Governo 5 stelle-Pd anti Salvini o vittoria del centrodestra alle elezioni? #intervista #crisidigoverno

Intervista raccolta da Tatiana Santi

La crisi di governo è segnata in queste ore da una crescente confusione. Il Partito Democratico è ancora più spaccato al suo interno su un possibile dialogo con i 5 stelle, nel frattempo Beppe Grillo torna in aiuto dei suoi, salta l’incontro Salvini-Berlusconi. Si aprono le danze.

Lo strano matrimonio fra Lega e Movimento 5 stelle oramai è un ricordo del passato. La crisi di governo ha rimescolato tutte le carte in tavola: sono iniziate le trattative fra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia; il movimento 5 stelle e il Partito Democratico mostrano segnali di dialogo.

Quali scenari si aprono per l’Italia: elezioni anticipate con la vittoria del centrodestra o governo 5 stelle e Pd in chiave anti Salvini? Attendendo il voto del Senato sul calendario della crisi, Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Professore Pasquino, perché torna in campo Beppe Grillo?

Torna perché innanzitutto lui è all’origine di tutto questo, è il fondatore, è colui che ha dato grande impulso al movimento per i primi 3-4 anni. Grillo è anche responsabile di aver scelto Di Maio come capo politico. Si rende conto che il movimento se la sta passando male e cerca di dare una mano per riuscire a recuperare un po’di voti, di prestigio e visibilità.

Secondo lei fra i 5 stelle e la Lega è una rottura definitiva?

Credo di sì. Fin dall’inizio l’accordo era molto strano, si è trattato di un vero accordo di potere, oserei dire. Il contratto di governo era basato su cose che potevano fare insieme, ma erano molto conflittuali. Ora la situazione è definitivamente conclusa.

Parliamo delle coalizioni. Quali sono i possibili scenari? Il movimento 5 stelle va a braccio con il Partito Democratico ormai?

Lo scenario più probabile è che se si va a votare vince il centro destra e Salvini diventa Presidente del Consiglio. Il centrodestra in questo momento è sicuramente più forte di qualsiasi alternativa. In Parlamento la situazione è diversa: i seggi del movimento 5 stelle assieme a quelli del Pd e di Leu consentono di costruire una maggioranza. Una maggioranza numerica non è necessariamente una maggioranza politica. Questi partiti devono dire su che cosa vogliono costruire la maggioranza, altrimenti non possono dare vita al governo.

Un governo formato da Partito Democratico e i 5 stelle si potrebbe definire di sinistra?

Nel Partito Democratico ci sono posizioni che secondo me non sono di sinistra. Almeno la metà del Movimento 5 stelle non è di sinistra. È un governo fatto da due forze politiche che condividono un principio fondamentale: non fare vincere Salvini, non fare vincere il centrodestra. Hanno posizioni non troppo distanti per esempio sull’Europa e su un’economia che funzioni in modo meno favorevole ai grandi gruppi italiani. Possono quindi stare insieme, però non è facile.

Con l’attuale crisi e soprattutto con un governo 5 stelle-Partito Democratico come possono cambiare i rapporti con l’Europa? Fra Bruxelles e Roma tornerà l’amicizia?

Il Pd è sicuramente un partito europeista, il Movimento 5 stelle ha votato Ursula von der Leyen e quindi sosterrà la Commissione. Il problema è chi sarà il commissario italiano. Il presidente del Consiglio Conte avrebbe già dovuto nominarlo, dovrebbe farlo in fretta. L’Italia del Partito Democratico e dei 5 stelle è più europeista e certamente conterebbe di più, Salvini in Europa non conta assolutamente nulla, Berlusconi conta un pochino, ma è nel gruppo popolare europeo, la Meloni non conta nulla. Non solo, hanno un atteggiamento antagonistico e aggressivo nei confronti dell’Europa e non verrebbero presi in considerazione. L’Italia in generale non conta moltissimo, ma se vuole contare un po’ ha bisogno del Pd e dei 5 stelle.

Pubblicato il 14 agosto 2019 su it.sputniknews.com

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Ecco perché Salvini si è intortato. Lezione del prof. Pasquino @formichenews

 

l rischio è che un certo numero di potenziali elettori del leader della Lega finisca, in parte, per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi) e non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma

“You cannot have your cake and eat it”. Questo lapidario detto inglese riflette ottimamente la situazione nella quale si trova Salvini. No, non è possibile avere la moglie drogata e la siringa piena, come spiritosamente tradusse Giorgio Galli. Salvini ha voluto rimanere al governo pur formulando una mozione di sfiducia, dunque, dichiarando alto e forte di non fidarsi più neppure dei Ministri (e dei sottosegretari) della Lega, meno che mai (sic, è una valutazione sulla quale concordo) del Ministro degli Interni. Adesso vorrebbe accelerare i tempi, votare fulmineamente la mozione, sciogliere il Parlamento, andare ad elezioni anticipate, approvare subito la sua manovra finanziaria che, sostiene, è già bella cotta e commestibile.

Non so che cosa ne pensano i suoi indispensabili alleati, Meloni e Berlusconi, forse troppo interessati ad andare al governo, ma il passo non sarà breve. Sarebbe stato sufficiente che Salvini rinunciasse alla sua carica, no, debbo usare un’espressione più salviniana: “alzasse le chiappe dalla (sua) poltrona ministeriale” e avrebbe ottenuto molto. Non tutto poiché in una democrazia costituzionale nessuno ha pieni poteri, quindi alcune decisioni spettano al Parlamento, altre al Presidente della Repubblica.

