Auguri, Repubblica non sovranista #2giugno #FestadellaRepubblica

Quest’anno la Festa della Repubblica è stata celebrata in un’Italia scopertasi sovranista. Alle elezioni del 26 maggio per il Parlamento europeo i partiti italiani dichiaratamente sovranisti (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casa Pound) hanno superato di non poco il 40 per cento dei voti. Se aggiungiamo i sovranisti dentro le Cinque Stelle, alcuni sovranisti di sinistra, espliciti e camuffati, più Berlusconi che vorrebbe fare una coalizione in Europa con i sovranisti che lui, che vede nel profondo, chiama “illuminati”, è probabile che il sovranismo sia maggioritario in Italia. A fronte stanno gli europeisti non tutti molto convinti, non tutti capace di argomentare un discorso convincente su quello che l’Unione Europea può essere e non soltanto su quello che può dare di concreto al paese e ai suoi cittadini.

I nove decimi dei Costituenti, che avevano visto e sofferto la tragedia dei nazionalismi, i sovranisti di allora, da un lato, inorridirebbero ad ascoltare coloro che dicono “Prima gli italiani”, dall’altro, rimanderebbero tutti a leggere l’art. 11 della Costituzione. Lì si trova la vera risposta preventiva al sovranismo con l’indicazione che limitazioni alla sovranità nazionale sono non solo possibili, ma auspicabili per il perseguimento di obiettivi: “la pace e la giustizia fra le Nazioni” che vanno molto oltre quanto qualsiasi stato democratico potrebbe da solo ottenere. Avendo molti di loro subito la triste sorte dell’esilio in paesi stranieri a causa delle loro opinioni politiche, i Costituenti si premurarono di regolamentare “la condizione giuridica dello straniero” (art. 10) sottolineando, in special modo, che colui “al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo diritto dell’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Non resisto a sottolineare che i Costituenti fecero riferimento alla necessità di una legge apposita e non alla discrezionalità di qualsivoglia autorità di governo. Aggiungo che mi pare corretto interpretare estensivamente il diritto all’esercizio delle libertà democratiche con riferimento a tutti coloro ai quali i dittatori negano deliberatamente qualsiasi opportunità di lavoro e di vita, affamandoli.

Come sempre, il modo migliore di festeggiare la Repubblica consiste nell’interpretare gli articoli della sua Costituzione che Piero Calamandrei, uno dei più autorevoli Costituenti, giustamente definì “presbite”. Ecco, i sovranisti che guardano soltanto qui e ora, anzi, guardano addirittura all’indietro, stanno con le loro azioni disapplicando e violando la Costituzione italiana. Gli italiani non potranno più e non riusciranno mai a essere “primi”. La loro prosperità e persino quella pace che diamo per scontata, ma che è anche un risultato ottenuto grazie all’Unione Europea, non sono affatto assicurabili con un’Italia che si ripiega su se stessa.

Pubblicato AGL il 3 giugno 2019

INVITO Capire e cambiare la politica. La riflessione di Bobbio e Sartori e la politica italiana degli ultimi venticinque anni #Alessandria #6giugno

Associazione Cultura e Sviluppo
piazza Fabrizio De André, 76

giovedì 6 giugno 2019
ore 19.00- 22,30
(con pausa buffet alle 20,30)

conferenza

CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
La riflessione di Bobbio e Sartori e la politica italiana degli ultimi venticinque anni

relatore

GIANFRANCO PASQUINO
Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna

Introduce e modera
Giorgio Barberis
Professore di Storia del Pensiero Politico presso l’Università del Piemonte Orientale

BOBBIO E SARTORI CAPIRE E CAMBIARE LA POLITICA
Egea Università Bocconi Editore

 

Dal sito  dell’Associazione L’Associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria

Un atteso e gradito ritorno nel prossimo appuntamento dei Giovedì culturali: il professor Gianfranco Pasquino, tra i politologi più autorevoli e apprezzati del nostro Paese, presenterà un suo importante volume, uscito a inizio anno, e dialogherà con il pubblico riflettendo sugli ultimi decenni della vita politica italiana, fino ad arrivare al nostro presente particolarmente inquieto.

Il libro, intitolato Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica [EGEA Università Bocconi Editore, 2019] è dedicato ai due giganti della Scienza Politica, che hanno dato contributi scientifici inestimabili e sono stati per decenni “intellettuali pubblici” ascoltati e apprezzati in ambito nazionale e internazionale. Due “classici” che continuano a comunicare con tutti noi, cittadini d’Italia e d’Europa, con parole che non perdono certo di significato e di rilevanza. Molto possiamo e anzi dobbiamo ancora trarre dai loro insegnamenti.

