Italicum Rivedere il malfatto
Nell’Italicum già esiste la clausola “coda di paglia” che impegna gli estensori a sottoporre la muova legge elettorale a una verifica di costituzionalità. Peraltro, sarebbe stato opportuno che, prima il Presidente Napolitano, al quale è toccato il compito di autorizzarne la presentazione al Parlamento, poi il Presidente Mattarella, al quale è spettato firmarla per promulgarla, facessero i loro compiti nella “casa degli italiani” ovvero al Quirinale. Adesso, un variegato schieramento prevalentemente composto da politici, costituzionalisti e avvocati ha preparato contro l’Italicum diversi ricorsi che saranno presentati alla Camera e poi depositati nei Tribunali di molto capoluoghi affinché giungano alla Corte Costituzionale. La speranza degli oppositori dell’Italicum è che la Corte bocci la mancanza di una percentuale precisa di voti per accedere al ballottaggio e addirittura elimini il premio di maggioranza. Nel frattempo, sia all’interno del Partito Democratico, non soltanto fra le sue sparse minoranze, sia fra tutti i gruppi di opposizione, a cominciare da Forza Italia, ma ad eccezione del Movimento 5 Stelle, è alta la preoccupazione che consentire l’accesso al ballottaggio alle liste e non alle coalizioni significa andare verso un duello, che tutti i sondaggi certificano, fra PD e 5 Stelle.
Per appurare la legittimità costituzionale dell’Italicum, forse sarebbe sufficiente fare riferimento alle obiezioni con le quali la Corte ha distrutto la legge elettorale precedente, il Porcellum, e valutare se gli articoli dell’Italicum rispondono efficacemente a quelle motivazioni. Le liste non sono più bloccate tranne che per il capolista che rimane un privilegiato. Tuttavia, rimangono consentite le candidature multiple ovvero vi saranno dei privilegiatissimi che, veri specchi per gli elettori-allodole, potranno candidarsi addirittura in dieci collegi. L’introduzione del ballottaggio risponde a una delle obiezioni della Corte, ma, com’è congegnato, comporta un grande inconveniente. Se al ballottaggio andassero due liste che hanno ciascuna ottenuto il 25 per cento dei voti, la vincente avrebbe un premio che la porterebbe al 55 per cento dei seggi. Di fronte a questo probabile esito, il gatto si morde la coda. Se si stabilisce una soglia alta, al di là del 35 per cento, nelle condizioni date potrebbe non arrivarci nessuno dei contendenti. Quand’anche si consentisse con qualche trucco il ballottaggio qualora un solo contendente raggiungesse la soglia minima, l’impossibilità di apparentamenti potrebbe sfociare nella vittoria di una lista/partito del 25 per cento circa.
Torna in campo la doppia opzione alla quale Renzi-Boschi e i loro sostenitori si sono pervicacemente opposti: 1. stabilire che il premio può essere assegnato anche a coalizioni di partiti e di liste che si presentino alleate intorno ad un programma (e ad un leader candidato Primo ministro); 2. consentire che nel passaggio fra il primo turno di votazioni e il ballottaggio siano possibili gli apparentamenti con la sottoscrizione, da parte degli apparentandi, del programma del partito che va al ballottaggio. Entrambe le opzioni disinnescherebbero le probabili obiezioni della Corte costituzionale e vanificherebbero i ricorsi. La considerazione politica di fondo non può che essere severa. L’Italicum è una legge fatta male, a causa dell’eventualità di un ballottaggio PD/5 Stelle, che desta preoccupazioni “partigiane” persino in coloro che l’hanno votata. Tuttavia, la motivazione prevalente per rivederla non deve essere il timore per questo ballottaggio. Quello che conta per valutare una legge elettorale è, da un lato, quanto potere dà ai cittadini; dall’altro, quanta rappresentanza offre loro. Il potere dei cittadini cresce quando è il loro voto (non la nomina dall’alto) che manda i candidati in Parlamento. La rappresentanza è più ampia e soddisfacente quando al governo ci sono coalizioni, ovviamente il meno litigiose possibili, legittimate dal voto della maggioranza degli elettori. L’Italicum è carente da entrambi i punti di vista. Il tempo per rivederlo a fondo c’è.
