Non chiedete l’impossibile #governabilità è capacità di governare e se non c’è nessuna #LeggeElettorale può produrla

Sbarazziamoci di due slogan senza senso. Primo: sapere chi ha vinto la sera stessa del voto. Lo sappiamo, lo sappiamo benissimo: chi ha avuto più voti e ottenuto più seggi. Non è questo che volete davvero sapere, ma chi farà il governo. Lo sanno solo gli elettori anglosassoni quando esistono una legge elettorale maggioritaria in collegi uninominali e due partiti in grado di vincere. Secondo “sbarazzo”: una legge elettorale che produca governabilità. Oh, no: governabilità è capacità di governare che nessuna legge elettorale può produrre. Dipende dai partiti e dai loro dirigenti. “Sbarazzino”: non è vero che meno rappresentatività significa più governabilità. Parlamentari poco rappresentativi diventeranno loro stessi cattivi governanti e/o appoggeranno altri cattivi governanti. Andiamo oltre.

Per cominciare, lasciate perdere il latinorum e chiamate le leggi elettorali col nome del relatore

Lasciate perdere il latinorum, voi che entrate nell’inferno delle proposte di leggi elettorali italiane. Solo gli sbeffeggi, Mattarellum e Porcellum, di Giovanni Sartori avevano fondamento e senso. Tutto quello che è seguito è uno stupidario nazionale. Cestinate subito anche il Germanicum che non ha quasi nulla a che vedere con la legge elettorale tedesca che si chiama “proporzionale personalizzata”. Le leggi di origine parlamentare vanno identificate con il nome dell’estensore/primo firmatario. Punto, ma non basta. A seguire.

 

La fragilità dei partiti danneggia le democrazie @La_Lettura #vivalaLettura

Nelle democrazie si vota. Liberamente. Per eleggere assemblee, parlamenti, Presidenti. Tutte le cariche elettive hanno limiti temporali entro i quali debbono essere periodicamente rinnovate. Chi ha vinto sa che entro un certo numero di anni dovrà ripresentarsi agli elettori. Chi ha perso sa entro quando potrebbe ottenere la rivincita. Tutti i rappresentanti e i governanti sono consapevoli di avere un certo periodo di tempo per mettere all’opera le loro capacità e attuare quello che hanno promesso agli elettori. Cercheranno di giungere alle nuove elezioni nelle migliori condizioni possibili. Alcuni tenteranno di mascherare la loro inadeguatezza politica e personale ingaggiando una campagna elettorale permanente a colpi di slogan ad effetto. Altri mireranno a sopravvivere galleggiando fino al tempo del voto. Da qualche tempo, però, in alcune democrazie rappresentanti e governanti sono costretti con inusitata frequenza a tornare di fronte agli elettori. Le assemblee elettive non riescono a produrre maggioranze in grado di formare un governo. Come conseguenza, quelle assemblee vengono sciolte prima della loro scadenza naturale e gli elettori sono ripetutamente chiamati a votare. La soluzione che politici e parlamentari non riescono a trovare viene affidata agli elettori, al popolo sovrano, persino più spesso di quanto quel popolo desidererebbe.

Da qualsiasi prospettiva lo si guardi, il fenomeno di elezioni frequentemente ripetute perché non risolutive costituisce un problema politico. Di tanto in tanto qualcuno ricorda allarmato che nella Repubblica di Weimar le frequenti elezioni anticipate furono la premessa del collasso, ma il riferimento è superficiale, male impostato, non tiene conto di condizioni nazionali e internazionali drasticamente differenti. Tuttavia, le tornate elettorali democratiche che si susseguono a poca distanza di tempo meritano attenzione. Anzitutto, bisogna evitare le esagerazioni. Delle ventotto democrazie dell’Unione Europea (nella quale ancora mantengo a fini analitici la Gran Bretagna) soltanto quattro, Austria, Grecia, Spagna e, appunto, Gran Bretagna hanno avuto in anni recenti legislature troncate e elezioni ripetute a distanza di poco tempo. Guardando fuori d’Europa, possiamo aggiungere il caso di Israele nel quale fra l’aprile 2019 e il marzo 2020 gli elettori finiranno per avere votato tre volte in meno di un anno. Dal canto loro, in meno di dieci anni i greci hanno votato ben cinque volte, ma in un arco temporale più lungo dal maggio 2012 al luglio 2019, per due volte nello stesso anno: maggio e giugno 2012 e gennaio e settembre 2015. È stato Tsipras l’unico a guidare il governo per quasi tutta una legislatura dal settembre 2015 al luglio 2019.