La riflessione si concentrerà poi sull’attualità politica, dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (a venticinque anni dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi) fino alle vicende degli ultimi mesi e alle prospettive future del Paese.

Vi invitiamo dunque giovedì 6 giugno alle 19 (con pausa buffet alle 20,30 e termine alle 22,30) alla conferenza dal titolo Capire e cambiare la politica. La riflessione di Bobbio e Sartori e la storia politica italiana degli ultimi venticinque anni. Relatore, come detto, sarà Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna

Introdurrà la conferenza e modererà il dibattito Giorgio Barberis, professore di Storia del Pensiero Politico presso l’Università del Piemonte Orientale.

Una grande regione, una grande occasione #Emilia Romagna @rivistailmulino

Primum vincere deinde philosophari oppure primum philosophari deinde vincere? Se sia meglio dedicare tutte le proprie energie a conquistare una carica importante come quella di Presidente della Regione Emilia-Romagna e poi ragionare su cosa fare oppure se sia preferibile aprire un grande e approfondito dibattito sulla “filosofia” della politica, sui contenuti del riformismo, su che cosa debba e possa essere un partito del cambiamento nell’Italia sovranista? Già, perché il voto europeo del 26 maggio ha detto alto e forte, chiarissimo che in Italia i sovranisti (la Lega di Matteo Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ai quali si aggiungono alcuni esponente di sinistra e i loro cattivi maestri) costituiscono una ampia maggioranza e che l’alternativa è debole, scompaginata, confusa. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che fare della filosofia in prossimità di elezioni dall’esito incerto è una perdita di tempo che rischia di essere decisiva. E’ facile replicare che trovare sedi, organizzare dibattiti, produrre confronti, distribuire documenti sulla cultura e sulla Weltanschauung del partito politico riformista è un modo importante anche di e per fare campagna elettorale. Tutto questo fervere (potenziale) di iniziative sarebbe anche in grado di attrarre l’attenzione di chi giustamente sente la politica politicata, centrata su persone e cariche, malamente raccontata dai commentatori, lontana  e sgradevole (ha ragione!). Bisognerebbe ovviamente anche fare circolare in tempo reale e in maniera gradevole e brillante su twitter, Facebook, Instagram, con una vasta gamma di App, quello che viene variamente prodotto nelle modalità tradizionali. Conosco l’obiezione che sostiene che la cattiva comunicazione è la conseguenza quasi inevitabile di contenuti mediocri, brutti e cattivi,  male pensati, non in grado di riflettere le condizioni di vita e i mondi vitali dei cittadini né di guardare al futuro in maniera empatica e originale. So, però, che qualche volta è possibile fare ottima comunicazione anche senza avere contenuti altrettanto buoni e che la comunicazione è di per sé un fattore politico di grande rilevanza anche autonoma.

Chi vuole semplicemente vincere può anche andare oltre quello che sto suggerendo, con una scrollata di spalle, magari senza accusarmi di elitismo (accusa di sapore populista) e, soprattutto, contro proponendo. Meglio sarebbe se la controproposta fosse argomentata con una narrazione convincente che non si compiaccia degli esiti positivi del passato, ma neppure delle vittorie elettorali in diverse città emiliano-romagnole, e non si arresti lì. Il passato recentissimo della Regione Emilia-Romagna parla di un tracollo della partecipazione elettorale nel novembre del 2014, di qualche lacrima di coccodrillo (al maschile e al femminile) e successivamente di nessuna riflessione seria sul fenomeno. Non merita la definizione di riflessione quello che è un wishful thinking di Zingaretti e dei suoi collaboratori che il PD crescerà a livello nazionale riconquistando gli astenuti. Qui si che è appropriato richiamare l’espressione vaste programme di uno dei grandi statisti europei del XX secolo, il sovranista Charles de Gaulle.  Dai dirigenti poIitici e dai militanti, che ci sono ancora, del PD è lecito aspettarsi e pretendere di conoscere in che modo gli astensionisti saranno raggiunti, persuasi e (ri)portati nell’alveo di un partito che non ha neppure ancora iniziato una qualsiasi riflessione sulle ragioni del suo declino.

