Consenso #DizionarioCivile #Italianieuropei

da Italianieuropei n.4/2019, pp. 151-153

 

CONSENSO, non solo in politica, significa accettazione e approvazione, di regole e leggi, di decisioni e comportamenti. Il consenso viene dal basso, ma deve essere conquistato da coloro che stanno in alto ovvero vogliono arrivarci e restarci, di solito il più a lungo possibile. Costoro, i politici, soprattutto quelli che non hanno altro mestiere, si curano del consenso, in tempi recenti lo agognano in maniera ossessiva e spasmodica. La campagna elettorale permanente è per l’appunto il prodotto e, al tempo stesso, lo strumento con il quale rincorrono, cercano di catturare e di ingabbiare il consenso del popolo, dell’opinione pubblica, dei mass media. Esistono diversi ambiti ai quali il consenso si riferisce e si applica: l’ambito delle regole e delle procedure di funzionamento di un sistema politico; l’ambito delle persone, le autorità, coloro che hanno e esercitano potere politico; l’ambito delle politiche pubbliche, le scelte e le decisioni che attribuiscono le risorse per tutta la società, per gruppi, per singoli. Se non vi è consenso sulle regole e sulle procedure, spesso tradotte e inserite in una Costituzione, al fine di evitare la situazione descritta da Thomas Hobbes: “homo homini lupus”, qualsiasi società/sistema politico si troverà esposto al rischio della disgregazione. Laddove le regole sono diffusamente accettate è più facile manifestare consenso e dissenso per le persone e per le politiche. Nelle democrazie, il consenso si esprime quasi essenzialmente, ma non esclusivamente, nelle e attraverso le elezioni: è, anzitutto, spesso soprattutto, consenso elettorale. Nella misura in cui consenso è accettazione, anche passiva, può apparire e permanere nei regimi autoritari e in quelli totalitari. Nella sua monumentale biografia di Mussolini, lo storico Renzo De Felice ha definito il periodo fra il 1929 e il 1936 “gli anni del consenso”. Consenso come approvazione di quanto il regime aveva fatto? Come accettazione passiva dell’ordine imposto? Come disponibilità a mantenerlo in carica e a sostenerne le attività? È difficile dirlo, ancor più misurarlo poiché i regimi autoritari non sono il luogo migliore per ottenere i liberi pareri dei loro cittadini/sudditi. Più facile è accertare la quantità di dissenso nei confronti del regime contando e misurando le attività delle opposizioni e la loro resistenza, ma è, ovviamente, altra cosa.

Da sempre, tutto quello che riguarda il consenso in politica ha suscitato una quantità di interrogativi. Naturalmente, il primo interrogativo è come viene acquisito. Se è consenso sulle regole e sulle procedure la sua acquisizione comincia nelle famiglie, procede nelle associazioni, culmina con l’attività dei partiti. In tutte le democrazie che conosciamo sono i partiti che organizzano il consenso e, ovviamente, anche il dissenso. Quella che si chiama “socializzazione” politica, vale a dire, trasmissione di valori e ideali, collegati al consenso per il sistema e per le sue regole, è facilitata dall’esistenza di società omogenee nella loro composizione. Il secondo interrogativo riguarda il grado di equilibrio da mantenere fra consenso e dissenso. Se il dissenso è il sale del cambiamento, allora deve avere un suo spazio che sarà probabilmente tanto più ampio sulle persone e sulle politiche quanto più diffuso è il consenso sulle regole. Le democrazie consensuali sono democrazie pacificate, ma rischiano di diventare compiaciute e snervate. Troppo consenso fa male a qualsiasi società e sistema politico. Non c‘è soltanto il rischio della possibile affermazione della tirannia di una maggioranza, ma, come scrisse profeticamente Alexis de Tocqueville, può fare la sua comparsa il conformismo sotto la cui pesante coltre non riuscirà a manifestarsi nessuna spinta al cambiamento, nessuna innovazione.