Una volta abbandonata la poltrona di Ministro alla quale dice di non essere attaccato, Salvini poteva salire al Colle per comunicare al Presidente della Repubblica che il governo Conte non aveva più la maggioranza in parlamento e che, di conseguenza, doveva prenderne atto e rassegnare il suo mandato. Invece, sempre per rimanere con gli inglesi che, Brexit a parte, se ne intendono, there is an entirely new ball game. La palla non è più nelle mani di Salvini, ma dei gruppi parlamentari, dei dirigenti delle Cinque Stelle e del Partito Democratico, del Presidente del Consiglio e, naturalmente, dulcis in fundo, del Presidente della Repubblica. È anche, ma poco, nelle mani di Forza Italia e di Fratelli d’Italia ai quali Salvini ha dovuto prematuramente, precocemente concedere addirittura la prospettiva, forse fare la promessa di un’alleanza pre-elettorale. Quando sarà sarà.

Nel frattempo, saranno altri a decidere le regole e i tempi, persino i protagonisti, del new ball game. A tempi dilatati il rischio è che un certo numero di potenziali elettori di Salvini finisca, in parte,per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi), non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma: non le autonomie differenziate non la tassa piatta. Another time another place, ma, allora, anche un altro governo.

Pubblicato il 13 agosto 2019 si formiche.net

Una democrazia parlamentare, se saprete conservarla

Finita l’ubriacatura nociva delle finestre elettorali che si aprivano e si chiudevano senza nessun senso, nessuna logica, nessun aggancio alla Costituzione, già circolano altre affermazioni senza fondamento.

Propongo come punto di partenza analitico che tutti si ricordino che uno dei grandi pregi delle democrazie parlamentari (non dirò “repubbliche” poiché in Europa ci sono fior fiori di re e regine capi di Stato di monarchie parlamentari), probabilmente il più grande, è la loro flessibilità.

Non significa che tutto è negoziabile, ma che esistono importanti spazi per trovare gli accordi e, naturalmente, per esprimere i disaccordi. Sento l’immediato bisogno di affermare per l’ennesima volta che nelle democrazie parlamentari gli elettorati non eleggono mai il loro governo.

Eleggono più o meno bene, grazie al tipo di legge elettorale, un Parlamento nel quale si formerà il governo, si potranno cambiare i ministri: rimpasto, non “roba da Prima Repubblica”, ma strumento che tutti i governi parlamentari, monopartitici e di coalizione usano per ridare slancio alla loro azione, per sostituire chi non ha fatto bene, per rimettersi in sintonia con il loro elettorato e con l’opinione pubblica.

Si potrà persino cambiare la composizione partitica di quel governo, al limite con un quasi ribaltone. In secondo luogo, i lavori parlamentari, tempi e contenuti, sono decisi dalla conferenza dei capigruppo e da nessun altro.

In ultima istanza tocca all’aula, vale a dire a tutti i parlamentari, esprimersi a dimostrazione che non è vero che il governo opprime e sopprime il ruolo del Parlamento. Repressi saranno quei parlamentari che abdicano alla loro autonomia decisionale.

Terzo, quando un partito al governo stila una mozione di sfiducia contro il suo governo correttezza (e coerenza) istituzionale vuole che tutti i ministri e i sottosegretari di quel partito si dimettano dal governo. Non facciano le quinte colonne rendendosi anche ridicoli (aggettivo parlamentare? no, ma è azzeccato).

Quarto, parlamentarizzata la crisi, toccherà al Parlamento con un dibattito ampio, aperto e trasparente comunicare le diverse posizioni all’opinione pubblica che ha il diritto di essere accuratamente informata e che, nella mia esigente concezione di democrazia, ha il dovere di informarsi.

Se si potrà fare un nuovo governo emergerà dal dibattito, ma spetterà al Presidente della Repubblica valutare se la nuova coalizione è soltanto un’operazione numerica oppure se gode di una maggioranza politicamente operativa. Non potrà essere nessun partito singolo a decidere che la crisi di governo ha come unica soluzione lo scioglimento del Parlamento ed elezioni anticipate.

Nessun’altra considerazione può essere costituzionalmente fatta valere. Tuttavia, nel caso italiano attuale, è assolutamente legittimo che il Movimento 5 Stelle chieda con forza e con urgenza che si tenga comunque l’ultima votazione sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Contrariamente a quello che alcuni dicono, una volta approvato in via definitiva quel disegno di legge costituzionale, non è affatto vero che il Parlamento non potrà venire sciolto. Semmai, un po’ di tempo sarà richiesto dall’obbligatorio ridisegno dei collegi. Anche a Parlamento sciolto, un quinto dei parlamentari uscenti oppure cinque Consigli regionali oppure cinquecentomila elettori potranno attivarsi nei tre mesi successivi per chiedere un referendum contro quella riforma costituzionale, dunque, non un referendum confermativo, ma, se si vuole un aggettivo pregnante, oppositivo.

Anche se si svolgeranno le elezioni politiche, saranno due binari separati non destinati a incontrarsi né a scontrarsi. Poi il referendum si terrà nella primavera del 2020. Nessuno si nasconda dietro quella riforma costituzionale. Soprattutto, tutti operino dentro il quadro costituzionale, le sue “forme”, i suoi “limiti”.

