Caso Marino: Nessun miracolo a Roma
Non può essere e non è Marino il responsabile assoluto e solitario di tutti guai di Roma, del Partito Democratico e della politica. Probabilmente è il contrario: la politica romana e il PD hanno “causato” Marino sindaco. Certo, Marino doveva essere sufficientemente accorto per non lastricare la strada delle sue dimissioni con scontrini a carico del comune, con multe non pagate, con viaggi di inutile rappresentanza della città di cui era sindaco. Sono cose che, semplicemente, per di più dopo scandali simili, ma di proporzioni maggiori alla Regione Lazio, non si debbono mai più fare. Tuttavia, se Marino avesse dimostrato di sapere governare Roma, gli scontrini non l’avrebbero costretto ad andarsene.
Se l’era cercata lui la candidatura a sindaco e l’aveva anche ottenuta attraverso le primarie, in maniera più che legittima. Neanche le primarie meritano di essere considerate responsabili del successivo scarso e ingenuo governo di Marino. Dietro tutto quello che è successo sta il fallimento della politica del Partito Democratico di Roma e dei suoi predecessori, DS e Margherita. Se il PD non avesse proceduto a riscaldare la “minestra Rutelli” dopo molti anni, ma avesse cercato e trovato un candidato più motivato e più promettente, non avrebbe perso contro Alemanno. Non è detto che la rete chiamata Mafia capitale sarebbe subito stata spezzata, ma almeno non si sarebbe ingigantita.
Fin dall’inizio Marino ha incontrato due problemi reali e non si è mai reso conto di avere una sua enorme debolezza congenita. Il primo problema è che, come parvenu della politica romana, Marino non ha mai saputo, forse neppure voluto, non comprendendone l’importanza, cercare di diventare il capo effettivo e riconosciuto del Partito Democratico di Roma. L’operazione sarebbe comunque stata difficilissima, ma il tentarla gli avrebbe procurato amici e sostenitori e lo avrebbe fatto sentire meno come un “marziano”. Avrebbe anche rapidamente portato alla sua attenzione alcuni fenomeni di degenerazione che, invece, ha compreso poco, male e tardi. Politicamente ingenuo, Marino si è dimostrato anche incapace dal punto divista amministrativo. Non ci si improvvisa sindaci, meno che mai di città grandi e complicate.
Marino costituisce anche una lezione per tutti coloro che continuano a voler pescare nella società civile. Tutti gli eventuali sindaci “civici” passeranno attraverso una fase, più o meno lunga di apprendistato. La supereranno con successo solo se aiutati dai consiglieri comunali dei loro partiti e se sapranno scegliere assessori esperti, capaci e leali. Purtroppo per lui, ingenuo e incompetente, Marino ha anche sopravvalutato le sue capacità, in particolare quella di comprendere la situazione e di guidarla in maniera imperativa basandosi sulle sole idee che considerava valide: le sue. Grave peccato di presunzione, come direbbero gli americani che Marino conosce e ammira, troppa hubris (ampiamente palesata anche nel messaggio video delle sue dimissioni pro tempore).
Detto tutto questo che è innegabile, ma, al tempo stesso, illuminante di una parabola alla fine molto triste, le responsabilità maggiori dell’ascesa maldestra e della caduta rovinosa di Marino sono del Partito Democratico di Orfini e di Renzi. Presidente dell’Assemblea del PD e commissario del “suo” partito romano, che è, dunque, obbligato a conoscere benissimo, Orfini ha talvolta remato contro Marino, talvolta non ha remato affatto. Le sue dimissioni sarebbero logiche. Nient’affatto amico di Marino, il segretario nazionale del Partito Democratico Matteo Renzi non ha mai gradito la presenza di Marino e, di tanto in tanto, lo ha impiombato. Renzi vuole degli “yesmen” anche a livello locale, ma non sa trovarli e poi non ha abbastanza tempo e conoscenze per sostenerli. Insomma, si diano a Marino le sue responsabilità, ma una soluzione decente per Roma, per i romani, per il PD arriverà soltanto quando si affermerà l’idea che la società civile da sola non può cambiare la politica, ma deve allearsi con politici onesti e competenti e che il governo di una città richiede esperienza amministrativa e la coesione di un gruppo dirigente partitico di qualità. Neppure l’incombente Giubileo garantisce la comparsa di un miracolo a Roma.
