La costruzione dello Stato
Lezione inaugurale del Laboratorio di Istituzioni Politiche
Quale sviluppo politico dopo lo Stato-Nazione?
nell’ambito del Master di Istituzioni parlamentari “Mario Galizia” per consulenti di Assemblea.
Presentazione di Fulco Lanchester
Lectio Magistralis La costruzione dello Stato di Gianfranco Pasquino
Mercoledì 11 marzo ore 15.30
Sala delle Lauree della Facoltà di Scienze Politiche, Università Sapienza
Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma
QUALE SVILUPPO POLITICO DOPO LO STATO-NAZIONE?
Laboratorio di istituzioni e politica
Sviluppo è cambiamento positivo. Quando i diritti dei cittadini sono protetti e promossi, quando la cultura, anche politica, dei cittadini è ampliata e valorizzata, quando il sistema politico risponde alle preferenze dei cittadini, che hanno il potere di fare circolare le élites, allora si ha sviluppo politico.
Lo Stato si costruisce principalmente intorno a due istituzioni: la burocrazia e il sistema giudiziario. Ma cosa accade quando lo Stato-nazione sembra perdere lo status di soggetto autonomo e responsabile capace di un’azione politica?
Come si trasformano politica e sviluppo quando l’orizzonte è transnazionale? L’Unione Europea è il più affascinante tentativo di costruzione di un sistema politico democratico sovranazionale: ma è in grado di garantire sviluppo politico?
Qualcosa da sapere sui sistemi politici
Diradare la confusione e sventare la manipolazione è possibile
Chi facesse attenzione al dibattito sui partiti, sulle istituzioni, sulle democrazie (con quella italiana che, “governata” da Renzi, starebbe subendo una “deriva autoritaria”) finirebbe per pensare che, in fondo, in Italia, si può dire davvero di tutto. Se nessuno sa che cosa sono i partiti, se molti ritengono che in materia di riforme elettorali e istituzionali tutto è opinione e niente è strafalcione, se ciascuno definisce la democrazia come gli pare (magari dimenticandosi che un po’ di “potere del popolo” è l’elemento costitutivo e irrinunciabile di qualsiasi definizione decente), se anything goes, allora everything diventa confusissimo. Diradare la confusione e sventare la manipolazione è possibile per coloro che abbiano studiato e posseggano gli strumenti per analizzare e spiegare la politica, per l’appunto: partiti, istituzioni e democrazie.
No, non bisogna confondere le preferenze personali, che comunque, dovrebbero essere argomentate e giustificate, con le conoscenze disponibili che hanno solide basi nella storia e nella comparazione fra sistemi e attori politici. No, non sono accettabili le affermazioni che fanno di tutta l’erba un fascio, ma che non sanno neppure di che erba parlano. Che sia non soltanto possibile, ma addirittura corretto affermare che sono proprio le limitatissime conoscenze sulla politica e sulle istituzioni a dare, in Italia, solido e continuo alimento, allo stesso tempo, tanto all’antipolitica quanto alla cattiva politica? E’ certamente vero che non si può chiedere agli italiani di diventare tutti “scienziati della politica”. Tuttavia si potrebbe e dovrebbe chiedere ai commentatori politici, ai giornalisti, non soltanto quelli “di punta”, quelli che stanno, questa è l’espressione di moda, “sul pezzo”, magari addirittura ai dirigenti politici, di studiare un po’ di scienza politica.
