Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia #bdem15 @BiennaleDemocr
Save the date: 28 marzo 2015 alle ore 11 a Torino presso il Piccolo Regio Puccini in piazza Castello, 215
BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
Sul tema Passaggi di Repubblica e passaggi di Democrazia dialogano Lorenza Carlassare e Gianfranco Pasquino.
Coordina Marco Castelnuovo
Prima, seconda o terza: in quale Repubblica viviamo? Sono all’esame del Parlamento riforme istituzionali di grande rilievo. In una fase di crisi economico-sociale, ridurre la distanza fra cittadini e rappresentanti può essere un antidoto a pericolose derive antidemocratiche. Qual è il segno che portano i progetti in discussione? Come cambierà la seconda parte della Costituzione? E come si delinea la nuova legge elettorale? Un confronto fra punti di vista diversi sulle “regole del gioco” di una democrazia che si sta trasformando. In meglio?
Il tempo di decidere #bdem15 @BiennaleDemocr
Save the date: 28 Marzo 2015 ore 16.30 a Torino presso il Teatro Gobetti, Via Rossini, 8
BIENNALE DEMOCRAZIA 25-29 marzo 2015
Sul tema Il tempo di decidere dialogheranno Alessandro Campi e Gianfranco Pasquino
coordina Jacopo Iacoboni
La democrazia parlamentare “è lenta”: quest’accusa ritorna spesso nel dibattito pubblico, fra i politici e gli studiosi. La soluzione proposta è snellire il processo di formazione delle leggi, abolire il bicameralismo, semplificare le procedure, rafforzare i poteri del governo. È un percorso immune da rischi? A quali condizioni le riforme istituzionali possono davvero migliorare il gioco democratico? C’è qualcosa da conservare del nostro sistema?
La ditta e i suoi benefit
E’ vero che la superiorità morale è andata a farsi benedire oramai da parecchio tempo. Vero che anche la diversità non può più essere vantata in maniera impeccabile. Però, non era affatto inevitabile che da un partito con un gruppo dirigente legittimato dalle esperienze di vita dei suoi esponenti e da iscritti che credevano che un cambiamento di natura (quasi) rivoluzionaria richiedesse comportamenti duri e puri si passasse a una vera e propria “ditta”.
Magari inconsapevolmente, la definizione che Bersani ha dato del partito che vorrebbe e al quale s’ispira è rivelatrice. Il coinvolgimento di esponenti locali del partito nelle vicende del “sistema Firenze” è emblematico. In una ditta si entra, meglio se da giovani. Nella ditta si fa carriera per lo più con scatti di anzianità. Si viene ricompensati per il lavoro fatto e, infine, si ottiene una pensione. Meglio non essere troppo ambiziosi. Meglio non esigere valutazioni (difficili e controverse) legate al merito. Meglio non sfidare i dirigenti perché, pur senza ricorrere ad articoli 18, dalla ditta si può essere, più o meno silenziosamente, licenziati (e anche ostracizzati). Una “buona” ditta dà posti di lavoro. In un mercato competitivo (quello elettorale prevalentemente lo è), la ditta può espandersi e avere più posti di lavoro da distribuire. Una ditta assume sia per concorso (rarissimamente il caso di un partito politico) sia per raccomandazione, più pudicamente per segnalazioni. La ditta è anche in grado, in alcuni contesti, l’Emilia-Romagna è stato uno di questi, di ricollocare in alcune succursali non pochi dipendenti rivelatisi inadatti al lavoro politico. Spesso le cooperative, non soltanto in Emilia-Romagna, hanno adempiuto al compito di assumere personale in eccedenza. Quando il lavoro nella ditta rischia di scarseggiare, da un lato, la lotta (pardon, la competizione) per ottenere le cariche più elevate si fa accesa, dall’altro, molti giungono alla conclusione che, prima che sia troppo tardi, bisogna trarre il meglio dalle cariche già ottenute.
