Matteo Renzi, Maquiavelo 2.0 #entrevista #ELINDIPENDIENTE @alonsay @elindepcom #políticaitaliana
“Renzi es un político oportunista, no tiene vergüenza ni principios. Ahora puede poner la espada de Damocles sobre Conte”, señala Gianfranco Pasquino
Extracto de la entrevista de Ana Alonso para El Independiente
[…] Muy crítico con Matteo Renzi es el politólogo italiano Gianfranco Pasquino, profesor emérito en la Universidad Johns Hopkins. “Renzi es un político oportunista, no tiene vergüenza ni principios. Ahora puede poner la espada de Damocles sobre la cabeza de Conte (el primer ministro)”.
Renzi, sin haber fundado aún Italia Viva, ya cuenta con suficientes parlamentarios como para ponérselo muy difícil al gobierno del Partido Democrático y 5 Stelle. Va a marcar sus pasos muy de cerca. De momento asegura que apoyará al Conte bis.
Con Conte tiene buena relación personal. Se dice que fue quien introdujo al profesor en la sociedad florentina. Renzi antes que primer ministro solo había sido alcalde de Florencia cinco años. Pero ya entonces maniobró para lograr la jefatura del gobierno, en manos de Enrico Letta, tras hacerse con el liderazgo del Partido Democrático.
Al profesor Gianfranco Pasquino le parece que “no hay espacio en el centro del sistema de los partidos para los admiradores de Renzi, si bien hay entre un 25% y un 30% de electores italianos que cambian de voto cada vez que hay elecciones. Es un electorado muy volátil”.
Según el autor de La democracia italiana. Cómo funciona, “no necesariamente estos votantes tan volátiles no necesariamente van a apoyar a un hombre ambicioso que ha cometido errores monumentales y que es peligroso”…
Publicado el 21 de septiembre de 2019 elindependiente.com
L’ombra di Craxi #Italia89 #mondoperaio
da mondoperaio 9 – settembre 2019
Italia ’89
L’ombra di Craxi
Prima di cominciare questo lungo commento al testo di Petruccioli (n.d.r. C. Petruccioli, Il tabù dell’alternanza, mondoperaio 9 – settembre 2019), mi sono chiesto a che cosa può servire riflettere sul passaggio cruciale che portò dal PCI al PDS. Dopo non poche esitazioni e contorsioni mi sono risposto che, dato il ruolo svolto dal PCI nel sistema politico italiano dal 1946 al 1989 e poi dal PDS e i suoi successori nella fase successiva, qualche notazione, qualche approfondimento e molte critiche hanno senso. D’altronde, seppure in maniera tutt’altro che lineare, il Partito Democratico di oggi (domani non so) porta sulle spalle un fardello di eredità comunista, ex-comunista, post-comunista nient’affatto lieve. Provare a fare chiarezza sulle modalità della svolta dell’89-91, sulle sue inadeguatezze, su quello che non avrebbe mai potuto essere serve in qualche modo per indicare la necessità di una svolta contemporanea il prima possibile e, forse, a non rifare errori simili, molti dei quali già ampiamente commessi, addirittura ripetuti più volte.
Dal resoconto di Petruccioli, dalla mia condizione di allora (ero Senatore della Sinistra Indipendente), da quanto avevo letto e studiato, da quello che sapevo, direi, senza falsa modestia, molto e, comparativamente, moltissimo (!), sui partiti e sulle loro trasformazioni, credo di potere sostenere che quel Partito Comunista Italiano era sostanzialmente non riformabile. Vale a dire che non sarebbero bastati aggiustamenti nelle modalità di comportamento del gruppo dirigente, cambiamenti cosmetici nel pensiero politico, riforme nella struttura organizzativa. Ci voleva di tutto e di più. Non ho nessuna difficoltà a concordare con Petruccioli che critica coloro che hanno concepito e trattato la “svolta come evento improvviso, indotto nel Pci dall’esterno, sostanzialmente avulso dalla vicenda originale [qui qual è il significato di “originale”? GP] di quel partito”. Tutto questo, però, è un’aggravante essendosi poi rivelata enorme l’impreparazione ad affrontare una svolta ritenuta insita nella storia “originale” del partito.
L’occasione per cominciare era andata perduta nel giugno del 1984 subito dopo la morte di Enrico Berlinguer. Scegliere come segretario Alessandro Natta aveva significato rimandare sine die, ma il giorno fatidico arrivò presto, la trasformazione di un grande partito, di massa, popolare, rappresentativo che aveva iniziato il suo declino elettorale e culturale (più precisamente, di perdita dell’egemonia di tipo gramsciano). Potremmo anche fare dell’ironia sull’affollarsi di molti bene intenzionati medici al capezzale del PCI, troppi dei quali neppure lo ritenevano “sufficientemente” ammalato. Proliferavano Le lettere al Partito comunista e suggerimenti sotto forma di altri generi letterari. Probabilmente, il gruppo dirigente si sentiva lusingato da cotanta attenzione. Certamente, alla base giungevano scarsi echi di un dibattito che mi pareva spesso ovattato e occasionale, cioè dettato da qualche occasione (terremoto, scala mobile, etc.). Molta della base, però, pur attraversata da una pluralità di linee divisorie, manifestava notevole interesse per tutte quelle idee che suggerissero come andare oltre le caute posizioni ufficiali. Anche se è vero che, spesso, in non pochi partecipanti, affiorava un grumo di emozioni, sentimenti e risentimenti, che rendeva alcuni incapaci di guardare indietro e di fare i conti con il passato al tempo stesso che li impossibilitava a guardare a vanti, a progettare il futuro. In quelle occasioni ho imparato che, comunque, in politica bisogna tenere conto anche delle emozioni, non semplicemente scansarle.