Il florilegio di errori gravi e di manipolazioni è talmente vasto che condurrebbe alla stesura di un non del tutto inutile libro. Parto dall’attualità. Si può consentire al Presidente del Consiglio di dichiarare che l’Italicum (una legge elettorale proporzionale con scrutinio di lista e premio di maggioranza) è un Mattarellum (una legge elettorale maggioritaria per l’elezione di tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali) con le preferenze? Aberrante. Si può accettare, senza contraddirla, che il Ministro Boschi sostenga che non si tratta di “capilista bloccati”, ma di “rappresentanti di collegio” che in quel collegio potranno essere, anzi, sicuramente molti saranno, paracadutati, che in quel collegio non avranno nessun obbligo, né politico, di fare campagna elettorale, né giuridico, di residenza, che in quel collegio non avranno nessuno sfidante, che, addirittura, grazie alla possibilità di candidature multiple (dieci) potrebbero trovarsi a “rappresentare” più collegi? Allucinante. E’ possibile accettare la critica al capo del governo italiano di non essere stato “eletto” quando, tecnicamente, non esiste in nessuna democrazia parlamentare l’elezione popolare diretta del capo del governo? Quando tutti dovrebbero sapere che i capi di governo nelle democrazie parlamentare devono godere di un rapporto di fiducia con il loro Parlamento? Quando abbiamo visto che persino i capi di governo nel sistema politico inglese sono sostituibili dal loro partito (come Thatcher e Blair)? Che se, a ogni sostituzione di capo di governo ad opera del suo partito o della sua maggioranza, fosse necessario tornare alle urne verrebbe bruciata una delle qualità dei modelli parlamentari di governo: la loro adattabilità.
Di converso, è giusto sostenere che l’avere ottenuto un’alta percentuale di voti nelle elezioni europee offre al capo del partito che ha effettivamente vinto quelle elezioni la legittimazione elettorale “nazionale” che gli manca? Esistono nelle democrazie, parlamentari, presidenziali, semi-presidenziali, partiti che aspirano a definirsi “della Nazione”, senza cogliere il rischio, questo sì, effettivo, di una concezione autoritaria della dinamica politico-partitica che delegittimerebbe i concorrenti ? Infatti, i concorrenti di un eventuale Partito della Nazione potrebbero essere facilmente incasellati come rematori “contro-Nazione”. Davvero esistono sistemi elettorali che impediscono di sapere chi ha vinto le elezioni la sera stessa del voto? Certamente, sì: ad esempio, proprio l’Italicum nel quale il ballottaggio fra i due partiti più votati prorogherà la conoscenza del vincitore di una, se non addirittura due settimane.
Le democrazie che funzionano meglio sono quelle nelle quali l’alternanza è possibile ad ogni elezione, che non significa che avviene ad ogni elezione. Altrimenti, che splendida democrazia sarebbe stata quella italiana dal 1994 al 2013 con tutti i governi rimpiazzati dall’opposizione in ogni elezione di quel periodo! Altrove, in assenza di una vera e propria alternanza completa si hanno ricambi parziali nelle coalizioni di governo. Con il premio alla lista o al partito, l’Italicum cancella un’altra peculiarità delle democrazie parlamentari europee, che, incidentalmente, funzionano praticamente tutte meglio di quella italiana: la necessità di formare coalizioni di governo. Bi- (anche quando sono Grandi Coalizioni: Germania e Austria) o multipartitici, i governi di coalizione sono regolarmente più rappresentativi di elettorati compositi e spesso sono in grado di fare riforme importanti. Il Patto del Nazareno, per le mentalità non complottistiche, può essere letto come una coalizione per fare le riforme, sulla cui qualità, ovviamente, è lecito e opportuno avere dei dubbi. Non si possono avere dubbi sulla pessima qualità del dibattito politico italiano, sulla quasi scomparsa di cultura e culture politiche in questo paese. Riflettendo sui miei saggi che, in qualche caso, hanno trent’anni di vita, ma, come si dice, sono attualissimi, è possibile imparare molte cose sui partiti, sulle istituzioni, sulle democrazie, diventando commentatori e cittadini migliori.