Un tempo, comportamenti di questo genere, anche perché limitatissimi di numero. venivano subito scoperti, stigmatizzati e puniti (con l’espulsione). Non era propriamente la conseguenza di un’etica borghese (Kant, Max Weber, Bertrand Russell). Era il controllo sociale da parte di militanti e iscritti che, giustamente, temevano i contraccolpi elettorali e politici negativi sul partito. Meno iscritti, meno militanti, meno controllo eguale più fenomeni di sciatteria, di favoritismi, di promozioni anche senza i titoli necessari. Di nuovo, si parla anche dell’Emilia-Romagna. I dirigenti si sono accorti che la loro carica e il loro potere nella ditta dipendono dalla capacità di trovare posti di lavoro per parenti, amici, seguaci. Il loro potere, ovvero la capacità di punire chi non si dà da fare per loro, trasforma eventuali semplici segnalazioni in vere e proprie raccomandazioni. La diversità se ne va, Intorno e dentro la ditta c’è chi avanza (e vince) con la parola d’ordine “(pre-)pensionare” (rottamare) i dirigenti, ma le prime mosse dei rottamatori sembrano alquanto al di sotto della sfida. Anche loro hanno amici e seguaci da piazzare. Sì, ho scritto del PCI-PDS-DS-PD.
Pubblicato il 22 marzo 2015
Necessaria un’etica in politica
Inevitabili, le dimissioni del Ministro Lupi. Persino un po’ tardive. Sicuramente non impeccabili. Le dimissioni, a maggior ragione visto che era prevista una sua “informativa” al Parlamento, si annunciano in Parlamento, dal quale il ministro, tutti i ministri, compreso il capo del governo, hanno avuto la fiducia. Le dimissioni non si danno con gesto quasi spettacolare in televisione, anche se, certo, la televisione ha dato visibilità ad un politico altrimenti noto quasi esclusivamente per i suoi, forse fin troppo estesi e solidi, rapporti con Comunione e Liberazione. Verrebbe voglia di sottolineare l’esistenza di ragioni di opportunità per le dimissioni di un ministro, di qualsiasi ministro anche quando viene appena sfiorato da fatti ed episodi che implicano richieste di favori e di concessioni di qualche genere, in questo caso, edilizie, di scambi nient’affatto virtuosi. Mentre il Parlamento non riesce ad approvare, non soltanto per colpa sua, ma per specifiche e notevoli responsabilità del governo, in ritardo sulla presentazione di indispensabili emendamenti, un decente disegno di legge sulla corruzione, per tre giorni il Ministro Lupi è rimasto in una trincea indifendibile.
Seppure in maniera meno proterva del solito abbiamo ascoltato parecchi uomini politici (e qualche donna politica) ripetere la solita insopportabile litania che non esisteva nessuna incriminazione. Se non fossero arrivate le dimissioni era pronto il seguito della litania, vale a dire la richiesta di attendere almeno il rinvio a giudizio. Qualcuno ha fatto notare che le intercettazioni contenevano elementi sufficienti a dimostrare l’esagerata acquiescenza del ministro di fronte a alti burocrati troppo potenti e di troppo lungo corso che avrebbero dovuto essere sostituiti già tempo fa. In quelle intercettazioni risultavano anche richieste e scambi di favori. Si sentiva una eccessiva familiarità in quei frequentissimi rapporti che certo andavano a discapito dell’autorità di un ministro. Ovviamente, è giusto sostenere che, fino alla scoperta di prove giuridicamente inoppugnabili, il ministro non risulta avere commesso reati. Tuttavia, lentamente sembra fare la sua comparsa anche in Italia, nell’opinione pubblica e un po’ a fatica nel mondo politico, l’idea che, anche laddove non esistono reati palesi, può esserci un problema serio.
Esistono comportamenti eticamente riprovevoli e deplorevoli. Questi comportamenti esibiti da persone che non soltanto hanno cariche di governo a tutti i livelli, ma esercitano considerevole potere, debbono implicare assunzione piena e immediata di responsabilità. Per dirla con un principio anglosassone, esistono “cose che semplicemente non si debbono fare”. Non violano leggi scritte, ma vanno contro il comune senso del dovere e della giustizia la cui esistenza è nota, persino, agli uomini politici. Sarebbe esagerato fare del Ministro Lupi un caso esemplare. Appare, invece, opportuno mettere in bella evidenza che dal punto di vista dell’etica in politica, le sue dimissioni erano dovute. E’ sperabile che altri si comportino allo stesso modo e che i partiti si dotino di un codice con il quali valutino quanto fanno e non fanno i loro rappresentanti. Per sconfiggere tutte le fattispecie di corruzione sotto qualsiasi forma compresi i favoritismi e i privilegi, buone leggi costituiscono la premessa indispensabile, l’etica ne è un complemento irrinunciabile e decisivo.