Pubblicato AGL il 28 ottobre 2015
INVITO #Italicum: meccanismi, dinamiche ed effetti sul sistema partitico e istituzionale
Sabato 31 ottobre dalle ore 9,30 alle 12,30
Bologna Via Lame 116
Terzo incontro sulle “riforme”
Istituto Regionale di studi sociali e politici “A. De Gasperi” di Bologna.
La nuova legge elettorale(Italicum): meccanismi, dinamiche ed effetti sul sistema partitico ed istituzionale.
“Due gli interventi previsti: di MARCO VALBRUZZI, ricercatore dell’European University Institute di Firenze, e di GIANFRANCO PASQUINO, Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna. Il primo illustrerà, anche in chiave comparativa, i meccanismi della riforma, l’altro le dinamiche e gli effetti prevedibili sul sistema partitico ed istituzionale. Presiederà l’incontro WALTER RASPA, Presidente regionale delle Acli.
Immaginiamo che tra qualche lustro forze più giovani e nuove (quelle che ora sono impegnate nella faticosa ricerca di un lavoro e di condizioni di vita accettabili) intendano provarsi nella politica italiana. Cosa troveranno nella cassetta degli attrezzi istituzionali?
La legge elettorale assegnerà un peso ancora esorbitante agli apparati romani delle formazioni politiche, oppure premierà gli elettorati locali e le realtà politiche della periferia, nelle quali provarsi è più facile ed anche più naturale? Dopo aver conosciuto i tratti aspri della democrazia “discendente”, giungeremo a sperimentare qualcosa di più simile a una “democrazia ascendente”? L’alternanza (successione di indirizzi politici e nuovi programmi, non solo variazioni delle combinazioni di ceto politico al governo) sarà ancora una chimera? Conosceremo al contrario possibilità di concentrazione del potere “al centro”, che credevamo superate?
Domande che vengono spontanee scorrendo il nuovo “Testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei Deputati” riformato dalla Legge 6 maggio 2015, n. 52 (Italicum). Articolo per articolo abbiamo messo in linea le modifiche dell’Italicum con quelle del “Mattarellum” (1993) e del “Porcellum” (2005). E’ una svolta?
Clicca e scarica L’Italicum, il Porcellum, il Mattarellum – confronti
Clicca e scarica Gianfranco Pasquino L’Italicum nelle condizioni date
Anche questo incontro ha una finalità eminentemente divulgativa e formativa. Su richiesta verrà rilasciato un attestato di frequenza. L’aspettiamo e le inviamo i migliori saluti.”
Domenico Cella, Presidente dell’Istituo – Mario Chiaro, Vice Presidente – Ettore Di Cocco, responsabile degli incontri
Da Chiamparino a Roma, tutti i “no” che bocciano Renzi
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
Le dimissioni di Chiamparino, il caso Marino e i ritardi della legge di stabilità rendono la vita più difficile al governo Renzi. Nel primo caso il governatore del Piemonte si è dimesso da presidente della Conferenza delle Regioni, anche se le dimissioni sono per ora congelate su richiesta degli altri governatori. Chiamparino ha però spiegato che le sue motivazioni ufficiali non sono i tagli alla sanità contenuti nella legge di stabilità, bensì il giudizio negativo fornito dalla Corte dei conti sul bilancio della Regione Piemonte. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, intanto sembra voler andare al braccio di ferro in consiglio comunale. Mentre la legge di stabilità ha già accumulato sei giorni di ritardo. Ne abbiamo parlato con il politologo Gianfranco Pasquino.
Che cosa significano per Renzi le dimissioni di Chiamparino?
Certamente ci sono dei buoni motivi per queste dimissioni perché la legge di stabilità mi sembra abbastanza controversa sui punti più rilevanti, in primo luogo sul taglio della tassa sulla casa. Una figura come Chiamparino, che ha avuto dei doveri istituzionali come sindaco, sa che cosa vuole dire per il bilancio di un Comune il fatto di vedersi privato di quel gettito. Forse Chiamparino ha da ridire anche sul tetto all’utilizzo del contante elevato a 3mila euro. Le Regioni del resto hanno da ridire pure sulla riforma del Senato.
Il fatto che le critiche vengano da un renziano come Chiamparino significa che la legge di stabilità non convince neanche le figure più vicine al premier?
Non so fino a che punto Chiamparino possa essere definito renziano, perché ha una sua struttura politica personale da ormai almeno 20 anni.
Veniamo alla legge di stabilità. Da dove nascono i ritardi nell’iter della manovra?
