accettata, ma che Mearsheimer mette in discussione (non sono, in verità, sicuro che la confuti convincentemente facendo diventare democrazie regimi molto dubbi e guerre conflitti limitati, poco più che scaramucce), “le democrazie non si fanno guerra fra di loro”, cercano di fare spuntare qua e là altre democrazie per ridimensionare le guerre fino a eliminarle del tutto.
Il ragionamento dei liberali progressisti parte dall’affermazione/constatazione dell’esistenza di diritti inalienabili dei cittadini. Le democrazie li garantiscono; i regimi non democratici per lo più li calpestano ad libitum. Quindi, è giusto, persino moralmente doveroso, sostengono i liberali progressisti, intervenire nei paesi non democratici a sostegno dei diritti degli uomini e delle donne ogniqualvolta siano pesantemente violati. Il regime change, proprio quello sbandierato da George W. Bush come obiettivo fondamentale nella sua guerra contro Saddam Hussein, serve ad aprire la strada alla democrazia e quante più democrazie esisteranno maggiore sarà l’esecrazione di regimi non democratici e repressivi. Mearsheimer ha buon gioco a fare notare che nessuna democrazia è emersa dalla vittoria USA in Iraq e che, anzi, un po’ tutto il Medio-Oriente, dall’Egitto alla Sira, dalla Libia allo Yemen, è stato destabilizzato con gravi pericoli e guasti per i diritti umani, a partire dal più importante di loro: il diritto alla vita. Per di più, sottolinea l’autore, un po’ tutti gli interventi armati “liberali” comportano anche rischi e brutte conseguenze all’interno delle democrazie interventiste. I loro governanti mentono su obiettivi e costi della guerra, occultano e manipolano le informazioni, colpiscono e puniscono i loro cittadini dissenzienti, violano grandemente i diritti dei prigionieri, le torture e i detenuti di Guantanamo rappresentando gli esempi più raccapriccianti. Il progressismo liberale in politica estera diventa quasi ineluttabilmente molto illiberale all’interno del proprio paese.
“Il liberalismo all’estero conduce all’illiberalismo in patria” (p. 26). Invece, i liberali progressisti preferiscono porre l’accento sul fatto che l’ordine politico internazionale liberale ha per molti decenni costruito e sostenuto tre esiti positivi: una situazione complessiva di pace fra tutte le democrazie; una notevole interdipendenza basata sul libero commercio; il funzionamento di una rete di istituzioni internazionali (Fondo Monetario, Banca Mondiale, NATO). Mearsheimer non ha nessuna difficoltà a mettere in dubbio tutt’e tre gli esiti, rilevandone la fragilità e l’illusorietà. Anzi, per quel che riguarda la NATO, l’autore ha buon gioco nell’esporre le drammatiche conseguenze della sua prospettata espansione alla Georgia e all’Ucraina. Naturalmente, l’esempio per così dire migliore probante che di ordine politico internazionale ce n’è davvero poco è costituito proprio dalla necessità che i policy-makers degli USA di fare ricorso alla guerra. Dal 1989 (caduta del Muro di Berlino e inizio della loro egemonia unipolare), gli Stati Uniti hanno combattuto due anni su tre su sette fronti differenti (p. 26). Non basta certamente la libertà e la realtà degli scambi commerciali a impedire agli Stati di farsi la guerra e la debolezza delle istituzioni internazionali prive di qualsiasi potere coercitivo non è d’aiuto ai costruttori di pace.
Forse un po’ contraddittoriamente, l’autore afferma che la pace si potrà/si potrebbe ottenere in un mondo in cui l’economia abbia il predominio sulla politica (p. 73). Quando, però, necessariamente e volutamente, Mearsheimer perviene a delineare la sua alternativa mette, eccome, l’accento proprio sulla politica. Preliminarmente, nota che all’interno di ciascuno Stato l’elemento più importante, spesso dominante, è il nazionalismo basato sul senso, quando non anche l’orgoglio, di appartenenza a una comunità, ai suoi stili di vita, ai suoi valori più diffusi che rarissimamente contemplano il desiderio di andare in altre parti del mondo per proteggere e promuovere i diritti umani. Nel caso degli USA è evidente una chiara discrepanza fra le preferenze della cittadinanza e quelle delle elite che si occupano di politica estera e che la fanno da decenni implementando i principi del liberalismo progressista. [Fra loro, ovviamente, non troviamo l’autore di questo libro, che, infatti, pure molto apprezzato docente di Relazioni Internazionali all’Università di Chicago, non è ancora stato chiamato a far parte del Chicago Council on Global Affairs. Concludendo, c’è un’unica vera alternativa al liberalismo progressista.] Mearsheimer la delinea brevemente, ma con grande vigore: è il realismo. Comincia con il mettere al primo posto l’America. Continua con lo schivare, tutte le volte che incrocino gli interessi degli USA, le regole delle istituzioni internazionali. Perviene a modalità di rapporti con la Cina e, soprattutto, con Putin che nessun progressista liberale potrebbe giudicare positivamente. Tutto questo si colloca coerentemente nella visione realista delle relazioni internazionali formulata da Mearsheimer: gli Stati che perseguono senza tentennamenti e sbandamenti il loro interesse nazionale non destabilizzeranno il sistema internazionale e salvaguarderanno nella misura del possibile sia la loro sovranità sia la pace. Quanto alle democrazie, conclude l’autore di questa graffiante analisi, invece di impegnarsi in costosi e spesso fallimentari tentativi di esportazione delle loro istituzioni e pratiche, dovrebbero procedere a migliorare la loro qualità fiduciose che altri regimi e altri governanti ne procederanno all’emulazione.
