Settant’anni di lezioni dalla Carta
Uno dei più autorevoli Costituenti, Piero Calamandrei, professore di Diritto all’Università di Firenze e esponente del Partito d’Azione, subito dopo l’approvazione della Costituzione la dichiarò profeticamente “presbite”. La Costituzione italiana ha davvero saputo guardare lontano. Dieci anni fa, l’allora Presidente Giorgio Napolitano celebrò la Costituzione italiana affermando che era una splendida sessantenne con poche rughe. Oggi persino i cattivi riformatori, che hanno tentato pasticciate operazioni di chirurgia plastica invasiva e sono stati opportunamente sconfitti nel referendum del 4 dicembre 2016, rivolgono il loro, un po’ ipocrita, omaggio alla Costituzione italiana. Si è dimostrata al tempo stesso solida e flessibile. L’impianto della democrazia parlamentare, con il governo responsabile di fronte al Parlamento che ha il compito di dargli vita e di sostenerlo oppure di sostituirlo, ha dimostrato la sua mirabile solidità. Certo, molti desidererebbero maggiore stabilità dei governi, ma la critica va rivolta, non alle norme costituzionali, ma ai partiti, ai dirigenti dei partiti e ai sempre troppi parlamentari trasformisti. La Costituzione ha dimostrato la sua flessibilità in molte occasioni. Infatti, è stata variamente ritoccata con piccole riforme, ma anche con grandi interventi come quello del 2001 sui rapporti Stato/Regioni (malamente) effettuato dal centro-sinistra; quello del 2005, 56 articoli su 138, effettuato dal centro-destra di Berlusconi e sconfitto dal referendum costituzionale del 2006, come, parimenti sconfitte sono state le mal congegnate riforme del Partito Democratico di Renzi. La verità di fondo, che prima viene imparata dagli aspiranti riformatori meglio sarà, è che la Costituzione italiana è un’architettura complessa che può/potrà essere modificata efficacemente e con successo soltanto da chi è/sarà in grado di prospettare una visione d’insieme delle istituzioni e dei diritti migliore di quella attuale: operazione, forse, non impossibile; certamente, molto difficile.
Sappiamo che nessuna Costituzione è priva di inconvenienti, neppure quella italiana. Tutte le Costituzioni possono e, qualche volta, debbono essere ritoccate. Nei suoi più di duecento anni di vita, la Costituzione degli USA, da molti, giustamente, considerata un monumento alla cultura, non solo giuridica, ma politica, ha visto l’introduzione di ventisette emendamenti. Più che di cambiamenti, la Costituzione italiana continua ad avere bisogno di essere attuata in alcuni suoi articoli portanti e importanti. Ad esempio, l’art. 49 attende tuttora l’approvazione di una legge che regolamenti in maniera accurata il ruolo e l’attività, spesso degenerata, dei partiti i quali, invece, preferiscono la sregolatezza a spese delle istituzioni e dei cittadini. Soprattutto e giustamente, sono moltissimi coloro che continuano a pensare e a battersi affinché sia data piena attuazione all’ultimo comma dell’art. 3, ovvero a fare sì che la Repubblica proceda a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale , che […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.
Celebrando la Costituzione e ammirandone la capacità di avere orientato la politica italiana fino ad ora, non dobbiamo sottacere che “la Repubblica” alla quale si riferisce l’art. 3 sono i cittadini italiani, siamo noi, tutti. Tocca a noi agire consapevolmente e deliberatamente, non con il solo voto, ma con la partecipazione nelle associazioni, nei sindacati, sì, anche nei partiti, per migliorare la Repubblica nel solco della Costituzione repubblicana e democratica. Questo non è soltanto un omaggio e un augurio, ma un impegno che i Costituenti hanno preso per i loro successori e che ogni generazione politica italiana ha il dovere di sforzarsi di adempiere.