È l’intero governo che sta lavorando all’insegna dell’improvvisazione, la vera cifra dominante di quanto il presidente del Consiglio ha fatto finora. Annuncia, dice, propone, suggerisce, e poi corregge ripetutamente in corso d’opera tutti i provvedimenti. Questo dunque non mi stupisce affatto, anche se non è un giorno in più o in meno a fare la differenza. E’ la sostanza che deve cambiare.
Secondo lei che cosa non va?
In primo luogo sono contrario all’abolizione delle tasse sulla casa, come pure alla scelta di elevare la quantità di contante utilizzabile da mille a 3mila euro. La commissione Ue ha più volte ribadito che, nell’abbassare le tasse, bisogna avere come obiettivo un aumento dell’occupazione. La riduzione dell’imposizione fiscale non deve essere cioè fine a se stessa.
Questa è una legge di stabilità di destra o di sinistra?
Non ci sono leggi di stabilità di destra o di sinistra nella loro interezza, ma soltanto manovre buone o meno buone. Quella approvata dal governo Renzi mi sembra non pessima, certamente, ma mediocre.
Anche da Roma vengono guai per il premier. Che cosa ne pensa del caso Marino?
Marino deve dare le dimissioni e mantenerle. Dopo di che il Pd romano, compreso Orfini, devono interrogarsi sulla loro capacità di ricostruire un rapporto con la cittadinanza e un partito decente a Roma. Il Pd romano evidentemente ha moltissimi problemi che non sono di oggi, ma che devono essere risolti al più presto.
Marino è stato spinto a dimettersi perché non riusciva a governare o perché dava fastidio?
Marino dava anche fastidio, dopo di che le sue capacità amministrative mi sono sconosciute. Ma soprattutto la sua convinzione di avere fatto cose decisive per Roma mi sembra eccessiva ed esagerata rispetto a quello che abbiamo scoperto e che ancora gli rimane da fare.
Che cosa comporta il caso Marino per il Pd?
Comporta il fatto che a Roma il Pd rischia davvero di perdere il sindaco a vantaggio dell’M5s, anziché di tornare a un’alternanza tra centrodestra e centrosinistra. Comporta inoltre che anche in altre realtà locali gli elettori penseranno che gli amministratori del Pd hanno dei problemi, e che tutto sommato è meglio mettere alla prova il Movimento 5 Stelle, proprio come affermano i suoi sostenitori.
Pubblicato il 23 ottobre 2015
Le riforme sbagliate e quelle possibili a Bookcity Milano #BCM15
Sabato 24 Ottobre ore 14:30
Tavola rotonda con Gianfranco Pasquino, Giuseppe Civati, Nicola Molteni, Alberto Martinelli per riflettere sulle riforme italiane, quelle fatte e soprattutto quelle mancate.
Libro di riferimento:
Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, di Gianfranco Pasquino, Università Bocconi Editore.
Evento ospitato in
Sala Convegni di Palazzo Mezzanotte
Borsa Italiana
piazza Affari 6, Milano
Il Volume della democrazia #CittadiniSenzaScettro alla Giornata del libro politico a Montecitorio
Roma 23 ottobre 2015 ore 16.00. Libreria laFeltrinelli – Galleria Alberto Sordi
Il Volume della democrazia Giornata del libro politico a Montecitorio 7a edizione
Monica Guerzoni interviene con l’autore
La Festa delle Cinque Stelle UN PASSO VERSO BAD GODESBERG
I numeri della Festa delle Cinque Stelle a Imola, non molto alti, ma neppure deludenti, dicono soltanto una parte della storia. Riconosciuto a Gianroberto Casaleggio il ruolo di guru, Grillo s’è messo un po’ più su: elevato. Però, l’aspetto più importante è che, sostanzialmente, Grillo ha preannunciato che sta facendo qualche passo indietro. La sua figura e la sua leadership sono, deve essersene reso conto, da un lato, molto ingombranti, dall’altro, rischiano di rivelarsi un ostacolo sulla strada dell’avvento al governo. Sbagliando, Grillo ha detto che “governare” è una brutta parola e che lui preferisce “gestire” (gesticolare?), in italiano certamente una parola peggiore e fuorviante. La “voce dal sen sfuggita…” comunica che un MoVimento nato per protestare e contestare si trova alla svolta della vita. Infatti, la manifestazione delle Cinque Stelle a Imola ha acquisito una valenza di governo, inevitabile in una fase nella quale i sondaggi tutti concordi collocano il MoVimento al secondo posto