Pubblicato il 27 ottobre 2019 su LA LETTURA 413 Corriere della sera
Polis: il futuro della politica #27ottobre #Palermo Festival delle Filosofie II edizione
FESTIVAL DELLA FILOSOFIE
Aula Magna della Falcoltà di Giurisprudenza
Via Maqueda, 172
27 ottobre ore 10 – 13
POLIS: IL FUTURO DELLA POLITICA
Gianfranco Pasquino
Leoluca Orlando
Discussant Enrico Camilleri
Introduce e modera Sorina Soare
Nei partiti abbiamo già visto correnti di opinione e correnti di potere. Adesso vediamo persone che si muovono seguendo un leader che promette cariche e rielezione…
È frequente e anche positivo che in un partito esista una pluralità di opinioni, si formulino più proposte, si prospettino più soluzioni. È anche possibile che i portatori di opinioni, proposte, soluzioni simili si organizzino, agiscano insieme. Le correnti diventano, però, deleterie, quando si organizzano non per contribuire all’elaborazione e attuazione di una linea politica, ma per dare cariche a persone che, proprio perché sono senza idee, si spostano seguendo un leader “promettente”: propensione italiana tuttora Piuttosto Diffusa (PD).
Partiti con potenziale di coalizione e potenziale di ricatto: una situazione non sana risolvibile con una buona legge elettorale
Bisogna (sapere) contare i partiti che contano. La lezione di Sartori è che, piccoli o no, contano i partiti che hanno potenziale di coalizione, ovvero possono andare al governo, e i partiti che hanno potenziale di intimidazione e ricatto, vale a dire che rendono, anche dall’opposizione, la vita difficile ai governi. Figuriamoci quando i partiti(ni) con potenziale di ricatto si sono ritagliati uno spazio dentro il governo!
L’Europa, memoria e futuro #Bologna #22ottobre @MOVFEDEUROPEO @BolognaMfe
In occasione del XXIX Congresso nazionale del Movimento Federalista Europeo, Bologna 18-20 ottobre 2019, l’Istituto Storico Parri propone una
Discussione sulle culture politiche europee e europeiste all’inizio di una nuova legislatura europea
22 ottobre 2019 ore 17:30
Istituto Storico Parri, sala ex Refettorio, via Sant’Isaia 20
Saluto di
Giacomo Manzoli
partecipano
Giancarla Codrignani
Gianfranco Pasquino
Elly Schlein
introduce e conduce
Luca Alessandrini
INVITO Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica @egeaonline #19ottobre #Ravenna Biblioteca Casa di Oriani
Sabato 19 ottobre 2019 – ore 17
Biblioteca Casa di Oriani
Sala Spadolini – via Corrado Ricci, 26
Gianfranco Pasquino
Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica
(Università Bocconi Editore)
Dialogano con l’autore
Sauro Mattarelli
Alessandro Luparini
Maria Paola Patuelli
Coordina
Angelo Morini
Caro Direttore del @ilfoglio_it di persona personalmente sono per la trasparenza
La notizia è che il direttore del Foglio Claudio Cerasa è un collezionista in the closet. Mi chiede interventi e lettere. Quando contraddicono le sue opinioni li mette nel closet. Di persona personalmente sono per la trasparenza. Quindi, ecco. Proporzionalisti e maggioritari genuini, buona lettura.
Caro Direttore,
cosa (mal)fatta capo ha. Il “taglio” delle “poltrone” dei parlamentari non avrà nessun effetto benefico sul funzionamento del Parlamento e sulla qualità della democrazia italiana. Tranne che con la riduzione delle spese e con una maggiore rapidità del procedimento legislativo, tutta da verificare, i promotori delle Cinque Stelle non hanno saputo giustificarlo. Dirò, invece, che quel taglio è parte integrante, e pericolosa, del loro antiparlamentarismo che è destinato a erodere la già non lussureggiante democrazia parlamentare italiana.