Mi limiterò a due esempi personali, non per narcisismo, ma perché ne ho conoscenza diretta. Primo, all’invito del segretario del PCI di San Giovanni Valdarno, fra la fine del 1984 e la primavera del 1985, ad andare a discutere della riforma elettorale e. specificamente, della proposta che avevo presentato in Commissione Bozzi (4 luglio 1984), risposi chiedendo quali erano le posizioni degli iscritti. Risposta: metà favorevoli a quanto sostenevo, metà contrari. Mi precipitai. Ne scaturì un dibattito di rara intensità e qualità con le preferenze personali e politiche che si intrecciavano con il desiderio di acquisire il massimo di informazioni possibili sui sistemi elettorali e sulle loro conseguenze sui partiti, sulle coalizioni e, naturalmente, sul PCI. Nella primavera del 1986, in preparazione del Congresso del PCI di Firenze, fui invitato a Reggio Emilia, dall’allora segretario della sezione alla quale erano stati iscritti alcuni che negli anni settanta erano diventati brigatisti. I dirigenti desideravano una mia conferenza di respiro che, certo, consentisse di riflettere sulle tematiche dell’imminente congresso, ma anche di guardare avanti, molto avanti. Convenimmo sul titolo “Sopravviverà il PCI fino al 2000?”. A fronte di un centinaio di compagni, la mia risposta, non respinta pregiudizialmente, ma ampiamente, direi, appassionatamente, discussa, fu: “probabilmente, no”. Non sono un indovino, ma mi vanto di sapere applicare le conoscenze della scienza politica a tutti fenomeni politici (Giovanni Sartori sarebbe orgoglioso di me).
Dalle mie numerose escursioni sul territorio, che scherzosamente definivo turismo politico, frequentando non poche Federazioni e sezioni del PCI, dove non ero mai andato in precedenza, con la sola preclusione del PCB (Partito Comunista di Bologna) pervicacemente per nulla interessato a discutere con me (non lo fece mai), traevo regolarmente quella che era molto più che una impressione, vale a dire, la preoccupazione degli iscritti, dei simpatizzanti e dei militanti nel vedere che al cambiamento, in Italia, nell’Europa centro-orientale, nel mondo, il gruppo dirigente del partito non sapesse/non volesse/ non riuscisse a rispondere. Sembrava che, ad eccezione di Pietro Ingrao, nessuno di quel gruppo dirigente si interrogasse. Naturalmente, non solo sarebbe stupido negarlo, ma anche controproducente per qualsiasi comprensione di quanto stava succedendo, sui cambiamenti possibili e auspicabili, forse indispensabili, su tutto si stagliava l’ombra lunga e minacciosa di Bettino Craxi.
Un punto va chiarito subito, in maniera definitiva. La da molti temutissima socialdemocratizzazione del PCI (da anni chiamato a fare la sua Bad Godesberg in seguito alla quale i socialdemocratici tedeschi arrivarono rapidamente al governo), dopo il crollo del PCUS e del suo sistema, non era resa impraticabile dal socialdemocratico Craxi. A determinate condizioni, con una adeguata elaborazione, non sarebbe stata interpretabile come una improponibile resa a Craxi, un cedimento totale. La socialdemocratizzazione non era praticabile perché, nonostante qualche neppure troppo timido tentativo effettuato da alcuni studiosi comunisti di approfondire le esperienze, al plurale, socialdemocratiche, nel PCI la loro liquidazione politica e culturale era già avvenuta da tempo. La convinzione che le socialdemocrazie erano “in crisi”, “logore”, “superate”, non in grado di sconfiggere il capitalismo, quindi non erano una prospettiva da perseguire, era diffusissima nel partito, molto più che maggioritaria. Non vi erano dubbi che la terza via si trovava o doveva comunque essere cercata nella spazio fra i comunismi realizzati e le socialdemocrazie a loro volta realizzate. I lettori e gli interlocutori si faranno una o molte ragioni del mio silenzio su quegli studiosi e commentatori comunisti che, nello stesso periodo, per superare quel loro comunismo (sic), oppure forse solo per farsi pubblicità sulla stampa “borghese”, recuperavano il decisionismo attribuendolo al pensiero di Carl Schmitt, loro giurista, già nazista, di riferimento. Quella storia, però, la lascio scrivere a loro, anche a quelli poi diventati in maniera rivelatrice renziani. Il fatto è che per andare oltre le esperienze socialdemocratiche bisogna non soltanto averle studiate e conoscerle, ma avere la capacità di scegliere quello che è imperativo conservare e quello che bisogna valorizzare per costruire una situazione più avanzata. Nel frattempo, abbiamo capito, trent’anni dopo, che anche le conquiste socialdemocratiche sono reversibili. Peccato che molti pensino che la ripresa di un pensiero di sinistra debba passare attraverso il neo-liberalismo.
Da quanto leggo nel molto (fin troppo?) lungo documento di Petruccioli, quasi nulla di quello che ritenevo allora importante per trasformare un Partito comunista, con tutte le sue peculiarità italiane, fu davvero oggetto del dibattito. Cito “si sarebbe dovuta sviluppare una critica chiara e argomentata delle posizioni tradizionali del PCI che si volevano superare, delle radici ideologiche che ne erano all’origine e che motivavano, a ben vedere [si vedevano benissimo, GP], anche i residui [sic, !] ma tenaci legami con ‘il socialismo reale’.” Sarei alquanto più drastico su quello che i comunisti avrebbero dovuto chiedersi. Che cosa era fallito? L’Unione Sovietica aveva perso la Guerra Fredda sostanzialmente dal punto di vista economico? Dunque, era il modello di pianificazione, se non più precisamente il rapporto fra apparato politico-statale e società, che non aveva funzionato mentre il neo-liberismo investiva le maggiori democrazie anglosassoni,guidate da Reagan e da Thatcher, con uno tsunami liberatorio di potenzialità, risorse, energie?