nelle preferenze degli elettori. Questo significa che le Cinque Stelle andrebbero al ballottaggio con il Partito Democratico tant’è vero che gli artefici e i complici della brutta legge Italicum stanno già pensando a come rabberciarla prevedendo l’attribuzione del premio di maggioranza non più a una lista, ma a una coalizione. Inoltre, a Roma (e sui treni per il rientro in Toscana) c’è chi si arrovella su quale stratagemma congegnare per non indire le elezioni nella capitale in contemporanea con la tornata amministrativa di altre città in ordine d’importanza: Milano, Napoli, Torino, Bologna. L’election day fa risparmiare soldi, ma è giustamente percepito come molto pericoloso nel caso romano. Sulla capitale, i suoi scandali, le sue reti clientelari e affaristiche, le sue pesanti collusioni trasversali il Movimento Cinque Stelle punta con molte buone ragioni e molte frecce al suo arco tranne una: la presenza chiara di un’efficace candidatura a sindaco (problema che dovrà essere risolto, a suo tempo, anche per arrivare a Palazzo Chigi). Non ultima, c’è anche Bologna. Il vento del rinnovamento proprio non soffia in città. Semmai parecchi si muovono come banderuole, in particolare fra gli assessori che vengono licenziati oppure “licenziano” affermazioni sulle occupazioni, sull’ordine pubblico, sulla giustizia, che sarebbero molto discutibili se non fosse preferibile non discuterle per niente. Qui la sfida al sindaco uscente, con riluttanza ricandidato e, vedremo quanto, appoggiato dal suo partito, si presenta, grazie al ballottaggio, possibile. Tra non molto sapremo se Imola potrà essere considerata la Bad Godesberg, dove nel 1959 i socialdemocratici tedeschi si candidarono con un programma che abbandonava le rigidità del passato, delle Cinque Stelle.
Pubblicato il 20 ottobre 2015
La stanza senza bottoni
Pubblicato in formiche ottobre 2015 pp. 12-13
di Gianfranco Pasquino*
In Italia non c’è mai stato nessun primato della politica. Simpaticamente, il socialista Pietro Nenni affermava “la politique d’abord”. Gli sarebbe piaciuto praticarla, anche con nobili obiettivi. Poi, entrato nella stanza dei bottoni, anzi, appena affacciatosi, dalla soglia, si accorse che di bottoni proprio non se ne vedeva nessuno. Li avevano portati via alcuni partiti. Infatti, in Italia al posto di comando sembravano esserci i partiti che non sono la stessa cosa della politica (qualche volta sono il contrario). Proprio così. Come potremmo altrimenti spiegare l’espressione, davvero calzante, usata per definire essenza e funzionamento del sistema politico italiano: partitocrazia? E l’altra espressione classica che riguardava i parlamentari: trasformismo?
Ecco, il primato, tutto da definire, l’hanno avuto e mantenuto a lungo i partiti. Il fatto è che hanno potuto farlo (come ho scritto nel mio libro Partiti, istituzioni, democrazie (Il Mulino 2014), non perché erano particolarmente forti, radicati, coesi e progettuali. Tutt’altro, e il crollo dell’intero sistema partitico nel 1992-1994 dimostra che erano deboli, epidermici, divisi al loro interno e incapaci di prevedere e progettare alcunché. Apparivano, i partiti, e furono effettivamente dominanti perché, da un lato, avevano creato le istituzioni e vi si erano insediati, appunto nei posti di comando, ma, quelle istituzioni parlamentari accompagnate a un sistema elettorale proporzionale, non obbligarono mai i partiti a diventare organizzazioni davvero strutturate. Certo, non lo fu la Democrazia Cristiana, partito di oligarchie in competizione; non il Partito Socialista, tutto sfilacciato in correnti ideologiche fino all’avvento tardivo di Craxi, accentratore pragmatico e spregiudicato del poco che era rimasto; non il PCI, geograficamente squilibrato, quasi assente in alcune regioni (Veneto e Sicilia). Dall’altro lato, i partiti italiani sembrarono forti perché la società italiana uscita dal fascismo era, con l’eccezione delle associazioni cattoliche, atomizzata. Poi, divenne lottizzata e clientelare e si rivelò corporativa ed egoista, mantenendo ostinatamente e tenacemente, la sua caratteristica più profonda, quella del “familismo amorale“.