Pubblicato AGL 21 marzo 2015
Le alleanze delle sparse membra
Non è un semplice e ininfluente “gioco” dei politici sapere chi si allea con chi, come e quando. Dalle alleanze elettorali si può imparare molto sulle preferenze dei partiti e sugli interessi che intendono rappresentare e difendere. Dal tipo di alleanze discende anche la possibilità che quei partiti sappiano governare insieme in maniera duratura ed efficace. E’ un vero peccato, forse un errore, sicuramente una forzatura che la proposta di riforma elettorale del governo Renzi e del suo ministro Boschi si sia assestata su un cospicuo premio in seggi da attribuire alla lista o al partito che abbia ottenuto il 40 per cento dei voti, da solo, oppure abbia ottenuto più voti nel ballottaggio. Questo meccanismo impedisce la formazione di coalizioni e di apparentamenti per il ballottaggio, mentre gli apparentamenti, dovrebbero saperlo tutti, sono la norma positiva nelle elezioni per i sindaci dei comuni con più di 15 mila abitanti. Guardando fuori dei “sacri confini della patria”, tutte le democrazie parlamentari europee, con l’unica eccezione della Spagna, hanno governi di coalizione. Qualche volta questi governi sono fatti da alleati non proprio “naturali” come quello guidato da Tsipras grazie anche al sostegno della destra anti-europea dei Greci indipendenti. Le coalizioni servono, da un lato, a dare maggiore rappresentatività al governo, dall’altro, a moderarne (che non vuole dire rallentarne) l’azione obbligandolo a tenere conto di un arco più ampio di aspettative, preferenze, esigenze.
Nel 1994 il miracolo politico di Berlusconi, che lo portò alla vittoria elettorale e al governo, consistette nella costruzione di due coalizioni: al Nord, il Polo della Libertà con la Lega; al Centro-Sud, il Polo del Buongoverno con Alleanza Nazionale. L’elemento di forza della leadership berlusconiana stava proprio nella sua capacità di mettere insieme partiti nient’affatto vicini su molte tematiche e, così facendo, di vincere e rivincere le elezioni. Da qualche anno a questa parte, Berlusconi sembra avere perduto questa sua importantissima capacità. Ha perso un pezzo di Forza Italia che, con Angelino Alfano, ha dato vita al Nuovo Centro Destra. Vede che quel che rimane di Forza Italia si divide sulla sua leadership, sfidata platealmente da Raffaele Fitto, anche perché è lui, Berlusconi, a non sapere dare la linea e a costruire alleanze potenzialmente vincenti. In due regioni, Campania e Veneto, Berlusconi deve fare i conti con la necessità e l’urgenza di coalizzare in maniera convincente gli alleati di un tempo. Una politica di vaste alleanze potrebbe rendere competitivo tutto il ricompattato schieramento di centro-destra anche in Liguria.
Confermare il centro-destra alla presidenza della Campania sarà quasi impossibile se Berlusconi non riesce a convincere colui che sembrò essere, per un tempo alquanto breve, il suo delfino, Angelino Alfano. Produrre la rielezione del leghista Luca Zaia alla Presidenza del Veneto richiede non soltanto che Forza Italia accetti di allearsi con la Lega aggressiva e lepenista di Matteo Salvini, ma che sia evitata la presenza di una Lista guidata dal popolare sindaco, lui pure leghista, di Verona, Flavio Tosi. Il Berlusconi di una decina d’anni fa avrebbe già trovato il modo di blandire, persuadere, coordinare e, alla fine, ricompensare generosamente tutti i suoi potenziali alleati nell’ambito del centro-destra. Le sue esitazioni attuali e le sue incertezze hanno creato molte delusioni persino fra i collaboratori più stretti e più fedeli. Le sue speranze che i potenziali alleati rinsaviscano e tornino a casa riconoscendo che è ancora lui l’unico che può federare il centro-destra non trovano conferma né fra gli esponenti del Nuovo centro-destra né in Matteo Salvini che, anzi, vorrebbe contare i suoi voti per conquistare la leadership di tutto lo schieramento. Però, un Salvini che antagonizza e non coalizza non è in grado di supplire alle declinanti forze di Berlusconi. Purtroppo, un sistema politico nel quale sia per ragioni politiche sia per scelte istituzionali, le sparse membra dell’opposizione non si ricompongono in un’alternativa credibile, perde un potente stimolo al buongoverno.