La società di massa schiaccia gli individui, soprattutto coloro che esprimano dissenso, e si isterilisce. Quando gli uomini e le donne “a una dimensione” diventano maggioranza coloro che non si uniformano e conformano saranno repressi e oppressi. In verità, questo è il terzo interrogativo, siamo sicuri che il conformismo sia qualcosa di insito nelle società di massa, inevitabile? È certamente un pericolo, ma la sua traduzione concreta discende dalle pratiche di manipolazione del consenso. Nell’epoca contemporanea, da almeno un secolo, ma chi voglia trovare una data emblematica dovrebbe rifarsi alla profezia satirica 1984 Nineteen Eighty-four di George Orwell , sono coloro che si occupano di comunicazione politica ad avere la possibilità di manipolare le modalità di formazione, di espressione, di valutazione del consenso.

Il consenso è manipolato dalla comunicazione un po’ in tutti i regimi. Talvolta, i detentori del potere nei regimi autoritari e totalitari diventano prigionieri della loro stessa manipolazione comunicativa e ne cadono vittime. Talvolta le immagini, sia televisive sia quelle trasmesse dai social, rivelano inaspettatamente che il consenso delle piazze (Tienanmen insegna) non c’è più, ma la costruzione di un nuovo e diverso consenso è affare complicatissimo e di lungo impegno. In democrazia, la manipolazione del consenso, regolarmente tentata da chi acquisisce posizioni di potere e visibilità, risulta sempre esposta alla competizione fra i comunicatori. Troppo consenso è la conseguenza, ma anche la premessa, del conformismo. Qualcuno ha già avanzato una doppia ipotesi (o doppio timore) che, primo, troppi concorrenti nella produzione di comunicazione politica finiscano per frammentare in maniera disgregatrice le audience, che insomma non si possa più formare un’opinione pubblica. Secondo, che non riescano ad affermarsi criteri condivisi con i quali valutare le proposte, le promesse, le prestazioni dei detentori del potere politico, dei partiti, delle politiche pubbliche. Non siamo destinati a passare dall’età del consenso all’età del dissenso e, forse, neppure del conflitto omnium contra omnes, quanto, piuttosto, all’età della confusione, fatta di consensi fluttuanti, volubili, sfuggenti. Non sarà prevalentemente conformismo, ma difformità, certamente non in grado di garantire l’espressione di dissenso creativo e persuasivo, incapace di trasformarsi in nuovo consenso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Conte e DUE #GovernoContebis

La crisi di governo si è sviluppata proprio secondo i consolidati canoni delle democrazie parlamentari. Commentatori faziosi e impreparati pensavano/speravano in rotture in corso d’opera fra grullini e pidioti (non ammirevole titolo di un commento di Michele Serra) e auspicavano (il costituzionalista Michele Ainis) un fantomatico governo di decantazione –di cosa mai? Invece, proprio come succede nelle democrazie parlamentari, il partito più grande, Movimento 5 Stelle, ha cercato una convergenza con il secondo partito per seggi in Parlamento, il Partito Democratico. Superati rancori e malumori, offese e anatemi del passato, i due protagonisti hanno trovato un accordo sul nome del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, garanzia per le Cinque Stelle e agli occhi di chi nel PD e fuori sa vedere, anche colui che ha liquidato il protervo alleato Salvini. Rapidamente incaricato dal Presidente della Repubblica, che ha evidentemente ricevuto le necessarie rassicurazioni su operatività e durata del governo, Conte ha subito offerto al PD e al paese un governo all’insegna della novità che andrà verificata anche su alcune pessime politiche del passato. Toccherà a Conte “proporre”, è il verbo usato nella Costituzione italiana, i nomi dei ministri, e a Mattarella “nominarli” non senza averne valutato le capacità e la congruenza con il ministero loro affidato. L’operazione è delicata. Per comprenderla, dimenticando l’inutile totonomi al quale si dedicano testardamente i quotidiani italiani, bisogna partire proprio dalla necessità di premiare i competenti (e, per il passato, coloro che hanno operato efficacemente, ad esempio, Di Maio no, Gentiloni sì) nei limiti delle preferenze dei dirigenti dei due partiti e del loro peso specifico. Questo sarà sicuramente voluto da Conte e si svilupperà sotto la sua, adesso esperta, supervisione. Il governo non ha quasi nulla da temere dall’opposizione scellerata della Lega sovranista e da quella senza peso e senza fantasia di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il problema dei pentastellati e dei piddini consiste nel fare le riforme necessarie seguendo un ordine di priorità e al tempo stesso mantenendo il sostegno delle rispettive basi nelle quali c’è, ma non “regna”, qualche comprensibile inquietudine. Il paese, che si è improvvisamente scoperto grande fruitore di tutti i talkshow televisivi, si attende forse anche uno stile politico meno aggressivo e livoroso. Quel che conta sarà il rilancio della crescita economica senza la quale non si potranno avere né nuovi posti di lavoro né riduzione delle diseguaglianze. Scelte le persone giuste, anche il Commissario di peso nell’Unione Europea che vorrebbe un’Italia stabile, attiva, propositiva, non quella salviniana, aggressiva e assenteista, il governo si concentrerà su alcune priorità, proprio come avviene nelle altre democrazie parlamentari. Non si darà nessun orizzonte. Durerà, uso le parole di Aldo Moro, anche se i commentatori vorranno tutto e subito, fin che avrà filo da tessere.