In maniera del tutto curiosa ovvero piuttosto ridicola, appena approvata la riforma costituzionale se ne stanno già cercando i correttivi, ammissione esplicita che la riforma è avventurosa, non in grado di stare in piedi da sola. Tralascio il non semplice fatto che in una democrazia parlamentare chi “tocca” il parlamento ha il dovere imprescindibile di valutarne le conseguenze non solo per gli elettori e la loro rappresentanza, ma anche per il governo, e rivolgo l’attenzione alla sola legge elettorale che per i pochi parlamentari rimasti e per i loro aspiranti successori ha la massima importanza. Mi limito ai due criteri cruciali per una buona legge elettorale, ma mi accontenterei che fosse meno indecente del Porcellum e della legge Rosato nonché dell’abortito Italicum: potere degli elettori e rappresentanza politica. Nessuna legge proporzionale che non dia all’elettore la possibilità di “votare” il suo candidato/a preferito/a, per la precisione, che non abbia il voto di preferenza, è accettabile. Naturalmente, le circoscrizioni dovranno avere dimensioni ridotte, eleggere un numero di parlamentari non superiore a dieci, se vogliamo che gli elettori sappiano chi sono.
Un numero ridotto di parlamentari non richiede affatto una legge proporzionale. Può benissimo essere eletto da un sistema maggioritario davvero (senza il famigerato “diritto di tribuna”), meglio se il doppio turno francese in collegi uninominali. Là gli eletti rappresentano effettivamente tutti gli elettori del loro collegio. Sanno di doverlo fare se mirano a essere rieletti. Suggerirei, sulla scia di quanto scritto tempo fa da Giovanni Sartori, che la clausola di passaggio dal primo al secondo turno non sia definita con una percentuale, ma consentendo l’accesso ai primi quattro candidati. Questo garantirebbe a un’alta percentuale di elettori di vedere la candidatura preferita al secondo turno, di valutarne le chance di vittoria, di scegliere anche sulla base delle indicazioni che i candidati/e daranno di eventuali coalizioni di governo. Infine, sarebbe finalmente il caso che la prossima legge elettorale preveda per tutti i candidati/e il requisito di residenza ponendo fine al fenomeno delle paracadutate/i che, ovviamente, costituisce una ferita profonda alla rappresentanza politica.
Grazie dell’attenzione. Ad maiora.
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica
Dieci anni stellari
Il MoVimento 5 Stelle ha festeggiato i suoi primi dieci anni vita. Legittimamente. Sono stati dieci anni di successi, coronati dalla conquista del governo nazionale. L’ispiratore e fondatore Beppe Grillo ha benedetto il cammino percorso. Il capo politico Luigi Di Maio ha preannunciato altri dieci anni di governo e di trasformazioni. Non si sono sentite autocritiche, ammissioni di errori, individuazioni di problemi e di difficoltà, anche elettorali. Per suggellare la raggiunta maturità, Di Maio ha annunciato che sarà formato un comitato direttivo composto da ottanta attivisti che lo coadiuveranno. Infine, il capo politico ha preso le distanze dalla proposta di costruire un’alleanza duratura con il Partito Democratico a partire dalle realtà regionali dove in rapida sequenza si voterà nelle prossime settimane, prima, l’Umbria , il 27 ottobre.
Il più recente e cospicuo successo vantato dal MoVimento è costituito dal “taglio delle poltrone” ovvero, meglio, dalla riduzione consistente, un terzo, del numero dei seggi parlamentari con conseguente, molto vantato, risparmio di spesa pubblica. Si può essere d’accordo o, è la mia valutazione personale, in disaccordo con questa riforma senza negarne il peso. Quello che, a mio modo di vedere, conta di più è che la riforma si colloca nel solco di un antiparlamentarismo diffuso nel paese, lo accarezza e lo mette in pratica, per di più ottenendo il consenso sia di tutto il centro-destra sia, obtorto, ma non tanto, collo, del Partito Democratico, all’insegna di una non troppo modica dose di opportunismo. In attesa dei correttivi istituzionali ed elettorali, i Cinque Stelle si muovono agilmente nel contesto della Repubblica parlamentare e della Costituzione con risultati contrastanti.