Pubblicato AGL 17 marzo 2015
Regole e istituzioni non sono opinioni
Di inesattezze e di manipolazioni i renziani hanno riempito il dibattito pubblico
Mio commento alla newsletter n. 337 del 16.03.2015 del Sen. Pietro Ichino
Caro Sen. Ichino,
che peccato che Giorgio Tonini da lei, Sen. Ichino, citato con tanto entusiasmo non sappia:
1) che metà dei deputati del Bundestag sono eletti con sistema maggioritario in collegi uninominali (dove le personalità contano, eccome);
2) che il Bundestag non è eletto con nessun premio di maggioranza (come sarà la Camera dei Deputati: qui lo squilibrio);
3) che il Bundesrat ha 69 (sessantanove) rappresentanti nominati dalle maggioranze che hanno vinto in ciascun Land. Non ci sono sindaci. Non ci sono rappresentanti (Senatori) nominati dal Presidente della Germania.
Posso permettermi di aggiungere che di inesattezze e di manipolazioni i renziani hanno riempito il dibattito pubblico?
Posso anche cedere al mio, peraltro mai molto sviluppato, narcisismo e rimandare lei, Sen. Ichino, e il suo collega Sen. Tonini alla lettura del mio libro appena pubblicato: Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-Unibocconi, 2015)? In materia istituzionale, non ci sono soltanto opinioni. Esistono solide conoscenze comparate!
Grazie dell’attenzione.
Gianfranco Pasquino.
Mezze riforme/ Pasquino: un pasticcio che aiuta (solo) Renzi
Intervista raccolta da Pietro Vernizzi per Sussidiario.net 11 marzo 2015
“Questa riforma costituzionale è il più grande pasticcio che si potesse immaginare. La vera cifra della legge approvata ieri dalla Camera non è l’assenza di democrazia ma l’assenza di un progetto“. E’ la chiave di lettura di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica alla Johns Hopkins University di Bologna. Ieri dopo il voto alla Camera Renzi ha esultato su Twitter: “Voto riforme ok alla Camera. Un Paese più semplice e più giusto. Brava @meb, bravo @emanuelefiano, bravi tutti i deputati magg #lavoltabuona“.
Qual è il progetto complessivo che anima questa riforma costituzionale?
Il vero problema di questa riforma non è la sua maggiore o minore democraticità, bensì l’assenza di sistematicità. Il progetto non c’è. Nel caso del Senato l’indicazione di fondo era quella di risparmiare un po’ di soldi, ridurre il numero dei senatori ed eliminare il voto di fiducia. Ciò non cambia però il bicameralismo in tutti i suoi aspetti importanti. Se il Senato comunque dovrà affrontare la discussione dei disegni di legge, e in particolare le modifiche costituzionali, alcuni problemi si porranno.
Oltre a una sistematicità mancano anche pesi e contrappesi che caratterizzavano la Carta del ’48?
Dobbiamo chiederci se la Costituzione del ’48 non abbia esagerato con i pesi e i contrappesi. I comunisti volevano il monocameralismo, ma i democristiani sostennero il bicameralismo nel timore che il Parlamento prendesse decisioni sull’onda emotiva di singoli avvenimenti. Anche se ciò che avveniva è che nella seconda camera il governo recuperava gli errori che aveva fatto nella prima.
In che senso?
Poniamo che il governo sia battuto nel voto al Senato, poi alla Camera riesce ad avere la sua maggioranza perché compatta i ranghi e quando la legge torna a Palazzo Madama comunque l’esecutivo ha imparato la lezione e ha i numeri per farla passare.