In Austria l’instabilità è risultata contenuta: due elezioni fra l’ottobre 2017 e il settembre 2019. La Gran Bretagna, che molti giustamente considerano la madre di tutte le democrazie parlamentari lodandone la stabilità e l’efficacia dei governi, è precipitata in un vortice che ha visto dal maggio 2015 al dicembre 2019 tre elezioni generali più il fatidico referendum del giugno 2016, il padre di tutti i pasticci successivi. Evidentemente, non è il sistema elettorale maggioritario a produrre e garantire la stabilità dei governi. Come sosteneva e più volte scrisse Giovanni Sartori, è la solidità dei partiti che conta in maniera decisiva per la formazione di governi stabili e operativi. Infine, la Spagna, nel corso di più di trent’anni esemplare democrazia con governi stabili, competizione bipolare e alternanza, ha votato quattro volte fra il dicembre 2015 e il novembre 2019. A fronte di questo ritratto, la tanto vituperata Italia, con i suoi conflitti, le sue tensioni, le sue persistenti difficoltà, dimostra che, se non tutto, molto può essere ricomposto in Parlamento (sì, anche con i cosiddetti “ribaltoni” ovvero i legittimi cambi di maggioranze) senza ricorrere a ripetute elezioni che “logorano” le istituzioni oltre che la pazienza politica degli elettori.

Per ciascuno dei paesi che hanno sperimentato numerose e ravvicinate consultazioni elettorali è possibile individuare motivazioni specifiche non generalizzabili. La più evidente delle motivazioni specifiche la offre Israele: è la sconfinata ambizione di Netanyahu che ha bloccato qualsiasi alternativa nella Knesset e condotto alla sequenza di elezioni anticipate. È altresì possibile sostenere che quanto il Regno Unito ha sperimentato è la conseguenza di clamorosi errori del Premier Conservatore David Cameron. Preferisco, però, andare alla ricerca di fattori che servano non solo a spiegare quanto è già accaduto, ma anche a fornire elementi utili per prevedere quanto potrebbe accadere sia in Italia sia in altre democrazie occidentali. La chiave di volta delle difficoltà di formare i governi, mai automaticamente risolte da rinnovate elezioni, è costituita dalla frammentazione dei partiti e dei sistemi di partito. La conseguenza immediata di questa frammentazione è che, per formare il governo, diventa necessario includere più partiti e che il partito maggiore, il coalition-maker, raramente è molto più grande dei potenziali alleati. Quindi, non può e non riesce a imporre le sue condizioni. Deve negoziare a lungo, in paesi nei quali, come in Grecia e in Spagna, manca quella che Roberto Ruffilli auspicò si affermasse e affinasse anche in Italia: una cultura della coalizione. e quando ritiene di non potere più (con)cedere preferisce il ritorno in tempi brevi alle elezioni.