Da un lato, la Costituzione li obbliga a fare governi di coalizione, tempo fa respinti da Grillo e dall’intero gruppo dirigente, che voleva purezza assoluta, e ne incanala l’operato lungo gli sperimentati binari della formazione dei governi secondo gli articoli della Costituzione che danno notevole potere al Presidente della Repubblica al quale Di Maio minacciò addirittura l’impeachment. Dall’altro, però, consapevolmente, ma non sempre lucidamente, il MoVimento persegue una strategia di erosione della democrazia parlamentare. Sarà la tecnologia, a cominciare dalla piattaforma Rousseau, non soltanto a legittimare, ma a produrre le decisioni? Quanta autonomia decisionale rimarrà ai parlamentari se venisse imposto il, secondo me, impraticabile e dannoso, vincolo di mandato? E migliorerebbe la qualità della democrazia italiana drasticamente limitando, se non eliminando la possibilità dei parlamentari eletti (sperabilmente non più “nominati” dai dirigenti dei partiti) di votare in alcune occasioni secondo coscienza senza rischiare l’emarginazione e l’espulsione? Finora, la Costituzione ha fatto argine, ma può essere cambiata, e il sistema politico ha retto l’urto del MoVimento, ma è giusto avanzare riserve ed esprimere preoccupazioni sul futuro.
Pubblicato AGL il 16 ottobre 2019
La salute della Repubblica #recensione #NuovaInformazioneBibliografica @edizionimulino
In “Nuova informazione bibliografica”, n. 3, Luglio-Settembre 2019, pp. 598-605
Guzzetta, G., La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti , Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018, pp. 237.
Teodori, M., Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Roma, Castelvecchi, 2019, pp. 223.
Interrogarsi su che cosa è andato storto nella storia italiana del secondo dopoguerra è del tutto legittimo. Rileggere quella storia, vale a dire le “storie” variamente scritte su un periodo lungo, caratterizzato tanto da stabilità e crescita quanto da alcune svolte/rotture particolarmente significative (l’irruzione politica di Berlusconi nel 1994, l’avvento di un governo “populista” –ma c’è di più- nel 2018) e da vent’anni di difficoltà economiche può essere utile ad una migliore comprensione. Riscriverla, quella storia, senza mai archiviarne gli avvenimenti più sgradevoli, è possibile soprattutto quando l’autore si propone ed è in grado di darne una interpretazione originale, fuori dal coro, suffragata da documenti, avvenimenti, altre interpretazioni convergenti con la sua, ma non ancora sfociate in una coerente visione complessiva che possa servire anche a prefigurare il futuro possibile oppure, quantomeno, individuare le condizioni di futuri possibili. Naturalmente e inevitabilmente operazioni di questo genere approdano ad una valutazione complessiva di quella che ho scelto di chiamare “la salute della Repubblica”.
Quella salute non è buona, ha già risposto Andrea Capussela intitolando Declino. Una storia italiana (Roma, LUISS University Press, 2019) il suo denso, solido, importante percorso analitico concentrato soprattutto sugli aspetti economici. Però, in un’intervista (Declino? L’antidoto c’è, “Corriere della Sera”, 28 aprile 2019, p. 28) ha poi preferito lasciare la porta aperta alla “possibilità di migliorare le cose” (p. 29). Da molti autori quel declino è stato variamente addossato a due macrofattori: da un lato, la cultura politica e i partiti; dall’altro, l’assetto istituzionale e la Costituzione. Naturalmente, frequente e complessa, quasi inestricabile, è stata (e continua a essere) l’interazione fra i due insiemi di macrofattori, ma analiticamente li si può distinguere anche al fine di valutarne l’impatto specifico sulla Repubblica e il suo declino.
Con il suo saggio, già a partire dal titolo, Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazional-populismo , Massimo Teodori segnala la sua intenzione prevalente: andare contro la storia della Repubblica raccontata come il prodotto degli incontri/scontri fra democristiani e comunisti, fra cultura cattolica e cultura social-comunista, recuperando quanto la cultura laica, in senso lato liberale, ha dato e quanto avrebbe potuto dare se i suoi dirigenti fossero stati più capaci e se DC e PCI non avessero deliberatamente tolto spazio ai “liberali”. La post-fazione di Giuliano Ferrara, che è facile e appropriato definire dissacrante, rimprovera ai laici e, di conseguenza va contro l’interpretazione di Teodori, il loro opportunismo, i loro adattamenti compromissori, la loro scarsa o nulla attitudine a combattere per le loro idee, i loro valori. “I laici hanno voluto essere quel che erano, avanguardie o mosche cocchiere, non hanno mai aspirato alla manovra di società e di Stato imperniata sul consenso democratico, preferendo l’intercapedine liberale … senza vere contaminazioni, senza affrontare i weberiani paradossi etici” (p.255, che personalmente interpreto come il conflitto fra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità). Ben scritto, ma, in buona sostanza, la ricostruzione di Teodori oscilla tra la storia che è effettivamente stata e quella che lui avrebbe desiderato per andare contro una egemonia e mezza, rispettivamente, dei democristiani e dei comunisti, e sconfiggerla. In corso d’opera, attraverso alcune originali e brillanti digressioni e approfondimenti, da lui definite “cronache”, Teodori disvela e travolge alla radice le teorie complottistiche sulla P2 e mette fine, a mio parere convincentemente, alla leggenda che il sequestro di Moro non sia stato totalmente ideato, effettuato e portato alla sua tragica conclusione dalle Brigate Rosse. Ottima anche, fin dal titolo: Perché i grillini sono tanto ignoranti e presuntuosi, la digressione conclusiva che, in buona sostanza, comunica che la salute della Repubblica in mano a quei governanti non soltanto non è affatto buona, ma rischia di peggiorare sensibilmente.