Pubblicato AGL 11 ottobre 2015
El rumbo de la ciencia politica ¿Hacia dònde va? Retos y trasformaciones. Conferencia magistral #México
Tlaxcala, miercoles, 14 de Octubre, 12 hs
1er Congreso Mundial de Política, Gobierno y Estudios de Futuro
y tendrá lugar los días 14, 15 y 16 de octubre en Tlaxcala, México
La Universidad Autónoma de Tlaxcala (UAT) será la sede del Primer Congreso Mundial de Política, Gobierno y Estudios de Futuro, que se realizará del 14 al 16 de octubre del presente año.
La cita será específicamente en el Centro Cultural de la UAT, y se ha convocado a 18 universidades públicas y privadas entre las que destacan la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), la Benemérita Universidad Autónoma de Puebla (BUAP), la Universidad Iberoamericana y la UAT, cuyas instalaciones serán la sede.
En este Primer Congreso Nacional, se espera que participen reconocidos especialistas de diferentes países, con el objetivo de tratar temas como federalismo y gobiernos locales, gobernanza y participación social, entre otros.
Universidad Autónoma de Tlaxcala
Av. Universidad Núm. 1
Col. La Loma Xicohténcatl
Tlaxcala, Tlax.
Il vero peso dei voti di Verdini
Pur variamente criticato, sbagliando, l’articolo 67 della Costituzione è chiarissimo e non si presta a deformazioni interpretative: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (corsivo mio). Nuovamente sbagliando, i critici dell’assenza del vincolo di mandato affermano che l’articolo 67 giustifica il trasformismo. Tutt’altro, l’articolo consente ai parlamentari, se lo vogliono, di votare in maniera difforme da quanto decide il loro governo, il loro gruppo parlamentare, il loro partito, gli eventuali gruppi esterni che abbiano favorito o prodotto la sua elezione, nell’intento, se il parlamentare è in grado di argomentarla, di meglio rappresentare la Nazione. Naturalmente, quando il voto dato è importante e clamorosamente “svincolato”, l’opinione pubblica e gli elettori o no di quel parlamentare desiderano giustamente conoscere il perché.
A nessun parlamentare dovremmo concedere di trincerarsi dietro la sua coscienza. A tutti dovremmo chiedere di spiegare con la loro scienza, ovvero con le conoscenze a loro disposizione, di giustificare convincentemente perché hanno votato in un certo modo. Verdini e altri dieci senatori del nuovo gruppo parlamentare Ala hanno esposto una giustificazione semplice e convincente del loro voto a favore della riforma del Senato. Quando erano nel gruppo parlamentare di Forza Italia, Verdini ed altri, però, non tutti, già votarono, in prima lettura, quel pacchetto di riforme. Il testo non è sostanzialmente cambiato. Gli allora contrari hanno cambiato, più o meno opportunisticamente, idea. I già favorevoli non vedono ragione di cambiare il loro voto per seguire le bizzarrie e le peripezie dei loro ex-colleghi di partito. Sono loro, semmai, che dovrebbero spiegare il loro voto difforme rispetto al precedente. Inoltre, punto tutt’altro che marginale, sulle riforme costituzionali assolutamente tutti i parlamentari dovrebbero rivendicare e praticare un voto in scienza e coscienza. Dunque, in quanto cittadini-elettori dovremmo essere molto più preoccupati sia dall’imposizione della disciplina di partito, assolutamente fuori luogo in questo tipo di voti, sia dall’eventuale richiesta del voto di fiducia. Entrambi sono forzature. Entrambi sono violazioni della libertà di voto in materie non soltanto complesse, ma che attengono appieno al rapporto fra parlamentari e elettori.
Il problema risiede nella legge elettorale utilizzata nel 2013 che ha prodotto un parlamento non di eletti, ma di nominati. Il fenomeno delle nomine non finirà con l’Italicum poiché anche un conteggio generoso approda ad una percentuale di nominati che non sarà inferiore al 60 e potrà arrivare fino al 70-75 dei prossimi parlamentari. Quanto a Verdini e ai suoi nulla osta che si spingano fino a votare l’eventuale fiducia al governo, anche se è più probabile che troveranno qualche escamotage regolamentare. Se i loro voti fossero decisivi, toccherà al capo del governo scegliere se accettarli e rimanere in carica oppure se trarre la conseguenza che il governo non ha più una maggioranza politica autosufficiente.
