Reelección es buena, pero solo a través de una Constituyente
La reelección es buena porque obliga a los mandatarios a esforzarse en su primer mandato, pero en Paraguay esta figura debe necesariamente incorporarse al sistema jurídico por la vía de una reforma, con un llamado a Asamblea Nacional Constituyente. Así opinó el politólogo italiano Gianfranco Pasquino, quien dictó una conferencia magistral en nuestro país.
23 DE AGOSTO DE 2015 | SEGÚN POLITÓLOGO ITALIANO GIANFRANCO PASQUINO
Reelección es buena, pero solo a través de una Constituyente, dicen
Invitado por la Fundación Luis María Duarte, el profesor Gianfranco Pasquino dictó una conferencia sobre “la ciencia política como herramienta de modificación institucional”, a inicios de la semana pasada. Aprovechando su estadía, le consultamos cómo ve la figura de la reelección, si esta es positiva para los países democráticos o puede conllevar la semilla del autoritarismo en su aplicación.
“Creo que es una buena idea que la reelección sea permitida, porque un presidente desarrolla su programa en los primeros años de su mandato y se comporta de una manera diferente si puede ser reelegido o si no puede ser reelegido”, indicó.
“Entonces –prosiguió– parece ser un problema de responsabilidad. Un presidente que quiera ser reelegido debe ser muy responsable ante los parlamentarios, ante los medios, los ciudadanos, los electores. Una reelección es buena porque incentiva a los presidentes a ser responsables, a escuchar lo que los ciudadanos dicen o quieren y después en su segundo mandato, a impulsar las leyes que los ciudadanos quieren”, ratificó.
Acotó que al término de un segundo mandato, indispensablemente el presidente reelecto debe dejar la función pública. “Cuando el presidente ha terminado su segundo mandato se jubila, por decirlo así; es decir, no puede aceptar ningún otro cargo político”, enfatizó.
Consultado respecto a cuál debe ser el mecanismo para establecer la reelección en nuestro país, atendiendo a que hay una discusión respecto a si debe ser a través de una reforma o de una enmienda constitucional, manifestó que sin dudas, debe ser por la vía de la reforma. “Creo que debe ser una reforma constitucional y no solamente una enmienda. Es una reforma porque es algo muy importante dentro de un sistema político y dentro de un sistema constitucional”, expresó.
Narcopolíticos
Respecto a la influencia de los dineros de las mafias organizadas, Pasquino fue enfático al señalar que la influencia del narcotráfico es un grave problema global, pero que debe ser enfocado como tal. “Desafortunadamente no hay ninguna solución fácil ni ninguna solución inmediata. Pero creo que es fundamental un control sobre el dinero que se utiliza en política. Eso es indispensable. Y también la inelegibilidad de los que utilizan dinero que viene del narcotráfico y la depuración de la clase política”.
Venezuela, sin democracia
Pasquino se refirió también a la situación que se vive en Venezuela. Al respecto fue enfático al señalar que ese país no está en democracia. “Venezuela no es una democracia. Venezuela es un país con autoritarismo y con elecciones que no son verdaderamente libres, con la represión de opositores. Pero puede volver a su tradición democrática. Yo soy optimista y creo que Venezuela va a producir una transición a la democracia en pocos años”, señaló.
¿CÓMO HACER CIENCIA POLÍTICA? #Aguascalientes #México 27 de agosto 2015
Segundo Coloquio Historia y Balance de la Ciencia Política en México
Conferencia magistral de
Gianfranco Pasquino
27 de agosto 2015
Hora: 16:00-18:00
Lugar: AUDITORIO DR. PEDRO DE ALBA
Universidad Autónoma de Aguascalientes (Oficial)
Av. Universidad 940, 20131 Aguascalientes
Segundo Coloquio Historia y Balance de la Ciencia Política en México
Muchisimas gracias a todos los que participaron ayer a la memorable convocatoria de la Fundación Luiz Maria Duarte en Asunción. Gran exito
La ciencia política como herramienta de modificación institucional
Conferencia magistral
Reforma Constitucional: reeleccón y segunda vuelta electoral
Sistemas políticos, sistema de partidos y Ley departidos políticos
Sistema electoral: listas bloqueadas
17 de agosto 2015
Sala Bicameral del Congreso Nacional – Assunción Paraguay
Organiza la Fundación Luis Maria Duarte
ENTREVISTA A GIANFRANCO PASQUINO SOBRE CONFERENCIA MAGISTRAL – PARAGUAY TV
ENTREVISTA A GIANFRANCO PASQUINO – Red Innovación
Investimenti o boutade?
