Scontento a cinque stelle

dal mensile mondoperaio n 7/8 luglio/agosto 2014
Nelle elezioni europee del 25 maggio 2014 il Movimento Cinque Stelle ha perso circa due milioni e mezzo di voti rispetto a quelli ottenuti nelle elezioni politiche del febbraio 2013. Tirare in ballo la diminuita percentuale di votanti non cambia la sostanza. Infatti, nel migliore dei casi significa che una parte rilevante degli elettori del 2013 del Movimento hanno deciso di astenersi, vale a dire di non ripetere il loro voto di poco più di un anno prima. I voti contano e si debbono contare. Peraltro, sappiamo che, se il Movimento non fosse stato presente sulla scheda nel febbraio di un anno fa, una percentuale non marginale di elettori non sarebbe andata alle urne. Quindi, il loro “non ritorno”, nonostante l’esistenza di un’offerta politica a Cinque Stelle abbondantemente pubblicizzata, ha un chiaro significato politico. Per quanto fin troppo facili esistono due spiegazioni essenziali per la perdita di voti da parte del Movimento. La prima è che, dagli ex-elettori delle Cinque Stelle come da molti altri italiani, le elezioni europee sono considerate molto meno importanti delle elezioni politiche. Tuttavia, nel caso del Movimento, la violenta campagna di Grillo contro l’Unione Europea e la sua sfida agli altri partiti, in particolare, il PD, superato il quale di un solo voto, il Movimento avrebbe chiesto elezioni anticipate per mandare tutti (il Presidente Napolitano compreso) a casa, avrebbe dovuto mobilitare gli elettori “contro”. La seconda spiegazione è che nel Parlamento italiano e nella società, addirittura nei mass media che, pure, hanno dato enorme e abnorme spazio a qualsiasi elucubrazione, meglio se contorta e assurda, dei grillini, si è diffusa la sensazione che finora i deputati e i senatori delle Cinque Stelle abbiano offerto poca e mala rappresentanza degli interessi e delle preferenze dei loro elettori. Inevitabilmente, questa delusione si è tradotta in astensione. In altri tempi si sarebbe parlato di “voti in libera uscita”. A giudicare dalla percentuale di volatilità (volubilità) elettorale -quasi il 40 per cento degli elettori del febbraio 2013 aveva votato un partito differente rispetto alle elezioni precedenti-, siamo di fronte a una grande quantità di voti che sono in “libera circolazione”. Vanno, non dove li porta il cuore, ma dove li porta l’ira (e qualche volta l’ignoranza) nei confronti dei politici e della politica spoliticata. Quei voti, quegli elettori continueranno, ancora per qualche tempo, fintantoché il sistema dei partiti non si consoliderà in maniera decente, ad andare in giro fra le varie liste. Approderanno temporaneamente un po’ dappertutto, disposti a sperimentare qualsiasi “nuovo che avanza” (anche Matteo Renzi rientra in questa categoria), pronti a cambiare alle prime dolorose fitte provocate dall’ inadeguatezza degli eletti e dallo sconforto personale. Non mancherà nulla di tutto questo nei prossimi mille giorni, l’arco di tempo che, non più tarantolato dalla velocità giovanil-futurista, si è dato il Primo Ministro Renzi.
Naturalmente, i grillini, fra i quali metto un po’ di tutto: Grillo e Casaleggio, i parlamentari, gli attivisti e gli elettori, molti redattori e lettori del “Fatto Quotidiano”, qualche giornalista de “la Repubblica” e del “Corriere della Sera”, esultano per la conquista di Livorno, e ne hanno buone ragioni. Il doppio turno, ballottaggio oppure aperto, consegna agli elettori notevole potere. Prima a Parma poi a Livorno ne hanno fatto ottimo uso. Però, insieme a grandi opportunità, il doppio turno comporta altrettanta incertezza. Eh, no, l’incertezza non è quello che desiderano i grillini (ma non la vogliono neppure Berlusconi e neppure Renzi) che hanno prodotto, non sappiamo su quale base, con quali riferimenti, utilizzando quali testi e quali esperienze (però, non dovrei fare queste domande, imbarazzanti anche per la Ministra Boschi e per i suoi referenti), una proposta di legge elettorale sostanzialmente proporzionale con qualche ammennicolo per dare e per togliere preferenze ai candidati. Non importa entrare nei particolari salvo rilevare che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono tre elementi. Primo, sono, per così dire, difensive. Impediscono a qualsiasi partito di vincere molto (e, comunque, attutiscono l’avanzata anche di chi cresce); consentono a chi perde di perdere poco; facilitano ad entrambi la scelta di non rischiare. Insomma, sono del tutto estranee alla logica dei sistemi elettorali maggioritari: winner takes all (che significa tutto il potere politico-decisionale, fatta salva l’autonomia delle istituzioni non governative, non tutta la roba, tutte le cariche, tutta la comunicazione politica). Con i sistemi proporzionali chi vince prende abbastanza (enough) potere, il resto se lo deve conquistare con proposte e accordi. Dunque, dalla loro preferenza per una legge elettorale proporzionale dobbiamo desumere che Grillo e gli attivisti del Movimento hanno silenziosamente messo da parte la loro smodata (sproporzionata!) ambizione, anche soltanto propagandistica, di diventare il partito di maggioranza assoluta. Vogliono tutelarsi per il futuro cosicché la loro proposta di proporzionale serve soprattutto, forse esclusivamente, a questo obiettivo. Il secondo elemento che tutte le leggi elettorali proporzionali contengono è una netta, forte, sostanzialmente irresistibile, spinta alla formazione di governi di coalizione. Anche con questo riferimento potremmo, dunque, interrogarci se Grillo e Casaleggio non abbiano finalmente deciso di fare politica, ovvero di passare dal “rumore e dal furore che non significano nulla ” (di politicamente rilevante) a esibire un po’ di “metodo nella follia” (tutta farina di Shakespeare).