Infine, è sbagliato interrogarsi adesso su che cosa Verdini e i suoi avrebbero già ottenuto in cambio dei loro utilissimi voti. Tutto, o quasi, sarà visibile al momento delle prossime elezioni: chi e quanti dei senatori (e dei deputati) verdini ani saranno ricandidati da quale partito, in quali collegi e in quali posizioni sulla lista. Sarebbe tutta un’altra storia se il sistema elettorale fosse di tipo maggioritario in collegi uninominali. Allora, sì, gli elettori avrebbero un voto pesante, decisivo, promuovendo o punendo i candidati costretti a spiegare quanto hanno fatto in Parlamento . Invece di criticare l’incolpevole Costituzione, gli strali delle critiche debbono essere diretti a chi ha ideato e imposto prima, il Porcellum, poi le piccole revisioni che lo hanno trasformato in porcellinum, chiedo scusa, nell’Italicum.
Pubblicato AGL 7 ottobre 2015
Articolo 138. Referendum o plebiscito?
Ho letto una bellissima frase di Emma Bonino:
“penso sempre che siamo persone d’altri tempi, possibilmente quelli futuri“.
Dice e ripete il governante Renzi, aggiunge e insiste la Ministra Boschi: “chiederemo un referendum sulle riforme istituzionali”. Dovranno spiegare come poiché l’art. 138 è assolutamente limpido nella sua statuizione relativa a chi e quando può chiedere un referendum su riforme costituzionali. Anzitutto, il referendum non può tenersi se le riforme sono state approvate in seconda lettura dai due terzi della Carnera e del Senato. Incredibilmente, il governo Renzi ha addirittura fatto balenare l’opportunità di impedire agli eventuali due terzi di manifestarsi nel voto affinché si possa tenere il referendum! A proposito dei due terzi, qualche ineffabile costituzionalista non-riformatore ha addirittura suggerito che l’art. 138 fosse riformato imponendo per l’approvazione di qualsiasi riforma costituzionale una maggioranza di due terzi con l’esito molto probabile che nessuna riforma sarebbe mai approvata oppure soltanto quelle di bassissimo livello, piccole variazioni, “razionalizzazioni” in politichese. Semmai, dovrebbe essere proprio il contrario: riforme approvate da qualsiasi maggioranza sono tutte sottoponibili a referendum.
Fermo deve restare che qualsiasi referendum costituzionale è facoltativo, mai obbligatorio. Spetta, se lo desiderano, a un quinto dei parlamentari oppure cinque consigli regionali oppure cinquecentomila elettori, richiedere il referendum. Da nessuna parte sta scritto nella Costituzione italiana, che non ha ancora settant’anni…, che il governo ha la facoltà e il potere di imporre un referendum sulle sue riforme. Sì, lo so che i corifei di Renzi-Boschi, i costituzionalisti di corte (aspiranti alla Corte costituzionale) diranno gonfiando il petto e impostando la voce, pardon il twitter, che non sarà il governo a chiederlo, ma il Partito Democratico. La sostanza non cambia. Anzi, forse, peggiora. Il segretario del Partito Democratico farà quello che annuncia il Presidente del Consiglio. Imporrà ad un quinto dei “suoi” parlamentari e a cinque consigli regionali di attivarsi. No, non avrà voglia di (fare) raccogliere le firme. Non esageriamo. Lette le carte (sì, è un’allusione a un precedente fatto di bugie e di inganni), i parlamentari del PD, molti più di un quinto sicuramente, per offrire lo spettacolo di una forza unita e convinta, chiederanno il referendum costituzionale. Poi si mobiliteranno per andare a spiegare ai loro elettori, che, però, trattandosi di parlamentari nominati, manco li conoscono, i contenuti di un eccellente pacchetto. Debbo chiedere scusa una seconda volta. Niente parlamentari sul terreno, on the ground. Andranno Renzi e Boschi in televisione, forse addirittura a RaiTre, pacificata, in radio, in interviste, anche a “Sorrisi e Canzoni”. Poi ci saranno valanghe di tweet e qualche messaggio non troppo lungo, appena sgrammaticato, su Facebook. “Italiani, confermate che felicità è passare dal bicameralismo perfetto al bicameralismo striminzito e pasticciato”. No, no: non voglio fare una lezioncina su parole e concetti. Ce lo chiede l’Europa di fare le riforme, magari chiamandole con il nome giusto, e bicameralismo perfetto è, come capisce facilmente chi appena appena si mette a pensare, senza correre, espressione sbagliata. Bicameralismo paritario, simmetrico, indifferenziato.