Pubblicato AGL 28 dicembre 2017
M5s, strategia a corto raggio
Le acrobatiche contorsioni in materia di Euro di Luigi Di Maio, candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza del Consiglio, riflettono, in parte la sua personale incultura economica e monetaria in parte le contraddizioni degli attivisti e dell’elettorato del Movimento. Indirettamente, suggeriscono anche che proprio l’Euro, se si vuole, ma sicuramente l’Unione Europea dovrebbero entrare più apertamente e potentemente nella campagna elettorale italiana. Anche il nuovo governo austriaco, popolari-liberali di destra, ha appena dato il suo contributo alla necessità di discutere dell’Unione e di che cosa significa per gli Stati-membri. L’idea del doppio passaporto per gli alto-atesini di “etnia-lingua” tedesca è provocatoria, nonché pessima. La risposta, però, consiste nel contrastarla con una controproposta più avanzata –già stata variamente ventilata, ma non sufficientemente sostenuta: tutti i cittadini degli Stati-membri dell’UE avranno un solo passaporto, quello Europeo. Già, grazie a Schengen, i cittadini degli Stati che vi hanno aderito, circolano liberamente. Già, gli europei hanno gli stessi diritti che possono fare valere anche contro i rispettivi Stati nazionali. Già diciannove Stati hanno la moneta comune. È persino logico che ottengano un unico passaporto. Quanto all’Euro, certo la moneta comune richiederebbe, ma, forse, sta per arrivare, un Ministro europeo dell’Economia. Esigerebbe maggiore coordinamento delle politiche fiscali campo sul quale, peraltro, la Commissione Europea è già molto attiva.
Di Maio e tutti coloro, Matteo Salvini e Giorgia Meloni inclusi, che vogliono “uscire” dall’Euro, dovrebbero chiarire in che cosa (ri)entreremmo: nella vecchia lira oppure faremmo, non sto scherzando più di tanto, un balzo nei Bitcoin? Tornare alla vecchia lira risolverebbe il problema economico più grande che l’Italia ha, vale a dire un debito pubblico pari al 136 per cento del Prodotto Interno Lordo? Sarebbe più facile con la lira pagare gli ingenti interessi per rifinanziarlo? Quale e quanta credibilità avrebbe la lira italiana sui mercati? Una delle più pesanti conseguenze del referendum britannico che ha portato alla Brexit è già stata il deprezzamento del 20 per cento del valore della sterlina, notoriamente una valuta molto, molto più forte della lira. Supponendo, comunque, che, oltre a votare “sì” personalmente al referendum sull’uscita dall’Euro, il capo del governo italiano Di Maio sia anche riuscito a convincere una maggioranza di italiani, questo esito lo rafforzerebbe quando andrà a Bruxelles a trattare i problemi dell’Unione Europea e dell’Italia e a proporre soluzioni innovative formulate dal Movimento Cinque Stelle oppure si troverebbe più isolato, forse addirittura marginalizzato? L’uscita dall’Euro potrebbe in qualche modo rafforzare i cosiddetti “sovranisti” italiani nelle due versioni, non incompatibili, ma neppure perfettamente sovrapponibili, della Lega di Salvini e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.
Di che tipo è il “neo [o tardo] sovranismo” di Luigi Di Maio? Saranno quelli di Salvini e di Meloni i voti parlamentari che dovrebbero consentirgli di governare il paese? Mi riesce impossibile pensare come i problemi ai quali l’Unione Europea sta facendo fronte con non poche difficoltà, a cominciare da quello, che è destinato a durare, dei migranti, a continuare con il rilancio delle economie e con il contenimento/riduzione delle disuguaglianze, possano essere meglio affrontati e addirittura risolti dai singoli stati per conto loro, con le loro sole risorse. Il sovranismo mi sembra pericolosamente simile al “socialismo in un solo paese”. In un mondo globalizzato, le soluzioni a tutti i problemi rilevanti sono e saranno sovranazionali. Discutere come potenziare il grande progetto dell’unificazione politica dell’Europa renderebbe la campagna elettorale italiana un fecondo confronto di valutazioni e proposte.