La richiesta di incontro con il Partito Democratico, tardiva, ma non fuori tempo massimo deve, però, essere eletta anche come un segnale di debolezza. Qualcuno fra i parlamentari e gli attivisti ha capito, quindici mesi di irrilevanza hanno portato qualche consiglio, che con il Partito Democratico, se non lo si sorpassa e distrugge, bisognerà negoziare. Quanto abbiano ottenuto o otterranno non è possibile stabilire al momento. Al massimo è possibile dire che hanno creato un precedente e che i passi successivi potranno essere più facili, magari anche più produttivi.
Il problema dei grillini, i quali, finora, non hanno, fatta salva qualche distorsione del dibattito politico, contato quasi niente, è soltanto come uscire dal non splendido isolamento? Poco meno di una ventina di deputati e senatori hanno già votato con i piedi. Se ne sono andati dai loro gruppi parlamentari, inutilmente inseguiti dagli insulti di alcuni colleghi e dei sempre connessi sul web (ma totalmente sconnessi dalla politica). In verità, si direbbe che Grillo e Casaleggio non abbiano la minima idea di come entrare in gioco. Galleggiano a tentoni, adesso con la legge elettorale, prossimamente con qualsiasi incidente di percorso che la politica italiana offrirà e che il governo, in particolare, alcuni ministri/e incompetenti, riusciranno a provocare. Non tutti quegli incidenti e non sempre potranno essere risolti dal Presidente della Repubblica. Qui entrano in gioco alcuni fattori strutturali che l’effervescenza della politica italiana fa troppo spesso dimenticare ai commentatori e agli stessi politici. Il primo fattore strutturale è rappresentato dal declino di Berlusconi e dalla frammentazione del centro-destra.
Incapace di affrontare il problema fisiologico della sua successione, ma tuttora capace, grazie anche ai suoi pretoriani (il cerchio magico del risotto di Arcore), di impedire il ricorso a qualsiasi procedura anche vagamente democratica, Berlusconi sta trascinando a fondo Forza Italia e l’intero centro-destra. Parte consistente degli elettori cosiddetti moderati semplicemente non gli crede più, ma non pochi di quegli elettori, per il momento a livello locale, fanno qualche convergenza strategica sui candidati delle Cinque Stelle (da Parma alla citata Livorno). Lo sfaldamento del centro-destra spalanca praterie nelle quali anche le Cinque Stelle potranno fare incursioni. Il secondo fattore strutturale lo esprimo facendo ricorso a un detto inglese e capovolgendolo. Poiché nulla ha successo come il successo (nothing succeeds like success), allora la mancanza di successo produce altri insuccessi. Per di più, essendo il Movimento Cinque Stelle assolutamente personalistico, se il suo leader non s’inventa qualcosa di nuovo e di efficace, il declino, lento, oppure drastico, a seconda delle circostanze, è assicurato. Anche i migliori dei giullari perdono la verve, diventano ripetitivi e vedono le loro energie fisiche (e mentali) deperire. Il Movimento da loro creato, alimentato, ma mai consolidato, rischia lo sfaldamento oppure, non so se dire nel migliore o nel peggiore dei casi, finisce per diventare un partitino panda eventualmente protetto dalla proporzionale. Nessun giullare ha eredi designati/bili alla sua altezza. Non basteranno né i meet-up né le consultazioni on-line a risolvere il problema della leadership del Movimento Cinque Stelle.