Quindi si sbaglia chi afferma che questa è una riforma tutta sbilanciata a favore del governo?
No, non si sbaglia affatto. Alla Camera l’Italicum garantisce una maggioranza gonfiata dal premio, per di più con i capilista bloccati, e quindi questo sbilancia tutto a favore del governo. Il Senato interviene su poche materie, mentre a Montecitorio il governo potrà fare il bello e il cattivo tempo.
In fondo i capilista bloccati non sono una riedizione del vecchio uninominale?
No, la differenza è abissale. In un collegio uninominale ci sono due candidati, ciascuno dei quali è in qualche modo sponsorizzato e proposto da un partito. L’elettore però vota per il candidato, non per il partito. Con l’Italicum invece la crocetta v a sul simbolo del partito, non sul candidato. Il voto va al capolista bloccato anche se quest’ultimo non piace a un elettore di quel partito. Nel collegio uninominale quindi un cittadino contribuisce a fare eleggere il candidato che preferisce, mentre con l’Italicum si vota il partito.
Che cosa ne pensa della parte della riforma relativa al referendum?
Dal momento che per tenere un referendum abrogativo sarà necessario un numero di firme molto elevato, la consultazione avrà validità anche se non vota il 50% più uno ma soltanto il 40% di coloro che hanno votato alle ultime elezioni politiche. Ritengo che sia un sistema un po’ macchinoso, e che con tutti questi calcoli ne uscirà una cosa un po’ pasticciata. Anche se è giusto chiedere l’ammissibilità del referendum prima di avere raccolto tutte le firme.
Renzi ha detto che comunque vadano le cose chiederà il referendum sulla sua stessa riforma. Lei che cosa ne pensa?
Questa affermazione ha un sapore plebiscitario. I referendum non li chiedono i governi, ma come stabilisce la Costituzione l’iniziativa deve essere di 500mila elettori, cinque consigli regionali, un quinto dei parlamentari. Ma soprattutto non li chiedono i governi perché questi ultimi dovrebbero essere convinti della loro stessa riforma, e non dovrebbero cercare una conferma dei cittadini. E poi c’è il precedente del 2001 , quando il centrosinistra fece una brutta riforma del Titolo V che poi fu confermato dal referendum a pochi mesi dalla sconfitta alle elezioni politiche.
E’ vero che, come ha detto il premier, “con questa riforma siamo in un Paese più semplice”?
Mi verrebbe da dire con una battuta che il presidente del consiglio è un terribile semplificatore. Nella realtà però non siamo affatto in un Paese più semplice. Dovremo vedere come saranno eletti i 21 senatori che rappresentano I sindaci italiani e la restante parte sarà scelta dai consigli regionali. Le Regioni tra l’altro in questo momento sono le istituzioni più screditate in Italia, eppure saranno loro a scegliere 74 senatori. E poi dovremo vedere in che modo Mattarella nominerà i cinque senatori che resteranno in carica per sette anni. Siamo in una situazione che definirei estremamente pasticciata. E’ quindi un Paese più semplice solo per Renzi, che si troverà con una maggioranza gonfiata e potrà fare tutto quello che vuole.
Con una mediocre riforma Renzi ha messo nell’angolo Berlusconi. Parla GP
Il politologo valuta gli scenari aperti dalla revisione costituzionale. Boccia la linea di Forza Italia. E auspica l’introduzione delle preferenze nell’Italicum.
Intervista raccolta da Edoardo Petti per Formiche.net il 10 marzo 2015
Un passo decisivo verso le nuove istituzioni disegnate da Matteo Renzi è stato compiuto. L’Aula di Montecitorio ha terminato la prima lettura del progetto di revisione costituzionale governativo con 357 voti favorevoli e 125 contrari. Formiche.net ha interpellato lo scienziato politico dell’Università di Bologna Gianfranco Pasquino per comprenderne i risvolti nel panorama partitico.
Come giudica il contenuto della riforma?
Il testo mi pare brutto. Perché se si crea una Camera di rappresentanza delle autonomie è necessario essere precisi su come gli enti locali vengono rappresentati. Anziché mescolare i sindaci con figure nominate dalle regioni, era meglio imitare il Bundesrat tedesco – costituito esclusivamente da esponenti dei Lander – tipico di un assetto parlamentare che funziona benissimo.