A quello che fu il glorioso e pluripremiato partito riformista, nascosto sotto le spoglie del PCI e timoroso di essere preso come esempio nazionale, si chiede di cominciare a delineare proprio un partito del futuro, non di lotta e di governo, ma di elaborazione culturale concernente un sistema politico e sociale (all’economia riescono a pensarci alla grande i molti efficienti imprenditori emiliano-romagnoli) che offra opportunità in ogni momento della vita dei suoi cittadini e che premi i meriti. La buona amministrazione che, con molti sindaci e sindache, il Presidente della Regione Stefano Bonaccini può vantare, rischia di non essere sufficiente per ottenere un secondo mandato. Per questo è mia convinzione che debba essere delineato un futuro che non è la semplice prosecuzione del presente. “Filosofiamo” allora su una sinistra composita e plurale che disegni alleanze non all’insegna della protezione di posizioni acquisite, ma di rappresentanza e governo di preferenze e interessi che si sono diversificati e che tali rimarranno nel futuro prevedibile, che non si nasconda dietro liste civiche, ma rivendichi la sua politicità, che sia disposta e in grado di praticare nel suo ambito la democrazia anche nel dare accesso in maniera trasparente agli interessi di una pluralità di interlocutori, fra i quali, ovviamente, le associazioni del più vario tipo, e in Emilia-Romagna ce ne sono tantissime, che riconosca le competenze non soltanto quando rendono un servizio e coincidono con le preferenze e i pregiudizi dei dirigenti politici, ma proprio quando li mettono in questione e li sfidano senza nessun timore reverenziale.

Questa è la filosofia politica di  chi crede che l’innovazione scaturisce dal conflitto fra idee e persone (sento il dovere di aggiungere “portatrici di idee”) e che in Emilia-Romagna tutto questo è possibile a patto che idee e conflitti non vengano spazzati sotto il tappeto del conformismo al quale, ahiloro, ahitutti, molti nel PD hanno fatto largo e esiziale ricorso. Chi vince dopo avere filosofato avrà anche avuto la possibilità di capire quali delle sue proposte hanno conquistato maggiore consenso, quali sono inadeguate, quali sono da buttare e quali da perfezionare. Tutte le altre strade sono molto corte e non conducono a Roma. L’occasione, grande, è adesso, qui.

Pubblicato il 30 maggio 2019 su rivistalmulino.it

Nello scontro con l’Ue, Salvini non può cavarsela

Il politologo Gianfranco Pasquino analizza il panorama politico italiano alla luce dei risultati delle elezioni europee

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto 28 maggio 2019

Sugli ultimi sviluppi della politica italiana, con il crollo dei pentastellati e la forte ascesa della Lega nelle elezioni europee, abbiamo sentito il parere di Gianfranco Pasquino, politologo nonché professore emerito di Scienza politica.

Professor Pasquino, per Matteo Salvini le europee sono state un grande successo. Ciò è dovuto più alla sua astuzia politica o alle ingenuità e contraddizioni del giovane del giovane leader del M5S?

«Direi che sul risultato di questo risultato elettorale ha pesatoContinua la lettura QUI

INTERVISTA Corriere del Ticino. Mondo. 29.05.2019

Elezioni europee 2019, Pasquino: “Il sovranismo è una benedizione a metà: mobilitare gli europeisti”

 

realpolitikese

 

Riflessioni politicamente sparse

 

 

Elezioni europee 2019, Professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito Scienza Politica all’Università di Bologna, autore di L’Europa in trenta lezioni, Novara, UTET, 2017

  1. Professore, il quadro politico che esce fuori dal voto europeo è più che mai chiaro. Quali sono le sue considerazioni riferite al contesto europeo, ora che i sovranisti hanno rafforzato la loro presenza.

In Europa i sovranisti hanno vinto molto meno di quel che si temeva e che loro speravano, ma in Italia sono oramai una maggioranza, rappresentativa del sentimento del paese, anche con qualche aiutino di non pochi sciagurati sovranisti di sinistra. E’ possibile, ma tutt’altro che certo che in Europa i sovranisti serviranno contro le loro preferenze a obbligare gli europeisti a prendere posizioni chiare e a rafforzare la loro coesione operativa. In somma, il sovranismo è, lo dirò in inglese per farmi capire da Nigel Farage, una benedizione a metà (mixed blessing): mobilitare gli europeisti. L’altra metà è inconcludente egoismo nazionalista, accompagnato da grande ignoranza della storia, delle istituzioni europee e dei successi dell’UE.

2. Salvini è il grande vincitore di questa tornata elettorale, senza se e senza ma. Ha ribaltato i rapporti di forza nella squadra di governo, e ora può “pretendere” di più premendo sull’acceleratore. Quali saranno le sue prossime mosse?