Il terzo fattore davvero strutturale è rappresentato dalle eventuali, ma probabili perché promesse, dimissioni di Napolitano. La clausola che attiverà le dimissioni del Presidente è quella delle riforme fatte, in special modo la riforma elettorale. Paradossalmente, Grillo dovrebbe contribuire all’approvazione della riforma elettorale sperando di inserirsi nell’elezione presidenziale prossima ventura, magari con esito migliore di quella dell’aprile 2013. Naturalmente, imparata la lezione, potrebbe farlo andando a una discussione preventiva delle candidature presidenziali, non soltanto con gli attivisti, ma, soprattutto, con quello che è il gruppo parlamentare più grande, ovvero il Partito Democratico.
Senza esagerare nell’attribuire raffinata consapevolezza politica ai grillini e ai loro capi, ma neppure al circolo giovanilistico giunto alla guida, pardon, al comando del Partito Democratico, entrambe dovrebbero sapere che si stanno giocando due partite. La prima è quella, classica in Italia e molto nota, dell’esercizio dei poteri di ricatto, di condizionamento, di intimidazione. Grillo sente che questa partita la sta perdendo, ma non sa quali sono i costi del giocare fino in fondo la partita della coalizione che comincia con la dimostrazione di disponibilità. La seconda partita molto più importante e molto più difficile per tutti (meno che, al momento, per Renzi), è quella della ristrutturazione del sistema partitico e della competizione politica. Il termine che gli italiani utilizzano per la seconda partita è bipolarismo. Se Grillo si chiama fuori, e chiama fuori i suoi cacciando fuori i dissenzienti, il rischio è che le grandi intese continuino stancamente riproducendosi a scapito di scelte politiche limpide, responsabilizzate, valutabili dagli elettori. Se Grillo mette i piedi nel recinto della politica competitiva, il suo movimento rischia, proprio così, un ruolo, più incisivo dell’attuale, ma inevitabilmente subordinato al 40,8 per cento del Renzi vittorioso. Aspettare tutta la legislatura per scegliere e agire di conseguenza non si può. Scelta e non scelta annunciano l’ arrivo dell’inverno dello scontento di molti grillini.
Ho una visione: il referendum sul Senato non farà bene al governo Renzi

Sostiene Napolitano, rivolto alle opposizioni allarmate (allarmiste?), che non bisogna agitare “spettri autoritari” contro la riforma del Senato e altre riforme renziane. Sosterrà Napolitano, rivolto al Ministro Boschi, al Presidente del Consiglio Renzi, ai loro solerti costituzionalisti di corte e agli ossequienti giornalisti di regime, che non bisogna agitare “spettri plebiscitari” come stanno facendo molti affannati renziani? Sostenere che, una volta approvata la riforma del Senato, il governo chiederà un referendum costituzionale non è una generosa concessione alle opposizioni. Piuttosto, è una sfida a quelle opposizioni: “si cercassero i voti popolari”. E’ anche una minaccia: il governo butterà sul piatto referendario tutto il suo peso per dimostrare quanto popolare è e quanto rappresentativo dell’elettorato italiano. L’opposizione, contatasi, pagherà il fio.
Però, la Costituzione, che gli improvvisati neo-riformatori stanno cambiando a colpi di maggioranza e tagliando con la ghigliottina, non consente a nessun governo di chiedere un referendum costituzionale. Il precedente del centro-sinistra che, approvata nel marzo 2001 una brutta riforma del Titolo V (tanto brutta che il governo Renzi vuole cambiarla), poi chiese un referendum confermativo e lo vinse nell’ottobre con il 34 per cento dei partecipanti, non è il miglior biglietto da visita. Nell’intermezzo, il centro-sinistra perse alla grande le elezioni politiche del maggio 2001.
Sostiene l’art. 138 che il referendum sulle modifiche costituzionali può (non deve) essere chiesto da un quinto dei parlamentari di una Camera oppure da cinquecentomila elettori oppure da cinque Consigli regionali. Non c’è menzione del governo. Nei modi e con i toni usati da Boschi, Renzi e i loro zelantissimi parlamentari e giornalisti, un referendum costituzionale chiesto dal governo – fuori dalla finzione che sarà il PD a imporre ai suoi parlamentari la disciplina di partito (Serracchiani la vorrebbe imporre anche al Presidente del Senato), che sarà il PD a raccogliere le firme dei cittadini, che saranno i Consigli regionali dove il PD ha la maggioranza a esprimersi a favore del referendum – , si configura come una domanda semplice “siete a favore o contro il governo?” Sostiene chi conosce la storia e la dinamica delle consultazioni popolari di questo tipo sa che la campagna elettorale e l’evento non configurerebbero un referendum, ma un plebiscito. Chi non può “agitare” riforme fatte bene, agita qualche spettro plebiscitario.