Vi sono ulteriori punti critici?
Non capisco il ruolo dei i 5 senatori nominati per 7 anni dal Presidente della Repubblica. Poi, se il problema è ridurre il numero dei parlamentari, bisognava tagliare anche quello dei deputati. E va bene fare una Camera di 100 rappresentanti delle autonomie territoriali, ma si dovrebbe trovare un diverso metodo di scelta. Resta aperto, inoltre, il tema dei compiti del prossimo Senato. Consentire a senatori non eletti il potere di contribuire alla riforma della Costituzione mi sembra eccessivo.
Il combinato disposto della revisione istituzionale e della nuova legge elettorale prefigura un modello coerente?
Parlerei di “scombinato indisposto”. Matteo Renzi voleva approvare un meccanismo di voto calibrato sulla Camera politica. Ma non si è preoccupato del nuovo Senato, che squilibra l’assetto istituzionale. Fondato su un governo che può contare su un altissimo numero di parlamentari nominati ed eletti con il premio di maggioranza. Uno sbilanciamento che incide pesantemente sulla scelta del Capo dello Stato.
La minoranza del Partito democratico ha vincolato il proprio Sì alla riforma alle modifiche del meccanismo di voto. A partire dal superamento dei capilista bloccati.
Che in effetti non dovrebbero essere previsti. Sarebbe utile che fosse adottato il voto di preferenza unico voluto dalla grande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno 1991. Certo, le preferenze costituiscono una causa di corruzione. Ma è stata varata una legge contro il fenomeno. Il problema dei capilista bloccati in ogni caso non è l’unico.
Quali sono gli altri aspetti controversi?
Le candidature multiple, che dovrebbero essere buttate a mare subito. E l’attribuzione al singolo partito del premio di governabilità. Nelle democrazie politiche europee gli esecutivi sono tutti di coalizione ad eccezione della Spagna. Il premier preferisce invece puntare su una compagine mono-partitica, meno rappresentativa dell’elettorato.
Matteo Renzi sembra prospettare una dinamica tendenzialmente bipartitica.
Non è vero. Lungi dal favorire percorsi di aggregazione, le regole elettorali scelte frammentano e svantaggiano le forze di opposizione, relegandole in un ruolo marginale rispetto al governo. Vi è una cosa che sarebbe divertente per i politologi.
Cosa?
Visto lo stato di lacerazione del centro-destra, diviso dalle rivalità tra formazioni non molto forti secondo tutte le rilevazioni demoscopiche, nelle future elezioni politiche sarebbe probabile un ballottaggio tra Pd e Movimento Cinque Stelle. Le tornate amministrative di Parma e Livorno rivelano che a quel punto i giochi potrebbero riaprirsi.
I parlamentari penta-stellati hanno scelto la linea dell’Aventino denunciando “metodi fascisti” nello stravolgimento della Costituzione.
Si tratta di toni esagerati. Non ci troviamo di fronte a una deriva autoritaria, bensì in presenza di una scarsa cultura costituzionale e di un notevole tasso di improvvisazione nei governanti. Il rischio autoritario dovrebbe coinvolgere tutte le istituzioni repubblicane. Per fortuna vi sono una Corte Costituzionale e un Capo dello Stato con un forte senso dell’equilibrio fra poteri. E un’opinione pubblica restia ad avventure anti-democratiche.
Forza Italia invece ha votato No alla riforma, rovesciando la strategia fin qui adottata.
Silvio Berlusconi lo ha fatto per non lasciare la bandiera dell’opposizione alla Lega Nord e ad avversari interni come Raffaele Fitto. La scelta rivela che l’ex Cavaliere ha negoziato male con Renzi, e ora cerca di recuperare.
Nella partita delle riforme il premier ha messo alle corde il “partito azzurro”?
Fi sta seguendo una deriva verso posizioni minoritarie. Il suo leader, giunto al tramonto della propria parabola politica, non è in grado di tenere insieme le anime del partito. E non sa proporre un’alternativa, privo di qualunque concezione istituzionale nuova e dirompente.