E’ dal 1999, cioè, da quando il centro-destra con un colpo di fortuna (suo, non di Giorgio Guazzaloca che aveva costruito la sua candidatura e condotto la sua campagna elettorale in maniera molto accurata), che non emerge da quel settore uno sfidante competitivo per gli ex-comunisti, oggi democratici. L’evanescenza del centro-destra ha consentito al Partito Dominante (PD) di farne di tutti i colori fino al commissariamento della città. Molti pensano che il centro-destra, a cominciare da Berlusconi, dia regolarmente Bologna per persa e si occupi d’altro. Subito vengono le smentite da alcuni esponenti del centro-destra, ad esempio da Deborah Bergamini che di candidature dovrebbe per l’appunto (pre)occuparsi. Dall’intervista a questo giornale apprendiamo che Forza Italia e il suo leader non escludono le primarie anche se finora le hanno viste come fumo negli occhi e non hanno mai provato ad organizzarle. Proprio quando sembrava che Deborah Bergamini, avesse trovato e addirittura intendesse mettere in pista un candidato dotato di esperienza politica e di conoscenza della città: Galeazzo Bignami, si è prodotto un fatto nuovo. Intervistato dal Corriere di Bologna, il critico d’arte, già parlamentare del centro-destra, già candidato a sindaco di Ferrara, già sindaco di Salemi, cittadina siciliana commissariata per infiltrazioni mafiose, già assessore in qua e in là, noto per il garbo delle sue esternazioni, Vittorio Sgarbi ha lanciato la sua candidatura a sindaco di Bologna. Ha addirittura iniziato a formare la giunta con due nomi di sinistra, immagino neppure consultati, offrendo con grande generosità la carica di vice-sindaco a Merola. Sgarbi sarebbe ovviamente un (auto)paracadutato che, per ricorrere ad un lessico già usato nel passato per candidati che gli ex-comunisti non riuscivano a trovare, meriterebbe la definizione di briscolone. Subito ritenuta buona da un parlamentare di Forza Italia, l’eventuale candidatura di Sgarbi contribuisce a mettere in evidenza la perdurante confusione del centro-destra bolognese. Al di là di qualsiasi altra considerazione, se candidasse Sgarbi, al quale non è affatto detto che andrebbe il sostegno della Lega, che già ha una sua candidata ufficiale, Lucia Borgonzoni, il centro-destra rinuncerebbe a costruire una sua politica di medio-lungo termine. Sembrerebbe più opportuno che il centro-destra investisse fin d’ora su un candidato radicato nel tessuto politico e sociale bolognese il quale, se sconfitto, opererebbe in Consiglio comunale come leader dell’opposizione che critica, controlla, contropropone preparandosi alla prossima volta. Ecco, questo si chiamerebbe davvero fare politica contribuendo a migliorare il governo della città.