Pubblicato su Futuroquotidiano.com 26 luglio 2014
I referendum chiesti(imposti?)dai governi si chiamano plebisciti

A riprova della sua superficialità costituzionale, il Ministro delle Riforme Istituzionali Boschi ha annunciato che il governo chiederà il referendum sulla riforma del Senato. Nonostante le capriole interpretative di troppi giuristi di riferimento (di corte?), l’art. 138 non contempla la possibilità per il governo e neppure per la maggioranza di chiedere un referendum costituzionale. Possono chiederlo, se lo desiderano, purché la riforma non sia stata approvata dai due terzi dei parlamentari, un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali.
I referendum chiesti (imposti?) dai governi si chiamano plebisciti.
Gianfranco Pasquino, Bologna
Lettera al Corriere della sera pubblicata il 26 luglio 2014
Tagliole, ghigliottine e paralisi
La riforma del Senato deve avere qualche problema serio. Il testo, già abbondantemente rivisto rispetto alla sua stesura iniziale, è finito proprio nella palude di migliaia di emendamenti dai quali non uscirà, come vorrebbe il velocissimo Matteo Renzi. A suo sostegno, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo, credo proprio che sia il verbo giusto, addirittura il Presidente della Repubblica. Colui che è stato uno dei più convinti e coerenti “parlamentaristi” italiani ha affermato che è da tempo che il bicameralismo paritario (non, per favore, “perfetto”) deve essere riformato. Preoccupato dalla paralisi parlamentare, il Presidente, che pure ha conosciuto non pochi ostruzionismi quando era deputato, mercoledì ha addirittura convocato il Presidente Grasso per invitarlo ad accelerare. Martedì, in un altro discorso, curato, come solo lui sa fare, in ogni particolare lessicale, Napolitano aveva smentito qualsiasi scivolamento autoritario a effettuare il quale non sarà certamente sufficiente nessuna riforma del Senato. Sul punto, il Presidente ha sicuramente ragione, ma coloro che denunciano involuzioni autoritarie guardano al quadro complessivo che include anche la legge elettorale nel testo approvato dalla Camera e alle maggiori difficoltà con le quali i cittadini potranno accedere al referendum.
Curiosamente, proprio i giornalisti parlamentari ai quali Napolitano ha espresso le sue posizioni istituzionali, hanno messo in secondo piano le severissime critiche presidenziali alla legge elettorale. Infatti, nel resoconto virgolettato del “Corriere della Sera” (non un quotidiano di opposizione dura e pura), si legge che il Presidente ha dato per scontato che il testo approvato alla Camera venga “ridiscusso con la massima attenzione per criteri ispiratori e verifiche di costituzionalità che possono indurre a concordare significative modifiche”. Se qualcuno sostenesse che il Presidente Napolitano, al quale spetterà poi di promulgare la legge, ha affossato l’Italicum nella sua versione attuale, sarebbe vicinissimo al vero. E’ possibile che l’intenzione di Napolitano fosse di far sapere al Presidente del Consiglio Renzi che, invece di flettere i muscoli in estenuanti prove di forza, di piazzare tagliole e di proporre ghigliottine agli emendamenti dei senatori, farebbe meglio ad andare a qualche trattativa anche perché nella legge elettorale molte modifiche saranno indispensabili.
Da sempre Napolitano ha detto di preferire che, per fare le riforme istituzionali, si produca un’ampia convergenza, mentre, fin dall’inizio Renzi ha scelto la strada della piccola convergenza con Berlusconi e con il suo ancor più rimpicciolito partito dopo le elezioni europee. I Senatori di Forza Italia non sembrano convintamente convergenti cosicché l’eventuale maggioranza riformatrice finisce per essere appesa a pochi voti. Al Senato non si sta combattendo una battaglia, come si dovrebbe, per fare cambiare verso all’Italia. La battaglia ha una posta più grande e sostanzialmente sbagliata: non perdere la faccia. Renzi sostiene di avere ottenuto un mandato dal 40,8 per cento di elettori che lo hanno votato alle Europee, ma che, appunto, erano le elezioni per il Parlamento europeo, non per la riforma del Senato italiano. Gli oppositori della riforma non stanno semplicemente difendendo posto di lavoro e indennità, una brutta accusa formulata dal Presidente del Consiglio e dai suoi zelanti sostenitori. La maggioranza di loro hanno una storia politica che può chiudersi in questa legislatura poiché dispongono di una professione alla quale tornare. Gli oppositori stanno proponendo una riforma diversa che, in maniera tutt’altro che truffaldina o episodica, coinvolga anche la Camera, sicuramente ipertrofica e mai impeccabile nel suo funzionamento, come sa Napolitano che ne fu Presidente (1992-1994). In assenza di una legge elettorale decente e nel semestre europeo di presidenza italiana, la minaccia di un ritorno alle urne è spuntata. Nessuna tagliola e nessuna ghigliottina: meglio un saggio ritorno al confronto su pochi punti.