Articolo scritto per il Laboratorio della contemporaneità della Casa della Cultura
Il PD si liberi dell’acqua sporca
Le primarie sono, non soltanto in Italia e neppure soltanto negli USA, una straordinaria opportunità democratica. Ridimensionano significativamente il potere dei politici di mestiere di designare i candidati a cariche elettive importanti: sindaco, Presidente di Regione, Capo del governo (e, persino, parlamentari) e lo consegnano ai cittadini elettori. Votando nelle primarie i cittadini elettori riacquistano quel potere di scelta che, in Italia, è stato loro tolto in maniera sgradevole con la legge elettorale Porcellum e che viene loro riconsegnato soltanto molto parzialmente con l’Italicum. Naturalmente, come molti strumenti delle democrazie neppure le primarie rasentano la perfezione, ma i molti milioni di italiani che lo hanno usato sanno che lo strumento è buono. Non sono le primarie che debbono essere criticate, ma il comportamento dei politici che vorrebbero continuare a controllare le candidature, a promuovere i loro amici e seguaci che promettano fedeltà e obbedienza e che allarghino la loro sfera di potere, a dimostrare che sono potenti.
E’ sempre possibile inquinare, più o meno, le primarie. Probabilmente è stato fatto in Liguria, ma non in maniera tale da sovvertire le preferenze espresse dalla maggioranza degli elettori. E’ stato fatto su larga scala nelle primarie per il sindaco di Napoli che, infatti, furono annullate. Non sembra che si siano verificate violazioni gravi nelle primarie del Partito Democratico per la recentissima scelta del candidato alla Presidenza della Regione Campania. Nel complesso, anche se pochi commentatori lo sanno, non avendo letto gli ormai numerosi studi in materia, nel corso di una decina d’anni, il Partito Democratico ha organizzato più di seicento primarie, in pochissime delle quali vi sono state contestazioni. I candidati democratici che, spesse volte, erano più di uno (come è stato sia in Liguria sia in Campania sia a novembre in Emilia-Romagna), hanno vinto in circa l’80 per cento dei casi, ma la notizia eclatante è sempre e soltanto quando vince un candidato non PD. In più del 60 per cento dei casi il vincitore delle primarie democratiche ha anche conquistato la carica elettiva.
Tutto bene, dunque, contrariamente alle non fondate critiche degli opinionisti, da ultimo di Roberto Saviano, che ha dimostrato di saperne davvero poco? Nient’affatto. A tutt’oggi il PD non ha, in parte, saputo, in parte, voluto, procedere alla stesura di un regolamento chiaro, preciso, semplice, ma tassativo. Al proposito, alcune indicazioni sono sostanzialmente imprescindibili. Bisogna stabilire chi si può candidare e a quali condizioni, evitando di essere troppo restrittivi, poiché è opportuno premiare il coraggio di chi desidera candidarsi, e di essere troppo permissivi, poiché non è proprio il caso di agevolare candidature folcloristiche alla ricerca di pubblicità. Bisogna stabilire chi può votare nelle primarie favorendo i cittadini-elettori che desiderano esprimere la loro preferenza, ma tenendo alla larga chi vuole inquinare il voto. Quindi, no alle minoranze etniche, più o meno organizzate e reclutate a pagamento. Quello di pensare che le primarie servano a offrire un percorso per l’integrazione degli immigrati mi pare un’illusione nient’affatto pia. E’ certamente possibile respingere alle urne gli elettori noti di altri partiti politici, ma è un successo delle primarie se elettori di quegli altri partiti stanno cambiando oppure hanno cambiato idea e sono disposti a pagare un paio di Euro e farsi “schedare” in un apposito registro dei votanti. Infine, un partito deve sapersi dotare anche di regole e procedure che puniscano chi, in special modo fra i suoi dirigenti e i suoi iscritti, cerca di manipolare le primarie. Quello che, invece, in una democrazia di qualità non proprio scintillante, non bisogna fare è abbandonare le primarie. Buttare le bambine perché qualcuno ha sporcato l’acqua è un rimedio molto peggiore di qualsiasi inconveniente finora prodottosi.