Salvini chiederà che si attui tutto quello che la Lega ha inserito nel Contratto di governo: decreto sicurezza, autonomie allargate, flat tax. Quasi sicuramente, dopo qualche sceneggiata, l’otterrà. Poi vorrà designare il Commissario che spetta all’Italia. Sarà più difficile, ma non impossibile se trova la personalità giusta. Infine, vorrà avere dalle autorità europee il via libera a “sfondare” il 3 per cento di deficit. Non lo avrà, mai.

3. La Lega in questi ultimi anni ha parlato alla pancia del Paese. Ha funzionato alla grande, con una strategia aggressiva anche, soprattutto sui social media e ha addirittura attecchito al Sud. Ma quanto durano i movimenti di chiusura? Non c’è il rischio, come insegna la storia, che facciano tanto rumore nel momento in cui cadranno?

Il rumore alla caduta ci sarà, ma passerà parecchio tempo prima di sentirlo. Salvini è saldamente in sella. Sa andare avanti a piccoli passi. Al momento è il leader più vigoroso in circolazione. In assenza di sfidanti all’altezza, che non sono, differentemente, né Zingaretti né Di Maio, il suo futuro è alquanto radioso. Deve temere soltanto qualche errore dei suoi, qualche pasticcio di alcuni sovranisti europei nei suoi confronti e, soprattutto, la volontà dell’Unione Europea di fare rispettare le regole, a maggior ragione da parte di chi è ostentatamente ostile all’Europa che c’è.

4. Il Movimento Cinque Stelle ha perso metà del suo elettorato, rispetto alle politiche. Al netto delle differenze delle due competizioni elettorali, resta sempre una perdita di consenso eclatante. Cosa non ha funzionato, invece, rispetto all’alleato di governo?

Non ha funzionato la leadership, arrogantina e inadeguata, che ha commesso molti errori politici e di comunicazione. Non funzionano i ministri, alcuni dei quali incompetenti e privi di smalto. Non è efficace il Presidente del Consiglio. Il Movimento nel suo complesso sa poco di politica, non vuole imparare, traffica malamente con una concezione di democrazia che è surreale, pensa di potere funzionare senza darsi un’organizzazione anche sul territorio. Non è finito, ma il futuro non appare promettente.

5. Luigi Di Maio ha ribadito che non si dimetterà, ma ha anche affermato che una delle cause della sconfitta è stata l’astensione di parte del proprio elettorato. In questo intravedo contraddizione, poca autocritica e non si esclude che il ruolo di capo politico possa essere ridiscusso. Cosa ne pensa?

L’astensione è solo parte del problema. Il vero problema è  che la forza delle Cinque Stelle era stata proprio quella di offrire rappresentanza e un canale di espressione dell’insoddisfazione, del disagio, della protesta ai potenziali astenuti. Molti di costoro non credono più nelle Cinque Stelle. E’ giusto non soltanto ridiscutere il ruolo di Di Maio, ma porre l’esigenza di cambiarlo con procedure democratiche e trasparenti.   

6. Il Partito Democratico risale leggermente, ma c’è tanta strada da fare e Zingaretti deve invertire la rotta se vuole impensierire le forze “sovraniste”. In questo senso potrebbe riproporre un progetto inclusivo di tutta la sinistra, magari evitando di richiamare in causa la vecchia DC.

Non mi è chiaro (spero che apprezziate il mio understatement very british!) quale progetto persegua Zingaretti. Credo che non lo sappia neanche lui.. Certo, Zingaretti non può pensare di essere o di fare l’alternativa con il 22 percento dei voti. Finora non ha indicato nessuna strategia per trovare alleati. Pensa di crescere recuperando gli astenuti, un’illusione neanche pia. Non ha mai parlato di sinistra inclusiva, aperta, plurale. Non sarà Calenda a portare voti e idee. Soprattutto non esiste nessun dibattito politico e culturale in nessuna sede del Partito Democratico. D’altronde, non c’è nessun tema all’ordine del giorno. Manca qualcosa di molto importante al PD: una cultura politica.  

7. Fratelli d’Italia avanza e fa la voce grossa, ma sembra che la Meloni sia destinata ancora all’opposizione. Può configurarsi un governo interamente di destra, tra qualche mese o anno?