Pubblicato circuito AGL il 25 luglio 2014
#economiststaisereno L’Italia si salverà
Ci saremmo aspettati più fantasia e più humour dal settimanale che per tutti noi è l’autorevole “Economist”. Si è accorto, ma non ci voleva molto, che l’Italia è un paese troppo grande per lasciarlo fallire. Le onde alte, un vero tsunami, che conseguirebbero allo sprofondamento dell’Italia nel Mediterraneo arriverebbero con esiti disastrosi non soltanto alle bianche scogliere di Dover, ma nel bel mezzo della City. Lì non sono pochi gli operatori economici italiani che trafficano allegramente e il colpo sarebbe duro, ma salutare. Prima gli inglesi si accorgono che parte della loro prosperità dipende proprio dai soldi che gli Europei al di qua della Manica investono e scambiano nelle contrattazioni nella swinging London, meglio sarà. Debbono fare molta attenzione i giornalisti dell’Economist perché, da un momento all’altro capiterà loro fra capo e collo il columnist dello Evening Courier (qui, nello stivale, lo chiamiamo “Corriere della Sera”) che lancerà l’operazione Truth. All the Truth. Nothing but the Truth. Allora dalla City saranno obbligati a raccontarcene delle belle, magari la verità anche sulle loro banche.
Ancorché autorevole, l’Economist si sottovaluta ovvero, meglio, sottovaluta l’Unione Europea e persino il giovane e dinamico Premier italiano. Sostiene il settimanale inglese che l’Italia è un paese “troppo grosso per salvarlo”. Molti di noi, pure anglofili, riteniamo che l’Italia sia un paese di medie dimensioni sotto lo stellone che sovrintende ai nostri destini. Pensiamo, non egoisticamente, di non essere l’unico paese da salvare, dentro e fuori la zona Euro. Crediamo che, per esempio, occorra salvare il Regno Unito dal referendum secessionista della Scozia, dall’UKIP di Farage, dalla politica, non della sedia vuota, ma del vuoto di idee del suo Primo Ministro Cameron. Lui ha già perso nella sua opposizione a testa bassa contro Juncker. Noi saremo, perhaps, più attenti nell’appoggiare una candidatura giovane, inesperta, di non accertata competenza. Il punto, però, è che noi, cioè, gli italiani, quando riusciamo a stare fermi, cerchiamo di fare i compiti a casa. Li facciamo in fretta prima di tornare a guardare Peppa Pig. Gli errori lasciamo che ce li correggano il Commissario all’Economia e, spesso, in via informale, il Presidente Napolitano (che, in quanto migliorista, ha molta esperienza nella correzione di rotte e di compiti).
Rassicuriamo, infine, l’Economist. Salvarci ci salveremo, ma il problema non è quello. Il problema italiano è che, soltanto il Premier corre, da solo, nessuno lo insegue. Il resto del paese galleggia galleggia galleggia “con le pinne il fucile e gli occhiali”. Nella mente di qualcuno di noi qualche volta sorge l’inquietante dubbio se galleggiare possa essere sufficiente. Attendiamo la risposta, caro “Economist”, dal vostro prossimo pensoso e pungente editoriale.
*Autorevole costituzionalista, Walter Bagehot fu il fondatore e a lungo il direttore dell’Economist. La rubrica del settimanale che tratta temi istituzionali è tuttora firmata, collettivamente,con il suo cognome.