Pubblicato AGL 4 marzo 2015
Una giustizia più eguale per tutti
“Chi sbaglia paga” mi è sempre parso un principio sano e apprezzabile, da mettere in pratica. Naturalmente, richiede di essere specificato nei suoi due cardini: l’errore e il risarcimento. Tutti debbono essere responsabili dei loro comportamenti. A maggior ragione coloro che hanno potere sui loro concittadini. Fra i potenti si trovano non soltanto i governanti e i rappresentanti politici a tutti i livelli, ma anche i magistrati. La decisione su chi ha torto e chi ha ragione in un processo, chi ha violato le norme e con quali effetti negativi è espressione di un potere, legittimo, attribuito ai magistrati. Qualcuno di loro, esempi non luminosi, si è fatto, “protagonista”, usando della sua visibilità per ottenere un ruolo politico. Qualcun altro si è, invece, “nascosto” nella selva di leggi e norme e precedenti, operando da “burocrate”. La dicotomia dei rischi da evitare appartiene al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che la ha, forse non casualmente, pronunciata alla Scuola di formazione dei magistrati proprio il giorno in cui la Camera dei deputati ha approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
E’ una legge che l’Unione Europea, unitamente a molti cittadini italiani, aveva richiesto da tempo. E’ una legge che, invece, i magistrati hanno sempre tenacemente, qualche volta andando sopra le righe, osteggiato. E’ difficile dire se la sua entrata in vigore migliorerà dal punto di vista qualitativo e quantitativo (snellimento e alleggerimento dei processi) il funzionamento della giustizia in Italia. Probabilmente ci vuole molto altro, in particolare, è indispensabile una (ri)organizzazione degli uffici più flessibile e, per l’appunto, meno burocratizzata, alla quale i magistrati non hanno finora dato nessun contributo degno di nota preferendo proteggere i loro non pochi privilegi. Comunque, a prescindere dalle carenze organizzative, è del tutto giusto che i cittadini abbiano la possibilità di rivalsa se ritengono e se riusciranno a provare che i giudici hanno sbagliato per dolo e/o per colpa. Spetterà allo Stato procedere in tempi non lunghi (entro tre anni) a risarcire i cittadini per sentenze privatamente viziate da dolo e/o colpa rivalendosi poi nei confronti dei magistrati responsabili.
Quello che i magistrati hanno ripetutamente asserito di temere è che le sentenze da loro emanate siano in qualche modo condizionate dal timore di sbagliare e dalla conseguente spada di Damocle della richiesta di risarcimento. E’ una giustificazione davvero debole e carente. Magistrati altamente professionalizzati, sicuri delle loro competenze, orgogliosi del loro ruolo non hanno nulla di cui essere preoccupati. Sapranno fare parlare la legge nella maniera più convincente e meno controversa possibile. Sapranno applicarla senza dare adito a sfide manifestamente infondate, vessatorie, politicamente motivate. Non esiste nessuna ragione per pensare che l’urgente riforma complessiva del pianeta giustizia in Italia non possa cominciare dalla responsabilità civile dei magistrati che non ha nulla di punitivo e che ha molto di positivo agli occhi dei cittadini.
E’ il caso qui di ricordare che la responsabilità civile venne approvata in un referendum del 1987 da milioni di elettori, con l’elevatissimo consenso dell’80 per cento dei votanti. Qualcuno dirà che si poteva anche fare di più e di meglio (gli ineffabili parlamentari del Movimento Cinque Stelle che hanno capziosamente votato contro). Altri diranno, meglio, che, una volta messa all’opera la legge potrebbe evidenziare inconvenienti, inadeguatezze, cortocircuiti. Tutti i riformatori preparati e attrezzati sono perfettamente consapevoli che qualsiasi riforma merita di essere ritoccata qualora rivelasse problemi. Ma il problema più grande è stato affrontato di petto: i magistrati non possono mettersi presuntuosamente al di sopra della legge e sbagliare impunemente. Da oggi in Italia questo non sarà più accettabile. La legge è diventata un po’ più eguale anche per il potente ceto (i critici direbbero, non senza qualche ragione, la corporazione) dei magistrati.