Pubblicato AGL il 30 agosto 2019

Governo giallorosso? Il prof. Pasquino lo promuove (e “candida” Padoan…) @formichenews

Intervista raccolta da Francesco De Palo twitter@FDepalo

Il politologo a Formiche.net: “Il Conte bis è l’unica soluzione. Il commissario italiano? Padoan sarebbe perfetto”

I moderati italiani che vogliono un governo decente hanno solo un interlocutore: il Pd. Ne è convinto Gianfranco Pasquino, uno dei politologi più prestigiosi del nostro Paese e professore emerito di Scienze Politiche all’Università di Bologna, che affida a Formiche.net le sue previsioni sulla crisi di governo, sul respiro dell’alleanza giallorossa e sul nuovo Commissario italiano in Ue.

Perché il Conte bis è l’unica soluzione al puzzle di Palazzo Chigi?

Qualsiasi altra soluzione produrrebbe sconquassi tra le fila del Pd. Inoltre la scelta di un premier alternativo a Conte sarebbe fonte di duri scontri interni al M5s. Per cui al momento nessuno ha titoli migliori di Giuseppe Conte.

Di Maio vicepremier è una condicio sine qua non o una velleità personale?

Non so se sia velleità personale, comunque so che sarebbe un errore: è inaccettabile. In un governo di coalizione è il secondo partito che indica il vicepremier non il primo, soprattutto quando ha già indicato il capo del governo.

Il pieno mandato della Direzione dem a Zingaretti per un governo di legislatura può essere per il Segretario un’arma a doppio taglio?

Innanzitutto anche se tutti possono parlare di governo di legislatura, esso poi deve passare alla prova dei fatti: il governo naturalmente dura finché riesce a realizzare alcuni punti programmatici, ottenendo riscontri positivi dalla società e dall’Europa. Il Pd deve volere un lungo periodo per dimostrare di credere ad un esecutivo che duri di più rispetto a quello precedente. Inoltre ha bisogno di tempo, perché se dovesse ottenere i risultati auspicati allora potrà rivendicarli nelle prossime urne. Quindi vedo due condizioni basilari tra i democratici che parimenti si possono applicare al M5S.

Ovvero?

I grillini fino ad oggi hanno fatto abbastanza male, adesso devono cercare di recuperare e si sbagliano se si illudono di poterlo fare in quattro mesi. Devono augurarsi che funzionino i loro progetti, come un reddito di cittadinanza magari modificato, e ottenere qualcos’altro che sia utile in termini di visibilità del movimento. E dico con certezza che non penso alla riduzione del numero dei parlamentari.

Poco si è parlato nella crisi di governo di politica estera, tranne per il tweet trumpiano pro Conte. Ma il ruolo italiano nell’equilibrio atlantico quanto sta influendo nelle dinamiche di queste ore?

L’Italia, nonostante tutto, in Europa è un Paese importante. A livello mondiale certamente no, ma dipenderà dalla sua capacità di appoggiarsi ad un attore primario. In questo caso un appoggio con riserve a Trump è di gran lunga preferibile di uno a Putin. Se il M5s riuscirà a motivare adeguatamente cosa ha inteso ottenere con la Via della Seta, allora matureranno i buoni rapporti con la Cina, che ci occorrono dal punto di vista economico. Però è in Europa che dobbiamo fondamentalmente tornare a contare, perché in quel caso potremmo addirittura determinare che sia l’Europa a contare di più nel mondo.

Con Gentiloni commissario Ue?