Pubblicato il 24 luglio 2014 su Futuroquotidiano.it
Ho avuto una visione. La politica del futuro

L’aveva aspettata da molta tempo la politica del futuro. Se l’era immaginata tutta tecnologica, argentata, dotata di luce propria. Qualche settimana prima aveva visitato uno store della Apple dove a uomini e donne della sua età era consentito di intravvedere il profilo di quella politica sfiorando uno schermo. Sì, in qualche modo, poteva dire di averla già toccata. Chattando con alcuni conoscenti incontrati facendo surf e twittando, aveva scoperto una certa insoddisfazione per i meet-up (utilizzati qualche decennio prima da un movimento di grilli in un paese dello stivale chiamato Italia), per le piattaforme digitali, per i tweet lanciati nel vuoto delle coscienze e delle conoscenze. Quello era un “popolo” di terribili semplificatori, dominato da giovani veloci, nutriti di Peppa Pig (pippa bag), che si facevano molte decisioni al giorno, nessuna costosa. Era sufficiente sfiorare uno schermo. Ce n’erano un po’ dappertutto, anche in strada, anche nelle piazze che oramai tutti chiamavano agorà. Peraltro, molti soffrivano da tempo di agorafobia. Si eleggevano così anche i parlamentari che, non sapendo nulla della Rivoluzione francese, si facevano chiamare “cittadini”, rimanevano in carica per un week.end, poi si tenevano nuove e rapide elezioni a costo zero. I più anziani ricordavano un fiorentino che, con le mani in tasca, aveva sconfitto la casta più temibile quella dei Min (alcuni dei quali, giornalisti, erano bellicosissimi). La vecchia politica.
Travolto dai ricordi alquanto confusi — a scuola la storia non si insegnava più da tempo, la Costituzione era stata ridotta a tre articoli di poche righe: 1. The winner takes all; 2. Né scienza né coscienza, solo disciplina di clan. 3. Più gazebos per tutti, il Presidente Napolitano aveva smesso di predicare da tempo–, si accorse che una elegante signora gli si stava avvicinando. Sorrideva discretamente. Con un leggero inchino, lui le tese mano e lei disse: “il mio nome è Politicadelfuturo”. Le rispose che la stava aspettando da qualche tempo. Cominciarono un dialogo fitto. Lei introdusse subito il concetto di etica, della responsabilità e della convinzione, citando Max Weber e Norberto Bobbio. Lui riconobbe i nomi poiché aveva visto diversi libri del genere nella biblioteca di suo padre. Lei continuò accennando alla fiducia fra persone, sostenendo che la credibilità si misura sul rapporto fra promesse e prestazioni. A lui, la parola “prestazione” produsse un po’ di ansia. Lei se ne accorse e, per curarlo, gli disse che la leadership carismatica fa la sua weberiana comparsa proprio in situazioni di ansia collettiva. Non bisogna averne paura, ma sapersene liberare dopo averla sperimentata (sia la leadership sia l’ansia).
“Nativo digitale”, lui voleva interrogarla sulle piattaforme, sull’agorà, sui novissimi media convinto che lei, la politica del futuro, saprebbe produrre altre innovazioni, andare oltre. Si era fatto tardi. Senza fretta, lei gli confidò quale era la sua natura e quale la sua predicazione di fondo, essenziale. I suoi antenati venivano da una piccola città stato chiamata Atene. Il suo manifesto era un discorso di Pericle, facilmente scaricabile da Google. Non c’erano segreti. I discendenti di quella politica, uomini e donne di buona volontà, di buone letture, di buone intenzioni, si incontravano di persona ogniqualvolta lo desideravano, si scambiavano idee e opinioni, facevano proposte, trovavano soluzioni, spesso condivise, qualche volta conflittuali, le affidavano a persone da loro scelte con il voto (ciottoli bianchi, neri e di vari altri colori), verificavano l’attuazione di quelle decisioni e periodicamente, né troppo di frequente né troppo raramente, sostituivano gli esecutori delle decisioni. La politica del futuro, gli disse, sarà, come adesso tra noi, un rapporto faccia a faccia, fra persone che non soltanto ci mettono la faccia, ma anche la perdono, con i migliori fra loro che si guardano in faccia, credibili, affidabili, sostituibili. Entrarono in un bar e ordinarono due bicchieri di ouzo.
Pubblicato il 17 luglio 2014 su Futuroquotidiano.it
La luna in cielo e la coscienza in Senato

Me li ricordo bene quei cento parlamentari laburisti che una decina di anni fa scattarono in piedi uno ad uno a Westminster per negare il voto al loro popolarissimo giovane e veloce Mr Prime Minister che imponeva al Regno Unito di andare in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. No, quella guerra non era stata decisa in nessun Congresso di partito. Non era stata preannunciata in nessuna campagna elettorale. Non era neppure (sic) soltanto un problema di coscienza, che, secondo la vice-segretaria del PD non si può chiamare in causa quando si riforma quel piccolo particolare che si chiama Costituzione. I parlamentari laburisti che, senza ombra di dubbio, ne sanno più di Serracchiani, Guerini e Moretti, sostenevano la loro coscienza con la scienza: non c’erano prove convincenti dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Sarebbero arrivate con gli americani di quel genio di Bush.