In Israele il declino dei partiti maggiori ha una storia molto lunga che ha prima condotto alla scomparsa dei laburisti, poi, di recente, alla diminuzione dei consensi per il partito ufficiale della destra, il Likud. Altrove, Grecia e Spagna, gli sviluppi sono stati drammatici. In entrambi i casi, i due partiti maggiori emersi con la transizione alla democrazia e positivamente responsabili per la sua affermazione, sono entrati in un declino elettorale che, in Grecia, ha prodotto la quasi scomparsa dei socialisti del Pasok e, in Spagna, ha notevolmente ridimensionato sia i Popolari sia i Socialisti. Da sistemi politici nei quali la dinamica era bipolare imperniata su un partito molto grande per voti e per seggi, Grecia e Spagna sono diventati sistemi partitici multipartitici nei quali per dare vita a un governo è imperativo formare coalizioni anche larghe. Naturalmente, i partiti che organizzano il loro consenso e danno rappresentanza sono espressione delle mutate preferenze politiche e sociali. Israele quasi da sempre, Grecia e Spagna di recente sono società frammentate per governare le quali sono largamente preferibili, spesso assolutamente necessari governi di coalizioni multipartitiche. In queste coalizioni, talvolta c’è un partito piccolo, ma numericamente decisivo che, ha scritto Sartori, ha “potere di ricatto”. Alcuni partiti piccoli, ma indispensabili, tentano di ampliare il loro consenso attraverso nuove elezioni che, però, raramente, producono esiti risolutivi. Costruire coalizioni coese in molte democrazie parlamentari, ricorderò che l’attuale Grande Coalizione tedesca nacque nel marzo 2018 dopo un negoziato durato all’incirca tre mesi, è diventata una fatica di Sisifo. Ma, chi ha mai sostenuto che governare le democrazie è facile?

Pubblicato il 12 gennaio 2020 su la Lettura – Corriere della Sera

VIDEO “La democrazia come ideale e come fatto”

Riprese audio e video a cura di Radio Radicale
Roma, 8 gennaio 2020
Sala Conferenze del Partito Democratico


Sono intervenuti nell’ordine:
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna, Accademia dei Lincei
Gianni Cuperlo, membro della Direzione Nazionale, Partito Democratico
Claudia Mancina, professoressa associata di Etica alla Sapienza Università di Roma
Giacomo Marramao, professore emerito di Filosofia politica e Filosofia teoretica dell’Università degli Studi Roma Tre
Dario Franceschini, ministro dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, Partito Democratico
Tra gli argomenti discussi: Crisi, Democrazia, Economia, Globalizzazione, Liberalismo, Mercato, Politica, Società.
La registrazione video di questo convegno ha una durata di 1 ora e 32 minuti.

Tavola rotonda a partire da ParadoXa 3-2019

Democrazie Fake
a cura di Gianfranco Pasquino

La democrazia come ideale e come fatto

Intervista a Gianfranco Pasquino sulla situazione politica @RadioRadicale

Intervista realizzata da Claudio Landi registrata giovedì 9 gennaio 2020 alle ore 15:34.
La registrazione audio ha una durata di 4 minuti.

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Come valutare la produttività dei parlamentari @rivistailmulino

Il già apprezzato presidente dell’Inps Tito Boeri ha scritto un articolo (Non solo questione di numeri, “la Repubblica”, 31.12.2019), alquanto confuso, inteso a dimostrare che è possibile ridurre il numero dei parlamentari senza che ne discendano conseguenze negative sul funzionamento del Parlamento. Il suo punto di partenza è che i parlamentari attualmente esistenti, pure inspiegabilmente numerosi (rispetto a che cosa, a chi? agli elettori Boeri non offre nessun elemento di valutazione comparata), risultano molto poco produttivi. Per definire e misurare la produttività dei parlamentari l’articolo utilizza due criteri. Il primo è la presenza alle votazioni in aula; il secondo è la stesura di disegni di legge. Entrambi i criteri sono inadeguati e fuorvianti.