In una società, inesorabilmente diventata “plurale”, –non scrivo “pluralista” poiché questo aggettivo chiama in causa non solo il numero dei soggetti, ma la realtà della competizione fra loro–, era già diventato evidente che il partito unico non era in grado di suscitare trasformazioni, di accogliere i trasformatori, di dare loro anche fette di potere politico. Quindici anni prima Norberto Bobbio (Quale socialismo. Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976) aveva sfidato i comunisti, ma non solo loro, chiedendo se esistesse una “dottrina marxistica dello Stato”, ricevendone verbose e inconcludenti risposte. La domanda mantiene tutta la sua attualità. Tuttavia, la risposta non è affatto scontatamente negativa. In qualche modo i cinesi stanno facendo i conti relativamente ai rapporti fra il Partito e lo Stato e il modo come li risolveranno avrà comprensibilmente un impatto enorme.
Nonostante si sapesse molto su che cosa era il Partito comunista italiano e sulle motivazioni ideologiche, programmatiche, di carriera politica che motivavano milioni di aderenti e migliaia di dirigenti, nella svolta l’unica “motivazione” presa seriamente in considerazione fu quella del nome della cosa (rossa). Petruccioli tenta, invano, per quel che mi riguarda, di convincerci che il problema era governare. Davvero? con il prevedibile 20 per cento circa dei voti? Mi pare, invece, che il problema fosse molto diverso. Se, dopo il crollo del muro di Berlino, comunisti proprio non si poteva più rimanere e socialdemocratici non si voleva diventare, e, probabilmente, neanche si sarebbe riusciti, quale opzione praticabile rimaneva? Democratici di Sinistra, quasi a significare due “cose” egualmente non sostenibili. Da un lato, che c’era una Sinistra evidentemente non democratica (honni soit qui pense à Craxi) e, dall’altro, che fino ad allora il PCI era stato di Sinistra, ma non Democratico. Con il senno di poi è facile notare che, nel corso della trasformazione, molti se ne andarono a sinistra e, più tardi, un numero forse persino maggiore decise che gli bastava l’aggettivo democratico –la cui specificità contenutistica continua a eludermi, non a illudermi.
A lungo ho insegnato ai miei studenti dei corsi di Scienza politica che “un partito è un’organizzazione di uomini e donne che presentano candidati alle elezioni,ottengono voti, conquistano cariche”. Regolarmente un certo, ma piccolo, numero di studenti dichiarava di essere insoddisfatto della mia definizione e mi chiedeva di integrarla facendo riferimento ad una ideologia. La mia replica è sempre stata che l’ideologia è certamente utile, ma non è una componente essenziale della definizione minima di partito. Epperò, nel caso del PCI non era proprio possibile transitare senza nessuna mediazione da un partito fortemente ideologico ad un partito post-ideologico. Incidentalmente, non vedo quasi nulla di tutto queste nelle note di Petruccioli che, quindi, ritiene che il PCI già fosse oppure avrebbe dovuto e potuto facilmente diventare un partito “programmatico”. Lo dirò meglio. Abbandonare, perché non di andare oltre si trattava, l’ideologia comunista (marxista, gramsciana) era, in qualche misura, indispensabile, ma rimanere privi di qualsiasi riferimento culturale era la peggiore delle soluzioni possibili. Una riflessione sui due cardini del pensiero e dell’azione delle socialdemocrazie realizzate avrebbe dovuto essere posta all’ordine del giorno, magari chiamando a riflettervi coloro che a quei due cardini, stato del benessere e keynesismo, e alla loro feconda combinazione, avevano già dedicato attenzione e riflessione scientifica.
Naturalmente, la mia non è in nessun modo una rivendicazione postuma di un contributo che non mi fu mai chiesto. Avevo, fra l’altro, anche scritto della assoluta necessità per un partito di sinistra, anche questa era una lezione socialdemocratica, di tenere rapporti intensi e frequenti, anche dialettici, con i sindacati e non solo con gli intellettuali per intenderci, del tipo Anthony Giddens, il quale andando Oltre la destra e la sinistra, (Il Mulino 1997), si è trovato alla Camera dei Lords! Rimando alla molto interessante analisi storico-comparata di Svezia Germania Stati Uniti svolta da Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties from Socialism to Neoliberalism, Cambridge, Mass-London, Harvard University Press, 2018, anche se non ne condivido alcune rigidità interpretative. Non fu, non dico fatto, ma neppure intrattenuto, nulla di tutto quello che riguardava la cultura politica. Nessuna discussione “culturale” su che cosa poteva cercare di essere un Partito che non poteva/non doveva rimanere comunista. Curiosamente, nell’Europa centro-orientale quasi tutti i partiti comunisti hanno traslocato armi e bagagli sotto l’etichetta socialista, godendo, almeno temporaneamente, di qualche relativo successo. Niente da imitare, ovviamente, tranne, forse, che un partito comunista ha/aveva il dovere di riflettere più a fondo sul suo tasso di socialismo oppure nel PCI proprio non ce n’era?