Pubblicato AGL 27 febbraio 2015
Un anno fra realtà e fanfare
Né Mussolini né Tony Blair, ma neppure De Gasperi, nessuna delle analogie usate per definire Matteo Renzi nel giorno in cui il suo governo ha compiuto un anno appare appropriata e illuminante. Sono fuori luogo anche le accuse rivoltegli in maniera polemica, spesso dettate da frustrazioni politiche, di essere “un uomo solo al comando”. Non forte come Mussolini, non brillante come Blair, non efficace come De Gasperi, Renzi non è affatto solo. Si è circondato di amici e collaboratori di vecchia data (il giglio più o meno magico) e può contare su un rapporto molto intenso sia con l’indispensabile sottosegretario Graziano Del Rio sia con il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi. Lui aggiungerebbe che lo sostengono milioni di elettori. Tuttavia, le sue regolarmente bellicose dichiarazioni servono a rafforzare la sua non granitica sicurezza poiché Renzi è consapevole di essere molto meno “al comando” di quello che desidererebbe. Per esempio, dall’Unione Europea gli hanno sempre fatto capire che, forse, qualche aggiustamento “europeo” sarà fattibile, ma che è opportuno che il capo del governo italiano i compiti a casa li faccia e li faccia con volenterosa applicazione.
In Europa, non soltanto Renzi non comanda, ma è meglio per (quasi) tutti gli italiani, che sono diventati un po’ troppo euroscettici, che obbedisca. In qualche misura, sapendo che il sistema italiano non è abbastanza efficiente e flessibile, Renzi cerca di ottemperare, ma, attenzione, tutti i dati macro-economici svelano che l’Italia non cresce abbastanza, anzi, quasi niente, e non cresce in fretta. Allora, l’uomo non solo e non al comando deve spostare l’attenzione da risultati finora non entusiasmanti a promesse ancora eclatanti, ma soprattutto va alla ricerca e alla demonizzazione dei colpevoli. Quanto più i presunti colpevoli gli sono vicini tanto meglio. Quindi, è la minoranza del Partito Democratico, la vecchia guardia non ancora rottamata, a offrirgli il destro, pardon, il bersaglio migliore e più facile. In altri tempi, l’accusa era (nell’espressione usata da Berlusconi) di “remare contro”. Adesso l’accusa oscilla dal gufare al rosicare, mentre Renzi, non diversamente da Berlusconi, ostenta ottimismo e lancia speranze.
Rimanendo nell’ambito di coloro che si muovono nell’ampia area di sinistra, gli altri responsabili, se le annunciate riforme non vanno abbastanza bene e non abbastanza in fretta, sono la CGIL e la FIOM. Colpito da improvvisa popolarità, conseguenza delle sue numerosissime prestazioni televisive, il segretario della FIOM Maurizio Landini è assurto al ruolo di bersaglio privilegiato di Renzi. La CGIL di Camusso è già stata liquidata, ovvero “disintermediata” che, nella neo-lingua renziana, significa non più da consultare. Non c’è bisogno di interloquire con il più grande sindacato italiano. Invece, è opportuno mettere nell’angolo Landini in previsione di un suo ingresso in politica (fin troppi sindacalisti sono già nelle file dei parlamentari del PD), magari alla guida di una lista Syriza all’italiana.
Nessuna di queste battaglie mediatiche è davvero necessaria a governare meglio (e di più) il paese e il suo sistema socio-economico, ma con la complicità di non pochi operatori dei massa media ogni battaglia serve a sviare l’attenzione. In occasione dell’anniversario è meglio non guardare alle riforme iniziate con grande fanfara, ma ancora non completate, ed è consigliabile non valutare approfonditamente contenuti e qualità delle riforme delle provincie, della legge elettorale e del Senato. In maniera beffarda, non da solo, ma sostenuto “senza se e senza ma” dai suoi due vicesegretari e dai suoi più stretti ministri, il capo del governo attacca un po’ tutti da posizioni di forza. Renzi dà l’impressione di essere effettivamente al comando, ma gli effetti positivi del suo comando sul sistema socio-economico tardano a vedersi. Quel che soprattutto manca è la costruzione di un consenso ampio e convinto, segno distintivo dell’azione politica degli statisti. L’Italia di Renzi non corre nessun rischio di derive autoritarie. Galleggia e le poche riforme finora completate sono servite in pratica a far sì che non vada a fondo.