Pubblicato il 12 agosto 2019 su huffingtonpost.it

Caro Conte, le sue dimissioni non siano irrevocabili @formichenews

L’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta. E adesso prenda l’iniziativa. L’epistola di Gianfranco Pasquino al presidente del Consiglio

Bologna, 9 agosto 2019

Caro Presidente del Consiglio,

le scrivo poiché so che si trova in una situazione difficile, e ancora più forte le scriverò poiché immagino il frastuono intorno a lei. Non ho mai apprezzato la sua interpretazione del ruolo “avvocato del popolo”. Ho sempre pensato che i capi di governo non debbano “difendere” il popolo, ma rappresentarlo e guidarlo. Adesso, però, dopo mesi di penose inadeguatezze di Di Maio e di intollerabili forzature di Salvini, ci vedo meglio. Sì, il popolo deve essere difeso anche dai suoi errori di voto e, aggiungo subito,come consiglio interessato al popolo, deve sapere che perseverare diabolicum est. Lei ha fatto molto bene a rivendicare la sua autonomia, quantomeno istituzionale, e adesso spero che intenda e riesca a sfruttarne tutti i margini. È giusto chiedere che la crisi di governo sia totalmente “parlamentarizzata”. Le crisi extraparlamentari sono state il lato peggiore della Prima Repubblica. Erano disprezzo per il Parlamento, schiaffo al Presidente della Repubblica, cattivo servizio all’opinione pubblica alla quale si negavano informazioni politiche rilevanti, massimo segno di arroganza dei dirigenti di partito. L’hanno pagata, ma troppo tardi e, in sostanza, troppo poco. La mozione di sfiducia dei leghisti e del loro abbronzato “capitano” servirà a narrare che cosa è cambiato, spero non solo i sondaggi,  e che cosa vorrebbero fare dopo le elezioni, spero non more of the same, che, adesso non sarebbe loro possibile a causa di (quali?) ostacoli insuperabili. Ci garantiscano anche che hanno già preso tutte le misure necessarie a impedire l’interferenza della Russia nella campagna elettorale prossima ventura.

   Credo che lei abbia il potere di chiedere ai due Presidenti delle Camere la loro convocazione relativamente ravvicinata. Vorrei anche che, a dimostrazione che è tuttora capo di questo governo, lei decida rapidamente di procedere alla nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia, non alla Lega, non al Movimento 5 Stelle, ma proprio al governo. Faccia il nome. Non vorrei bruciare nessuno, ma l’identikit di un candidato di peso, con competenze economiche, noto a livello internazionale si attaglia perfettamente a Carlo Cottarelli.

   I passi successivi dipenderanno dallo svolgimento e dai contenuti del dibattito parlamentare. Le suggerirei di ripetere il suo secco e sobrio discorso di giovedì 9 sera, rimpolpandolo con le cose fatte, le cose da completare, le cose da fare e, naturalmente, mettendo in evidenza soprattutto le convergenze, –le divergenze le urlerà il VicePresidente Salvini, certamente affermando (sic) di averle più volte espresse nel Consiglio dei ministri. O sbaglio? Comunque, tiri un bilancio complessivo in tutto candore. Le suggerirei di dire che, no, l’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta: “bellissima” (il professore di Scienza politica che è in me aggiunge subito: “invidiabile”).

Dopo il voto di Camera e Senato scriverò anche al Presidente della Repubblica Mattarella. Avevo più familiarità con Napolitano, ma, insomma sono stato sui banchi del Parlamento anche con Mattarella, per dire come penso debba essere “governata” la crisi. Lei, caro Presidente del Consiglio, dia le sue dimissioni senza aggiungere irrevocabili, e comunichi al Presidente la sua disponibilità a formare un nuovo governo che conduca alle elezioni e le sovrintenda. Non possono essere né i Ministri delle Cinque Stelle né, meno che mai, l’attuale Ministro degli Interni coloro che credibilmente garantiranno un’equa competizione elettorale. Mi rifiuto di pensare che nel paese non esistano venti persone, uomini e donne, dotati di una biografia personale e politica al disopra di ogni sospetto, competenti, equilibrati/e, disposti a dare due mesi della loro attività a un procedimento elettorale limpido. Anche in questo caso, mi sento di fare almeno due nomi: Raffaele Cantone agli Interni e Emma Bonino agli Esteri. Gli economisti sono più controversi, ma il Presidente Emerito dell’Accademia dei Lincei, Alberto Quadrio Curzio ha un curriculum di tutto rispetto.  Naturalmente, sarà lei a guidare il governo elettorale.

Non vado oltre, ma mi raccomando, caro Prof Conte: sia assertivo, prenda l’iniziativa, parli alto e forte.  Ha dimostrato di saperlo fare. Insista e persista. La Repubblica (no, non il quotidiano) le sarà grata.

Pubblicata il 9 agosto 2019 su formiche.net

Contratto addio per tre motivi

“Qualcosa si è rotto nel governo” dichiara il Vice-Presidente del Consiglio Matteo Salvini dopo avere riportato una nettissima vittoria parlamentare sul Movimento 5 Stelle che ratifica la possibilità di procedere alla TAV. Sconfitti, umiliati e adesso anche abbandonati da Salvini che ha deciso che “non si può andare avanti”, i pentastellati non sanno come replicare. La loro è oramai da parecchi mesi una crisi di consensi perduti in abbondanza tanto che i sondaggi danno loro meno della metà dei voti che ottennero il 4 marzo 2018. È anche, sempre più visibilmente, una crisi di leadership: a Di Maio manca proprio il “fisico del ruolo”, mentre il fisico di Salvini straborda da tutte le spiagge e da tutte le reti televisive.