Pubblicato il 21 agosto 2015
Il ruolo di Mattarella nelle riforme
Quando due grandi vecchi, detto con la stima e il rispetto che si sono meritati, ingaggiano un confronto serrato sulla riforma del Senato, é opportuno prestare molta attenzione. Il fondatore de “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha fortemente obiettato alla lettera pubblicata sul “Corriere della Sera” dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano. Nel mio piccolo anch’io ho rilevato molto di irrituale nell’esplicito sostegno dato da Napolitano alla riforma di Renzi. Replicando alle critiche di Scalfari, il Presidente sembra fare un passo indietro. Il suo sostegno va all’idea di riforma del bicameralismo paritario e non a tutte le technicalities delle quali, anzi, auspica che siano meglio definite e ritoccate. Naturalmente, i “ritocchi”, qualora seri e non cosmetici, implicheranno un’altra lettura da parte delle Camere e quindi qualche mese in piú affinché la riforma sia completata. E’ improbabile che il velocissimo duo Renzi-Boschi concordi su questa procedura, ma la parola andrà ai numeri ovvero a quanti senatori sono in grado di imporre modifiche migliorative. Quello che Scalfari sottolinea con forza e che Napolitano sembra non voler capire é che un sistema político é tale poiché (lo insegno regolarmente) tutte le sue componenti si tengono insieme. Cambiarne una, per di piú tutt’altro che marginale, vale a dire il Senato, significa provocare effetti su molte altre componenti: sulla Camera dei deputati e sui suoi poteri, inevitabilmente accresciuti, sul Presidente della Repubblica e sui suoi poteri, ridimensionati, sull’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, e altre conseguenze ancora.
Napolitano che, pure, a suo tempo, aveva addirittura fatto balenare qualche problema concernente la legge elettorale Italicum, affermando che, comunque, la si sarebbe dovuta sottoporre a “opportune verifiche di costituzionalità”, non sembra condividere le preoccupazioni di Scalfari sull’eccesso di potere che finirebbe nelle mani, prima di un partito di maggioranza relativa, anche risicata, che conquisti al ballottaggio un notevole premio in seggi, poi nelle mani del capo di quel partito che sarebbe in totale controllo della Camera dei Deputati. Per di piú, poiché un conto é disquisire astrattamente di poteri giuridico-formali un conto molto diverso é guardare alle modalitá concrete di esercizio del potere ad opera di un capo di partito che ha dimostratao con le parole e con i fatti quale trattamento impartisce ai dissenzienti e alle minoranze, qualche preoccupazione appare d’obbligo. Scalfari la enuncia fino a mettere opportunamente in discussione gli effetti delle due riforme, legge elettorale e Senato, sul funzionamento complessivo del sistema. Caricandosi di un compito che non é piú suo, Napolitano sembra invece sostenere con il peso della sua autorevolezza tutta l’azione riformatrice di Renzi (con interventi che non sarebbero stati “perdonati” ai suoi predecessori).
Quanto al successore, Scalfari teme che Napolitano influenzi piú o meno direttamente anche il Presidente Mattarella. La questione piú delicata é: come potrá Mattarella, debitore della sua elezione in parte a Napolitano in parte a Renzi, contrapporre valutazioni diverse da quelle fortemente motivate dei suoi due Grandi Elettori ? Epperó, adesso in condizione di assoluta indipendenza, il Presidente Mattarella non puó certamente dimenticare di essere un costituzionalista, di essere stato uno dei giudici costituzionali che hanno distrutto il Porcellum, di avere scritto la legge elettorale che porta il suo nome e che molti considerano di gran lunga migliore dell’Italicum. Insomma, lo scontro di opinioni e di preferenze fra Scalfari e Napolitano conduce inevitabilmente fino al Colle, vale a dire alle responsabilitá che il Presidente Mattarella dovrá accollarsi al momento della firma della modifica del Senato che implica una drastica riduzione della rappresentanza política degli italiani (e dei poteri dello stesso Presidente della Repubblica). Sul crinale fra funzionamento e democraticitá del sistema político si sta dispiegando una delicata battaglia che il confronto Scalfari-Napolitano ha illuminato, ma non puó risolvere.
Pubblicato AGL il 18 agosto 2015
La ciencia política como herramienta de modificación institucional
Conferencia magistral
Reforma Constitucional: reeleccón y segunda vuelta electoral
Sistemas políticos, sistema de partidos y Ley departidos políticos
Sistema electoral: listas bloqueadas
17 de agosto 2015 a las 19 hs
Sala Bicameral del Congreso Nacional – Assunción Paraguay
Organiza la Fundación Luis Maria Duarte
XII CONGRESO NACIONAL DE CIENCIA POLÍTICA #SAAPUNCuyo2015
Ciudad de Mendoza, Mendoza Argentina
Viernes 14 de agosto 13 hs Aula 10
Maestría en Relaciones Internacionales – Universidad de Bolonia (Unibo).