Essendo stato già a capo di un governo, senza dubbio sarebbe all’altezza di quelli che immagino saranno i commissari espressi da altri paesi. Però ci sono altri nomi sul campo: chi designerà dovrebbe avere un identikit in mente. All’inizio sembrava che la Lega avesse puntato su un portafoglio economico di peso: credo che questa casella sarebbe comunque utile all’Italia, ma in quel caso non con Gentiloni. Potrebbe essere l’ex ministro dell’economia Padoan il nome perfetto.

Crede che un portafoglio economico sia più utile all’Italia rispetto a quello dell’agricoltura?

Anche l’agricoltura ci sarebbe utile, ma il portafoglio economico ci permetterebbe di contare molto di più. Se proseguiamo nel credere che l’Europa debba avere maggiore flessibilità, allora dovremmo mandare qualcuno in grado di argomentare questa tesi. Padoan ha la statura internazionale, l’esperienza ministeriale ed è noto a Bruxelles.

Calenda che dice di voler lasciare il Pd, darà vita al centro che non è riuscito a Renzi?

Renzi ha posto rimedio a quell’errore clamoroso commesso il 5 marzo del 2018, ma deve ancora giustificare la sua incoerenza. Ma da quell’errore viene fuori un qualcosa che mi pare sia positivo. Su Calenda non avrei nulla da dire, ha acquisito una posizione mediatica che mi sorprende, però sostiene tesi che non stanno né in cielo né in terra dal punto di vista della costruzione di un centro. Il Pd lo contiene già al suo interno, proprio quando nessun altro lo controlla. Forza Italia non è centro, come non lo sono Lega e Fdi. E allora dove andranno gli elettori moderati che vogliono un governo decente? Solo nel Pd.

Come rispondere a chi accusa il M5S di mettere in pratica la politica del doppio forno?

Quando un partito può permetterselo lo deve fare. In questo caso il doppio forno non c’era: il M5S ha avuto un’esperienza non positiva con la Lega e quest’ultima era anche disposta di tornare al governo. A quel punto però era chiaro che sarebbe stato imbarazzante per tutti. Per cui non c’è nulla di scandaloso nello scegliersi gli alleati: direi che è tutto normale.

Pubblicato il 28 agosto 2019 si formiche.net

The Italian political crisis: a new government or snap elections?

Governmental instability in Italy has never meant democratic instability. Governments have come and gone, on average every 15-17 months within a democratic framework rarely challenged except in a minority of cases. The Italian Constitution has always been successful in guiding old and new actors to play by the rules. Even the most recent and most unusual government made by the anti-establishment Five Stars and the largely populist League remained within clear boundaries. With regard to the duration of the term of office, Conte’s government has performed satisfactorily by Italian standards and occupies the 20th position (out of 65 governments) since 1946.

What is most certainly wrong with the Italian political system depends on two elements: on the one hand, the party system and its components and, on the other hand, Italian society. Following the fully deserved collapse between 1992 and 1994 and the disappearance of all Italian parties, new parties at different points in time have not reconstituted a decent framework for party competition. Fragmented, not especially endowed with civic virtues, somewhat corrupted, always inclined to look for privileges, still imbued with amoral familism, Italian society has, of course, been unwilling and unable to engage in a major effort to (re)construct decent party “vehicles”. Personalist parties have made their appearance, transformed themselves, died, merged without being able to offer something acceptable to the voters. The volatility rate, that is the percentage of Italian voters changing their vote, between 1994 and 2018 has been as high as 40%. It was 27% in 2018. Throughout this period Berlusconi’s Forza Italia went from almost 40% to about 8%. In 2018 the Democratic Party (PD) led by Matteo Renzi plummeted to its worst result ever: 18.7%.

The winners of the 2018 elections, the Five Stars Movement (32,6%) and the League (17,3%) (quadrupling its 2013 votes), succeeded to form a minimum winning coalition in spite of some major political and platform differences. The exchange of agreed-upon policies seemed to work with limited conflicts and tensions until the European elections when Matteo Salvini’s League doubled the amount of votes received by the Five Stars Movement and his flamboyant leadership pushed into a marginal position Luigi Di Maio, the political leader of the Five Stars Movement. At that point, Matteo Salvini decided that it was time to translate its European loot into Italian votes as well and put an end to Conte’s government.