Le istituzioni non sono cambiate e non basteranno gli scoordinati e scomposti sforzi di Renzi a dare all’Italia istituzioni moderne, capaci di operare con qualche autonomia e di costringere i partiti a riformarsi e a solidificarsi. Invece, la società è cambiata, vale a dire, fermi restando sia il clientelismo sia il familismo, è diventata popolata da molti individualisti. Sono coloro che credono che la politica è il problema, non la soluzione. Anzi, è l’ostacolo alla realizzazione delle loro potenzialità. Per farsi belli e dimostrarsi generosi affermano di stare lottando per liberare tutta la società. Qualche volta per qualcuno può anche essere vero, ma tutti gli altri dovrebbero sapere (avrebbe dovuto essere loro insegnato) che è la politica a scrivere le regole della convivenza, della competizione, del mutuo soccorso e che la società, quando è vivace e sregolata, è il luogo del bellum omnium contra omnes.
Per troppi, in Italia molto più che altrove, la politica sono i partiti e i parlamentari senza mestiere alcuno. Per troppi, in Italia, i partiti non hanno nulla da offrire se non privilegi, espropri e sprechi di risorse e una non modica dose di corruzione. Hanno in parte ragione. Per molti la politica è associata alla parola disgusto. Di nuovo, hanno spesso ragione. Dove, invece, hanno sicuramente torto è nel credere che, poiché loro non la frequentano, la politica non conti più nulla. Stefano Feltri scrive come se la tecnologia abbia spazzato via tutto e fossero rimasti soltanto gli innovatori di vallate più o meno “siliconate”. Non in Italia. Sicuramente, però, la tecnologia non domina e non governa in nessuna democrazia. Al contrario, dove la politica esiste, vale a dire dove ci sono decisori eletti in competizioni democratiche, le regole le scrivono quei decisori e gli innovatori, a prescindere dalla loro qualità, a quelle regole debbono uniformarsi.
La politica serve a scrivere le regole, a garantire la competizione e a punire chi non osserva le regole. La buona politica non soltanto scrive buone regole, rispettose delle preferenze della maggioranza dei cittadini, i quali, dal canto loro, sono interessati, informati e partecipanti, ma scrive regole applicabili e sanzionabili, con punizioni rapide e chiare per chi non le rispetta. Le democrazie, persino quella in fieri nell’ambito dell’Unione Europea, operano esattamente in questo modo. Nessuno avrebbe voluto essere governato da Steve Jobs e nessuno chiede a Bill Gates di prendere in mano le redini del mondo. Il pur ottimo tecnocrate Mario Monti ha dimostrato che ci vuol altro anche soltanto per tenere in mano le redini del governo di una media potenza quale l’Italia. La verità è che ogni paese e ogni popolo si meritano grosso modo, con qualche limitata eccezione, la politica che ha. Cittadini che ostentano il loro disinteresse, che hanno poche informazioni, spesso, anche a causa del cattivo giornalismo, fuorvianti e manipolate, che credono che la loro non-partecipazione delegittimi i rappresentanti e i governanti non possono che avere una politica che, prima ancora di essere debole, è brutta. Eppure, conta. Contribuisce a peggiorare la vita di tutti: dei populisti, degli indifferenti, degli antipolitici. Politica, sostantivo greco plurale, significa “le cose che succedono nella polis”. Se vi fate solo gli affari vostri, direbbe Pericle in visita in Italia, avrete una politica di serie B. Sempre politica è, ma molto inadeguata, comunque mai assente. Politica per pochi che la volgeranno nel loro interesse, alla quale, però, nessuno, neppure gli innovatori tecnologi più geniali, è riuscito né riuscirà a sfuggire
*Professore Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna
Modificare l’Italicum si deve
Finita la piccola, inferiore alle aspettative, bagarre del rimpicciolito Senato, giá si ricomincia a parlare di modifiche all’Italicum, legge elettorale approvata all’inizio di maggio cioé poco piú di sei mesi fa. Forse il Senatore a vita Giorgio Napolitano avrebbe fatto meglio a esprimere le sue perplessità in materia e il suo invito a modifiche nella lunga fase di gestazione della legge elettorale. Non avrebbe dovuto stupire lui né i critici e gli estimatori del Ministro Boschi che esiste un collegamento fra riforma del Senato e legge elettorale per la Camera. Da soli, il ministro e il suo Presidente del Consiglio non erano in grado, ma probabilmente neppure volevano, cogliere il collegamento poiché le loro riforme elettorali e costituzionali sono all’insegna dello spezzatino. A sua volta, Forza Italia si é accorta tardivamente che le conseguenze di alcuni elementi dell’Italicum sembrano fatte apposta per impedirle di arrivare al ballottaggio. Le sparse minoranze del Partito Democratico non hanno combattuto nessuna vera battaglia per conquistare un sistema elettorale migliore. Hanno preferito scaramucce di poco conto e nessun impatto cosicché Renzi e Boschi hanno avuto quello che volevano, non tutto, trovandosi, peraltro, obbligati a non pochi cambiamenti nei dettagli della legge rispetto al non impeccabile testo originario, ma parecchio resta ancora da fare. D’altronde, il “tutto” che i renziani perseguivano finiva per essere sostanzialmente un Porcellum appena ripulito che l’attualmente silente Corte Costituzionale non avrebbe potuto e non dovrebbe digerire.