Oh, sì: un governo di destra è nelle carte. Praticamente, ha già anche i numeri. Non appena Salvini lo vorrà lo otterrà, anche senza passare da nuove elezioni. La Meloni è una politica di razza e prima o poi tornerà al governo (c’è già stata giovanissima ministra con Berlusconi).

8. Forza Italia sembra ormai essere alla fine dei suoi giorni, ed è anche comprensibile per un partito che si è identificato col capo per 25 anni. Si prevede una diaspora verso altre terre?

La diaspora è in corso. C’è qualcosa di patetico nel vecchio leader che non si rassegna e che s’illude di essere lui a tracciare il cammino della storia. Lui, il duopolista, che farà la rivoluzione liberale. Lui, l’euroscettico che si comportava malissimo nelle sedi europee, a dettare le alleanze: i popolari, i conservatori, Orbàn e i “sovranisti illuminati”. Lui che ha ancora come nemici i comunisti, ma il suo miglior amico è Putin.

Pubblicato 29 maggio 2019

Pasquino: «Di Maio debole ai 5 stelle serve un leader credibile»

Intervista raccolta da Simona Musco

Per il professore «Il Pd non ha recuperato voti, è rimasto fermo e questo è già un successo. Zingaretti? Ancora non ha sviluppato appieno le sue potenzialità…»

Se il M5s ha perso la metà dei consensi in un anno la colpa non è dell’astensionismo. È, piuttosto, frutto di una posizione vaga e di una leadership debole – quella di Luigi Di Maio – che si scontra con la forza titanica dell’altro vicepremier, Matteo Salvini. Mentre il Pd, dal canto suo, «Si trova esattamente dov’era prima», dice al Dubbio Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Che però assicura: «Zingaretti non ha ancora sviluppato appieno le sue qualità…».

Professore, secondo Di Maio il M5s è stato penalizzato dall’astensionismo…

È un’affermazione sbagliata. Il calo dipende piuttosto dal fatto che un certo numero di elettori ha trovato la proposta politica europeista del Movimento da un lato non sovranista, scegliendo dunque di dare il proprio voto a Salvini, dall’altro vaga sul tipo di posizione che avrebbe assunto in Europa. Quindi o hanno optato per il non voto o per il Pd, che ha presentato una proposta più europeista.

Il ribaltamento di posizioni tra M5s e Lega mette in crisi il governo?

Io non credo. Di Maio fa bene a ricordare di avere il 33% dei seggi in Parlamento e di essere, quindi, il partner di maggioranza al governo. Deve rivendicarlo. Ciò che emerge, però, è la sua inettitudine a ricoprire il ruolo di capo politico del M5s. Questa sua sconfitta dipende anche dal fatto che, al contrario, la leadership di Salvini si staglia alta e forte, mentre la sua figura appare debole.

Deve cedere il ruolo di leader politico a qualcun altro?

Se fosse un partito allora si dovrebbe aprire un dibattito interno per ragionare su un cambio alla guida e sul futuro. Ma, come sappiamo, le decisioni sono affidate a Casaleggio e Grillo. La base conta poco, sappiamo come vengono gestite le discussioni tra gli 80 mila iscritti sulla piattaforma Rousseau. Di conseguenza credo che Di Maio rimarrà al suo posto, ancora per un po’. Ma farebbero bene, per il loro futuro, a pensare presto ad un’alternativa.

Tipo Di Battista?

Non so, immagino possa continuare a viaggiare per l’America Latina. Credo che a loro serva qualcuno che riesca ad elaborare autonomamente una linea politica, senza essere subalterno, come finora accaduto, a Casaleggio e Grillo. Chiunque sia, deve essere in grado di dare vita ad un’organizzazione robusta e vibrante, per dirla all’americana. Non si può pensare di poter continuare ad affidare la propria azione politica a messaggini e post sul web.

Il M5s, dunque, che futuro avrà?

Se vuole continuare a sopravvivere deve fare leva su quelli che sono gli indiscutibili successi che ha avuto al governo, come il reddito di cittadinanza o la capacità di introdurre un maggiore controllo sul comportamento dei parlamentari. Le dimissioni di Siri, ad esempio, sono un successo della loro linea politica e per avere ancora quel consenso devono sottolineare i temi forti sui quali hanno ottenuto il risultato del 4 marzo.

Il Pd ha recuperato: merito di Zingaretti o del crollo del M5s?

Mah, non credo si possa dire che abbia recuperato, piuttosto credo si trovi esattamente dov’era il 4 marzo: i voti delle europee sono circa 6 milioni, esattamente come lo scorso anno. Non possiamo dire che sia cresciuto, piuttosto il vero successo è che sia stato in grado di mantenere gli stessi voti.