Il nome giusto di un referendum con il quale il capo del governo chiama il popolo a scegliere fra le riforme fatte da lui e l’opposizione che, almeno in quella forma, non le vuole, è plebiscito. Da un lato, il sedicente riformatore che dice di rappresentare il popolo (oh, sì, c’è anche una striscia di populismo nell’appello plebiscitario); dall’altro, quelli che remano contro. Resta da vedere se almeno il Ministro Boschi chiederà ai cittadini di andare a firmare anche per il referendum abrogativo della legge elettorale Italicum ovvero se il suo partito userà i suoi potenti mezzi. Coerenza vorrebbe che sì, proprio l’Italicum più di qualsiasi altra legge, poiché è quella che regola i fondamentali rapporti fra i cittadini e i loro rappresentanti, fosse sottoposta al giudizio degli elettori. Non si può abrogare in toto, ha ripetutamente sentenziato la Corte Costituzionale, nessuna legge elettorale. No problem. L’on. Boschi, ne sono sicuro, chiederà saggiamente il ritaglio abrogativo dei tre punti più controversi, in ordine crescente di importanza: le candidature multiple; il premio di maggioranza alla lista; e i capilista bloccati. Insomma, il cammino delle riforme è tutt’altro che terminato. Discutendone apertamente sia per il plebiscito sia per il referendum abrogativo, usciremo tutti meglio informati che è proprio quello che Renzi e Boschi dall’alto della loro cultura politica e istituzionale desiderano per noi italiani.
Articolo scritto per il Laboratorio della contemporaneità della Casa della Cultura
La sinistra soffre di nostalgia
E purtroppo non dispone né di uomini, né di idee forti.
Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi
Caos Senato. Era o no possibile seguire una strada di discussione costruttiva e di condivisione senza cadere nell’immobilismo e nell’ostruzionismo? Il fatto che una riforma cruciale come quella che muta radicalmente l’assetto costituzionale avvenga tra tatticismi, trabocchetti, offese è il segno che la politica italiana non è ancora diventata adulta? E, soprattutto, dopo questa bagarre e questi strappi, la legislatura continuerà come prima o rimarranno le ferite? Ne parliamo con Gianfranco Pasquino, tra i politologi più arguti, ha diretto Il Mulino e la Rivista italiana di scienza politica, docente emerito (scienza della politica) all’università di Bologna, professore di European studies alla Johns Hopkins University. Sono appena usciti due suoi volumi, Cittadini senza scettro (Egea) e A changing republic, politics and democracy in Italy (ne è coautore, Edizioni Epoké).
Domanda. Partiamo dal suo libro: cittadini con o senza lo scettro?
Risposta. Dal punto di vista sia della nuova legge elettorale sia della non elezione del senato sia dell’aumento del numero di firme per richiedere un referendum sia, infine, della pure augurabile, scomparsa delle province, il pacchetto di riforme Renzi-Boschi comprime e riduce il potere elettorale dei cittadini. Non restituisce affatto lo scettro (della sovranità popolare). Al contrario, lo ammacca, per di più, senza nessun vantaggio per la funzionalità del sistema politico. Peccato che i mass media non abbiano saputo né voluto discutere a fondo la qualità delle riforme, troppo interessati agli scontri, in definitiva poca roba, dentro il Pd e ai trasformisti che si affollano alla corte del fiorentinveloce. Quanto ai costituzionalisti, l’estate ha consentito ai più accondiscendenti di loro di esibirsi en plein soleil.
D. Quali le riforme sbagliate e quali quelle possibili?
R. Tutte le riforme sono sbagliate. Alcune lo sono nel loro impianto stesso; altre lo sono nelle probabili conseguenze. L’Italicum è una versione appena corretta del Porcellum. Se il bicameralismo «imperfetto» va superato, allora la vera riforma è l’abolizione del senato, non questo bicameralismo reso ancora più imperfetto e pasticciato. Bisognava guardare alle strutture e ai meccanismi che funzionano altrove. Quindi la scelta elettorale doveva essere fra il sistema proporzionale personalizzato tedesco e il doppio turno nei collegi uninominali di tipo francese.Una volta deciso di avere una camera rappresentativa delle Regioni il modello migliore era e rimane il Bundesrat: 69 rappresentanti che, populisticamente, costano meno di cento, e che, politicamente, sono molto più efficaci di cento personaggi designati, nominati o ratificati, mai dotati di autonomo potere decisionale e personale. Per il referendum, l’aumento del numero di firme per richiederlo dovrebbe essere compensato con la riduzione del quorum per la sua validità. Per le autonomie locali, bisognerebbe prevedere forti incentivi per l’aggregazione dei piccoli comuni, ma anche qualche «castigo» per chi vuole rimanere per conto suo.