Pubblicato AGL 21 dicembre 2017
I finti duelli dei candidati vip #nonsolo #Bologna #EmiliaRomagna
L’idea di candidare Merola o il redivivo ambasciatore Fassino o l’esperto di banche Casini contro Bersani fa solo ridere. Semplicemente non ha senso poiché grazie alla legge Rosato che, parafrasando Renzi, in Europa nessuno ci invidia e nessuno imiterà, i duelli individuali nei collegi uninominali saranno tutti finti. Infatti, i candidati “eccellenti”, incidentalmente, a Bologna proprio non se ne vedono, approfitteranno fino in fondo delle opportunità che Rosato ha ammannito per loro -e per se stesso. Ciascuno degli eccellenti accetterà con grande coraggio (sic) di essere candidato nel più difficile dei collegi uninominali a condizione di essere presentato anche in alcune, fino a cinque, circoscrizioni proporzionali. In assenza del voto di preferenza (mica si può avere troppa fiducia nell’intelligenza politica degli elettori!), sarà sufficiente essere capilista e il gioco è fatto: ingresso o rientro in Parlamento senza problemi. Come tutto questo garantisca una qualche rappresentanza politica agli elettori è un segreto non glorioso, ma renziani e dintorni della rappresentanza politica non hanno il tempo di curarsi. Da sempre il loro obiettivo ambizioso e nobile è la governabilità. Già, la governabilità: sui suoi contenuti la discussione è aperta, anche quella sugli inconvenienti delle politiche approvate, ma è incomprensibile come essa potrà essere acquisita con la legge elettorale Rosato. Per i renziani veri, non quelli che lo sono diventati quando il capo troppo in alto saliva, la governabilità era il governo di un solo partito con un uomo solo al comando. Invece, da qualche mese, tutti i commentatori si affannano a dichiarare che il prossimo Parlamento sarà ingovernabile poiché diviso in tre blocchi: Cinque Stelle, Centro-Destra e Partito Democratico più cespugli. In attesa degli errori che i vari dirigenti faranno in campagna elettorale e di qualche avvenimento imprevedibile, tutti i sondaggi confermano. Pensare che saranno alcuni candidati e candidate nei collegi uninominali (magari paracadutati/e) e alcuni duelli tanto clamorosi quanto improbabili e inutili a fare spostare voti in grande quantità è illusorio. Peggio, è un tentativo mediatico di influenzare gli elettori spostando la loro (al momento) alquanto scarsa attenzione dalle inesistenti proposte politiche alle personalità. Che, poi, questo fenomeno trovi terreno fertile soprattutto nella contrapposizione in Emilia-Romagna fra PD e Liberi e Uguali è un brutto segno dei tempi e della divisione a sinistra. Il peggio deve ancora arrivare.
Pubblicato il 19 dicembre 2107
Gentiloni-bis e nuove elezioni? I commentatori si copiano a vicenda ma si logora la pazienza degli elettori
Ma perché commentatori politici anche autorevoli si mettono a discettare sugli esiti delle elezioni italiane di marzo copiandosi a vicenda e sostenendo che un governo Gentiloni-bis dovrà portarci a nuove elezioni sei mesi dopo? Le elezioni logorano, quel che rimane dei partiti e la pazienza degli elettori. Non era preferibile che quei commentatori criticassero duramente la legge Rosato? E adesso che scrivessero, con qualche cognizione di causa, quale legge elettorale l’Italia dovrebbe darsi per avere un Parlamento decente nel quale dare vita ad un governo ugualmente decente?
Finti duelli. Pluricandidature verissime e sfide falsissime
Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa.
È un tripudio. I big o sedicenti tali si candideranno tutti nei collegi uninominali. Cercano duelli prestigiosi, sicuri della loro superiore qualità politica. Offriranno agli elettori confronti interessantissimi. Alta politica. Ha cominciato, non poteva essere altrimenti, Matteo Renzi annunciando la sua candidatura in un collegio di Milano contro Berlusconi, purtroppo incandidabile. Tant’è. Nessuno dei bravi giornalisti ha fatto notare a Renzi questo piccolo dirimente inconveniente. Poi, è arrivato Matteo Salvini. Lui si candiderà in tutti i collegi uninominali nei quali sarà candidato Renzi: applausi padani (ma se ci sarà anche Berlusconi avremo un “triello”?”). Purtroppo, la legge elettorale scritta dal capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati Ettore Rosato consente di essere candidati in un solo collegio uninominale. Non potrebbe essere altrimenti. Ingannare gli elettori si può e la legge Rosato procede alla grande in questa direzione, ma, insomma, se i vincenti in più collegi uninominali optano, come dovrebbero inevitabilmente fare, per uno solo di quei collegi succederebbe che in tutti gli altri entrerebbero in Parlamento gli sconfitti. Quando è troppo è davvero troppo.
