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Elezioni europee 2019, Pasquino: “Il sovranismo è una benedizione a metà: mobilitare gli europeisti”

 

realpolitikese

 

Riflessioni politicamente sparse

 

 

Elezioni europee 2019, Professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito Scienza Politica all’Università di Bologna, autore di L’Europa in trenta lezioni, Novara, UTET, 2017

  1. Professore, il quadro politico che esce fuori dal voto europeo è più che mai chiaro. Quali sono le sue considerazioni riferite al contesto europeo, ora che i sovranisti hanno rafforzato la loro presenza.

In Europa i sovranisti hanno vinto molto meno di quel che si temeva e che loro speravano, ma in Italia sono oramai una maggioranza, rappresentativa del sentimento del paese, anche con qualche aiutino di non pochi sciagurati sovranisti di sinistra. E’ possibile, ma tutt’altro che certo che in Europa i sovranisti serviranno contro le loro preferenze a obbligare gli europeisti a prendere posizioni chiare e a rafforzare la loro coesione operativa. In somma, il sovranismo è, lo dirò in inglese per farmi capire da Nigel Farage, una benedizione a metà (mixed blessing): mobilitare gli europeisti. L’altra metà è inconcludente egoismo nazionalista, accompagnato da grande ignoranza della storia, delle istituzioni europee e dei successi dell’UE.

2. Salvini è il grande vincitore di questa tornata elettorale, senza se e senza ma. Ha ribaltato i rapporti di forza nella squadra di governo, e ora può “pretendere” di più premendo sull’acceleratore. Quali saranno le sue prossime mosse?

Salvini chiederà che si attui tutto quello che la Lega ha inserito nel Contratto di governo: decreto sicurezza, autonomie allargate, flat tax. Quasi sicuramente, dopo qualche sceneggiata, l’otterrà. Poi vorrà designare il Commissario che spetta all’Italia. Sarà più difficile, ma non impossibile se trova la personalità giusta. Infine, vorrà avere dalle autorità europee il via libera a “sfondare” il 3 per cento di deficit. Non lo avrà, mai.

3. La Lega in questi ultimi anni ha parlato alla pancia del Paese. Ha funzionato alla grande, con una strategia aggressiva anche, soprattutto sui social media e ha addirittura attecchito al Sud. Ma quanto durano i movimenti di chiusura? Non c’è il rischio, come insegna la storia, che facciano tanto rumore nel momento in cui cadranno?

Il rumore alla caduta ci sarà, ma passerà parecchio tempo prima di sentirlo. Salvini è saldamente in sella. Sa andare avanti a piccoli passi. Al momento è il leader più vigoroso in circolazione. In assenza di sfidanti all’altezza, che non sono, differentemente, né Zingaretti né Di Maio, il suo futuro è alquanto radioso. Deve temere soltanto qualche errore dei suoi, qualche pasticcio di alcuni sovranisti europei nei suoi confronti e, soprattutto, la volontà dell’Unione Europea di fare rispettare le regole, a maggior ragione da parte di chi è ostentatamente ostile all’Europa che c’è.

4. Il Movimento Cinque Stelle ha perso metà del suo elettorato, rispetto alle politiche. Al netto delle differenze delle due competizioni elettorali, resta sempre una perdita di consenso eclatante. Cosa non ha funzionato, invece, rispetto all’alleato di governo?

Non ha funzionato la leadership, arrogantina e inadeguata, che ha commesso molti errori politici e di comunicazione. Non funzionano i ministri, alcuni dei quali incompetenti e privi di smalto. Non è efficace il Presidente del Consiglio. Il Movimento nel suo complesso sa poco di politica, non vuole imparare, traffica malamente con una concezione di democrazia che è surreale, pensa di potere funzionare senza darsi un’organizzazione anche sul territorio. Non è finito, ma il futuro non appare promettente.

5. Luigi Di Maio ha ribadito che non si dimetterà, ma ha anche affermato che una delle cause della sconfitta è stata l’astensione di parte del proprio elettorato. In questo intravedo contraddizione, poca autocritica e non si esclude che il ruolo di capo politico possa essere ridiscusso. Cosa ne pensa?

L’astensione è solo parte del problema. Il vero problema è  che la forza delle Cinque Stelle era stata proprio quella di offrire rappresentanza e un canale di espressione dell’insoddisfazione, del disagio, della protesta ai potenziali astenuti. Molti di costoro non credono più nelle Cinque Stelle. E’ giusto non soltanto ridiscutere il ruolo di Di Maio, ma porre l’esigenza di cambiarlo con procedure democratiche e trasparenti.   

6. Il Partito Democratico risale leggermente, ma c’è tanta strada da fare e Zingaretti deve invertire la rotta se vuole impensierire le forze “sovraniste”. In questo senso potrebbe riproporre un progetto inclusivo di tutta la sinistra, magari evitando di richiamare in causa la vecchia DC.

Non mi è chiaro (spero che apprezziate il mio understatement very british!) quale progetto persegua Zingaretti. Credo che non lo sappia neanche lui.. Certo, Zingaretti non può pensare di essere o di fare l’alternativa con il 22 percento dei voti. Finora non ha indicato nessuna strategia per trovare alleati. Pensa di crescere recuperando gli astenuti, un’illusione neanche pia. Non ha mai parlato di sinistra inclusiva, aperta, plurale. Non sarà Calenda a portare voti e idee. Soprattutto non esiste nessun dibattito politico e culturale in nessuna sede del Partito Democratico. D’altronde, non c’è nessun tema all’ordine del giorno. Manca qualcosa di molto importante al PD: una cultura politica.  

7. Fratelli d’Italia avanza e fa la voce grossa, ma sembra che la Meloni sia destinata ancora all’opposizione. Può configurarsi un governo interamente di destra, tra qualche mese o anno?

Oh, sì: un governo di destra è nelle carte. Praticamente, ha già anche i numeri. Non appena Salvini lo vorrà lo otterrà, anche senza passare da nuove elezioni. La Meloni è una politica di razza e prima o poi tornerà al governo (c’è già stata giovanissima ministra con Berlusconi).

8. Forza Italia sembra ormai essere alla fine dei suoi giorni, ed è anche comprensibile per un partito che si è identificato col capo per 25 anni. Si prevede una diaspora verso altre terre?

La diaspora è in corso. C’è qualcosa di patetico nel vecchio leader che non si rassegna e che s’illude di essere lui a tracciare il cammino della storia. Lui, il duopolista, che farà la rivoluzione liberale. Lui, l’euroscettico che si comportava malissimo nelle sedi europee, a dettare le alleanze: i popolari, i conservatori, Orbàn e i “sovranisti illuminati”. Lui che ha ancora come nemici i comunisti, ma il suo miglior amico è Putin.

Pubblicato 29 maggio 2019


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