Boldrini ha diritto di critica
Nelle democrazie parlamentari nessuna istituzione può essere confinata in un perimetro dal quale non le è consentito fuoriuscire. Nelle democrazie parlamentari tutte le istituzioni interagiscono fra loro, si controllano, invadono i rispettivi perimetri, si “frenano” e “contrappesano” reciprocamente. Naturalmente, ciascuna di loro ha responsabilità di rappresentanza e di governo specifiche, ma, per svolgerle al meglio, deve di volta in volta entrare in relazione con una o più delle altre istituzioni con effetti abitualmente benefici di comprensione e moderazione. Se le cose stanno così, l’invito con toni minacciosi rivolto dall’entourage del Presidente del Consiglio Matteo Renzi alla Presidente della Camera Laura Boldrini di non esulare dal suo “perimetro” appare del tutto fuori luogo.
Proprio perché è la più alta carica della Camera dei Deputati alla quale spetta approvare nella loro interezza, eventualmente emendandoli oppure rigettandoli, i decreti del governo, l’on. Boldrini gode della prerogativa istituzionale di segnalare e lamentare l’eccesso della decretazione governativa, troppo spesso né urgente né necessaria come vorrebbe la Costituzione. In materia, abbiamo frequentemente ascoltato le critiche rivolte da Napolitano ai governi e, persino, il suo fermo invito a non procedere per decreto su alcune tematiche e contro l’abuso della decretazione si è espressa in maniera da ritenersi definitiva la stessa Corte Costituzionale. E’ lecito attendersi che per coerenza con il suo recentissimo passato, il Presidente della Repubblica Mattarella non consentirà al governo di legiferare per decreto. Indirettamente, ma non per questo meno significativamente, il Presidente Mattarella si troverà a condividere il “perimetro”, meglio l’orizzonte istituzionale, della Presidente Boldrini.
Grave appare che chi, come il Presidente del Consiglio, vuole “cambiare verso” al modo di governare in Italia, faccia ricorso a strumenti, come i decreti, spesso deprecati nel passato, e li accompagni con l’apposizione della fiducia su testi mal redatti e che non potranno essere migliorati dal Parlamento costretto a fare tutto in fretta e furia. Per di più, un Parlamento ingolfato da decreti non ha il tempo non soltanto per esaminarli adeguatamente, ma neppure per approvarli tutti nei tempi richiesti: sessanta giorni. Dopodiché, è una telenovela già vista, il governo incolperà il Parlamento per il ritardo e procederà, pratica controversa e riprovevole, a reiterare quei decreti violando sicuramente lo spirito della Costituzione (e, non poche volte, anche la lettera).
Com’è stato fin troppo spesso, ma correttamente, sottolineato, con la decretazione d’urgenza e con la richiesta di fiducia, il governo non coarta soltanto il Parlamento. Mette di fronte ad un aut aut la sua stessa maggioranza obbligandola a ingoiare procedure sgradevoli per approvare testi nient’affatto sempre urgenti e di buona fattura. Tecnicamente, il governo allarga a dismisura il suo perimetro e comprime in maniera eccessiva e non giustificabile il perimetro del Parlamento e dei Presidenti dei due rami. Non soltanto questo modo di governare produce tensioni e, qualche volta, rischi di ritorsione ad opera dei parlamentari, ma non migliora affatto il funzionamento del sistema politico. Spinge persino a pensare che il Presidente del Consiglio e i suoi collaboratori-ministri non siano sufficientemente sicuri della bontà delle loro idee e delle loro leggi e preferiscano chiederne l’approvazione in blocco piuttosto che accettare, come avviene nelle migliori democrazie parlamentari, lo scrutinio ad opera di deputati e senatori portatori di competenze. Un brutto segnale per l’attuale governo che si vanta di fare le riforme attese da tempo; una pessima prospettiva per chiunque godrà del cospicuo premio in seggi che la legge elettorale in via d’approvazione offre al partito con più voti. Difendere le prerogative (il perimetro) del Parlamento dalle incursioni (prevaricazioni?) del governo significa avere a cuore il confronto democratico.
Pubblicato AGL 10 marzo 2015