Comunque, dal 1991 quel che si era faticosamente (non certo per sola responsabilità di D’Alema: Petruccioli davvero esagera finendo anche per omaggiare D’Alema attribuendogli un potere politico enorme), ricomposto nel solco della vecchia organizzazione si è trovato in mare aperto senza bussola. La mia tesi, argomentata nel fascicolo La scomparsa delle culture politiche in Italia (“Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, pp. 13-26) è che, per l’appunto, è andato perduto qualsiasi appiglio, qualsiasi riferimento, qualsiasi elemento di cultura politica che abbia attinenza al disegno di un futuro che un partito progressista si impegna a costruire contenendo e riducendo le diseguaglianze sia sociali sia di opportunità. Al proposito, è imperativo (ri)leggere Bobbio, Destra e sinistra (Donzelli 1994).Di questo non parlarono allora coloro che stavano tentando di traghettare un nuovo partito lasciando la sponda del comunismo, ma che non possedevano la bussola del percorso e sembrarono assolutamente non interessati a cercarla. Né fu fatto in seguito.
Tutto questo ha avuto conseguenze pesantissime, userò un aggettivo caro a Pietro Ingrao, il quale, sia chiaro, fu parte del problema, “epocale”. Quelle conseguenze sono ancora qui con noi e da sole non promettono affatto di andarsene. Quelle conseguenze hanno un nome: Partito Democratico. Era inevitabile che, mai intessuto di significati e di contenuti, il termine Sinistra appassisse e fosse destinato a sparire anche grazie al davvero notevole, ma non proprio encomiabile, sforzo di alcuni intellettuali per negare l’utilità stessa della categoria sinistra: What is left? Sono gli stessi che, poi, con rara coerenza hanno sostenuto pancia a terra l’opera, sono molto riluttante a scrivere “riformatrice”, del due volte ex-segretario del Partito Democratico. Quanto al PD, la sua nascita non fu affatto preceduta da una approfondita elaborazione culturale, da uno scontro/incontro/confronto di idee e di prospettive. Al massimo, si arrivò a “narrazioni”, oggi meritatamente dimenticate, e a un catalogo di parole: Partito Democratico. Le parole chiave ( a cura di M. Meacci, Editori Riuniti 2007). Forse già dice qualcosa che la parola Riformismo abbia due trattazione: la prima, mia, la seconda opera di Iginio Ariemma. Non esiste praticamente nessuno disposto a negare che il Partito Democratico sia stato una spregiudicata operazione di addizione di ceti politici già democristiani e già comunisti. Quanto alla raccolta, fusione proprio no, ma neppure ibridazione, delle migliori culture progressiste e riformatrici del paese, fu solo propaganda smentita da due fatti. Avvenne i) quando quelle culture praticamente non esistevano più da una quindicina d’anni; ii) senza che la cultura socialista, sicuramente progressista e provatamente riformatrice, fosse neppure chiamata a dare un qualsiasi contributo.
Rimanendo nella narrazione politico-istituzionale che troppi hanno voluto dare della nascita del PD, non sono riuscito a capire quando sia davvero esistita “la condizione ideale perché i due soggetti [immagino uno conservatore, grande apertura di credito a Forza Italia, e l’altro lo stesso PD, a meno che Petruccioli si riferisca al Popolo delle Libertà e all’Ulivo e allora dovremmo fare un discorso alquanto diverso] incardinassero un bipolarismo politico di tipo europeo, con una alternanza di tipo europeo”. A scanso di equivoci, sottolineo che queste fantomatiche alternanze di tipo europeo, tranne che in Gran Bretagna, di recente con qualche eccezione, non contemplano che molto raramente la sostituzione di un governo con un altro governo del tutto diverso (G. Pasquino e M. Valbruzzi (a cura di), Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo ,Bologna, Bononia University Press 2011). Nella maggior parte dei casi si tratta di semialternanze assolutamente in linea con la storia delle coalizioni multipartitiche che caratterizzano tutte le democrazie parlamentari.
Inoltre, anche se, per fortuna, l’idea e la sostanza del partito della nazione sono già tramontate, neppure l’escamotage di Petruccioli tiene: due partiti della nazione in competizione fra di loro al massimo rappresenterebbero un po’ più e un po’ meno della metà della nazione. Fra l’altro, chi siamo noi per decidere che i partiti della nazione debbano essere soltanto due? Infine, sono in totale disaccordo sul contenuto del “programma riformista per un governo della sinistra”: “i cittadini devono poter scegliere il governo. Il governo deve governare. Il Parlamento deve fare le grandi leggi e controllare l’attività del governo”. Sarà anche chiaro, ma è, da un lato, sbagliato: da nessuna parte al mondo i cittadini scelgono il governo. Da nessuna parte al mondo il Parlamento fa le “grandi leggi”. Le fa il governo che dagli elettori ha ricevuto un mandato per tradurre le sue proposte in politiche. Dall’altro, il programma riformista è tanto vago quanto banale: “il governo deve governare”.
Non ricordo che nulla di tutto questo fosse all’ordine del giorno della trasformazione del PCI. So che chi perde di vista la rappresentanza e pretende di limitarla per ottenere governabilità sbaglia alla grande e sacrifica entrambe a suo totale discapito. Petruccioli proietta un passato da lui interpretato in un futuro che, in parte, è già stato sconfitto e superato. Ho scritto molto in materia. Approfondirò soltanto su richiesta esplicita del Direttore di “Mondoperaio”, ma, che sia chiaro, non ripartiremo da zero.
Mi è persin troppo facile concludere, ma è perché la conclusione me la sono costruita molto abilmente, che il compito del Partito Democratico, che al governo non è e il cui programma riformista è sparito, deve essere espresso in questi semplicissimi e esigentissimi termini primum philosophari deinde governare. Nelle condizioni attuali, filosofare richiede prioritariamente smontare in maniera ragionata quello che c’è, un enorme macigno per qualsiasi nuova partenza, e lasciare la porta aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da offrire in termini di idee e energie. La storia della trasformazione del PCI, letta non soltanto con gli occhi di Petruccioli, ha molto da dire. Non è ancora troppo tardi.