The decision regarding if and when to dissolve the Parliament and to hold new elections constitutionally belongs to the President of the Republic who must first ascertain whether the incumbent Parliament is unable to give birth to and sustain another government. The ongoing negotiations between the Five Stars Movement and the Democratic Party are meant to find out if they are able to create not just a numerical coalition, but a viable and performing government. If not, snap elections will follow. The negotiations between the Five Star Movement and the PD, marked by reciprocal distrust, are difficult because none of the protagonists is in full control of the rank-and-file. The Five Stars Movement is a composite aggregation of anti-establishment feelings and quasi populist inclinations, divided between those who want to stick to their original principles remaining pure and those who want to translate those principles into policies. More mundanely, the PD is divided between those supporting the new secretary, Nicola Zingaretti, and those following the former secretary, Matteo Renzi, who is responsible for the election to Parliament of a large majority of them.

While the PD has no other way to go, the Five Stars Movement may revert to a coalition with the Lega. Left out in the cold and by now almost desperate, Matteo Salvini has repeatedly declared his willingness to accept all the programmatic priorities of the Five Stars, among them a sharp reduction in the number of the member of the Parliament, and has even offered the role of Prime Minister to Luigi Di Maio. New elections still loom large on the complex Italian political landscape while all the polls are predicting a victory of the center-right. In the meantime, nobody seems to care about the choice of the Italian nominee to become European Commissioner. Time and again Italy proves to be just a passive member of the European Union.

August 26, 2019 DCUBrexitInstitute.eu 

Forni e fornai nelle democrazie parlamentari #CrisiDiGoverno

Non importa quanti forni ci sono. Importa la qualità del loro pane, delle loro offerte. In tutte le democrazie parlamentari con sistemi multipartitici, sono diversi i partiti in grado di dare vita a coalizioni di governo. Abitualmente, i due criteri più importanti sono la compatibilità ideologica e la contiguità politica. Il secondo criterio vale specialmente laddove i partiti riconoscono l’esistenza di destra e sinistra. In Italia il Movimento 5 Stelle ha rifiutato questa distinzione fin dalla sua nascita, ma anche buona parte degli elettori leghisti afferma di non riconoscerla. L’indipendentismo e il federalismo guardano oltre. Le ideologie classiche sono oramai scomparse, non solo in Italia, ma, nel frattempo è nato il sovranismo in opposizione all’europeismo. Misuratosi con successo nelle urne europee, il sovranismo della Lega è diventato un fattore, forse il più importante, della crisi del governo giallo-verde. Oggi il riconoscimento della scelta europeista è la prima condizione che il Partito Democratico (im)pone alle Cinque Stelle per procedere alla formazione di un governo. Il PD chiede anche che le Cinque Stelle s’impegnono a non cercare un altro forno, cioè quello leghista. È una richiesta legittima, ma sostanzialmente impossibile da soddisfare. Infatti, le Cinque Stelle possono andare a vedere le carte del PD e presentare le proprie senza trattare in contemporanea con la Lega. Però, da un lato, la Lega, sull’orlo di una crisi di nervi per avere perso il governo e tutto quello che comporta, ha già messo sul tavolo le sue carte nuove, le vecchie essendo ben note alle Cinque Stelle. Dall’altro, nel caso fallisse lo scambio programmatico con il Partito Democratico, nessuno, neppure il Presidente Mattarella, potrebbe impedire alle Cinque Stelle di tornare a un rapporto a condizioni più favorevoli con un Salvini notevolmente ridimensionato e formare un Conte-bis, quel Conte sul quale il PD pone il veto.

D’altronde, qualsiasi negoziato per la formazione di un governo deve tenere conto anche delle persone, di coloro ai quali spetterà il delicato compito di attuare le politiche concordate. Talvolta questi “fornai” ottengono la carica di governo grazie al potere politico di cui godono nel loro partito. La loro presenza al governo è garanzia che contribuiranno a mantenerne il sostegno e non lo destabilizzeranno. L’elemento di grave disturbo a un eventuale governo Cinque Stelle-PD è dato dall’autoesclusione di Renzi e dei suoi, potenziali distruttori. Talaltra i fornai sono persone scelte per la loro competenza specifica: economica, sociale, di politica estera, della difesa, della giustizia. Privi di informazioni sulle rispettive preferenze derivanti da incontri precedenti, i dirigenti dei due partiti hanno bisogno di tempo per capirsi. Furono necessari circa ottanta giorni per dare vita al governo Conte. È irrealistico e controproducente, in particolare se si mira ad un governo di legislatura, fare fretta a Zingaretti e Di Maio. I forni hanno i loro tempi.