Pubblicato AGL 25 febbraio 2015
” Il nuovo Presidente della Repubblica, l’Italicum e molto altro…”
Il nostro Nicolò Guicciardi ha intervistato per il Mostardino.it il professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino, riguardo temi caldi e attuali quali il nuovo Presidente della Repubblica, l’Italicum e molto altro.
Seguite questo e altri aggiornamenti su ilmostardino.it
Pubblicato il 23 feb 2015
Save the date 3 marzo: a Milano “Partiti, istituzioni, democrazie”
Martedì 3 marzo 2015 ore 18.00
Casa della Cultura – Via Borgogna 3 Milano (MM1 – San Babila)
A proposito di Partiti, istituzioni, democrazie
Tavola rotonda in occasione della presentazione del libro
Partiti, istituzioni, democrazie di Gianfranco Pasquino – Il Mulino (2014)
Oltre all’autore interverranno
Alberto Martinelli, Paolo Segatti e Salvatore Veca.
Coordina Ferruccio Capelli
Davvero dovremmo riformare un bicameralismo che qualcuno, impropriamente, si ostina a definire perfetto? Spetta al parlamento oppure al governo e alla sua maggioranza, fare le leggi? Chi ha detto che i partiti non controllano più la politica e sono in via di sparizione? Le primarie sono uno strumento di partecipazione democratica oppure un pasticcio manipolato da dirigenti di partito e gruppi di interesse? Esistono democrazie parlamentari nelle quali il capo del governo viene eletto dai cittadini e non può essere sostituito senza nuove elezioni? Nelle quali fa il bello e il cattivo tempo, nomina e sostituisce i ministri, scioglie a piacere il parlamento? Le leggi elettorali sono solo meccanismi per tradurre i voti in seggi oppure lo strumento essenziale con cui gli elettori scelgono i loro candidati e poi li premiano o li puniscono? Le approfondite analisi comparate qui proposte forniscono una risposta articolata a tali interrogativi, esaltando per questa via il contributo fondamentale che la scienza politica può dare ai processi di riforma istituzionale. (continua a leggere qui)
Un bel dilemma renziano #Bologna2016
Non un semplice sogno, ma un progetto molto ambizioso quello di Gianluca Galletti di candidarsi a sindaco di Bologna nella primavera 2016. I sogni muoiono all’alba. Invece, se coltivati con pazienza e intelligenza, i progetti ambiziosi possono rafforzarsi, durare e, a determinate condizioni, persino realizzarsi. Anche se è presto per discutere nei dettagli e prima che da più parti si levi il mantra della richiesta del programma che il candidato sindaco Galletti offrirà agli elettori bolognesi, non sono pochi gli elementi, tutt’altro che di contorno, da prendere in seria considerazione. Per fortuna, Gianluca Galletti non dovrà raccontarci la favola della società civile.
Dall’alto di una carriera politica e amministrativa di tutto rispetto, più volte parlamentare, sottosegretario, attualmente Ministro dell’Ambiente, già assessore al bilancio nella giunta di Guazzaloca, non c’è dubbio che Galletti abbia tutte le carte politiche in ordine. Promette di sapere quale città vorrà costruire e come vorrà governarla. Naturalmente, dovrà poi anche convincere i bolognesi che la sua idea di Bologna è preferibile almeno a quelle dei sindaci che si sono succeduti nell’ultimo decennio e a quelle che il sindaco in carica ed eventuali altri pretendenti cercheranno di elaborare. L’elemento di contorno più importante è rappresentato, punto essenziale per vincere e sicuramente per ben governare, dal sostegno politico e, mi spingerei fino a dire, partitico che Galletti saprà ottenere.