Silvio Berlusconi: A study in failure #BookReviews in Contemporary Italian Politics
Journal
Contemporary Italian Politics
Book Reviews
James L. Newell, Silvio Berlusconi: A study in failure, Manchester, Manchester University Press, 2019, 248 pp., £80.000 (hardback), ISBN: 978-07-190-7597-1
The question is, as the author of this excellent book puts it, Can one consider Silvio Berlusconi to be ‘a remarkable politician’? Berlusconi’s answer would probably be prefaced by a sudden and scornful rejection of the word ‘politician’. He would emphasize above all his stature as an entrepreneur and, having joined the political fray, would define his role as that of a statesman. In both fields, Berlusconi and his many acolytes would immediately add that he has been ‘successful’, extremely successful, more successful than anybody else in Italy and, possibly, than anybody in any other European democracy. In a way, Newell’s book is designed to call into question exactly what is most cherished by Berlusconi: his success obtained thanks to hard work, intelligence, devotion to ‘a certain idea of Italy’ (I am on purpose paraphrasing the first sentence of de Gaulle’s Memoirs), and his intense desire to improve the country and the lives of his fellow citizens.
Newell gives the reader an anticipation of what he will admirably do in his book by stating that ‘the basic argument is that Berlusconi is significant far more for what his career tells us about Italian politics and how it has unfolded over the past quarter century than for how he has changed it’ (13). The first chapter is devoted to a precise and succinct analysis, full of details and interesting comments, of the entrepreneur and his successes up to his decision to ‘take to the field’. The second chapter deals with Berlusconi’s political message, attempting to identify whether, as a set of attitudes and beliefs, what has often been referred to as Berlusconismo is in any way distinctive. The answer is substantially negative. At most Berlusconismo has amounted to a combination of elements of populism; anti-political and anti-establishment statements and behaviours; expressions of support for individualism, entrepreneurship and the market. In politics, Berlusconismo revealed itself to be ‘anti-liberal in its attitude to political competition … and in its lack of tolerance of institutional checks and balances … but it has not seriously pursued a project of regime change’ (49). Repeatedly, Newell stresses that indeed one of Berlusconi’s most glaring faults has been his inability to reform the political and institutional system he was constantly blaming for frustrating his reformist elan. Newell’s reproach is not entirely fair because in 2005 Berlusconi (and his centre-right coalition) did proceed to a significant reform of the Italian Constitution, affecting 56 of its 138 articles, only to see voters, mobilized by the centre left, decisively reject it in a referendum.
The 1994 transformation of the Italian party system offered Berlusconi the chance to enter politics or, as many commentators wrote at the time, almost obliged him to create a political vehicle in order to protect his many interests against a likely electoral victory of the unreconstructed Communists, the former Communists, the post-Communists. Assessing his sizeable electoral victory, Newell writes: ‘Berlusconi’s achievement was entirely without precedent’ (63). Indeed, no party making its debut in an electoral competition in any European democracy has ever done as well either before or since. Still, too often does Newell underplay Berlusconi’s electoral achievement and his significant capacity to act as a coalition-maker without which the Italian centre right would not (have) exist(ed). Was Berlusconi just adroitly exploiting three major trends already under way: the personalization, mediatization and presidentialisation of politics? Most certainly – but much better than anybody else: not a minor accomplishment. Thanks to a number of serious political mistakes and an abrupt about-face on the part of the Lega Nord, Berlusconi was in December 1994 ousted after a few months in government and subsequently lost the April 1996 elections. I remember at the time being asked by many sceptical journalists whether he would remain in politics and play the role of leader of the opposition, or whether he would return to his cherished occupations of media magnate and owner of the highly successful football team, AC Milan. My answer was that he had invested quite a lot in his ‘political’ career and, in any case, he badly wanted a rivincita, not a revenge, but a rematch.
The road from 1996 to 2001 was a very long one, but Berlusconi ‘crossed the desert’ (incidentally, this expression was used by General de Gaulle who laboured for twelve long years, from 1946 to 1958, to cross his own desert) and won an unprecedented parliamentary majority in 2001. Newell considers Berlusconi’s role as party leader (founder and owner of Forza Italia) not so significant and not so innovative as most scholars have claimed. ‘Many of [Forza Italia’s] distinguishing features were, by the turn of the century, to be found in most if not all of the major parties in Italy’ (79). I am not convinced; and, even if I agree that ‘FI is [should be?] more accurately seen as the expression of general processes of political and social change’ (80), I would stress that more than any other Italian and non-Italian political organization, Berlusconi’s Forza Italia interpreted and exploited those changes.
Berlusconi led the longest-serving Italian government, which remained in office for 1,413 days, from 11 June 2001 to 23 April 2005. In fact, he was the Prime Minister of Italy four times, for more than eight years in total. Newell goes a long way towards exposing and analysing Berlusconi’s efforts to defend himself from the judiciary, and at the end of his meticulous tour de force cannot refrain from asking: ‘How was it possible that a man with Berlusconi’s background, profile and credentials could so dominate, for so long, the politics of an advanced industrial democracy?’ (109). The answer, my friend, is not blowing in the wind, but is to be found in the nature of Italian society. Here, indeed, Newell, who knows better, has identified and highlighted a fair amount of disregard for the distinction between the private and the public spheres; widespread acceptance of major and minor conflicts of interests; heightened levels of individualism and acquisitiveness; more than just a few residues of amoral familism. It is in the light of these elements that one can, perhaps, appreciate the very limited impact that Berlusconi the head of government has had on the Italian political and economic system. His very poor performance can also be attributed to the fact that his ‘ambitions did not really extend much beyond securing his own interest as a private citizen’ (173). Or, perhaps, he did want to go down in history as the best Italian Prime Minister ever, but when forced to choose between his private interests and his public role, he always chose the first.