Nessun mezzo miracolo?

Non possiamo dire che queste elezioni abbiamo rilanciato partito. C’è un lungo sospiro di sollievo, quello sì, ma se non si traduce in azione si rimane fermi lì.

E Zingaretti? Che futuro ha?

Credo che non abbia ancora sviluppato appieno le sue qualità. Dovrebbe essere più propositivo, possiamo dire che si è salvato da questo passaggio così delicato. Però non basta dire ogni giorno che il governo non può reggere perché è litigioso, deve dire con chi vorrebbe cambiare, quali sono le alternative possibili a questa alleanza e come vorrebbe farlo. Inoltre deve trovare i temi giusti per rilanciare il partito.

Che però si è preso Roma, roccaforte del M5s. Cosa ci dice questo dato?

Nelle grandi città il Pd c’è ed è in grado di raccogliere un consenso significativo, perché è lì che si trova parte consistente suo elettorato. Ma non ha risolto il suo problema più importante: come raggiungere l’elettorato disagiato. Se vuole risalire la china deve essere capace di combinare il consenso delle grandi città con quello delle piccole, dove infatti la Lega si afferma in maniera significativa.

Pubblicato il 28 maggio 2019 su ildubbio.news

Un’estate calda per il governo sovranista

A saperli leggere e contare i numeri, soprattutto quelli dei voti, contengono informazioni limpide e importanti. La Lega di Salvini è senza nessuna riserva la vera vincitrice delle elezioni europee. Salvini è riuscito a farla diventare il più votato partito in Italia e il secondo partito più votato in Europa, in competizione con i socialisti portoghesi, ma chiaramente distaccato dal partito dell’ungherese Orbàn. Ha vinto anche Giorgia Meloni. I suoi Fratelli d’Italia, coerentemente sovranisti e saldamente collocati a destra, riescono quasi a raddoppiare i loro voti e si candidano a far parte di un eventuale governo guidato dalla Lega. Contrariamente a quello che hanno detto e scritto troppi frettolosi commentatori, il Partito Democratico, il più europeista dei contendenti, non è in ripresa, ma in stallo. Ha ottenuto circa 100 mila voti in meno del 4 marzo 2018. Ha ancora moltissima strada da fare. Deve trovare più di un alleato per costruire un’alternativa sia all’attuale governo giallo-verde sia a un possibile, ma non ancora probabile, governo di destra. Ha bisogno di elaborare le proposte giuste per riconquistare i troppi elettori che hanno perso fiducia nella sua classe dirigente e nella sua capacità di rappresentarne preferenze, interessi, bisogni.

Sono soprattutto le Cinque Stelle ad avere perso alla grande, quasi dimezzandosi, a causa sia della loro ambiguità nei confronti dell’EU sia per quella che è oramai la conclamata debolezza della leadership di Di Maio. Il Movimento non è destinato a sparire in tempi brevi anche se l’insoddisfazione degli italiani sulla quale ha costruito le sue fortune elettorali si dirige già verso la Lega, partito di governo e di protesta. Ha perso anche l’ormai superato Berlusconi il cui blando anti-europeismo non poteva essere mobilitante e le cui tematiche, come la riduzione delle tasse, accompagnate da anacronistiche critiche ai comunisti, fanno oramai parte del bagaglio leghista visto che Salvini non ha esitazioni nell’additare il PD come suo nemico principale.

In attesa degli esiti, molto importanti anch’essi, delle elezioni amministrative (con il Piemonte già passato al centro-destra), Salvini festeggia in maniera pacata sapendo che le sue richieste dovranno trovare accoglimento: le nuove autonomie, la tassa piatta e, naturalmente, la designazione del nuovo Commissario italiano. Non ha nessun interesse alla crisi del governo e, come ho ripetutamente scritto, sa di avere una posizione di ricaduta: una nuova coalizione di destra che includa il definitivamente ridimensionato Berlusconi. L’estate sarà calda poiché la Commissione Europea non esiterà a sanzionare le politiche economiche italiane che sfondano il deficit concordato e che non riducono il debito. Per evitare la probabile procedura d’infrazione, non basteranno al sovranista Salvini i molti voti guadagnati, ma le sofferenze più grandi attanaglieranno le Cinque Stelle alla ricerca di un nuovo copione e, forse, anche di un nuovo capocomico.