E’ impensabile che Galletti ritenga che una città, tantomeno Bologna, possa essere governata in un rapporto diretto fra il sindaco e gli elettori senza che esistano e si facciano sentire le molte associazioni operanti sul territorio comunale. Da un lato, Galletti crede che i partiti abbiano compiti specifici non sostituibili; dall’altro, non è sicuramente un cultore della cosiddetta disintermediazione. Inoltre, Galletti proviene da un’area politico-culturale che ha riacquisito centralità nella politica e nelle nomine del governo di Renzi.
Qualcuno si chiederà: dopo Palazzo Chigi e il Quirinale avremo un ex-democristiano anche a Palazzo d’Accursio? Questo è il problema del Partito Democratico di Bologna adesso guidato da un giovane renziano il quale non potrà non tenere conto che il Partito della Nazione di Renzi intende allargare i suoi consensi accogliendo i centristi (come ha fatto in maniera palese con Scelta Civica) e che il Partito della Città avrebbe l’opportunità di seguire una politica simile con ragionevoli aspettative di successo. Il progetto di Galletti, se perseguito con fermezza, è destinato a incidere tanto sul Partito Democratico quanto su quel che rimane di un centro-destra caratterizzato da poche idee, vecchie e confuse incapaci di offrire sbocchi ad elettori delusi e disorientati. Appare probabile ed è augurabile che la candidatura Galletti farà rinascere un serio e approfondito dibattito politico in una città che da tempo ne manca. Per ora, basta.
Pubblicato il 17 febbraio 2015
Le indocili gatte da pelare
Non si presenta facile la successione a segretario del Partito Democratico di Bologna. Raffaele Donini ha opportunamente dato le dimissioni per fare l’assessore in Regione. Altrettanto opportunamente non ha designato un successore né mi sembra che abbia espresso preferenze forti. Qualcuno potrebbe pensare che una carica di partito, per quanto importante, interessi quasi soltanto gli iscritti a quel partito e magari gli elettori più impegnati politicamente. Però, il Partito (Democratico) di Bologna non è un partito come gli altri. Infatti, tranne sfortunati, ma meritati, episodi, come la sconfitta della candidata a sindaco nel 1999, il Partito di Bologna è stato un partito dominante in politica, in economia, nella società (alquanto meno nella cultura della città). La personalità di chi lo regge e lo guida può fare una bella (o brutta, 1999, ma anche 2004, con il peggio del 2009) differenza. Inoltre, il successore di Donini dovrà fare i conti anche, da un lato, per fare riferimento ai due eventi recenti più significativi, con il crollo della partecipazione politica nelle elezioni regionali, dall’altro, con quella che chiamerò sinteticamente “la colata di San Lazzaro”. Appena meno rilevante già si staglia il problema dell’elezione nel 2016 del sindaco di Bologna, con prese di posizione pro e contro il sindaco in carica (talvolta anche da parte sua). Insomma, il prossimo segretario avrà non poche indocili gatte da pelare.
In politica contano non soltanto il consenso e la sua quantità, ma anche le modalità con le quali quel consenso viene acquisito. In estrema sintesi, il nuovo segretario dovrà essere eletto in un colpo solo dall’Assemblea attualmente in carica che certamente riflette pesi ed equilibri non proprio aggiornatissimi? Oppure è meglio che il partito faccia un vero e proprio congresso, con tutte le liturgie e i riti classici, ma anche con due diverse opportunità. La prima riguarda i candidati che saranno in condizione di presentare e articolare la loro visione di che cosa debba essere e debba fare il Partito Democratico di Bologna nell’era di Renzi. La seconda opportunità riguarda gli iscritti (e i loro circoli) troppo spesso trascurati e collocati in seconda fila rispetto agli elettori, più o meno occasionali, delle, pure utili e democratiche, primarie. Sembra che se si sceglie di affidare l’elezione all’Assemblea vincerà/vincerebbe un “cuperliano” (immagino che Cuperlo sarebbe il primo a sorridere di questa dizione). Invece, la strada che porta al Congresso darebbe molte chances ai renziani. Comunque, non è in base a queste previsioni che il PD dovrebbe decidere. Se vuole fare buona politica, il Partito Democratico deve tenere in grande conto i suoi iscritti. Deve utilizzare tutte le modalità che lo mettono in contatto con loro e con tutti coloro che parlano, interagiscono e interloquiscono (non solo sulla Rete) con gli iscritti e con i candidati. La democrazia è anche questo ed è sempre preferibile alle oligarchie, raramente illuminate.