D. Quali saranno le conseguenze sull’intero sistema politico della nuova legge elettorale?
R. Darà una maggioranza assoluta ad un partito, sottorappresenterà le opposizioni, produrrà una camera dei deputati fatta per almeno il 60 per cento, forse il 70, di parlamentari nominati che non avranno nessun bisogno di rapportarsi ad elettori che neppure li conoscono. Pertanto, l’Italicum aggraverà la crisi di rappresentanza.
D. È utile un eventuale referendum contro l’Italicum o creerà più confusione?
R. Sono sempre favorevole ai referendum. Sull’Italicum, però, dovrebbe esprimersi la Corte Costituzionale in coerenza con la sua sentenza n. 1/2014 che ha fatto a pezzi il Porcellum. Dovrebbe bocciare le candidature multiple e imporre una percentuale minima per l’accesso al ballottaggio. Qualsiasi referendum elettorale consente di aprire una discussione vera su pregi, nessuno, e difetti, moltissimi, dell’Italicum.
D. Poi ci sarà un altro referendum. In fondo, al di là delle critiche, vi sarà un referendum su cui esprimersi sulle leggi costituzionali
R. Fintantoché non sarà stravolto, l’art. 138 è limpido. Il referendum costituzionale è facoltativo. Può essere chiesto (qualora la riforma costituzionale non sia stata approvata da una maggioranza parlamentare dei due terzi) da un quinto dei parlamentari oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori. I referendum chiesti dai governi, da tutti i governi, compreso quello di Matteo Renzi, sono tecnicamente dei plebisciti, fra l’altro monetariamente costosi, e sostanzialmente inutili tranne che per il capo di quel governo. Populisticamente dirà che il popolo è con lui. È lui che lo interpreta e lo rappresenta, non le minoranze dentro il Pd, non l’opposizione politico-parlamentare, meno che mai i gufi. E’ dal popolo che lui sosterrà di avere avuto quella legittimazione che gli manca da quando produsse il ribaltone del governo Letta. Ovviamente si tratta di un inganno.
D. Il presidente del senato riuscirà a gestire la bagarre (per altro già incominciata)?
R. Il presidente del senato si barcamena. Barcolla, ma non tracolla. Certo, lo dico non come critica alla persona di Grasso, sarebbe stato preferibile un presidente con una storia politica e parlamentare alle spalle, con conoscenza diretta dei suoi colleghi. Per fortuna, Grasso può ricevere ottimi consigli dai preparatissimi funzionari del senato. Speriamo li ascolti.
D. Dopo tanto tempo non era comunque arrivato il momento del decisionismo, magari poi emendabile?
R. No, è una grossa bugia quella che finalmente si fanno le riforme dopo decenni di immobilismo. Nei 30 anni anteRenzi abbiamo fatto due riforme elettorali, una bella legge per l’elezione dei sindaci, due riforme costituzionali del Titolo V e siamo anche riusciti a introdurre le primarie. Tutte riforme brutte? Ma quelle che ci stanno arrivando addosso sono almeno belline? Proprio no. Sicuramente emendabili, appena si accorgeranno che hanno squilibrato e impasticciato il sistema. Ma perché non migliorarle subito?
D. Con la riforma costituzionale cambia anche il ruolo del Presidente della Repubblica: continuerà ad avere una funzione di garanzia?
R. Ahimè, temo che il presidente della Repubblica sarà ingabbiato. Non nominerà il presidente del Consiglio poiché questi sarà automaticamente il capo del partito/lista che ha vinto il premio di maggioranza, e pazienza. Ma, più grave, non potrà sostituirlo. Il sistema s’irrigidisce e quindi può anche spezzarsi rovinosamente. Non potrà, il presidente della Repubblica, neppure opporsi alla richiesta faziosa di scioglimento del parlamento. Altro irrigidimento, altro rischio. Potrà, però, bella roba senza nessuna logica istituzionale, nominare cinque senatori nella camera delle regioni.