Non siamo inglesi. Qualcuno, però, potrebbe, studiando, cercare di diventarlo. Allora, impareremmo che la disciplina di partito può essere invocata su tutte le materie contenute nel programma elettorale con il quale quel partito (che, incidentalmente, non era ancora il “partito di Renzi”) ha chiesto e ottenuto voti, ha eletto parlamentari e ha avuto un mandato. Sì, il partito, e quindi il suo leader, ha avuto un mandato a tradurre quel programma, non le cose che si sono inventate i renziani e i loro costituzionalisti fiancheggiatori, in politiche pubbliche. Sì, chi dissente dalle politiche pubbliche che discendono dal programma del partito deve essere richiamato alla disciplina di partito, cum grano salis (espressione che non si ritrova né negli episodi di Peppa Pig, ma me ne faccio subito una ragione, né nella narrazione di Telemaco). No, la disciplina di partito non può esistere né quando si votano le persone, a maggior ragione se si tratta del Presidente della Repubblica, il quale non rappresenta un partito, nessun partito, ma l’unità nazionale (lo dice la Costituzione), o si tratta dei giudici costituzionali, nè quando si cambia la Costituzione.
Già, è durissima pensare che i parlamentari dissenzienti, tutti, come i loro colleghi sdraiatamente acconsenzienti, nominati da tre o quattro dirigenti di partito e da loro, in percentuali sicuramente diverse, rinominabili, siano in grado di farsi forti di una loro personale rappresentanza politica di elettori che condividano posizioni e preferenze che non hanno potuto esprimere nella campagna elettorale e che neppure possono andare a spiegare (e non soltanto perché sono francamente inspiegabili!) con la legge elettorale vigente e con quella prossima (s)ventura. Però, se la loro “scienza”, ovvero la conoscenza della Costituzione, è superiore a quella dei ministri di Renzi e dei suoi vice-segretari (in verità, non sembra volerci molto), allora bisognerà/ebbe tenerne conto. La scienza si accompagna, Serracchiani #stiaserena, alla coscienza poiché cambiare le regole del gioco costituzionale imponendo ai cittadini una chiara, netta e brutale riduzione di rappresentanza è effettivamente un problema, una scelta che riguarda proprio la coscienza. Soltanto parlamentari incoscienti e senza scienza, quindi preda dei costituzionalisti di Boschi e Renzi, e, loro sì, inclini a pensare in termini di indennità che solo il voto richiesto continuerà a garantire, possono votare un pasticcio che squilibrerà insieme all’Italicum (mai preso in considerazione il Tedescum? e l’ottimo Gallum di Astérix?)* tutta l’architettura costituzionale. Verranno ricompensati. Forse dovrei dire meglio: “indennizzati”, proprio perché non avranno dato buona prova di sé. No, davvero, non sono inglesi. Non corrono il rischio di diventarlo. Sono renziani.
*Peccato che quei “simulatori” del “Corriere della Sera”, 14 luglio, p. 8, non facciano riferimento a nessuno dei due sistemi elettorali che funzionano meglio in Europa.
Gianfranco Pasquino, probabilmente non è Professorone, sicuramente è Emerito di Scienza Politica, Università di Bologna. Per fortuna sua e di altri, non è mai stato preso in considerazione né per i Saggi né per i consessi dei costituzionalisti di riferimento.
Pubblicato il 16 luglio 2014 su Gazebos.it
Damocle senza spada

Il testo di riforma del Senato che pone fine al bicameralismo italiano paritario (per carità, si smetta di definirlo “perfetto”) è sicuramente perfezionabile. Appunto. Mi limito ad un paio di piccole osservazioni e ad un’osservazione più importante. I cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (in base a quali criteri?) per sette anni (affinché, presumo, ogni Presidente goda di questo privilegio) c’entrano come i cavoli a merenda se il Senato deve diventare camera di rappresentanza delle autonomie. Seconda osservazione: anche i sindaci, in qualsiasi modo saranno selezionati, hanno pochissimo a che fare la logica delle autonomie, peraltro malintesa anche se, fortunatamente, il prossimo Senato seppellirà il discorso sul federalismo degli opportunisti (i leghisti e tutti coloro che per più di un decennio li hanno inseguiti lungo una strada che non portava da nessuna parte). L’osservazione a mio vedere più importante riguarda il potere e il prestigio di una camera di second’ordine, pardon, di elezione indiretta, alquanto pasticciata nel testo (nient’affatto modellato sul virtuoso Bundesrat) che sarà in aula lunedì.