Quanto al primo, chi studia i parlamenti e il loro funzionamento sa che, tranne qualche significativa eccezione, tutti i disegni di legge che arrivano alla votazione finale in aula sono stati ampiamente discussi, talvolta emendati (in effetti, ottima cosa sarebbe contare e valutare quali e quanti emendamenti di successo sono stati introdotti dai singoli parlamentari anche in aula) e, infine, votati nelle commissioni di merito. Un numero notevole di parlamentari ha partecipato attivamente a quelle discussioni e approvazioni. A tutti è noto che molte, se non addirittura la maggior parte delle votazioni in aula non presentano nessun conflitto e avverranno senza sorprese. Dunque, la loro presenza non è politicamente richiesta, senza contare che molti parlamentari sono occupati in cariche di governo e molti possono essere in missione. Le foto delle aule vuote del Parlamento in occasione di discussioni generali, che molti quotidiani pubblicano e che scandalizzati commentatori, più o meno inconsapevolmente “populisti”, stigmatizzano, sono del tutto fuorvianti. Oscurano il fatto che molti parlamentari stanno lavorando in Commissione, studiando nei loro uffici, dando interviste di politica a quegli stessi quotidiani, tenendo rapporti con i loro elettori. Per quel che riguarda il secondo criterio, la stesura e presentazione dei disegni di legge, è da tempo che gli studiosi del Parlamento sanno che il compito principale di qualsiasi e di tutti i parlamenti (tranne quelli delle Repubbliche presidenziali) non è affatto quello di “fare le leggi”. Nelle democrazie parlamentari, sono i governi (se si preferisce, le maggioranze che sostengono i governi) che fanno le leggi. All’incirca fra l’80 e il 90% delle leggi approvate dalla maggioranza dei Parlamenti contemporanei sono di origine (iniziativa) governativa. D’altronde, è giusto che sia così.

Infatti, quei governi e i partiti che ne fanno parte hanno non soltanto il potere di fare approvare i loro specifici disegni di legge, ma hanno anche il dovere di farlo. Hanno ottenuto voti anche, in qualche caso, soprattutto, poiché hanno promesso agli elettori di attuare determinate politiche. Una volta al governo è loro compito tradurre le promesse in progetti di legge sui quali chiederanno l’approvazione dei parlamentari che anche su quei programmi sono stati eletti. La disciplina di voto che ne consegue è parte del complesso circuito di responsabilità istituzionale richiamata anche nel discorso di fine d’anno del presidente Mattarella. Se fossero i singoli parlamentari a fare le leggi assisteremmo al caos, nel quale la Terza Repubblica francese, definita la République des députés, si trovò a lungo con scambi dei più vari e incontrollabili tipi fra gruppi di deputati. Non è un dettaglio marginale il crollo come un castello di carta di quella Repubblica di fronte alla comparsa dei carri armati tedeschi nel giugno 1940. Quindi, invece di considerare positivamente come indicatore di produttività il numero dei disegni di legge scritti dai singoli parlamentari (incidentalmente, mai i più noti e neppure quelli che godono di maggiore prestigio fra i colleghi, a richiesta sono in grado di fare i nomi!), è opportuno preoccuparsi e interrogarsi su quali ne siano le motivazioni anche alla luce dell’altissima improbabilità che quei disegni di legge siano presi in considerazione e, meno che mai, giungano all’approvazione. No, è completamente sbagliato misurare la “produttività” di un parlamentare contando i disegni di legge da lui/lei “sfornati”. Praticamente, nessuno di quei disegni di legge ha la minima possibilità di essere preso in considerazione; giustamente, poiché, da un lato, sono semplici messaggi, oramai abbastanza rari, mandati agli elettori, ma più spesso sono “favori” restituiti a qualche gruppo di interesse che, in effetti, è il vero autore di quel disegno di legge. Comunque, se produttività è produrre disegni di legge, allora Boeri dovrebbe essere fermamente contrario alla riduzione del numero dei parlamentari. Infatti, quanti più sono i parlamentari tanti più saranno/sarebbero i disegni di legge. Se, poi, ci fosse competizione fra un numero elevato di disegni di legge sullo stesso tema, allora alla produttività in termini di quantità si affiancherebbe anche l’incremento di qualità [sic!]. Ciò detto, propongo a Boeri e a chi come lui si dice favorevole alla riduzione del numero dei nostri parlamentari che la produttività venga misurata con riferimento non alla moltiplicazione dei disegni di legge che neppure arrivano alla votazione, ma con riferimento al molto più complesso ma molto più significativo ed esigente criterio della rappresentanza.