D. Berlusconi, Grillo, Salvini: tutti e tre fuori gioco alle future elezioni politiche?
R. Il vecchio Berlusconi sarà certamente fuori gioco nel 2018 quando avrà 82 anni. L’allora cinquantenne Salvini sarà pimpante, battagliero, con una nuova felpa colorata, ma consapevole di non potere vincere da solo e altrettanto consapevole che la sua politica gli impone di correre da solo per prendere tutti i voti che può, che saranno molti, ma non abbastanza. Grillo è il giocatore che si trova nelle condizioni migliori. Stando così le cose, continuando l’insoddisfazione degli italiani nei confronti della politica, dell’euro, dell’Unione europea, e rimanendo il premio in seggi da attribuire a partiti e/o liste singole, il candidato di Grillo alla presidenza del Consiglio andrà al ballottaggio e parte dell’elettorato italiano gli consegnerà il proprio pesante voto di protesta. Ne vedremo delle belle.
D. E che ne sarà dell’alleanza Berlusconi-Salvini?
R. Costretti ragionevolmente ad allearsi, ma scoraggiati a farlo dal sistema elettorale. Poi, sicuramente, il centro-destra dovrà fare i conti con altre grane che verranno da Alfano&Co. e dalla crescita di popolarità di una donna politica molto efficace, la Sorella d’Italia Giorgia Meloni.
D. Si riuscirà a ricomporre la sinistra al di fuori del Pd? O l’esempio della Grecia, coi radicali di sinistra fuori dal parlamento, vale anche per l’Italia?
R. La sinistra non sa e non vuole ricomporsi. Non ha nessun punto programmatico forte. Non ha neppure un leader attraente com’è Tsipras in Grecia, o com’è Pablo Iglesias di Podemos in Spagna. La sinistra italiana testimonia la sua nostalgia (non quella degli elettori) e si crogiola nella sconfitta, tutta meritata.
Pubblicato il 2 ottobre 2015
La crisi dei partiti. Incontro/dibattito a #Bellinzona
Sabato 3 ottobre 2015 dalle 9:30 alle 12:30
Sala del Consiglio Comunale di Palazzo civico
Bellinzona Canton Ticino
Tre politologi di fama, tre punti di vista geopolitici diversi per affrontare la CRISI DEI PARTITI
I partiti esistono in tutte le democrazie. Anzi, quasi tutti i sistemi politici sono diventati democratici proprio in seguito alla comparsa di partiti e grazie alle loro attività. La loro esistenza, anche in regimi non-democratici, evidenzia la loro adattabilità e capacità di svolgere compiti che nessun’altra organizzazione saprebbe effettuare, primo fra tutti quello di governare. Criticabili quanto indispensabili, da diversi decenni ormai, i partiti sono sotto il fuoco delle critiche. Li si denuncia come inadeguati e distanti dalla società. In Italia i partiti storici sono stati travolti. In Ticino sono stati erosi da un populismo che ha messo in discussione la loro stessa legittimità e anche a livello svizzero non sono certo al riparo dalla frammentazione che li ha già ridimensionati. Tuttavia, non solo i partiti continuano a esistere praticamente ovunque, ma spesso, possono vantare storie più che secolari, come i partiti negli USA e nel Regno Unito.