Pubblicato AGL il 28 maggio 2019

Il Pd di Zingaretti non si entusiasmi troppo, ha gli stessi voti dello scorso anno #europee2019

Sei milioni erano, sei milioni sono rimasti. Non c’è leffetto della nuova leadership e la vocazione maggioritaria è sparita. Il 22,7% è figlio del crollo del M5S. Una riflessione sul futuro del partito è desiderabile, se non necessaria

 

Qualsiasi sospiro di sollievo tirato dai dirigenti del Partito Democratico e dal neo-segretario alla prima prova elettorale è, almeno parzialmente, giustificato. Subito dopo deve essere temperato guardando all’esito complessivo, al contesto che ne emerge in Italia e al futuro. Ho imparato molto tempo fa che le percentuali possono talvolta essere ingannevoli e che i voti bisogna contarli per valutarne convincentemente il senso e il peso.

UNO SGUARDO AL PASSATO

Due esercizi di comparazione sono necessari e, in larga misura, corretti: quello fra le elezioni europee del 2014 e le attuali e quello fra le elezioni politiche del 2018 e le elezioni europee del 2019. Grosso modo, la prima comparazione dice che il Partito Democratico ha perso quasi 5 milioni di voti fra il 2014 e ieri. Pur tenendo conto dell’eccezionalità del risultato del 2014, la perdita rimane enorme e preoccupante. Se, percentualmente, il confronto fra il 4 marzo 2018 (18,7) e il 26 maggio 2019 (22.7) suggerisce una ripresa significativa, i numeri assoluti raccontano un’altra, meno brillante, storia. Infatti, il consenso elettorale del Partito Democratico è rimasto sostanzialmente lo stesso, all’incirca 6 milioni e centomila voti. Dunque, la leadership di Zingaretti non ha fatto crescere i voti del PD. L’elemento di soddisfazione può venire dal crollo del Movimento Cinque Stelle, ma subito è imperativo interrogarsi sul perché solo una piccola parte di quei voti persi dai pentastellati sia confluita (qualcuno direbbe “ritornata”) sul Partito Democratico.

PERCHÉ IL PD NON PUÒ GIOIRE

In attesa dell’analisi dei flussi che sicuramente l’Istituto Cattaneo comunicherà rapidamente, mi cautelo ipotizzando che abbiano abbandonato le Cinque Stelle gli elettori “sovranisti” (quindi, hanno preferito la Lega), mentre sono rimasti coloro che hanno accettato la posizione, certo non entusiasticamente europeista, espressa da Di Maio e, in realtà, da pochi altri dirigenti. Comunque, l’effetto congiunto “notevole crescita della Lega-grande declino delle Cinque Stelle”, non può affatto fare ringalluzzire il Partito Democratico. Un partito del 20-25 per cento può anche ripetere stancamente che ha una “vocazione maggioritaria”, ma nessuno può neppure intravedere come questa vocazione si tradurrà in una posizione decisiva per la formazione di una coalizione di governo.

QUALE FUTURO PER IL PARTITO DI ZINGARETTI

Quali sarebbero/saranno gli alleati del PD per dare vita a una coalizione alternativa all’attuale governo oppure in grado di competere con qualche chance di successo con lo schieramento di centro-destra che è una opzione sempre praticabile da Salvini? Naturalmente, se il PD non comincia neppure ad interrogarsi sulle ragioni della sconfitta del 4 marzo 2018 e si compiace di quella che non è affatto definibile come una inversione di tendenza attuale, non farà nessun passo avanti.

IL TEMPO DELLA RIFLESSIONE

Il risultato numerico di ieri ha, a mio modo di vedere, una spiegazione relativamente semplice, certamente positiva. Nonostante qualche sbandatina, il Partito Democratico è stato in tutti questi anni sinceramente, coerentemente, convincentemente europeista. Gli elettori di opinione, quelli che valutano le alternative, di posizioni e di persone, in campo, lo hanno giustamente prescelto per il suo europeismo. Questo è un segnale importante, positivo e apprezzabile (con l’apprezzamento esteso anche a quegli elettori). Non consente, però, di pensare che il PD abbia superato i suoi problemi e le sue inadeguatezze. C’è un tempo, ha lasciato detto l’Ecclesiaste, per tirare i sospiri di sollievo e un tempo per la riflessione e il rilancio dell’azione.