Che cosa fanno i parlamentari per dare rappresentanza agli interessi, alle preferenze, alle aspettative, persino agli ideali dei loro elettori, degli elettori in generale? In democrazia si ha rappresentanza politica soltanto quando i rappresentanti sono eletti, possono essere rieletti indefinitamente, con buona pace dei teorizzatori del limite ai mandati, e, naturalmente, anche sconfitti. Se la rappresentanza è elettiva non si può, come sembra suggerire Boeri, non (pre)occuparsi delle leggi elettorali, procedendo unicamente alla rozza, ma reale, distinzione fra leggi maggioritarie e leggi proporzionali. Già l’uso del plurale indica che è indispensabile guardare proprio alle technicalities di ciascuna legge. Non lo farò qui. Almeno in prima approssimazione è giusto affermare che esistono leggi elettorali capaci di collegare più efficacemente gli elettori al parlamentare che hanno eletto/a e spingerlo a dare buona rappresentanza.

Qui si apre il discorso relativo alla misurazione della qualità della rappresentanza. Ci sono alcuni indicatori facili: la residenza nel collegio nel quale il rappresentante è eletto; se non residente, il numero di volte che il rappresentante torna nel collegio e quanto tempo vi rimane; il numero di iniziative pubbliche svolte; il numero di elettori che riceve nel suo ufficio nel collegio; la quantità di posta che riceve e il numero di risposte che invia; i suoi interventi in Parlamento, magari distinguendo, come fatto più di duecento anni fa dal più autorevole interprete di ciò che è e che può essere buona rappresentanza politica, l’inglese Edmund Burke (1729-1797), fra rappresentanza del collegio, del partito, della nazione. C’è molto da fare per trovare e affinare i criteri più adeguati, non causali, non occasionali per la valutazione della produttività dei parlamentari soprattutto in chiave specifica di rappresentanza politica. Sappiamo che il paracadutaggio in liste bloccate e le candidature multiple non sono modalità propedeutiche (Burke esprimerebbe apprezzamento per questo mio very British understatement) alla buona rappresentanza politica Per il momento mi fermo qui suggerendo, anche a Boeri, la lettura di qualcosa che è più di un’approssimazione come risposta, come il mio Minima Politica. Sei lezioni sulla democrazia (Utet, 2020), delle quali una è sulle leggi elettorali e un’altra proprio sulla rappresentanza.

Pubblicato il 4 gennaio 2020

 

La democrazia come ideale e come fatto #TavolaRotonda #Roma #8gennaio

8 gennaio 2020, ore 17
Sala del Nazareno
via Sant'Andrea delle Fratte 16
Roma

a partire da ParadoXa 3-2019

Democrazie Fake
a cura di Gianfranco Pasquino

Tavola rotonda

La democrazia come ideale e come fatto

Gianni Cuperlo
Dario Franceschini
Claudia Mancina
Giacomo Marramao
Gianfranco Pasquino

La partita elettorale in Emilia Romagna #Intervista @RadioRadicale

Intervista raccolta da Roberta Jannuzzi il 2 gennaio 2020
Durata: 7 min 41 sec

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26 gennaio è la data del primo appuntamento elettorale del 2020.
In Calabria come in Emilia Romagna.
Ma è in quest’ultima regione che si gioca la partita più attesa.
Qui Matteo Salvini porta avanti la sua battaglia di carattere nazionale, la sinistra cerca di evitare una sconfitta storica, il movimento delle Sardine è comparso per la prima volta dando prova dell’esistenza di quell’Italia silenziosa alla quale, forse, si riferiva nel discorso di fine anno del presidente Mattarella.
Sette i candidati alla presidenza della regione Emilia-Romagna e 17 liste.
Contro il Governatore del Pd Stefano
 Bonaccini, Lucia Borgonzoni per il centrodestra, ma anche il candidato del M5S, Simone Benini, più quattro candidati di liste civiche, di sinistra o no-vax.
Ne parliamo con il professor Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna.