Come evolveranno i partiti? Resisteranno alle sfide in corso? Sono ancora loro i garanti del potere democratico? Quali sfidanti potrebbero sostituirli? Perché sì e perché no? Un incontro con dibattito di grande attualità a due settimane dalle Elezioni Federali 2015.(dall’INVITO DEL CLUB PLINIO VERDA che organizza l’evento con il sostegno della Città di Bellinzona)
Tutti i rischi del briscolone
Davvero lancinante il trilemma delle modalità di scelta del candidato sindaco a Bologna nel quale si avvolge e si contorce, il centro-destra: fare delle sane, ma senza precedenti, primarie; pescare un “briscolone”; attendere la designazione di Berlusconi. Le tre opzioni, tutte discutibili, vale a dire che possono essere discusse, sono presenti anche in altre situazioni locali. Abitualmente, la maggioranza dei dirigenti, tranne, qualche volta, i leghisti, preferisce aspettare Berlusconi. E’ meno impegnativo, meno pericoloso (dell’essere prima sconfessati, poi, se sbagliano, sbeffeggiati), manda anche il messaggio di fedeltà e di ossequio al leader. Però, non da oggi, Berlusconi è un tappo. No, non fraintendetemi. Voglio dire che la sua indecisione blocca qualsiasi serio, effettivo perseguimento di una o di entrambe le alternative. Nessuna primaria si può tenere se Berlusconi non dichiara la sua disponibilità che, fino ad ora, non c’è stata soprattutto perché lui ritiene di saperne di più e comunque vuole affermare e ri-affermare la sua leadership proprio scegliendo le candidature. I vittoriosi, ma anche i perdenti, spesso ricompensati in altro modo, gli saranno grati. Dunque, le primarie del centro-destra a Bologna (ancora meno a Milano) non ci saranno. I potenziali elettori non verranno distolti dal divano dal quale guardano i programmi di Mediaset. E’, dunque, arrivata l’ora del briscolone?
Anche la sinistra, nelle ultime tre tornate amministrative trovatasi in difficoltà, aveva fatto balenare l’idea del briscolone. Lo sono stati, non a loro insaputa, ma certo non con il loro gradimento, sia Romano Prodi sia Pierluigi Bersani. Briscoloni di simile impatto e qualità il centro-destra cittadino non ne ha proprio nessuno. Potrebbe importarlo e paracadutarlo come ha fatto, per esempio, facendo eleggere senatore proprio a Bologna il milanese Franco Carraro, già anche sindaco di Roma. Non scriverò “chi l’ha visto?”, ma il suo impatto sulla politica locale non mi è finora parso significativo. Non mi interrogo sulla fantasia politica di quel che rimane di Forza Italia, ma penso che sarebbe molto più opportuno che andasse a cercare qualcuno che conosca Bologna e che abbia voglia di fare campagna elettorale e poi, qualora sconfitto/a, intenda rimanere a fare politica in città per costruire con pazienza un’alternativa potenzialmente vincente. Dovrebbe essere un candidato/a che viene dalla società civile? Non sarà facile trovare un Guazzaloca vicino alle (poche) idee di Forza Italia, ma qualche uomo e qualche donna giustamente ambiziosi, disposti a dare una parte della loro attività professionale di successo a migliorare il governo della città di Bologna, sicuramente c’è.
Pubblicato il 1°ottobre 2015
ACCORDO SENATO/ Pasquino: una riforma che prepara il “tutti contro tutti”
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per ilsussidiario.net
“Il bilancio della riforma costituzionale è certamente negativo, e il risultato è un pasticcio. Non soltanto sull’elettività del Senato, ma anche su enti locali, elezione del presidente della Repubblica e referendum”. A parlare è Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Domenica Renzi parlando al TG5 aveva rassicurato: “Non ci saranno problemi, le riforme vanno avanti, l’abbiamo sempre detto e sempre fatto ma c’è sempre un po’ di preoccupazione nel mondo politico”.
Perché ritiene che il bilancio di queste riforme sia negativo?
Né la legge elettorale né il nuovo Senato daranno maggiore funzionalità al sistema politico, e d’altra parte non daranno neanche maggiore potere ai cittadini. Alcuni si accontenteranno di pensare che spendono meno perché i senatori scendono da 315 a 100. Però non sanno quanti conflitti ci saranno tra il Senato da un lato e le Regioni, la Camera dei deputati, il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale dall’altro. Conflitti che ci costeranno comunque tempo e soldi.
Chi ha vinto e chi ha perso all’interno del Pd?
Se la riforma del Senato passa con poche varianti rispetto all’attuale stesura, hanno vinto Renzi e la Boschi mentre la minoranza ha sbagliato quasi tutto. In particolare non ho capito la differenza tra designazione e nomina. Nella riforma si afferma che i consigli regionali designano i senatori, mi domando quindi come si possa parlare di elezione dei senatori da parte dei cittadini. Se le cose stanno così la minoranza non ha capito quasi nulla. Se per di più quei senatori sono eletti in un listino, cioè tutti in un blocco, quella non è l’elezione dei senatori bensì del listino.
Che cosa ne pensa del modo in cui la riforma ridisegna l’elezione del presidente della Repubblica?