Con la presencia de los profesores
Gianfranco Pasquino y Angelo Panebianco
Sociedad Argentina de Análisis Político (SAAP)
Parla la ditta. Una speranza
La politica non è luogo di gentilezze, meno che mai nel Partito democratico conquistato da Renzi e popolato da zelantissimi sostenitori. L’invito a Bersani di concludere la Festa dell’Unità di Bologna non può dunque essere considerato il risarcimento di uno sgarbo passato. Neppure è possibile pensare sia un ramoscello d’ulivo, dato lo stato dei rapporti fra la maggioranza renziana (che «va avanti e non si farà fermare», come ripetono pappagallescamente gli apologeti) e le minoranze che, invece, sono inclini a chiedere tempo. Per di più, la data del discorso di Bersani, 20 settembre, rischia, ma forse sbadatamente non ci hanno pensato, di capitare nel mezzo della bagarre sulla brutta riforma del Senato. Sarebbe fin troppo bello se gli organizzatori della Festa, vale a dire i dirigenti politici locali, avessero deciso l’invito sulla base del criterio migliore. Poiché è la festa del Pd, si procede a invitare i più autorevoli dirigenti del partito, quelli che hanno una storia politica (nel caso di Bersani, anche in questa regione) e che hanno capacità di elaborazione politica, seppure Bersani non sia stato fortissimo su tale terreno. Insomma, quelli in grado di dare un contributo a far funzionare efficacemente una Ditta che vorrebbe vedere il proprio nome riflettere anche la sua vita interna. Bersani non è un estremista (mi viene persino da sorridere a scrivere il sostantivo), ma nemmeno un mollaccione. Sicuramente avrà molto di buono da dire e da suggerire sulle politiche delle liberalizzazioni, sulla sana concorrenza nel mercato, sulle privatizzazioni. Un partito che vuole essere grande, non soltanto come veicolo elettorale di un leader, fa ricorso alle competenze e alle capacità di tutti i suoi dirigenti. Bersani, che dimostrò ammirevole generosità politica nel consentire a Renzi di partecipare alle primarie, che gli concesse persino il ballottaggio (non previsto dallo statuto Pd), merita pienamente di chiudere la Festa dell’Unità di Bologna, non come ricompensa, ma perché è giusto che goda dell’opportunità di parlare di politica. Poi, con riferimento ai numeri e agli applausi, misureremo almeno in parte il suo consenso e persino l’affetto dei presenti. È giusto sia anche così. Quel che più conta, però, sarà il modo con cui Bersani sfrutterà l’occasione. Escludo si dedichi a «pettinare le bambole». Soddisferà le aspettative con un discorso politico alto (che non è mai nelle corde dei dirigenti bolognesi propensi a pratiche decennali di accordicchi) capace di riaprire un confronto nel Pd, sulle idee e non sui numeri? Attendiamoci molto, sperabilmente non il canto del cigno.
Pubblicato 11 agosto 2015
Centottantanove click di coscienza e i venditori di fumo
Torno, cari lettori, sullo scambio epistolare intercorso tra me ed il Sen. Pietro Ichino sul voto in Senato per il Sen.Antonio Azzollini – Quando il voto di coscienza viene da un click – e pubblicato, con qualche ritocco, anche dal Sen. Ichino nella sua newsletter 10.08.2015 – n. 357 ove mi accusa di non entrare nel merito. Neanche loro dovevano entrare nel merito, ma valutare l’esistenza del fumus persecutionis…
Questa la mia risposta alla sua newsletter:
“Rimane curioso il fatto, caro Senatore Ichino, che la possibilità di accedere alle carte con un clic lei l’abbia menzionata soltanto dopo che il vostro costituzionalista di riferimento e di Renzi gliel’ha suggerita. Infatti, il primo verbo da lei usato é stato “ricevuto le carte”. Ichino non é un quivis de Senatu. Quando entra in un terreno scivoloso lui, immaginarsi gli altri.