Vengono date due spiegazioni della decisione di Salvini di “rompere” il contratto di governo. La prima è che Salvini ha sostanzialmente ceduto alla base e ai suoi collaboratori che ritengono giunto il momento di andare all’incasso dei voti che significherebbe più che raddoppiare i seggi del 2018 e essere in grado di governare indisturbati con la sola aggiunta di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni anche lei in crescita. La seconda è che qualcuno nella Lega ha fatto qualche conto giungendo a conclusioni sconfortanti: i soldi per la flat tax non ci sono (e Tria lo certifica), l’Iva “scatterà”, la Legge di Bilancio non potrà soddisfare i criteri della nuova Commissione Europea, mentre nel frattempo lo spread inizia a salire. Meglio chiedere il voto agli italiani prima di infliggere loro sacrifici inevitabili e pesanti. A queste due possibili e plausibili spiegazioni ne aggiungerei una terza, meno discussa, ma che sicuramente conta. Si prospettano due guai molto seri per Salvini, Ministro degli Interni e “capitano” della Lega: la mozione di sfiducia (al momento calendarizzata il 12 settembre) per i suoi comportamenti ministeriali e l’inchiesta, che procede, sui rapporti fra la Lega e la Russia di Putin.

Lo scioglimento del Parlamento procrastinerebbe tutto, forse solo per qualche tempo, ma meglio di niente. La crisi è aperta, ma deve essere formalizzata. In assoluto, la procedura più corretta è che il Presidente del Consiglio dichiari in Parlamento le ragioni per le quali la sua (prima) esperienza è giunta a termine. Informare i parlamentari, i media, l’opinione pubblica e i cittadini significa rendere un buon servizio alla democrazia italiana. Tutti i passi successivi sono nelle mani, immagino molto preoccupate, del Presidente della Repubblica. Rinviare Conte al Parlamento per un voto formale. Tentare la costruzione di un Conte-bis ricordando a tutti i protagonisti il costo economico e di credibilità di una crisi adesso. Dare l’incarico a una personalità autorevole con il solo compito di condurre alle urne sovrintendo a elezioni turbolente, ma eque. L’alleanza giallo-verde è stata molto nociva per il paese. Il suo superamento sarà molto aspro e gravoso.

Pubblicato AGL il 9 luglio 2019

Sulla nuova legge “Codice Rosso” #INTERVISTA @RaiGRparlamento

Rai GrParlamento IL PUNTO del 18/07/2019
Stefano Anderson intervista Gianfranco Pasquino sulla nuova legge “Codice Rosso”, Legge 19 luglio 2019, n. 69, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 25 luglio 2019, n. 173.

ASCOLTA

Lo scambio nella sua interezza con Claudio Cerasa, direttore de @ilfoglio_it

In attesa della risposta del Direttore Cerasa, credo sia utile mettere a disposizione di voi, miei gentili followers, lo scambio nella sua interezza

 

Caro Direttore,

La rappresentanza politica non è mai faccenda di soli numeri. Seicento rappresentanti eletti sono in grado di fare un lavoro anche migliore di novecentoquarantacinque parlamentari nominati da un ristrettissimo cerchio di dirigenti di partito. Detto che “tagliare i politici” (che stava nella propaganda referendaria renziana) per risparmiare soldi è populismo papale papale, quel che conta è come quei parlamentari saranno eletti e in che modo svolgeranno i loro compiti. Non importa se la Legge Rosato ha effetti più o meno (pochi) maggioritari. Il suo palese drammatico vizio sta nell’impossibilità per gli elettori di scegliere il loro rappresentante. Una misera triste crocetta ratificherà scelte fatte altrove. Una buona rappresentanza si ha quando i parlamentari, grazie all’assenza di vincolo di mandato, potranno, ogniqualvolta sia necessario, fare affidamento non soltanto sulla loro, per noi imperscrutabile, coscienza, ma sulla loro esplicita scienza spiegando agli elettori, se il sistema elettorale lo consente, il perché e richiedendone il sostegno. Già, perché anche il limite ai mandati è un ostacolo alla buona rappresentanza. Chi sa di potere essere rieletto, non ri-nominato poiché, allora, risponderà al suo mandante, si comporterà nella maniera più responsabile possibile, cercherà di capire le preferenze e anche gli umori e le emozioni degli elettori e, interloquendo con loro, persino di cambiarli. Il non rieleggibile potrà diventare una mina vagante nel suo ultimo mandato a disposizione di oscuri interessi e interessati. Quanto alto e quanto forte dobbiamo protestare adesso noi, uomini e donne del No (ma faccio sempre molta fatica e ho ritegno a parlare in nome di altri) che ci siamo opposti alle sconclusionate e inadeguate riforme di Renzi? Sicuramente, è nostro dovere criticare il (non ancora) fatto e quello che motivatamente riteniamo il malfatto. Continuerò a farlo in maniera “sistemica”. La rappresentanza politica è elettiva. Quindi, bisogna valutare le riforme che riguardano il Parlamento e il governo anche con esplicito riferimento alla legge elettorale. Nessuna delle proposte dei Cinque stelle dipende e discende dalla vittoria del No il 4 dicembre 2016. Era possibile anche un altro governo.

1 agosto 2019

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna

***

Caro Professore,

grazie della sua gentile lettera, che non condivido in molti passaggi, ma che mi dà la possibilità di introdurre un altro tema su cui forse varrebbe la pena ragionare. Resto convinto, come lo ero e lo eravamo nel 2016, che per combattere il populismo sia necessario, anche se non sufficiente, avere un sistema istituzionale efficiente, capace cioè di generare una competizione sana, vera, reale e genuina, capace dunque di costringere le persone a scegliere da che parte stare. Fino a quando ci sarà un pezzo d’Italia che penserà di combattere gli avversari politici ingessando sempre di più il sistema, e sfuggendo così a ogni tentazione maggioritaria, il populismo prospererà. Se il professor Pasquino volesse stare da questa parte, dalla parte della semplificazione, del maggioritario, della competizione, sa che qui sarebbe a casa. Grazie.