In effetti, Teodori ritiene molto preoccupanti le pratiche dei movimenti populisti italiani che (cito dalla quarta di copertina) “preannunciano il deterioramento della democrazia rappresentativa e l’avvio di una democrazia illiberale”. Però, è piuttosto sorprendente che l’analisi delle tematiche elettorali e istituzionali che hanno segnato momenti importanti nella storia della Repubblica trovino pochissimo spazio nella Controstoria della Repubblica. Una paginetta e mezza per la legge elettorale del 1953, che truffa sarebbe certamente stata nelle sue prevedibili conseguenze se fosse scattata, e praticamente nulla sul cruciale referendum per la preferenza unica 1991 e poche righe sui referendum antipartitocratici radicali e per la legge elettorale tre quarti maggioritaria nel 1993 sono assolutamente insufficienti a rendere conto dell’importanza e dell’asprezza dello scontro fra posizioni alternative spesso divaricatissime. Teodori non fa meglio fa nella ultrasintetica contrapposizione fra il “partito costituzionale immobilista” che, secondo lui, aveva tra i suoi maggiori sostenitori i comunisti, e quella che definisce, in maniera per me sorprendente e non condivisibile, mossa “intraprendente e lungimirante” di Renzi, peraltro “digiuno di una visione matura della riforma costituzionale e privo di sensibilità su questioni come il bilanciamento dei poteri istituzionali per prevenire gli abusi” (p. 199). Teodori ne conclude che la personale sconfitta di Renzi al referendum (da lui erroneamente definito “confermativo” e che, infatti, si dimostrò, “avversativo”), segnò “un’altra tappa nel deterioramento della democrazia rappresentativa” (p. 199). Purtroppo, la Controstoria di Teodori non risponde all’interrogativo cruciale su che cosa avrebbero dovuto e dovrebbero fare gli esponenti della cultura liberale a fronte della “questione istituzionale”.
Anche se non disponiamo di nessuna analisi complessiva e approfondita, il cui spazio è prevalentemente occupato da un misto di più o meno pii desideri e certamente non pii anatemi, sappiamo, però, come l’hanno pensata e la pensano i cosiddetti –qualcuno potrebbe preferire l’aggettivo sedicenti– riformatori costituzionali. Non è un gruppo omogeneo. Anzi, per capirne di più, potrebbe essere rivelatore risalire alle origini del loro pensiero costituzionale, soffermandosi su quello che hanno poi scritto, sulle riforme che hanno sostenuto/osteggiato, sulle motivazioni, spesso collegate e dipendenti dai loro rapporti con i loro leader “di riferimento” . Da quel che ho letto e so per molti la coerenza non è mai stata la stella polare, mentre per pochissimi è valso il principio che le riforme, qualsiasi riforma costituzionale deve essere proposta e valutata con riferimento al suo probabile impatto sul sistema politico, facendo essenziale ricorso alla comparazione (per tutto questo l’irrinunciabile testo di riferimento è Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, Il Mulino, 2005, 5a edizione).
Quel che non ha fatto lo storico Teodori è, invece, oggetto esclusivo della ricostruzione del giurista Giovanni Guzzetta, La Repubblica transitoria. La maledizione dell’anomalia italiana che fa comodo a tanti. Obietto fin dal titolo e dall’interpretazione che lo sottende e che viene argomentata nel corso della esposizione. No, la Repubblica italiana non è affatto transitoria. No, non è affatto esistita una “fondamentale anomalia di sistema”. No, i Costituenti, pur perfettamente consapevoli dei tempi e dei luoghi, non fecero per niente scelte contingenti, legate a “condizionamenti della situazione storica congiunturale” (p. 9). Tutt’al contrario. Ebbero un mandato popolare, che, comunque, rifletteva le loro preferenze, per la costruzione di una democrazia parlamentare e quel tipo di assetto istituzionale disegnarono tenendo in grandissima considerazione i principi classici del liberal-costituzionalismo: separazione dei poteri, freni e contrappesi, rappresentanza, responsabilizzazione dei governanti e dei rappresentanti. Né provvisoria né precaria la Repubblica democratica e parlamentare italiana è stata talmente forte e, con l’auspicabile approvazione dei lettori, scrivo anche resiliente, da obbligare gli sfidanti, comunisti e neo-fascisti, aventi dosi diverse di atteggiamenti anti-democratici e anti-sistema ad accettare il quadro, le regole e le procedure del sistema. Qualcuno potrebbe aggiungere che anche l’ascesa al governo dell’imprenditore Silvio Berlusconi, con il suo conflitto d’interessi, e della sua maggioranza dal centro alla destra estrema fu una sfida che la Costituzione ha puramente e semplicemente, vinto.