Pubblicato il 6 febbraio 2015
Vientos de cambio en Europa. Es poco lo nuevo que avanza
Las numerosas y coloridas listas de izquierda que le dieron la vida (y la victoria) a Syriza en Grecia y que contribuyeron al crecimiento de Podemos en España son un fenómeno que tiene sus raíces fundamentalmente nacionales. No es una moda que, como la moda, produjo imitaciones, pero, por ejemplo, en Italia, más que imitaciones exitosas, lo que encontramos es el florecer de las ilusiones. También en otras partes, en Europa, aparecieron listas de izquierda en la misma izquierda, desde los Piratas suecos y alemanes hasta la Alternativa para Alemania, pero demostraron que no consiguieron afirmarse en el electorado. El elemento común a todas las nuevas listas de izquierda es la insatisfacción en las capacidades de representación de los partidos de izquierda, a menudo socialistas. En Grecia, esos partidos, más precisamente el Pasok, se derrumbaron y sus potenciales electores se dejaron convencer por Tsipras. En España, el PSOE se mantiene, pero en la oposición, mientras que Podemos creció gracias a la afluencia de jóvenes sin antecedentes, pertenencias partidarias y lealtades electorales. Por otra parte, en Alemania, Suecia, Noruega, Francia y Gran Bretaña, los partidos socialdemócratas y laboristas están en el gobierno y consiguen demostrar la inutilidad de un enfrentamiento con ellos. Por el contrario, cuando el desafío se presenta, se manifiesta mucho más a la derecha que a la izquierda. Aquí está el segundo elemento común: la oposición al euro, la crítica a la UE, la reaparición de un nacionalismo xenófobo (y, a veces, antisemita).
Pensar que éstas son posiciones que prenuncian un futuro practicable me parece francamente no sólo un error, sino una enorme estupidez (una tontería monumental). En el caso de las derechas se trata simplemente de su incapacidad para llegar a la modernidad. En los casos de Syriza y Podemos, hay un poco de infantilismo, destinado a pasar con el tiempo. Hay también una recuperación de la política de los buenos sentimientos: ayudar a los más débiles. Y hay, finalmente, un poco de miedo al futuro y a la competencia global que mancomuna a algunos sectores de derecha, como lo ha demostrado, no casualmente, la alianza antinatural de gobierno entre Syriza y los Griegos Independientes.
En la medida en que son “nacionales”, los fenómenos de izquierda y derecha serán confrontados por los partidos tradicionales. En la medida –variable– en que son antieuropeos, podrán ser combatidos por el Parlamento y la Comisión Europea. Aunque está absolutamente fuera de moda sostener que el horizonte de Europa es luminoso, ésta es mi posición. La UE tiene aún enormes espacios por mejorar desde el punto de vista de la eficiencia, la desburocratización y la democracia. Las nuevas derechas son viejas, pero están destinadas a perdurar. Existen en todas las democracias, incluida la de los Estados Unidos y las de toda América Latina. En cambio, las nuevas izquierdas están destinadas a durar poco, l’espace d’un matin, para luego retroceder. Merecen un poco de atención, pero los analistas deben tener una mirada más amplia. El futuro es de los partidos que, a pesar de todo, supieron reformarse constantemente desde hace más de ciento cincuenta años.
PUBLICADO EN EDICIÓN IMPRESA DE PERFIL 31/01/2015 Traducción: Guillermo Piro