3 agosto 2019

***

 

Caro Direttore,

la sua cortese risposta al mio intervento (2 agosto) contiene un invito al dialogo che accetto immediatamente. Il massimo della semplificazione da lei desiderata le è garantito dal populismo: un leader e il “suo” popolo, essendo, quelli che non la pensano come lui, i “nemici” del popolo. Tutto il resto va, populisticamente e conseguentemente, “rottamato” e “disintermediato”. Invece, la democrazia è complessità: diritti, istituzioni, il tempo per discutere, ragionare, creare il consenso necessario, decidere, valutare le conseguenze e tornare a riformare.

Non dobbiamo affatto, come scrive lei, “costringere le persone a scegliere da che parte stare”. Dobbiamo consentire ai cittadini di farsi le loro opinioni, meglio se informandosi, e poi scegliere, liberamente, cambiando di volta in volta, se lo desiderano, sapendo motivatamente premiare o punire coloro che hanno liberamente eletto. Certo, una legge elettorale maggioritaria, come il doppio turno francese, per il quale ho da tempo espresso e argomentato la mia preferenza, sarebbe ottima anche nel contesto italiano. Non ho visto grande sostegno dagli editorialisti dei quotidiani italiani e, per la verità, neppure da “Il Foglio”. Non ho neppure visto grandi battaglie combattute contro quel mostriciattolo della Legge Rosato.

Comunque, una democrazia maggioritaria richiede molto di più di una legge elettorale appropriata. Richiede freni e contrappesi, responsabilizzazione dei rappresentanti e dei governanti, mass media “liberi e forti”, una rigorosa legge sul conflitto di interessi (altro terreno sul quale non ho avuto, fui il firmatario del primo disegno di legge in materia, 15 maggio 1994, vigoroso sostegno). Di tutto questo ho variamente scritto, per esempio, in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Università Bocconi Editore 2015). Vedrà che sono dalla parte del maggioritario e della competizione con regole, non, però, della imprecisata semplificazione e meno che mai della manipolazione, in parte voluta in parte esito di grande ignoranza in materia di funzionamento della democrazia e delle sue istituzioni.

Questa volta spero di trovare spazio in prima pagina, magari in un bel taglio basso!

Gianfranco Pasquino

Più decisionista: si fa spazio il nuovo Conte

A poco più di anno dal suo insediamento, l’inquilino di Palazzo Chigi, il professor Giuseppe Conte sembra avere preso definitivamente le misure al suo potere politico effettivo. La popolarità e il grado di prestigio, superiori a quello di entrambi i suoi vicepresidenti, ne danno testimonianza e conferma. Da garante del Contratto di Governo e, come disse lui stesso, con espressione non felicissima, avvocato del popolo, Conte si è chiaramente trasformato in qualcosa di più. Sta dimostrando che è un Presidente del Consiglio che decide e si assume la responsabilità delle decisioni. Non tutti i Presidenti del Consiglio della lunga prima fase della Repubblica italiana ebbero il potere di decidere e lo utilizzarono. La maggior parte dei commentatori politici italiani e anche chi scrive hanno sempre avuto riserve sull’effettiva possibilità che Conte guidasse il governo invece di seguire da vicino Salvini e DiMaio assecondandoli e, quando necessario, fungendo da loro parafulmine. Pochi reagirono a favore di Conte quando l’ex Primo ministro belga Guy Verhofstadt, leader degli europarlamentari liberali, lo accusò di essere un semplice “burattino” nelle mani di Salvini e Di Maio. Ebbene, la notizia è che, se lo è stato, certamente non lo è più. Da qualche settimana, Conto è disinvolto e sicuro di sé, in pieno controllo del suo ruolo e disposto a prendere decisioni anche se sgradite da Salvini e/o da Di Maio. Ha revocato un sottosegretario non proprio impeccabile della Lega senza curarsi delle obiezioni di Salvini e, fatto clamoroso, dopo mesi di tentennamenti, ha deciso che, anche per non rimetterci un sacco di euro, la TAV, osteggiatissima dai pentastellati, si farà. Non escludo che fra qualche giorno di fronte alle incertezze di Salvini, sarà proprio Conte a fare il nome del Commissario italiano per Bruxelles. Come spiegare questa notevole trasformazione che certo avrà ripercussioni e conseguenze? Anzitutto, per Conte è terminata in maniera positiva la fase di apprendimento. Ha capito non soltanto che la Presidenza del Consiglio gode di risorse politiche, la visibilità, e istituzionali, il potere di decidere, e ha deciso di sfruttarle. Lo può fare, questo è il punto più interessante, poiché, in maniera e per ragioni ovviamente diverse, i due vicepresidenti del Consiglio hanno perso smalto, ma soprattutto potere politico. Le Cinque Stelle di Di Maio, un tempo leader trionfante e esageratamente trionfalista, hanno perso più di un terzo del loro consenso e, se si votasse presto, andrebbero incontro a un vero tonfo. Per quanto continui a girare vorticosamente l’Italia e ad affermare che si occupa di vita reale, la faccenda russa, che i soldi siano arrivati o no, un sovranista non si mette mai in una situazione nella quale una potenza esterna potrebbe condizionarne la politica, Salvini appare molto appesantito. Conte ha guadagnato spazio perso da Di Maio e da Salvini e con lui, altrettanto positivamente ne ha guadagnato, se saprà intelligentemente approfittarne, il Parlamento. Finché dura.