Pubblicato AGL il 26 agosto 2019

Triangolo virtuoso. Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica. Imparare e non dimenticare #CrisiDiGoverno

1  Non possiamo che rallegrarci che, finalmente, politici e commentatori abbiano scoperto che l’Italia è una Repubblica parlamentare (meglio, democrazia parlamentare). Che, però, pensino che tutto il potere stia nel Parlamento è sbagliato. In democrazia, mai nessuno ha “pieni poteri”. Quanto alle istituzioni, il potere sta nel triangolo virtuoso Parlamento-Governo-Presidenza della Repubblica, nella loro assunzione di responsabilità e nel loro controllo reciproco.

2  Nessun parlamento è onnipotente anche se lì si esprime principalmente la sovranità popolare, meglio se con una legge elettorale meno indecente della Legge Rosato. In Parlamento nascono, si trasformano, muoiono e si (ri)formano i governi. Però, un buon Parlamento fa molte altre cose. E’ luogo di rappresentanza e conciliazione di interessi (lascio il gergo riprovevole a chi comunque non conosce l’abc del parlamentarismo); è luogo di espressione delle opposizioni e di produzione delle decisioni. Soprattutto, è fonte insostituibile di informazioni e conoscenze per gli elettori che desiderino votare in maniera efficace, a ragion veduta.

3*  Il problema non è mai, come hanno scritto opportunamente alcuni autorevoli scienziati della politica, se saremo governati, ma, sempre, come saremo governati. Detto che in Italia un governo esiste solo se ha ottenuto “la fiducia delle due Camere”, le aggettivazioni aggiuntive sono quasi tutte improprie. Governo di scopo, di decantazione, del Presidente, et al, addirittura di legislatura (obiettivo che tutti i governi dovrebbero sempre porsi) significano poco o nulla. Quello che conta, anche con riferimento alla situazione italiana attuale, è, non per quanto tempo, ma come il governo che nasce saprà governare(rci).

*A causa di un problema tecnico la registrazione si è interrotta bruscamente, un po’ come l’esperienza del governo giallo-verde. Noi rimedieremo. Loro, meglio di no.

Non conta per quanto tempo, ma come il governo che nasce saprà governare #CrisiDiGoverno

Il problema non è mai, come hanno scritto opportunamente alcuni autorevoli scienziati della politica, se saremo governati, ma, sempre, come saremo governati. Detto che in Italia un governo esiste solo se ha ottenuto “la fiducia delle due Camere”, le aggettivazioni aggiuntive sono quasi tutte improprie. Governo di scopo, di decantazione, del Presidente, et al, addirittura di legislatura (obiettivo che tutti i governi dovrebbero sempre porsi) significano poco o nulla. Quello che conta, anche con riferimento alla situazione italiana attuale, è, non per quanto tempo, ma come il governo che nasce saprà governare(rci).

In Parlamento si trasformano, muoiono e si (ri)formano i governi… ma succede molto altro

Nessun parlamento è onnipotente anche se lì si esprime principalmente la sovranità popolare, meglio se con una legge elettorale meno indecente della Legge Rosato. In Parlamento nascono, si trasformano, muoiono e si (ri)formano i governi. Però, un buon Parlamento fa molte altre cose. E’ luogo di rappresentanza e conciliazione di interessi (lascio il gergo riprovevole a chi comunque non conosce l’abc del parlamentarismo); è luogo di espressione delle opposizioni e di produzione delle decisioni. Soprattutto, è fonte insostituibile di informazioni e conoscenze per gli elettori che desiderino votare in maniera efficace, a ragion veduta.

Vorrei dirvi tre cose che so sul funzionamento delle democrazie parlamentari #CrisidiGoverno

Non possiamo che rallegrarci che, finalmente, politici e commentatori abbiano scoperto che l’Italia è una Repubblica parlamentare (meglio, democrazia parlamentare). Che, però, pensino che tutto il potere stia nel Parlamento è sbagliato. In democrazia, mai nessuno ha “pieni poteri”. Quanto alle istituzioni, il potere sta nel triangolo virtuoso Parlamento-Governo-Presidenza della Repubblica, nella loro assunzione di responsabilità e nel loro controllo reciproco.