Nel frattempo, il PD progetta di mettere in campo suoi candidati eccellenti –no, non chiedetemi di definire l’eccellenza, per di più dei candidati che saranno nominati da Renzi, Lotti, Boschi e, adesso, forse addirittura dallo statista anti-vitalizi Matteo Richetti– contro i più odiati degli esponenti di Art. 1-Mdp, adesso Liberi e Uguali. Contro Bersani e, eventualmente, contro D’Alema saranno nominati, pardon, candidati, esponenti di rilievo del PD, con una storia politica di spessore, radicati sul territorio, rappresentativi di elettori e di idee. No, i nomi non li dico anche perché mi pare tutta una farsa. Una cosa, però, so ed è quella che debbo dire pro veritate. Con la legge Rosato nessuno, ma proprio nessuno dei nominati/candidati dei partiti medi (di grandi non ne vedo) rischierà il seggio. Infatti, quella legge prevede la possibilità di essere nominati/candidati in un collegio uninominale e in cinque circoscrizioni proporzionali. Dunque, oltre, naturalmente ai capi-partito e ai capi-corrente, che certamente non rinunceranno a questa ampia rete di protezione, saranno i kamikaze (sic) eventualmente costretti a essere candidati nei collegi uninominali contro i leader degli altri partiti a chiedere la rete di protezione, e a ottenerla. Naturalmente, i capi sosterranno che le loro multicandidature “circoscrizionali” non sono dettate dalla preoccupazione di non vincere il seggio nel collegio uninominale. Sono, invece, nobilmente intese a mandare agli elettori delle circoscrizioni (che difficilmente saranno pre-avvertiti che quel candidato potrà essere eletto anche altrove) il messaggio del loro interesse proprio per quella zona del paese. “Noi, dirigenti importanti, vogliamo offrirvi la possibilità di procurarvi una rappresentanza autorevole”.
Questo tipo di propaganda sarà, almeno, nella sua prima componente: l’offerta di rappresentanza autorevole, sfruttata anche da Maria Elena Boschi nel suo collegio/circoscrizione non proprio “naturale”, vale a dire in Campania tra Ercolano, Pompei e dintorni. D’altronde, è lei che ha teorizzato che i capilista bloccati sarebbero stati, non i commissari del partito, come ho sostenuto io, ma i rappresentanti di collegio, come se la rappresentanza politica non dovesse essere esclusivamente il prodotto di libere elezioni popolari e non di nomine paracadutate. Il punto conclusivo dovrebbe essere limpido. Chiunque, fra quelli che contano, da Renzi a Salvini , e naturalmente, da Boschi a Rosato, dovrebbe rinunciare alle multicandidature e correre soltanto in un collegio uninominale. Chi vince andrà in Parlamento. Chi perde starà a casa. Ciò detto, tocca ai mass media smontare le rodomontate di sfide/duelli minacciati, finti, falsi. Da adesso, i mass media dovrebbero seguire con attenzione le modalità con le quali saranno scelte le candidature, quanti e chi saranno i pluricandidati e dove. La legge Rosato, tanto quanto la legge Calderoli e la non-legge Italicum, non consentirà agli elettori di scegliere un bel niente, soprattutto non i rappresentanti parlamentari. E poi qualcuno parlerà con molto accorato sussiego di crisi di rappresentanza.
Pubblicato il 14 dicembre 2017 su terzarepubblica.it
Commemorazione di Giovanni Sartori all’Accademia dei Lincei 15dicembre 2017
Giovanni Sartori (Firenze 1924-Roma 2017) è stato uno dei 5-6 più importanti politologi del XX secolo. Nella mia breve commemorazione, aperta al pubblico, all’Accademia dei Lincei, venerdì 15 dicembre alle ore 15.30, metterò in rilievo il significato dei suoi libri sulla democrazia, sui sistemi di partito, sull’ingegneria costituzionale comparata e sottolineerò come la sua teoria politica serva ad illuminare fatti e misfatti dei cattivi riformatori italiani.
Troppi nomi nei simboli dei partiti
L’inserimento del nome di Grasso nel logo della lista “Liberi e Uguali” è una brutta idea. Non è convincente giustificarla con la necessità di “pubblicizzare” rapidamente con pochi mesi a disposizione l’appena nata piccola coalizione di sinistra. È stata subito criticata soprattutto dagli esponenti del Partito Democratico, che ne temono la sfida, ma per ragioni sbagliate: la politicizzazione della seconda carica dello Stato. Nella sua carica, nella conduzione dei lavori del Senato, il Presidente Piero Grasso è stato fin troppo imparziale e neutrale, ad esempio, nell’accettazione di qualche alquanto impropria richiesta di voti di fiducia da parte del governo Gentiloni (-Renzi). Nessuno, però, può negare al Presidente del Senato (e alla Presidente della Camera dei deputati) di fare politica fuori dalle aule parlamentari.