Lungo tutto l’arco della sua analisi, il costituzionalista Guzzetta sostiene che la Costituzione, frutto di più o meno occasionali compromessi, ha prodotto “una Repubblica transitoria e incompiuta” (p. 16) che fornisce alibi a chi governa il paese. La tesi dell’autore è che addirittura i Costituenti stessi furono consapevoli che l’eccezionalità italiana richiedeva la transitorietà della Repubblica: un progetto da sviluppare “sia sul piano sostanziale (le politiche da mettere in campo) che sul piano istituzionale (il modo di funzionare della politica” (p. 17). Questa affermazione, drastica e impegnativa, meriterebbe di essere suffragata con riferimenti a situazioni e paesi nei quali non siano (più o mai) in discussione né le politiche da mettere in campo né il modo di funzionare della politica. Purtroppo, l’analisi comparata non è fra gli strumenti a disposizione di Guzzetta che ripiega sulle chiavi narrative della Repubblica transitoria definendole retoriche della transizione (c.vo dell’autore, p. 20).L’autore elabora un certo numero di “retoriche”: dell’eccezione, della provvisorietà, dell’emergenza, paternalistica, unanimistica, palingenetica a sostegno della sua tesi dell’incompiutezza della Repubblica italiana. Qualche citazione di qualche uomo politico viene selettivamente utilizzata per “dimostrare” che, sì, i Costituenti e i leader erano, da un lato, consapevoli dei problemi del sistema politico italiano, dell’assetto istituzionale, dei partiti; dall’altro, che li sfruttavano come alibi per le proprie incapacità di risolvere i problemi e/o di fare dell’Italia una democrazia compiuta, identificata con una democrazia dell’alternanza. Qui viene ovviamente citato Moro, ma anche il moroteo Roberto Ruffilli, purtroppo erroneamente definito professore dell’Università di Ferrara p. 100 e non di Bologna.
Neppure in un momento di distrazione fa capolino nell’analisi di Guzzetta una qualche comparazione, per esempio con la Francia. La Quarta Repubblica francese (1946-1958) non ebbe alternanza alcuna; nella Quinta Repubblica, fondata nel 1958,la prima alternanza avvenne 23 anni dopo, nel 1981. Sembra che in Italia il male assoluto, peraltro non credibilmente attribuibile alla Costituzione, sia l’esistenza di governi di coalizione: “che il problema italiano sia storicamente quello dei governi di coalizione è noto fin dalle origini” (p. 118). Forse Guzzetta non sa, sicuramente non scrive mai, che tutte le democrazie dell’Europa occidentale sono state governate praticamente da sempre e continuamente da coalizioni di due, tre, quattro, persino cinque partiti. Una sbirciatina comparata consente di vedere in un attimo tutti i governi di coalizione e, naturalmente, anche di capire che gli accordi e i compromessi sono elemento essenziale della democrazie contemporanee. Sostanzialmente, Guzzetta auspica una democrazia maggioritaria che meriterebbe una approfondita discussione per evitare che si identifichi con la vittoria elettorale di un solo partito al quale viene consegnata una maggioranza più che assoluta di seggi grazie ad un qualche furbesco meccanismo elettorale.
La sua rassegna delle leggi elettorali italiane perde di vista l’obiettivo da conseguire che in nessuna democrazia (ahi, ancora la mancanza di prospettiva comparata) è l’elezione del governo, ma l’elezione di un’assemblea rappresentativa e il cui criterio di valutazione è il potere degli elettori, quanto e come. La sua preferenza va ai “governi di legislatura” e, certo, la stabilità e la durata sono elementi positivi purché accompagnati dall’efficienza e efficacia decisionale sulle quali Guzzetta non ha nulla da dire. Invece, dice qualcosa di ambiguo sui checks (plurale) and balances il cui richiamo “esprime spesso il riflesso condizionato di una cultura consociativa e assemblearistica” poiché “non sono interpretati come meccanismi di controllo costituzionale e politico, in vista di una della ‘competizione’, ma come strumenti di blocco e paralisi che alludono a una nostalgia della codecisione” (p.115). Questa critica severa ad una delle componenti fondative delle democrazie liberal-costituzionali non è purtroppo accompagnata da nessun esempio concreto e preciso.