Pubblicato AGL il 5 luglio 2019

Ho scritto questa lettera al Direttore del Foglio… @ilfoglio_it

La rappresentanza politica non è mai faccenda di soli numeri. Seicento rappresentanti eletti sono in grado di fare un lavoro anche migliore di novecento a quarantacinque parlamentari nominati da un ristrettissimo cerchio di dirigenti di partito. Detto che “tagliare i politici” (che stava nella propaganda referendaria renziana) per risparmiare soldi è populismo papale papale, quel che conta è come quei parlamentari saranno eletti e in che modo svolgeranno i loro compiti. Non importa se la Legge Rosato ha effetti più o meno (pochi) maggioritari. Il suo palese drammatico vizio sta nell’impossibilità per gli elettori di scegliere il loro rappresentante. Una misera triste crocetta ratificherà scelte fatte altrove. Una buona rappresentanza si ha quando i parlamentari, grazie all’assenza di vincolo di mandato, potranno, ogniqualvolta sia necessario, fare affidamento non soltanto sulla loro, per noi imperscrutabile, coscienza, ma sulla loro esplicita scienza spiegando agli elettori, se il sistema elettorale lo consente, il perché e richiedendone il sostegno. Già, perché anche il limite ai mandati è un ostacolo alla buona rappresentanza. Chi sa di potere essere rieletto, non ri-nominato poiché, allora, risponderà al suo mandante, si comporterà nella maniera più responsabile possibile, cercherà di capire le preferenze e anche gli umori e le emozioni degli elettori e, interloquendo con loro, persino di cambiarli. Il non rieleggibile potrà diventare una mina vagante nel suo ultimo mandato a disposizione di oscuri interessi e interessati. Quanto alto e quanto forte dobbiamo protestare adesso noi, uomini e donne del No (ma faccio sempre molta fatica e ho ritegno a parlare in nome di altri) che ci siamo opposti alle sconclusionate e inadeguate riforme di Renzi? Sicuramente, è nostro dovere criticare il (non ancora) fatto e quello che motivatamente riteniamo il malfatto. Continuerò a farlo in maniera “sistemica”. La rappresentanza politica è elettiva. Quindi, bisogna valutare le riforme che riguardano il Parlamento e il governo anche con esplicito riferimento alla legge elettorale. Nessuna delle proposte dei Cinque stelle dipende e discende dalla vittoria del No il 4 dicembre 2016. Era possibile anche un altro governo.

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna

Quasi sindaco: Quel che debbo ricordare, per voi e per me #Politica #Società #Bologna

Di tanto in tanto, ultimamente abbastanza di frequente, qualcuno su twitter ricorda che mi sono candidato a sindaco di Bologna nel 2009 e ho raccolto circa 4 mila voti (4.448 per la precisione), meno del 2 per cento. La mia versione dei fatti, non contraddetta da nessuno, si trova nel volumetto Quasi sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010, Diabasis 2010. Qui di seguito colloco alcune riflessioni successive che mi pare abbiano un certo interesse, non solo personale. Qualunque sia invece l’interesse dei twittatori a corto di competenze e argomenti che brandendo quella sconfitta elettorale credono di disinnescare i miei tweet, il loro risultato si ferma allo 0% virgola niente.

Quasi sindaco: Quel che debbo ricordare, per voi e per me

Ricordo di avere trascorso il mese di agosto 2010 a scrivere dolorosamente il resoconto della campagna elettorale del 2009 della lista “Cittadini per Bologna” da me guidata. Avevo il dovere politico e morale di lasciare una traccia scritta di quello che avevamo fatto, perché, come, con quali conseguenze. Quel libro, poi divenuto libro e pubblicato con il titolo Quasi sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010, fu respinto da Feltrinelli e da Donzelli, ma anche da Pendragon, editrice bolognese di politica, prima di essere gentilmente accettato dal Direttore Editoriale di Diabasis, Alessandro Scansani, scomparso poco dopo la pubblicazione al quale sono enormemente grato. Non ho nulla da cambiare di quel resoconto. A dieci anni di distanza, trovo che è opportuno, per me e per coloro che vogliono saperne di più e non si limitano a contare i non molti voti che la nostra lista ottenne, fare un bilancio articolato. Ci furono conseguenze quasi immediate e conseguenze più lente, tutte interessanti, molto istruttive, per coloro che sono disposti e sanno imparare.

A due mesi dalle elezioni, il Direttore di “Repubblica-Bologna” non si era ancora fatto vivo. Ne ero stato collaboratore abbastanza assiduo per circa vent’anni. Naturalmente, avevo smesso di scrivervi non appena divenni candidato, nel gennaio 2009. Era sottinteso, anzi, concordato, che alla fine dell’avventura avrei ripreso a scrivere e che i tempi li avrebbe dettati il Direttore Aldo Balzanelli. La situazione, però, si era fatta più difficile, in un certo senso anche imbarazzante. Infatti, Balzanelli, in special modo, ma anche i suoi cronisti, la maggior parte dei quali conoscevo personalmente, avevano scelto una linea non proprio equilibrata, non dico equidistante, fra me e il candidato del PD. Il loro sostegno al candidato del Partito Democratico era evidente ed esplicito, fondamentalmente acritico. Nei miei confronti, la linea fu indifferenza oppure racconti sottilmente denigratori, persino a fronte di mie smentite ufficiali, due soltanto poiché non potevo sprecare il mio tempo prezioso, una delle quali clamorosa. Non proposi mai di scambiare il mio sostegno al candidato del PD con cariche (oggi diremmo “poltrone”), meno che mai per me personalmente. Balzanelli si rifiutò di accettare la mia smentita.