A man having enjoyed a tremendous amount of power for a long period of time, even when in opposition, is bound to leave a legacy affecting the quality of Italian democracy. In a beautifully crafted chapter, intelligently providing his criteria for a sober and convincing evaluation, Newell comes to a highly negative conclusion. Probably contrary to his intentions, he somewhat softens his judgement by repeatedly stressing that Berlusconi has intercepted and perpetuated ‘tendencies and trends already present in Italian society’ (196). I would go farther, stressing that Berlusconi has boosted and aggravated existing tendencies and trends. It is a small consolation to find that the president of one of the two oldest and most revered democracies of the world, the United States, shares several features with Berlusconi who in a way can be considered Donald Trump’s precursor. ‘Italy has given to the world a leader of unusual qualities that then reappear, more strongly, in another leader elsewhere’ (211, God save the Queen!). There is much to learn and to challenge in Newell’s outstanding book, well documented, full of ideas, very readable, and quite provocative.
Disclosure statement
Yes I do have a conflict of interest. I have been in the past and hope to be in the future a contributor to the many important initiatives launched by my friend James Newell.
Gianfranco Pasquino
Conoscere i classici e fare uso del loro pensiero per fare analisi politica di valore
Non si può fare nessuna analisi politica che abbia valore senza conoscere i classici e fare uso del loro pensiero. Chi vuole rafforzare la democrazia come ideale e migliorare le democrazie realmente esistenti deve conoscere la teoria democratica e le modalità con le quali è applicata in molti contesti specifici. Chi conosce una sola democrazia non conosce adeguatamente neppure quella. Ci vuole buona comparazione.
È uscito “Democrazie fake” ParadoXa 3-2019 a cura di Gianfranco Pasquino
***
Introduzione
Lo abbiamo sempre saputo che la fauna delle democrazie è molto variegata. Con riferimento a Isaiah Berlin, esistono democrazie ricci, la cui forza sta in un grande principio, democrazie volpi, che hanno saputo combinare insieme una pluralità di elementi, e, aggiungo, democrazie struzzi, che mettono la testa nella sabbia per cercare di sfuggire ai pericoli, e democrazie ittiche che sanno che la loro forza sta nel rimanere insieme nello sciame e insieme correre. Sappiamo anche che ciascuna e tutte quelle democrazie si sono dotate di istituzioni specifiche, parlamentari e presidenziali, direttoriali/collegiali e semipresidenziali. Abbiamo anche imparato che le transizioni da una Repubblica ad un’altra sono molto difficili e rarissime. In verità, ricordiamo, giustamente, che esiste un solo caso di (grande) successo di transizione fulminea nel 1958 da una repubblica parlamentare (la Quarta) ad una repubblica semi-presidenziale (la Quinta) e ancora adesso ammiriamo l’opera del Gen. de Gaulle e dei suoi autorevoli e brillanti consiglieri. Sappiamo che in tutte quelle democrazie al circuito istituzionale, Parlamento-Governo (ma oggi suggerirei di allargarsi: cittadini/elettori-Parlamento-Governo-Presidenza della Repubblica) si affianca(va) un rigoglioso e vigoroso pacchetto di diritti: civili, politici, persino sociali (questi tuttora controversi e mai affermati una volta per tutte).
Non abbiamo subito creduto alle nostre orecchie quando qualcuno ha fatto lo scoop imbattendosi nelle democrazie illiberali, quelle nelle quali i diritti delle persone e dei cittadini sono quantomeno ridimensionati. Ci siamo subito rivolti a James Madison chiedendogli conto della sua fiducia nella capacità del circuito istituzionale di quantomeno proteggere, se non anche promuovere, i diritti. Pur convinto che, nel complesso, è tuttora desiderabile che il circuito istituzionale sia disegnato in maniera tale da favorire il riconoscimento, la protezione, l’esercizio dei diritti, Madison sottolineò che se i diritti dei cittadini USA non stanno nella Costituzione, il pacchetto noto come Bill of Rights fu subito “appeso” come emendamenti alla Costituzione. Il resto fu affidato alla Corte Costituzionale, all’indipendenza dei giudici, alla loro scienza e coscienza.
Al solo sentire l’espressione “democrazie illiberali”, Madison inorridì particolarmente preoccupato da quei sistemi politici nei quali la magistratura viene sottoposta al potere politico, in particolare, quello dell’esecutivo, e la Corte Costituzionale è imbottita con amici e scherani del detentore del potere esecutivo. Quando, poi, fu chiaro a tutti che uno dei tratti più diffusi nelle democrazie illiberali è quello del controllo dei mass media nonché della scomparsa, anche sotto forma di assassinio dei giornalisti, allora fu Jefferson a insorgere ricordando una sua famosa, nient’affatto pittoresca né paradossale, frase: “se dovessi scegliere fra il governo senza i giornali e i giornali senza governo non esiterei a scegliere la seconda opzione”. No né Madison né Jefferson (che, certo, non conosceva l’Italia) né, su un altro piano, Montesquieu accetterebbero la tremenda confusione che sta a fondamento delle sedicenti democrazie illiberali. Nel nostro piccolo, non piccolissimo, gli articoli di questo fascicolo disvelano il brutto volto dei regimi che, essendo illiberali, non meritano di chiamarsi democrazie.