Rimanendo nel vago, Guzzetta attribuisce buona parte della responsabilità di avere mantenuto transitoria la Repubblica e di non avere proceduto a dare vita ad una democrazia maggioritaria, bipolare, compiuta, dell’alternanza (sono tutte specificazioni che ricorrono nel libro e fanno parte del dibattito pubblico, ma dovrebbero essere sottoposti ad un vaglio severo) alla “persistenza di una cultura dei partiti mediamente ancora arretrata” (p. 116). Immagino che il giudizio riguardi la cultura istituzionale dei partiti poiché oramai di cultura politica i partiti italiani sono privi da una ventina d’anni, ma anche in questo caso riferimenti più puntuali, riguardanti anche quello che hanno detto e scritto gli intellettuali fiancheggiatori di quei partiti, renderebbero la critica più incisiva e più feconda. Quanto ai partiti stessi, Guzzetta sembra preoccuparsi della loro, certamente problematica (è un eufemismo) democrazia interna piuttosto che del sistema dei partiti, del suo formato, della sua meccanica (per usare la appropriata terminologia di Sartori), degli esiti della loro competizione.
È da tempo accertato che le democrazie nascono con e grazie ai partiti e che i partiti nascono con e grazie alle democrazie. Il quesito contemporaneo è duplice: 1. Possono esistere democrazie senza partiti?; 2. Se muoiono i partiti moriranno anche le democrazie? (chiaro è che la morte di una democrazia implica la morte dei suoi partiti). Se i partiti sono così importanti, allora la loro evoluzione/trasformazione può essere molto importante, talvolta decisiva per la periodizzazione della dinamica di qualsiasi sistema politico. Guzzetta fa spesso riferimento alla numerazione delle Repubbliche. La Prima Repubblica (1948-1994) è stata superata da una Seconda Repubblica (1994-2018) e, in seguito alla estromissione di alcuni partiti, in particolare, il Partito Democratico e Forza Italia, e alla formazione del governo giallo-verde (Cinque Stelle-Lega), saremmo entrati, trionfantemente a sentire parole pronunciate dal noto costituzionalista, capo del Movimento 5 Stelle e vice-presidente del governo, Luigi Di Maio, nella Terza Repubblica. Credo che la terminologia in corso, in parte accettata e usata da Guzzetta e da molti altri, sia, in assenza di criteri che consentano di capire quando si passa da una Repubblica ad un’altra, sostanzialmente sbagliata e fuorviante.
Per passare (transitare…) da una Repubblica a un’altra è necessario quello che definisco un cambiamento di regime, vale a dire delle istituzioni, delle norme e delle procedure, se si preferisce della Costituzione. In Italia, non è affatto avvenuto questo passaggio. In Francia, sì: dalla Quarta alla Quinta Repubblica si passa da una democrazia parlamentare classica/tradizionale ad una democrazia semi-presidenziale sostanzialmente nuova (qualcuno sostiene, con prove abbastanza convincenti che la Repubblica di Weimar configurò una democrazia semi-presidenziale) e moderna. Invece, la riunificazione tedesca nel 1990, pure fenomeno di enorme importanza e significato, non ha portato a nessuna nuova Repubblica. La Costituzione tedesca del 1949, definita Legge Fondamentale (Grundgesetz), ha brillantemente accolto e assorbito quell’evento epocale senza nessun mutamento di rilievo nelle istituzioni, nelle regole e nelle procedure, neppure quelle elettorali. Per quanto riguarda l’Italia, la Repubblica rimane quella “vecchia”, magari, secondo sia molti critici sia i suoi sostenitori, traballante e barcollante (tutto da provare), certamente scossa, forse squilibrata da attacchi e aggressioni di varia portata . Personalmente, non utilizzerei nessuno dei vari aggettivi per la Costituzione italiana vigente che mi pare, al contrario, meritare di essere definita: flessibile, adattabile e lungimirante (presbite nelle parole di Piero Calamandrei). Potrei aggiungere anche riformabile, ma non nel senso che deve essere riformata, ma che, a determinate condizioni, sapendolo fare, può essere riformata.