All’inizio dell’agosto, in occasione della commemorazione della strage di Bologna, 2 agosto, attesi invano la richiesta da parte di Balzanelli di un articolo, quanti ne avevo già scritti in materia per Repubblica! Ero anche stato il presentatore al Senato nella seconda metà degli anni ottanta, unitamente al repubblicano Libero Gualtieri, di un disegno di legge per l’abolizione del segreto di Stato. Il Corriere di Bologna mi aveva variamente fatto sapere che avrebbe gradito la mia collaborazione. Parlai con il direttore Armando Nanni per farmi ospitare una riflessione sulla strage. Pubblicato proprio il 2 agosto con il titolo Il dovere del rito e le lezioni per la memoria fu l’inizio di una lunga serie di articoli. La mia collaborazione cessò “a mia insaputa” subito dopo un articolo nel quale avevo stigmatizzato la decisione del PD di candidare il democristiano Pierferdinando Casini nel Collegio senatoriale di Bologna centro (lo metto qui in appendice) Ne seguì un lungo totale silenzio del direttore Ernesto Franco che in questo modo pose fine senza nessuna comunicazione ufficiale alla mia collaborazione. Me lo confermò in una brevissima telefonata quando a metà marzo 2018 se ne tornò a dirigere il Corriere del Trentino. Quanto a Balzanelli, replicò immediatamente, credo addirittura già nel pomeriggio del 2 agosto, al mio articolo, non con una telefonata, ma con una inopinata, “graziosa” e succinta mail: “Vedo che hai iniziato a scrivere sul Corrierino…” Non molto tempo, nei primi mesi del 2010, Balzanelli venne chiamato/mandato a Roma. Il suo successore, Giovanni Egidio, non mi ha cercato mai. I suoi cronisti mi hanno fatto nel decennio trascorso una sola intervista, non pubblicata perché fuori della linea del giornale (del partito?).

All’inizio di agosto 2009, i vigili mi recapitarono sette-otto contravvenzioni di importo vario dai mille ai 5 mila Euro ciascuna per affissione di manifesti elettorali della lista Cittadini per Bologna fuori dagli spazi appositi. Nessuna fotografia nessuna posssibilità di contestazione, ma le multe dovevano essere convalidate dal Prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia, al quale portai tutta la documentazione convinto che nessuno dei miei collaboratori avesse violato i regolamenti elettorali. Com’era nei suoi poteri, il Prefetto non diede seguito a quella che, qui mi assumo tutta la responsabilità di quello che scrivo, era una palese rappresaglia: “a Pasquino gliela facciamo pagare”. Letteralmente. Per questa piccola cronaca può essere utile aggiungere che il capo della campagna elettorale di Delbono tal Claudio Merighi (che, poi, fu inviato a “lavorare” alla Coop) era proprio un vigile.

Troppi hanno dimenticato che subito dopo l’estate 2009 le voci sulla gestione disinvolta dei rimborsi spese per viaggi e conferenze, da Ischia a Cancún, Messico, con tanto di foto, a opera dell’Assessore al Bilancio e vice-Presidente della Regione Emilia-Romagna Flavio Delbono si fecero più frequenti, più intense, più dettagliate. Non entro nei particolari, ma il Delbono promise e versò soldi alla sua compagna occasionale, dipendente della Regione, per “comprarne” il silenzio. La situazione divenne talmente imbarazzante per il Partito Democratico di Bologna che sotto quelle pressioni il sindaco Delbono si sentì costretto a dimettersi, il 24 gennaio 2010. Le sue dimissioni furono salutate da alcune dichiarazioni che parlano da sole. Il segretario della federazione del PD di Bologna, Andrea De Maria, affermò che le dimissioni erano “un atto di serietà e responsabilità”. Ancora più enfatiche le parole di colui che “Repubblica” (25 gennaio 2010) presentava come, e in effetti era stato, il grande sponsor di Delbono: “Il suo è un gesto di grande sensibilità nei confronti di Bologna. …. [le sue dimissioni] dimostrano un senso di responsabilità verso la comunità che va al di là dei propri obblighi e delle proprie convenienze. Delbono ha confermato, a differenza di altri [riferimento per me non comprensibile, GP], di saper mettere al primo posto il bene comune e non le sue ragioni personali”. In seguito, i magistrati ritennero che Delbono non aveva tenuto in grande conto “il bene comune” utilizzando fondi della Regione proprio per “sue ragioni [spese] personali”. Prodi si adoperò ancora a favore di Delbono facendo pressione sul Direttore del Bologna Center affinché fosse richiamato ad insegnare. L’Academic Council non prese in considerazione questa richiesta. In seguito anche Stefano Zamagni, docente e vicedirettore del Bologna Center, ma anche co-autore con Delbono di un testo di economia che Il Mulino dovette “purgare” di molte pagine che configuravano un plagio, tentò di fare riassumere Delbono. L’Academic Council respinse nuovamente la proposta.

Nel frattempo, Bologna fu inevitabilmente commissariata, un fenomeno impensabile che ha macchiato la storia di una città considerata un modello di buongoverno e progressista. Dal 17 febbraio 2010 al 24 maggio 2011 il prefetto Annamaria Cancellieri fu il commissario governativo in carico degli affari correnti e di preparare nuove elezioni. Cancellieri, spesso definita “papessa”, acquisì notevole popolarità, probabilmente anche effetto di una ripulsa della politica e dei politici del PD, tanto che molte voci della “società civile” si levarono per una sua candidatura a sindaco che le consentisse di proseguire il lavoro iniziato. Alcuni nel PD chiesero, però, che si sottoponesse alle primarie. Fra i nomi che circolarono riscuotendo approvazione c’era quello di Maurizio Cevenini, a lungo consigliere comunale, presenzialista vero poiché partecipava in effetti a una pluralità di cerimonie non solo politiche, ma sociali e culturali della città, soprattutto notissimo per celebrare un numero molto elevato di matrimoni (già nell’ottobre 2009 superò la cifra di 4 mila) con grazia e gentilezza nella Sala Rossa del Comune. Per sbarazzarsi della sua ingombrante presenza a Palazzo Accursio, la sede del sindaco, il PD decise in conformità a una astrusa regola sul numero dei mandati, di imporgli di candidarsi al Consiglio Regionale. Fu eletto con il record di preferenze: più di 19 mila.