Gianfranco Pasquino
***
Contributi
Illiberali? Dunque non-democrazie
Gianfranco Pasquino
L’idea liberale è diventata obsoleta
Francesco Tuccari
Democrazie sotto stress e tendenze illiberali
Francesco Raniolo
Democrazie elettorali: quando il voto non basta
Marta Regalia
L’Italia è una Repubblica, non una democrazia liberale
Maurizio Viroli
La chimera della democrazia: Jean Jacques Rousseau
Raffaella Gherardi
Le riforme della giustizia nei regimi illiberali.Tra vincoli e opportunità
Gaia Taffoni
Il labirinto delle relazioni internazionali e l’ordine illiberale
Emidio Diodato
Per l’acquisto inviare una e-mail a nova.spes@tiscali.it
L’antiparlamentarismo ha eroso la democrazia parlamentare. I ventilati correttivi potrebbero anche peggiorare la situazione #tagliodeiparlamentari
In Italia, l’antiparlamentarismo ha una storia lunga e ingloriosa. La drastica riduzione del numero dei parlamentari è il più recente, non ultimo, episodio di questa storia. Lentamente, gradualmente, attraverso riviste, quelle di Prezzolini, editoriali, quelli di Montanelli , libri, La casta di Stella e Rizzo, balorde riforme, prima Renzi, poi, con più successo, Di Maio et al. l’antiparlamentarismo ha eroso la democrazia parlamentare. I ventilati correttivi potrebbero anche peggiorare la situazione.
Meno NON è meglio #tagliodeiparlamentari
La (buona) rappresentanza politica dipende da una molteplicità di elementi. Di questi fa parte anche il numero dei rappresentanti. Non è affatto detto che, riducendoli, la rappresentanza migliori. Nessuno può sostenere che, diminuiti di numero, coloro che entreranno in Parlamento saranno più capaci, più competenti, più efficaci. Vantare la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari italiani come un grande successo per la democrazia, che è quanto stanno facendo le Cinque Stelle, è una esagerazione priva di fondamento. Festeggiare per il risparmio che, comunque, inizierà solo dal prossimo Parlamento (2023), di 500 milioni di Euro significa solleticare gli elettori con una visione da bottegai della democrazia. Meno non è meglio e risparmiare non equivale a democratizzare.
Adesso (quasi) tutti si affannano a sostenere che bisogna fare una nuova legge elettorale che sia tutta proporzionale e a trovare freni e contrappesi, a una maggioranza di governo che, eletta con la proporzionale, sarebbe sicuramente multipartitica. La legge Rosato, già per due terzi proporzionale, è pessima per la rappresentanza politica poiché consente candidature bloccate e multiple che tolgono potere agli elettori. Una proporzionale senza clausole di accesso al Parlamento frammenterebbe quel che rimane del sistema dei partiti e complicherebbe la formazione e il funzionamento dei governi a tutto vantaggio dei partiti piccoli, ad esempio, della neonata Italia Viva. Non è, poi, affatto detto che una legge maggioritaria come il doppio turno francese non offra buona rappresentanza politica ad opera degli eletti in ciascun collegio uninominale che sanno di dovere prestare grande attenzione ai loro elettori se vogliono riconquistare il seggio.
La rappresentanza politica può essere buona e diventare ottima quando i parlamentari non sono nominati dai partiti, ma eletti dai cittadini. Una buona rappresentanza già di per sé costituisce un freno a qualsiasi scivolamento autoritario del governo e un contrappeso all’azione dei governanti. Peraltro, da un lato, nel sistema politico italiano già esistono efficaci freni e contrappesi dati sia dalla Presidenza della Repubblica sia dalla Corte costituzionale, dall’altro, nessuno degli avventurosi riduttori dei parlamenti ha finora saputo indicare con chiarezza quali nuovi freni e contrappesi saranno escogitati e messi in pratica. Quel che sappiamo porta ad alcune poche tristi considerazioni, non conclusioni poiché la saga elettoral-istituzionale è destinata a durare. Cinque Stelle e PD cercheranno di fare una legge elettorale che li protegga dall’assalto di Salvini, quindi, molto proporzionale. La discussione durerà a lungo, garanzia di prosecuzione della legislatura. Nessuno individuerà freni e contrappesi aggiuntivi e i governi continueranno nella deplorevole pratica “decreti più voti di fiducia” che schiaccia il Parlamento. Pur ridotti di numero, i parlamentari continueranno a dare poca e mediocre rappresentanza all’elettorato.
Pubblicato AGL il 8 ottobre 2019
“El rol de la mujer mejora la política” #Entrevista @perfilcom
En diálogo con el suplemento Educación, el especialista italiano destacó el rol de los politólogos en las transformaciones de los sistemas políticos, el papel de la educación como garantía de igualdad y el valor de la incorporación de la mujer tanto en los ámbitos académicos como en los espacios de poder y toma de decisiones.
Invitado por el Centro Ítalo Argentino de Altos Estudios de la Universidad de Buenos Aires (UBA) y la Embajada de Italia, el profesor Gianfranco Pasquino estuvo en Buenos Aires para brindar la conferencia “La ciencia política que queremos”.
Organizado por la Carrera de Ciencias Políticas de la Facultad de Ciencias Sociales (UBA), el encuentro sirvió como marco para la presentación de su último libro Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la política. “Entender y cambiar la política”, reza la bajada del título de esta obra que aún no ha sido traducida al español, dejando una definición casi perfecta del pensamiento del ex senador italiano.
Durante su estadía en el país, Pasquino dialogó con el suplemento Educación sobre el rol de los politólogos en la transformación de los sistemas políticos, las experiencias democráticas en la actualidad y el papel de la mujer en la política actual.