Il vero problema è l’impatto che avrà il premio di maggioranza dell’Italicum. Fino al 1 992 le maggioranze governative in teoria avevano una maggioranza per eleggere da sole il presidente della Repubblica, ma di fatto non ci sono mai riuscite. Alla luce di quanto è diventata aspra e maligna la lotta politica, oggi è possibile che un singolo partito con il soccorso silenzioso di alcuni parlamentari che si posizionano riesca a eleggere il presidente della Repubblica. Questo è un fatto che non va bene. Sottolineo che fino a quando non si cambierà la legge elettorale, il premio di maggioranza va a un unico partito.
Secondo lei come si corregge questo rischio?
Dopo un certo numero di scrutini, compreso tra i tre e i cinque, si può prevedere un ballottaggio tra i due candidati più votati per la carica di presidente della Repubblica.
Come interviene questa riforma per quanto riguarda gli enti locali?
Quello degli enti locali è un altro pasticcio. Non sappiamo che fine hanno fatto le province, e la mia impressione è che nella riforma sia incluso un tentativo di ri-centralizzazione. In un certo senso potrebbe anche essere accettabile, ma se noi creiamo una camera delle autonomie, decidiamo che ne facciano parte 21 sindaci e poi centralizziamo alcune funzioni, c’è il rischio che si creino dei nuovi conflitti.
La riforma interviene anche sull’istituto del referendum. Come valuta il modo in cui ciò avviene?
La riforma eleva a 800 mila il numero delle firme necessarie a chiedere il referendum. Sarebbe stato legittimo aspettarsi un contrappeso, in base a cui il quorum non si calcolava più sulla base degli aventi diritto bensì sul numero dei votanti alle elezioni politiche più recenti.
Come vede la moral suasion di Mattarella per trovare una maggioranza più ampia sulle riforme?
Da parte di Mattarella, come pure di Napolitano, mi sarei aspettato che facessero notare una cosa: cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica in una camera delle regioni non c’entrano nulla. Qui non è un problema di moral suasion ma di institutional reasoning, cioè di ragionamento istituzionale. Non conta però l’ampiezza della maggioranza che approva la riforma costituzionale, quanto piuttosto il contenuto che in ogni caso rimane di basso livello.
Sappiamo che lei ha conosciuto direttamente Pietro Ingrao, l’ex presidente della Camera morto domenica. Lei come lo ricorda?
Le idee di Ingrao sono state identificate con una posizione movimentista della politica. Ciò è vero solo in parte, perché Ingrao ha poi creato il Centro per la Riforma dello Stato, che pubblica ancora oggi la rivista Democrazia e diritto. Io stesso sono stato cooptato in quella rivista agli inizi degli anni ’80. E a proposito di riforme, Ingrao era favorevole al monocameralismo, che è una cosa molto diversa da un bicameralismo differenziato. Nel monocameralismo la sovranità popolare è espressa da una sola camera, che deve essere eletta con un sistema elettorale apposito.
Quale eredità lascia Ingrao al nostro Paese?
Le posizioni di Ingrao sono sempre state minoritarie, tanto nel Paese quanto nel partito, ma erano posizioni che coglievano dei punti anche rilevanti. Il suo vero obiettivo era porsi come contropotere, e Ingrao stesso quando arrivava vicino al potere si ritraeva. Dopo essere stato per tre anni presidente della Camera, decise che non voleva più farlo perché si sentiva limitato nella sua capacità di espressione e di azione politica.
Pubblicato il 29 settembre 2015
Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate
Riformare le Costituzioni e le istituzioni, nei sistemi politici democratici, è un compito tanto delicato quanto nobile. Per adempierlo è indispensabile possedere conoscenze, non soltanto giuridiche, ma soprattutto politologiche, approfondite e comparate. Questo saggio, lucido, irriverente e brillante, offre ai lettori gli elementi necessari per capire quali riforme sono in discussione in Italia, quali riforme sono già state effettuate, spesso male, quali criteri debbono essere utilizzati per valutarle. I giudizi sono argomentati e severi. Riforme che non consentono ai cittadini di eleggere i candidati che preferiscono e, più in generale, che non restituiscono loro lo scettro della sovranità, sono riforme brutte, sbagliate, controproducenti.
30 settembre 2015 ore 18
Bologna – librerie coop Zanichelli, Piazza Galvani 1
Incontro con Gianfranco Pasquino e Roberto Vicaretti per la presentazione del libro