La sua candidatura alle primarie con le quali il PD si sentiva costretto a cercare il candidato sindaco era un fatto naturale. Cevenini iniziava quella che si suole chiamare la corsa in sicuro vantaggio: notissimo, apprezzato, impeccabile. La prima incrinatura si ebbe quando le telecamere in occasione della sfilata del 2 agosto per la strage alla stazione di Bologna inquadrarono uno scambio fra il segretario nazionale del PD, Pierluigi Bersani, e il segretario di Bologna Raffaele Donini nel quale entrambi facevano commenti molto poco lusinghieri (sì’, questo mio aggettivo è un gigantesco eufemismo) sulle qualità politiche di Cevenini, commenti subito riportati dalla stampa locale. Il 25 ottobre 2010 Cevenini ebbe un malore, fu ricoverato in clinica, annunciò il suo ritiro dalle primarie spianando la strada alla vittoria di Virginio Merola nel maggio 2011 alla quale contribuirono anche le 13 mila preferenze ottenute da Cevenini stesso, (ri)candidato al Consiglio comunale. Un anno dopo, l’8 maggio 2012, Cevenini si suicidò buttandosi dal settimo piano della torre della Regione Emilia-Romagna. Conservo con cura e commozione una copia da lui regalatami della sua autobiografia politica, scritta con la figlia Federica: Bologna nel cuore. Il Cev raccontato a mia figlia, Bologna, Pendragon, data di pubblicazione 10 gennaio 2011. La dedica di suo pugno legge: “Da quasi sindaco a quasi sindaco. Non sanno che cosa si sono persi”. Non lo sapranno mai, ma non hanno neppure mai mostrato un minimo interesse a sapere qualcosa.

Post-scriptum. Nelle elezioni politiche nazionali del febbraio 2013 Andrea De Maria fu candidato alla Camera dei deputati unitamente a Sandra Zampa, l’assistente di Romano Prodi. Entrambi in posizioni nelle liste bloccate che ne garantivano l’elezione. Dichiarai che la presenza di queste due candidature rendeva impossibile il mio voto al PD alla Camera dei deputati.

Il 19 giugno 2016 Merola è stato rieletto sindaco sconfiggendo al ballottaggio 54,64 contro 45,36% la candidata della Lega Lucia Borgonzoni (divenuta sottosegretaria alla Cultura nel governo Conte).

Nel marzo 2018 De Maria è stato rieletto alla Camera dei Deputati e rimane l’uomo forte del PD di Bologna.

Questo vi dovevo, care elettrici e elettori della Lista “Cittadini per Bologna”. No, purtroppo, no, proprio non siamo riusciti a cambiare la politica (e le persone) del partito che ha dominato la città. Certamente, abbiamo salvato la nostra anima.

 

Appendice

Sacrifici da meritare

Vorrei offrire ai dirigenti locali del Partito Democratico qualche argomento da contrapporre alla segreteria nazionale per evitare troppi sacrifici in termini di candidature al Parlamento nazionale. Primo, fare valere il criterio di una sana rotazione dopo i famosi/famigerati due mandati, non in maniera automatica, ma esprimendo anche una valutazione sull’operato del/la parlamentare uscente-entrante. Secondo criterio, inteso a dare buona rappresentanza politica agli elettori, ricandidare chi viene ripresentato nello stesso collegio della precedente elezione. Lì potrà spiegare ai suoi elettori le molte cose successe nella delicata, soprattutto per il PD, legislatura che si è conclusa, chiarendo, mio mantra, che cosa ha fatto, non fatto, fatto male e perché. Sarebbe un’ammirevole e utilissima operazione pedagogica che restituisce dignità alla politica. Terzo, scegliere le nuove candidature, anche valutando quelle che da Roma vorrebbero paracadutare, in base a due elementi essenziali: la storia politica, sociale, professionale e la sua rappresentatività delle idee del PD, della sua storia, del suo progetto. Naturalmente, da parte del paracadutato/a dovrebbe anche esserci una disponibilità a garantire la sua presenza sul “territorio”, non solo a fare passerella, ma a interloquire con gli elettori tutti, con le associazioni, persino con le banche. A questo punto, a PierFerdinando Casini (eletto alla Camera per la prima volta nel 1983) fischieranno le orecchie, ma so che personalmente se ne infischia. Tuttavia, da un lato, mi pare difficile inserire Casini nella storia del PD; dall’altro, mentre serpeggia l’inquietudine nella “base”, fra malumori e maldipancia, è giusto chiedersi se la candidatura di Casini, quanti voti porterà?, non segnali la direzione di marcia del PD, verso il centro-destra. Infine, per chi ritiene che la buona rappresentanza parlamentare è la premessa di qualsiasi governabilità decente, le candidature vanno scelte in base alla loro qualità, non perché sono “in quota di” qualcuno, né di Prodi né di Franceschini, ad esempio, ma perché rappresentano le idee del Partito Democratico. Si tratta di elezioni nazionali che, dunque, non dovrebbero in nessun modo avere riflessi sulla composizione della giunta di Bologna. Qualsiasi rimpasto andrebbe fatto con riferimento alle esigenze di garantire un miglior funzionamento del governo locale, non a ricompensare qualcuno perché non ha “ottenuto” candidature al Parlamento né a produrre un qualche riallineamento fra chi ha vinto e chi ha perso nel Partito Democratico. Che brutta storia.
Corriere di Bologna, 11 gennaio 2018