El hincha del Torino italiano -que vivió en Argentina durante varios años y pisó la bombonera, aunque reconoce tener buenos amigos de River- tampoco pierde oportunidad a la hora de enfatizar la importancia de la educación como garantía de igualdad y de construcción democrática.
En su último libro sobre Bobbio y Sartori plantea la idea de entender y cambiar la política. ¿Qué importancia tiene el rol del politólogo o del intelectual en la transformación de los sistemas políticos?
Algunos politólogos han sido intelectuales públicos que escribían en diarios y libros de gran interés, y que establecían diálogos con los políticos. Por ejemplo, uno de los libros más importantes de Bobbio, Política y Cultura, fue un diálogo entre él y los líderes del partido comunista en los años 50. Siempre el papel de las ciencias políticas es criticar las tendencias, los fenómenos y lo que los políticos hacen, además de producir soluciones alternativas. Es decir, si sabemos que utilizando un sistema electoral obtenemos consecuencias en la organización de los partidos, sabemos también que cambiando ese sistema podemos cambiar el sistema de los partidos. Entonces, el conocimiento que producimos y proponemos puede ser utilizado por los políticos para mejorar. Argentina, por ejemplo, ha tenido un gran politólogo como Guillermo O’Donnell.
La democracia no puede ser delegada, debe ser participada. Si queremos una democracia diferente debemos cambiar las estructuras. Eso se logra a través de un intercambio público entre los políticos y la ciencia política. Las ciencias políticas y la sociología producen conocimientos que pueden ser aplicados.
En términos de desafíos y oportunidades, ¿cómo ve hoy la relación entre América Latina y Europa?
Es una pregunta muy difícil, porque Europa continúa creyendo que es mucho más desarrollada que América Latina y que el problema de ésta son los latinoamericanos. Si España piensa, por ejemplo, que puede enseñar algo, esto no es así, porque tiene también sus problemas con su sistema político. Es decir, hay una relación cultural clara, pero la relación política no lo es, ya que no hay un intercambio importante. Entonces, se da una situación curiosa en donde el sentimiento de superioridad de los europeos no produce mayores intercambios.
En su obra ha dedicado el análisis a la función social de la oposición en los sistemas democráticos. En este sentido, ¿la oposición cumple un rol de garante de un buen sistema democrático?
Sí, porque la oposición representa a hombres y mujeres, y una oposición activa puede producir ideas y propuestas, controlar y mejorar lo que los gobiernos hacen. Entonces, si hay una buena oposición, hay normalmente un gobierno mejor. El problema de algunos países es que la oposición intenta negociar y no cambiar, y eso no es bueno. Cuando una oposición sabe que puede ganar las elecciones, puede jugar un papel responsable. Cuando la oposición es irresponsable, la política no funciona bien. La alternancia debe ser posible, pero su frecuencia es una variable que no es sencilla. La continuidad de los gobiernos también es un elemento positivo para los sistemas democráticos. Hay dos ejemplos europeos que son muy interesantes. Está el caso de Alemania con una larga continuidad de los demócratas cristianos en el gobierno. Es un país que tiene una democracia que funciona bien, con estabilidad y muy poca alternancia. Por otro lado, está el caso de Gran Bretaña, donde ha habido muchísima alternancia, pero tiene hoy una inestabilidad política muy visible que no sabe cómo resolver.
Hay un componente dentro de la vida democrática que tiene que ver con la igualdad. ¿Cómo se complejiza el sistema en relación a un valor como la igualdad? ¿La igualdad es una deuda de la democracia?
Es una respuesta para escribir un libro, pero se pueden dejar algunas reflexiones. La verdadera igualdad que una democracia necesita es la igualdad frente a la ley. Sabemos que la ley dice que seremos tratados de la misma manera, pero no es así, porque no será igual para ricos y pobres. Entonces, debemos intervenir en ese proceso también. Es decir, no es verdad que todos los hombres y las mujeres son iguales frente a la ley, porque hay algunos que tienen ventajas. La democracia nunca ha prometido la igualdad económica, pero sí las sociales democracias se han propuesto la igualdad de oportunidades. La igualdad de oportunidades comienza con la educación, y esto es muy importante. Si queremos reducir las desigualdades, debemos tener un sistema educativo que permita a todos aprender y estudiar lo que quieran a lo largo de la vida. Las verdaderas democracias ofrecen igualdad de oportunidades educativas.
En relación al rol de la mujer en la política, Argentina ha tenido una explosión en torno a los movimientos por la igualdad de género. ¿Cómo observa estos fenómenos culturales?
De manera positiva. Hay una relación estrecha entre el éxito de la democracia, es decir, entre los indicadores de la calidad de la democracia y el lugar de las mujeres. Cuando las mujeres tienen un papel visible e importante en paridad con los hombres, los sistemas democráticos funcionan mejor. Países como Australia y Nueva Zelanda, por ejemplo, donde las mujeres tienen una situación social de mayor paridad con los hombres, el sistema funciona mejor. Donde esto no ocurre, el sistema político y social no funciona bien, como en Italia. El rol de la mujer mejora la política y la política puede mejorar el rol de las mujeres.
Por último, teniendo en cuenta el tema que lo trajo a nuestro país, ¿por qué estudiar a Bobbio?
Porque ha producido una cultura profunda que viene de sus escrituras. Es un testigo de su tiempo y un intérprete de la filosofía política, del mundo y de Europa que es necesario conocer. No solo porque fue un hombre de envergaduras, sino también porque ha desarrollado una obra que es fundamental para las ciencias políticas.
7/10/2019 por Suplemento Educación Perfil.com