I piccoli aggiustamenti di cui si discute in questi giorni di rilassatezza post-Senatum sono sostanzialmente cosmetici tranne uno. Il premio in seggi dato alla coalizione vincente e non, come è ora scritto nella legge, alla lista é un ritocco importante ancorché non decisivo. La struttura rimane quella di un sistema elettorale proporzionale modificato (alcuni direbbero snaturato) da un premio di maggioranza che rischia anche di essere cospicuo. Con l’Italicum così com’è non si puó fare di meglio, ma sicuramente abolire le candidature multiple, fino a dieci collegi, é una semplice misura di decenza político-elettorale. Quanto ai capilista bloccati é un punto renzian-boschiano irrinunciabile, indispensabile per garantire loro il controllo del gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati.
Temo che sia troppo tardi per fare quella che Vittorio Foa chiamerebbe la “mossa del cavallo”: spiazzare tutti riproponendo, come ha fatto Stefano Folli in un commento su “Repubblica”, una versione del maggioritario francese: doppio turno in collegi uninominali. Per di più, Folli é fin troppo buono. Vorrebbe anche garantire ai piccoli partiti, molti dei quali, in quanto figli minori di scissioni trasformistiche, proprio non se lo meritano, un diritto di tribuna. Bastasse questo per “andare in Francia”, il sacrificio lo si potrebbe fare. Si otterrebbe un sistema elettorale, non cosmeticamente, ma sostanzialmente diverso e sicuramente migliore del non collaudato Italicum.
Nel frattempo é auspicabile che si esprimano tutti coloro che hanno, per tempo, espresso critiche e manifestato riserve. Non é neppure esagerato, data l’importanza del tema “legge elettorale” in una democrazia che vorrebbe cambiare i rapporti fra cittadini ed eletti, ascoltare che cosa ha in mente Napolitano. Insomma, senza nessun rischio di essere accusato di tramare contro la Repubblica, anche il relatore del Mattarellum, sistema elettorale non perfetto, ma nettamente migliore dei suoi due successori, potrebbe farci sentire il suo autorevole parere.
Se il Presidente Mattarella, non soltanto perché parla dal Colle, ma anche alla luce del suo passato (come sarebbe bello sapere come ha votato il giudice costituzionale Mattarella sia sulla “non reviviscenza” del Mattarellum nel 2010 sia sulla macellazione del Porcellum nel 2014), intervenisse, la sua autorevole voce riuscirebbe ad avere un impatto di cui molti, ancorché non tutti, gli sarebbero grati. Potrebbe essere il momento che “definisce” la sua Presidenza. Ovviamente, per chi sa ascoltare e correggersi.
Pubblicato AGL il 19 ottobre 2015
Se Grillo fa un passo indietro il consenso può crescere
I sondaggi: MOVIMENTO CINQUE STELLE +0.5
Il Movimento Cinque Stelle continua a recepire una protesta che ha ragioni fondate e strutturali, come abbiamo visto anche con il via libera al finanziamento ai partiti degli ultimi giorni. In secondo luogo, la maggior parte di loro, dopo un primo momento d’incertezza, ha dimostrato di aver imparato come si fa in parlamentare, penso a Roberto Fico, Luigi Di Maio, gli attuali capigruppo e altri. Hanno studiato e si stanno dimostrando competenti. Infine, il terzo motivo del loro successo è che sono davvero il nuovo che avanza. Mettono in campo una forma realmente diversa di politica, penso per esempio allo streaming, che attrae il voto dei più giovani. E di solito un ragazzo che vota per la prima volta non tradisce la sua scelta alla successiva, ma tende a ripeterla. Inoltre, aiuta anche il fatto che Beppe Grillo abbia fatto un passo indietro, lasciando emergere altre personalità. Il movimento non viene più percepito come Grillo-dipendente.