Cosa significa “parlamentarizzare” la crisi

Il presidente del Consiglio Conte parli in Aula, accetti il dibattito, svolga la replica e poi si proceda alla votazione. Questi non sono stanchi rituali della Prima Repubblica

Ottimo il proposito manifestato dal Presidente del Consiglio Conte di parlamentarizzare la crisi. La situazione dei rapporti fra i due alleati che fanno parte del suo governo appare non solo conflittuale, ma contraddittoria e confusa.

Le prospettive sembrano ugualmente avvolte in incertezze e calcoli oscuri. Il governo Conte nacque, non perché “eletto dal popolo”, ma ottenendo la fiducia del Parlamento, come avviene, con modalità leggermente diverse, in tutte le democrazie parlamentari (anche quando il capo dello Stato è un monarca). Al Parlamento il governo deve rispondere dei suoi comportamenti: del fatto, del non fatto, del fatto male.

Quel Parlamento ha il potere di porre termine all’esistenza del governo, ma anche di trasformarlo attraverso rimpasti e persino semi-ribaltoni. Si fa così dalla Germania alla Spagna fino alla madre di tutte le democrazie parlamentari: la Gran Bretagna. É legittimo e nient’affatto scandaloso che i parlamentari tengano al loro seggio (non poltrona) e difendano i loro posti di lavoro proprio come il Ministro Salvini ei sottosegretari leghisti dimostrano di tenere alla loro carica. Infatti, nonostante la sfiducia da loro espressa nel governo di cui fanno parte, non l’hanno ancora abbandonata.

La parlamentarizzazione di una crisi di governo non si può esaurire nel pure importante e forse decisivo discorso del capo del governo. Conte dovrà ovviamente spiegare ai parlamentari che cosa è successo e quali sono le sue valutazioni, ma la parlamentarizzazione vuole qualcosa di più. Se, terminato il suo discorso, Conte subito salirà al Quirinale per rimettere il suo mandato nelle mani del Presidente Mattarella parleremo al massimo di parlamentarizzazione interrupta.

Invece, Conte dovrebbe sentire l’obbligo istituzionale e politico di aprire il confronto con i partiti rappresentati in parlamento, sollecitarne consenso e dissenso, chiederne le spiegazioni, procedere a una replica, al limite, volere dai parlamentari anche un voto esplicito sul suo operato. Non dovrebbe sfuggire/rifuggire dal voto pensando che, se sconfitto, metterebbe a repentaglio un possibile re-incarico. Comunque, con una diversa maggioranza potrebbe senza nessun ostacolo istituzionale riprendere a fare il Presidente del Consiglio.

Tutti questi: discorso, dibattito, replica, voto in parlamento, persino il re-incarico, non sono stanchi rituali della Prima Repubblica, nella quale, incidentalmente, nessuna crisi di governo fu mai parlamentarizzata con i canoni che ho appena delineato. Questi passi corrispondono a qualcosa di molto importante per il Parlamento e per la politica. Governanti e rappresentanti, ministri e parlamentari si assumono visibilmente di fronte all’elettorato il massimo di responsabilità: decidere della funzionalità e della vita di un governo e della formazione di un altro governo.

Il dibattito serve a fare sì che gli elettori acquisiscano un’alta quantità di informazioni rilevanti, si formino un’opinione, giungano a valutazioni adeguate che saranno loro utili nel caso di eventuali nuove elezioni. Certo, nessuno deve avere paura delle elezioni, ma nessuno può pensare che la democrazia, né quella parlamentare né le altre fattispecie, si esaurisca nel voto. Votare è un passaggio importante (meglio quando esiste una legge elettorale non indecente), ma la democrazia è anche informazione e assunzione di responsabilità.

Non mi resta che augurarmi che la concezione di “parlamentarizzazione della crisi” del Presidente del Consiglio sia ricca e articolata e ricomprenda un dibattito chiarificatore. Avrà effetti positivi per la soluzione della probabile crisi, per la formazione su limpide basi del prossimo governo e, comunque, anche per eventuali lezioni anticipate.

Pubblicato il 19 agosto 2019 su huffingtonpost.it