Molto allegramente
Gianfranco Pasquino ”
Per chi si fosse persa la puntata precedente eccola QUI
Senato. La fretta è nemica del bene
La lettera al “Corriere della Sera” del Presidente Emerito Napolitano è stata un intervento a gamba tesissima per invitare ad andare avanti nella modifica di quello che molti, sbagliando, continuano a chiamare bicameralismo “perfetto”. Però, la riforma che dovrebbe produrre il bicameralismo imperfetto è, Napolitano per primo lo sa certamente, abborracciata, brutta, male inseribile nel contesto dei rapporti fra “governo-Parlamento-Presidente della Repubblica”. I tempi per fare facilmente meglio ci sono tutti dal momento che il Presidente del Consiglio avvisa un giorno sì e quello dopo anche che intende arrivare fino al 2018. Sbagliato e offensivo è pensare, come ha sostenuto Renzi, che gli oppositori della sua riforma (la maggioranza dei quali non saranno comunque rieletti) siano interessati soltanto al mantenimento della prestigiosa carica senatoriale e della relativa indennità. Invece, i problemi sono almeno di tre tipi. Il primo riguarda le modalità di selezione dei Senatori, non più eletti, ma tutti variamente nominati dai Consigli regionali, tranne cinque nominati dal Presidente della Repubblica. Almeno su questi, Napolitano avrebbe dovuto dire “no, grazie” e, magari, Mattarella farebbe ancora in tempo a esprimersi in questo senso.
Non è neppure da demonizzare l’idea che i cento senatori siano eletti dagli italiani, ma il secondo problema è quali attività dovranno svolgere e quali poteri manterranno. Infatti, relegare il Senato ad attività marginali e togliergli poteri reali (il punto del contendere è il voto di fiducia) significa preservare in vita un organismo inutile. Allora, meglio sopprimerlo coraggiosamente dando soddisfazione a tutti coloro che semplicisticamente credono, sbagliando, che l’instabilità e l’inefficacia dei governi derivi dal bicameralismo all’italiana. Se la proposta di monocameralismo venisse da Napolitano, attualmente senatore a vita, acquisirebbe maggiore credibilità e vigore. Infine, il problema più grande e più serio è l’enorme squilibrio istituzionale prodotto dal Senato ridimensionato e indebolito. Al riguardo, gli oppositori della riforma hanno sicuramente ragione e attendono risposte convincenti. Con l’approvazione dell’Italicum, in attesa che si ponga rimedio ai suoi subito evidenti difetti e inconvenienti, si è avuto un enorme spostamento di potere nelle mani di una maggioranza artificialmente creata dal premio in seggi.
Tutto il sistema costituzionale ne subirà contraccolpi, potendo quella maggioranza esautorare, anzitutto, il Presidente della Repubblica che dovrà limitarsi a ratificare come Presidente del Consiglio il capo della maggioranza premiata e non avrà più nessuna discrezionalità in materia di (non)scioglimento del Parlamento. Quella maggioranza, incidentalmente, fatta da parlamentari “nominati”, si eleggerà facilmente il prossimo Presidente della Repubblica e farà man bassa dei cinque giudici costituzionali di elezione parlamentare. Per quanto (populisticamente) attraente possa essere l’idea di mandare a casa 215 senatori e di mantenerne soltanto 100 a carico delle casse delle Regioni, nessuno dovrebbe perdere di vista i gravissimi equilibri sistemici della riforma. Quindi, l’invito riformatore non dovrebbe affatto essere ad andare avanti, ma a fermarsi, riflettere, guardare alle seconde camere meglio funzionanti altrove, su tutte il Bundesrat tedesco, a cambiare verso. Riformare (male) non è un successo di prestigio. Non ci corre dietro nessuno: non l’Unione Europea, non il Fondo Monetario, meno che mai la Banca Centrale Europea. Neanche l’abitualmente molto riflessivo Napolitano dovrebbe cedere a una procurata, ma non reale e non necessaria, fretta.
Pubblicato AGL 9 agosto 2015