Più fiducia più responsabilità #Messaggio di Fine Anno del Presidente #Mattarella

Siamo anche i discendenti alla molto lontana di Leonardo, Raffaello e Dante, citati dal Presidente Mattarella in apertura del suo discorso di fine d’anno, dei quali giustamente celebriamo le opere stupefacenti, ma da allora troppa acqua è passata sotto i ponti italiani. Senza bacchettare i politici, cosa sempre buona e giusta, Mattarella ha preferito rivolgersi a noi cittadini e solo indirettamente a chi ha potere politico. Le due parole chiave, intorno alle quali, da qualche tempo, ruotano le spiegazioni delle scienze sociali riguardanti la qualità delle democrazie e lo sviluppo economico e culturale, sono fiducia e responsabilità. Il Presidente le ha declinate sobriamente, ma con precisione ed efficacia. Una società funziona in maniera apprezzabile quando gli uomini e le donne hanno fiducia, non soltanto in se stessi, ma, è mia personale aggiunta, gli uni negli altri. Sanno che tutti, o quasi, si comporteranno secondo le regole e che nessuno, o quasi, cercherà di prevaricare. Quando gli impegni assunti sono (quasi) sempre rispettati. Alla fiducia reciproca s’accompagna la responsabilità. Chi ha assunto impegni è responsabile della loro attuazione. La responsabilità è la virtù democratica per eccellenza. Mattarella si è affrettato a ricordare che i cittadini debbono ricevere il buon esempio dalle istituzioni. A coloro che hanno incarichi istituzionali spetta per primi l’onere (e l’onore) di comportarsi in maniera responsabile. La responsabilità è “il più forte presidio di libertà”. Non so quanti fra i detentori del potere politico e istituzionale si siano sentiti fischiare le orecchie, ma chiarissimo è il messaggio. La coesione sociale emerge, si manifesta, si mantiene producendo esiti positivi per una nazione, ma anche, a livello più elevato, nell’Unione Europea, quando esistono alte dosi di fiducia e i cittadini, i rappresentanti, i governanti, accettano e si sforzano di operare responsabilmente. Certo, Leonardo, Raffaello e Dante non sono più qui con noi, italiani, ma, agli occhi degli stranieri continuiamo ad avere grandi potenzialità. Esistono uomini e donne in questo paese che sanno agire con abnegazione, che spesso compiono atti di eroismo. Ferma restando l’eccezionalità di alcuni comportamenti, da lodare, e il Presidente l’ha fatto, è nella quotidianità che i cittadini debbono migliorare. Senza nessun cedimento a sentimenti buonisti e melliflui, il Presidente affida ai giovani una ragionevole speranza di miglioramento complessivo, diffuso della società italiana. Dalla loro consapevolezza della gravità dei problemi, a cominciare da quello ambientale, e dalla loro sensibilità è possibile attendersi cambiamenti significativi, tutti da conquistare. Per concludere con Dante, il Presidente Mattarella si è premurato di dire agli italiani che “la dritta via” non è del tutto “smarrita”. Che dobbiamo avere fiducia. Agendo con responsabilità riprenderemo il difficile cammino che conduce a una società civile e prospera. Buon Anno.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2020

Emilia-Romagna, il politologo Pasquino a @tpi: “Bonaccini senza carisma, Salvini ignorante, Borgonzoni incapace”

Intervista al politologo sulle elezioni del 26 gennaio: “Vince chi fa meno errori. Le sardine? Possono spostare voti a vantaggio del centrosinistra” di Enrico Mingori


A Bonaccini “manca il carisma”, Salvini è “un ignorante” e Borgonzoni “non saprebbe da che parte cominciare per governare l’Emilia-Romagna”. Gianfranco Pasquino ci va giù pesante quando parla dei protagonisti delle elezioni regionali più attese degli ultimi anni. Il 26 gennaio in Emilia-Romagna si decide il nuovo governatore, ma – forse – anche il futuro del governo giallorosso.