L’obiezione al nome di un leader politico nel logo di un partito, lista, schieramento ha motivazioni politiche e istituzionali che risalgono al politologo Giovanni Sartori, recentemente scomparso, e che mantengono tutta la loro validità. Da un lato, nomi di persone/leader che acquisiscono maggiore visibilità di quella dei loro rispettivi partiti contribuiscono a un fenomeno non proprio positivo: la personalizzazione della politica. Di partiti “personali/personalisti” in Italia ne abbiamo già fin troppi. Di leader che fanno campagna sulle loro qualità personali più che sulle idee loro e sui programmi dei loro partiti dovremmo giustamente diffidare. Non che le idee non camminino sulle gambe degli uomini e delle donne, ma, per l’appunto, bisognerebbe dare preminenza alle idee. Tuttavia, quello che più (mi) preoccupa del nome del leader nel logo di un partito è il messaggio che invia più o meno surrettiziamente all’elettorato, vale a dire che, se quel partito avrà molti voti il suo leader diventerà Presidente del Consiglio. Insomma, saremmo di fronte ad una situazione di elezione quasi diretta del capo del governo. Sbagliato: l’elezione c’è o non c’è. Nelle democrazie parlamentari non c’è.
Nelle democrazie parlamentari diventa capo del governo l’esponente di un partito che riesce a dimostrare di avere a suo sostegno una maggioranza. Né in Gran Bretagna, dove il nome del capo del partito si trova scritto esclusivamente sulla scheda elettorale del suo collegio uninominale (senza candidature multiple), né in Germania dove la signora Merkel è stata candidata al Bundestag, sia nella parte uninominale sia nella scheda proporzionale, ma potrebbe non tornare Cancelliera se non riesce a dare vita a una maggioranza assoluta richiesta per la sua investitura parlamentare, gli elettori votano direttamente il capo del governo. Sanno anche che quel capo di governo potrà essere sostituito/a per la sua inadeguatezza dai parlamentari che l’hanno eletto/a. È avvenuto dal 1945 a oggi diverse volte in Gran Bretagna, con la più recente sostituzione che ha posto la May a capo del governo. Una volta sola, attraverso il voto di sfiducia costruttivo (che i riformatori costituzionali italiani non hanno neppure voluto prendere in considerazione), ma molto importante, si è avuta la sostituzione in Germania: dal socialdemocratico Schmidt al democristiano Kohl. Invece, in Italia, troppi parlano in maniera molto sbagliata di governi non eletti dal popolo.
Quando in Italia avviene la sostituzione di un Presidente del Consiglio, soprattutto se da un non-politico, come fu Monti, non mancano coloro che affermano addirittura che la democrazia è sospesa. Per tornare a una sana democrazia parlamentare, il cui pregio maggiore è proprio quello di consentire in parlamento/dal parlamento la sostituzione di governanti, a cominciare dal Presidente del Consiglio, rivelatisi inadeguati, bisognerebbe evitare di ingannare gli elettori. Il governo sarà fatto in Parlamento. Se sarà fatto male, altri, non Grasso, saranno da biasimare, fermo restando che la maggiore responsabilità è della legge elettorale Rosato. Il resto sono furbizie da stigmatizzare.
Pubblicato AGL il 15 dicembre 2017
INVITO “La politica nella concezione di Norberto Bobbio” 15dicembre #GD #Prato
Inaugurazione della scuola di formazione politica “Norberto Bobbio” con Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica dell’Università degli studi di Bologna, che ci spiegherà il significato del termine “Politica” con un focus sulla concezione del filosofo Norberto Bobbio.
Giovani Democratici Prato
vi aspettiamo il 15 dicembre alle 21
Sala Ovale della Provincia di Prato
via Ricasoli 25, Prato PO
“Come formare le classi dirigenti” Modulo X del Master Anticorruzione “Economia della devianza” 11dicembre #Roma
lunedì 11 dicembre, dalle ore 14 alle ore 17
Facoltà di Economia – Università di Roma Tor Vergata
Aula Scacchi, primo piano, Edificio B
Via Columbia 2Come formare le classi dirigenti
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito dell’Alma Mater di BolognaNello Rossi
Avvocato Generale presso la Corte di Cassazionemodera il giornalista Filippo Cucuccio
Il dibattito tra il Prof Pasquino e il Dott. Rossi tenderà a mettere in evidenza i problemi di devianza che si manifestano nella formazione della classe dirigente e di quella politica in particolare, nonché le relative conseguenze.
Lungo il percorso di ricostruzione di questo aspetto un’attenzione specifica sarà dedicata anche alle patologie tipiche della magistratura. Sulla scorta del quadro così definito saranno fornite, infine, soluzioni propositive da adottare nel futuro prossimo.