L’ex comico, infatti, se da una parte attrae molti consensi, dall’altra antagonizza lo scontro. Oggi invece vota Cinque stelle anche chi non ama Grillo proprio perché lui è più defilato. Infine mettiamoci anche il fatto che la cattiva politica e l’illegalità fanno sempre la loro fortuna: ogni inchiesta su esponenti di altri partiti fa aumentare i consensi del movimento.
Pubblicato il 18 ottobre 2015
Non solo imperfetto Anche pasticciato
Il passaggio dal bicameralismo che troppi si sono ostinati a chiamare perfetto al bicameralismo renzian-boschiano sicuramente imperfetto é malamente compiuto. Sarà meglio non chiamare in causa fra i favorevoli Pietro Ingrao, che voleva il monocameralismo, ben diverso dal cambiamento in un sistema che rimane bicamerale, oppure i dubbi dei Costituenti i quali, alla fine, scelsero per non poche buone ragioni il bicameralismo che ci siamo tenuti per 67 non brutti anni. Mi continua a destare forti perplessità l’esplicito e ribadito sostegno a questa riforma da parte di Giorgio Napolitano, Senatore a vita senza nessun precedente impegno a favore di riforme elettorali e istituzionali, che, anzi, ha sempre ispirato la sua azione in materia alla massima cautela.
A questo punto, possiamo dirlo alto e forte: i senatori, a cominciare da quelli del Partito Democratico, minoranze trattativiste incluse, e sconfitte, si sono suicidati. Nessuno di loro, salvo acrobazie dei Consigli regionali, tornerà nella prossima assemblea. I più forti di loro cercheranno di strappare grazie all’Italicum un seggio sicuro nella Camera dei deputati. Qualcuno dei suicidi cerca di farci credere, ma forse soprattutto di convincere se stesso, che si é immolato per (il Partito del)la Patria che sarebbe il renzian partito della Nazione con l’aggiunta di quei mobili gentiluomini profondi conoscitori delle strutture e dei meccanismi istituzionali che si chiamano verdiniani.
“Cosa fatto capo ha” si dice in Toscana. Quel che interessa é sapere se la cosa fatta funzionerà, ovvero se migliorerà il funzionamento del sistema politico italiano e la qualità della sua democrazia. Troppi hanno sottovalutato tre aspetti che potrebbero avere conseguenze molto negative. Il primo aspetto é che quella del Senato é stata una riforma ad hoc: ridurre il numero dei parlamentari, spendere molto di meno, accelerare la legislazione. Così facendo, però, la funzione di controllo della seconda lettura é andata persa e si sono aperti grandi e evidenti problemi di riequilibrio e di freni e contrappesi anche per le modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Secondo elemento trascurato sono gli eventuali, probabili e numerosi, conflitti, fra i prossimi Senatori, forse nominati, forse designati, sicuramente non eletti, i Consigli regionali stessi, che, avendoli designati, pretenderanno di dettarne i comportamenti (altro che “senza vincolo di mandato”), i loro colleghi deputati, i ministri che si occuperanno di materie regionali, il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale alla quale arriveranno molti e frequenti ricorsi. Il terzo aspetto problemático deriva dall’inevitabile tentativo del prossimo Senato di ritagliarsi un qualche indefinito e, allo stato delle cose, indefinibile, ruolo legislativo e politico.
Alla fin della ballata, c’é, dunque, pochissimo di cui rallegrarsi. La trasformazione del Senato sarà brandita come un trofeo dai renziani, mai la positività del suo impatto rimane tutta da verificare. E’ giusto concluderne che, sì, il governo ha ottenuto quasi tutto quello che ha finora voluto in materia di riforme istituzionali, ma questo strapotere é, almeno in parte, piuttosto preoccupante. Mentre si discute sul come ritoccare l’Italicum, é probabile che a mente fredda qualcuno scoprirà più di una magagna nel Senato/Camera delle regioni. Brutta questa storia che non é neppure ancora completamente terminata.
Pubblicato AGL il 15 ottobre 2015