“Vince chi fa meno errori nell’ultima settimana di campagna elettorale”, riflette il politologo, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna ed ex senatore (fu in parlamento con la Sinistra Indipendente e i Progressisti tra gli anni Ottanta e Novanta).

Professore, per oltre cinquant’anni le elezioni in Emilia-Romagna sono state poco più di una formalità per il centrosinistra. Adesso per la prima volta la partita sembra davvero aperta. Perché?

La partita è aperta perché la destra è cresciuta in questo paese e, in maniera un po’ sorprendente, anche in Emilia-Romagna: c’è un leader trascinante al quale piace fare campagna elettorale, che è Matteo Salvini, e c’è l’aspettativa che lui riesca a sconvolgere gli equilibri dell’Emilia-Romagna all’insegna di uno slogan ben scelto: “Liberate l’Emilia-Romagna dal controllo esercitato sulla regione prima dal Partito comunista e poi dal Partito democratico”.

In questa campagna elettorale, oltre ai candidati, c’è un nuovo protagonista: il popolo delle sardine. Che ruolo gioca questo movimento? E può spostare dei voti?

Il popolo delle sardine probabilmente sposterà dei voti, se – come sembra – è essenzialmente un movimento di giovani. I giovani generalmente non sempre votano la prima volta: se le sardine riusciranno a portare a votare una parte di questi giovani, potrebbe essere un vantaggio per Bonaccini.

Le elezioni dell’Emilia-Romagna non sono mai state così attese a livello nazionale. Se vince la Lega, cade il Governo?

Bonaccini fa bene a sottolineare che si vota per la Regione. Ma è chiaro che se il centrodestra riuscirà a ottenere questa vittoria insperata aumenterebbero le pressioni sul presidente della Repubblica e da parte dell’opinione pubblica per  andare a verificare il consenso dell’attuale governo nel paese. In queste elezioni regionali c’è, eccome, una valenza nazionale. E sarebbe sbagliato non sottolinearla.

Qualche anno fa si parlava molto della crisi del modello emiliano, oggi non se ne parla quasi più. Ma cos’è esattamente il modello emiliano? E oggi questo modello è in crisi?

Non ho mai pensato che il modello emiliano fosse in crisi. Quello che è in crisi è il partito che dovrebbe attuare questo modello: il Pd – come ha detto D’Alema in una memorabile espressione – è un’amalgama mal riuscito. Ed è mal riuscito anche in Emilia-Romagna.

Com’è cambiata Bologna negli ultimi trent’anni?

Bologna secondo me è peggiorata nella qualità della vita. Non c’è stata nessuna innovazione significativa: la città è un po’ seduta sugli allori del passato. La qualità della vita a Bologna non mi soddisfa più. E credo che questo si rifletta anche nella mediocrità dei governanti della città.

Qual è – se c’è – il punto debole di Bonaccini? E qual è – se c’è – il punto debole di Salvini?

Il punto debole di Bonaccini è il carisma: Bonaccini non è riuscito a comunicare in maniera efficace tutto quello di buono che ha fatto. Salvini, invece, è uno straordinario comunicatore. Il suo punto debole è che è un ignorante. Molto spesso dice cose che non hanno nessuna corrispondenza con la realtà: è bravissimo a fare campagna elettorale, ma non mi pare abbia dimostrato di sapere fare anche il ministro. Non dimentichiamo, però, che la sfida non è tra Bonaccini e Salvini, ma tra Bonaccini e Borgonzoni. Per lei sono tutti punti deboli: la Borgonzoni non saprebbe da che parte cominciare per governare questa regione.

Faccia un pronostico: come finisce il 26 gennaio?

Manca troppo tempo. Molto conta la campagna elettorale, che può cambiare le preferenze di molti elettori: negli ultimi dieci anni l’elettorato è diventato estremamente volatile, per non dire volubile e quindi cambia il suo comportamento di voto, anche negli ultimi giorni. Chi commette meno errori nell’ultima settimana ha migliori possibilità di vincere.

Pubblicato il 28 dicembre 2019 su TPI NEWS