Pubblicato il 27 maggio 2019 su formiche.net

Europee, Pasquino: “Il governo tiene con Salvini sotto al 30%. Zingaretti sbaglia a chiudere al M5S” @Serv_Pubblico #Europee2019 #ElezioniEuropee2019

Intervista raccolta da Silvia De Santis per Servizio Pubblico factory multimediale di Michele Santoro

VIDEO

“Credo che Salvini sarebbe felice di rimanere leggermente al di sopra del 30%, se scende sotto ci sono dei problemi. Il M5S sa di aver perso voti, se riuscisse a mantenersi intorno al 25% e sopra il Pd dovrebbe essere contento, così come i dem dovrebbero accontentarsi di superare il 20%. Non credo che Forza Italia possa prendere il 10%, mentre la Meloni può stare sopra il 4%. Fra le altre liste l’unica che vedo sopra il quorum è +Europa di Emma Bonino”.

Così Gianfranco Pasquino vede la distribuzione delle forze in vista delle elezioni europee che si terranno domenica 26 maggio. Un segnale confortante, secondo il politologo, potrebbe arrivare dall’affluenza, dopo tornate particolarmente deludenti: “Credo che sarà buona,perché c’è stata finalmente una campagna elettorale ampia e diffusa, probabilmente sarà vicina al 70%, segno che gli italiani sentono che l’Europa per loro conta” spiega Pasquino, che poi analizza i possibili scenari post-voto:

“Se la Lega va molto al di sopra del 30% pretenderà di imporre la sua linea al governo e chiaramente il M5S questo non lo può accettare. Se la Lega rimane attorno al 30% e il M5S tiene il governo reggerà, anche perché hanno di fronte la scelta del prossimo commissario europeo e più avanti l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2022. Ma, soprattutto, dovranno rispondere alle critiche della Commissione europea sul bilancio”.

Quindi Salvini non romperà con i 5 stelle?

“I voti della Meloni a Salvini non bastano, hanno bisogno di 45 seggi fra Camera e Senato che non troveranno. L’unione Pd – M5S? È il grande errore del Pd e di Renzi aver accettato di andare all’opposizione. Era possibile negoziare un governo politicamente e numericamente. Zingaretti fa molto male a dire che non vuole provarci”.

In ultima battuta commento sugli exit poll olandesi, che vedono in vantaggio i laburisti:

“Credo che gli elettori abbiano capito che se vogliono un’Europa che va avanti devono votare a sinistra. I sovranisti, invece, hanno mostrato che la soluzione del sovranista italiano è diversa da quella del sovranista austriaco e francese”.

Pubblicato il 24 maggio 2019

 

 

Ai sovranisti questo libro non piacerà #daleggere #falsari @DAVIDPARENZO @MarsilioEditori

Lamentandomi regolarmente, con molte ottime ragioni, per il pessimo lavoro di reportage che, tranne pochissime eccezioni, i giornalisti italiani (e non solo) fanno quando “raccontano” l’Unione Europea, sono rimasto molto positivamente sorpreso dalla lettura del libro di David Parenzo, I falsari. Come l’Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana, Venezia, Marsilio, 2019, pp. 200. Venerdì 24 maggio ho avuto il piacere di discuterne nella sede di Nomisma a Bologna, con l’autore, con l’europarlamentare uscente (e, gli auguro, rientrante) Paolo De Castro intervistati da Alessandro Barbera (La Stampa) per l’appunto un giornalista che scrive di Unione sapendone.

Con agili e documentati capitoli, frutto evidente di accurate ricerche, Parenzo smonta la fake narrazione non soltanto dei sovranisti (di destra e di sinistra), ma anche dei “professionisti” del “sì, ma… bisogna cambiare l’UE”. Ciascun capitolo spiega come le direttive e i regolamenti dell’Unione abbiano migliorato la sicurezza dei più vari tipi, di vita, di lavoro, di commercio, di alimentazione, degli europei, proteggendone i prodotti, favorendone il commercio, incoraggiando lo sviluppo delle aree arretrate, e chiarisce che il “nemico perfetto per la politica italiana”, per riprendere il titolo del libro, sono i politici italiani, la loro ignoranza e la loro propensione a falsificare la realtà. Avrei scritto qualcosa di più sulle istituzioni europee e la politica, ma sono consapevole che è una mia (de)formazione professionale –della quale sono, però, molto orgoglioso!

Dopo il voto, contati i seggi, valutatone l’esito complessivo, sarebbe davvero opportuno ripartire da ciascuno degli argomenti trattati da Parenzo per continuare a offrire spiegazioni e suggerire azioni. Non mi faccio illusioni, ma spero che l’autore non molli la presa e continui, anche con il sarcasmo della “sua” Zanzara, a stigmatizzare documentando.