Guzzetta è stato uno dei sostenitori pancia a terra delle riforme Renzi-Boschi. Qui dedica poche righe a quelle riforme e praticamente nessuna riflessione sulla loro sconfitta nel fatidico referendum costituzionale tenutosi il 4 dicembre 2016 (che, dunque,ripeto, l’aggettivo “confermativo” non è proprio riuscito a meritarselo). Purtroppo, continuano in maniera alquanto insipiente le recriminazioni, i rimpianti, i rancori e le critiche tanto severe quanto sommarie nei confronti di coloro che quelle riforme con buoni motivi e molte argomentazioni criticarono, combatterono, sconfissero. Non si può che rimanere non solo sconcertati, ma anche irritati, leggendo una frase come questa (in un articolo che si occupa di tutt’altro): “i grandi giuristi che si schierarono per il ‘no’ al referendum, i difensori della Costituzione più bella del mondo minacciata non si sa da chi e per come, dove diavolo si sono cacciati? Hanno perso la voce? O prendersela ieri con Renzi era più eccitante che contestare oggi Salvini e Di Maio? L’attendismo prudente degli intellettuali: ecco un’altra costante della nostra storia plurisecolare” (Guido Melis, Come nasce una classe dirigente, in “il Mulino”, LXVIII, n. 501, 1/19, pp. 109-110).
Vinsero i professoroni e i gufi (molti dei quali sono, non proprio incidentalmente, ma coerentemente, limpidi e assidui critici delle politiche del governo giallo-verde), che si rivelarono inaspettatamente capaci di mobilitare un elettorato le cui caratteristiche sembravano farne un improbabile ascoltatore di raffinate argomentazioni. Secondo il padre gesuita Francesco Occhetta, “gli elettori del No sono stati quelli del ceto medio impoverito dalla crisi mentre tra i giovani digital democratici [in questa citazione manca qualcosa, forse un’aggiunta di questo tenore: “si manifestò una maggioranza per il ‘Sì’”], l’identikit dell’elettore del No è soprattutto una donna, mediamente colta, con un lavoro precario, e non impegnata direttamente in politica. A loro è mancato un ‘perché’ condiviso che diventasse un orizzonte e un nuovo sogno politico” (Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pp. 120-121). Non so quale fosse il “nuovo sogno politico” di quei giovani, ma le ricognizioni post-voto dicono che anche i giovani digitali fra i 18 e i 34 anni hanno dato alte percentuali al No e che gli uomini votarono No in percentuali superiori a quelle delle donne: A. Pritoni, M. Valbruzzi, R. Vignati (a cura di), La prova del NO. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, p. 133.
Non sono neppure sicuro di avere capito come Guzzetta vorrebbe chiudere l’imprecisata transizione italiana dando vita a quale regime, a quale Repubblica –nella quale, credo, interpretandolo in maniera corretta, Teodori desidererebbe un elevato tasso di liberalismo soprattutto politico, ma anche culturale e sociale. I suggerimenti formulati da Guzzetta, peraltro complessivamente piuttosto vaghi, sotto forma di analisi di “vicende paradigmatiche della Costituzione parallela”, non riguardano direttamente l’assetto istituzionale tranne quello contenuto nel capitoletto sul presidenzialismo strisciante che conclude che l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato sarebbe “l’unico possibile antidoto” alle “possibili degenerazioni autoritarie” (p. 151). Senza attribuzione di poteri di governo, vale a dire, senza una effettiva transizione a una Repubblica presidenziale oppure semi-presidenziale, con l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato avremmo sì un elemento di grande novità, ma non ancora una nuova Repubblica. Comunque, chi vuole il presidenzialismo stile USA oppure il semi-presidenzialismo alla francese ha l’obbligo di ridisegnare l’intero circuito istituzionale e di indicare quale legge elettorale. Peccato che Guzzetta non eserciti la sua fantasia in questa commendevole direzione.
Concludo. Qualsiasi controstoria della Repubblica è chiamata e obbligata a dare grande spazio alle tematiche istituzionali. Alcune sono già (ri)comparse, in maniera disordinata, nell’agenda del governo Di Maio- Salvini: referendum propositivi, riduzione numero dei parlamentari, autonomie regionali differenziate. Non è affatto detto che, quand’anche le riforme annunciate fossero approvate, porterebbero ad un’altra Repubblica, a una Repubblica migliore. Appare molto probabile, invece, che inciderebbero negativamente, squilibrandola, sulla democrazia parlamentare e, quindi, inevitabilmente sullo stato di salute, attualmente non buono, della Repubblica, quella congegnata e riflessa nella Costituzione del 1948, quella che, nient’affatto transitoria, ha, comunque, accompagnato, non ostacolato, nell’arco di più di settant’anni, quanto l’Italia è riuscita finora a conseguire e che gli ultimi vent’anni non hanno cancellato del tutto. Del doman non v’è certezza.