Passata la, probabilmente non elevata, eccitazione di farne parte per la prima volta, i neo-senatori si chiederanno che senso ha il loro doppio lavoro (dopolavoro?), rivendicheranno poteri, cercheranno di farsi valere nei confronti di quanto viene fatto dalla Camera dei troppi deputati. Alcuni di loro si adopereranno con voti, azioni e omissioni per essere ri-selezionati dai capi dei partiti regionali. Dopodiché: altro che assenza di vincolo di mandato! Dalla discussione nell’aula del Senato che c’è vedremo se l’esistente assenza di vincolo di mandato informa i comportamenti dei senatori, che non sono né gufi né cinesi di qualsiasi dinastia e che non possono mai, ma proprio mai, essere richiamati ad una ferrea disciplina di partito che non può assolutamente essere imposta in materia di riforme costituzionali. Due letture delle due camere saranno lunghe e, si spera, feconde, senza ultimatum privi di senso e di prospettive. Temo che urgenze e scomuniche traggano cattivo alimento dall’inquietante partenza della riforma sia della legge elettorale sia del Senato.
A volte sembra che quello che conta, come si affannano a spiegarci troppi commentatori che non se ne intendono, è se il patto del Nazareno tiene piuttosto che se le riforme sono buone, funzioneranno, non produrranno squilibri, ma semplificazioni controllabili, verificabili, migliorabili. Ancora più inquietanti sono i messaggi non tanto subliminali che vengono dai collaboratori del principale contraente del patto con il non ancora Presidente del Consiglio Renzi. Come contropartita, non esplicitamente richiesta, del suo operare da genitore delle riforme (“padre della patria” mi sembra un tantino esagerato)per il paese che ama, Berlusconi si attende una qualche forma di salvacondotto o grazia o indulto. Sono vago come le sue non formulate richieste che qualcuno, sicuramente “demonizzatore”, ardirebbe definire impunità. Il passare del tempo e, forse, il cumularsi di sentenze a lui sfavorevoli consentono ai suoi consiglieri e al suo Giornale di ventilare il ritrarsi di Berlusconi dal patto del Nazareno se non ne scaturirà qualcosa di positivo per lui.
Quel patto non diventerà comunque, né per Renzi né per coloro che vogliono le riforme, un patto di Damocle poiché la spada berlusconiana è quasi priva della forza che soltanto gli elettori, declinanti, potrebbero conferirgli. Bruttissima, però, rimane, se non la prassi, la supposizione che il patto contempli uno scambio: accettazione delle riforme (in particolare della proposta di riforma elettorale che è la più simile alla legge da lui voluta nel 2005) in cambio di interventi incisivi, decisivi a suo favore, sulla giustizia, meglio sui giudici (i quali, dal canto loro, stanno facendo del loro meglio per buttarsi discredito l’uno contro l’altro, in qua e in là). Tutto alquanto deplorevole.
Pubblicato su l’Unità domenica 13 luglio 2014
Così si dimette un buon “vecchio” Presidente
Con le improvvise e amareggiate dimissioni di Vasco Errani dalla Presidenza della Regione Emilia-Romagna esce di scena l’ultimo importante esponente dei bersaniani. Nella rete di rapporti definita “tortello magico” che ha appoggiato Bersani, la figura di Errani, per esperienza, solidità, sobria autorevolezza, potere istituzionale, costituiva un elemento centrale. Condannato in appello per un finanziamento regionale forse deliberato in maniera impropria ad una cooperativa fino a poco tempo prima presieduta da suo fratello, Errani ha preferito non attendere l’esito del ricorso in Cassazione. Se n’è andato prima dell’eventuale condanna definitiva, oppure assoluzione liberatoria, per non creare nessun problema all’istituzione, la Regione Emilia-Romagna, al governo della quale non avrebbe potuto operare con pienezza di poteri.
La sensibilità istituzionale e l’etica politica di Errani contrastano con la quasi totalità dei comportanti degli uomini politici italiani, compresi altri Presidenti di regione, ma anche con quelli di alcuni consiglieri regionali della stessa Emilia-Romagna inquisiti per il classico “inconveniente” di un non limpido (è un eufemismo) percorso di rimborsi alle loro molto poco giustificabili spese. Di più: Errani ha anche respinto gli inviti, sembra pressanti, certamente inquietanti e deplorevoli, a rimanere in carica in questo delicato periodo, che gli sono venuti dalla leadership nazionale del Partito Democratico, in questo caso, tutt’altro che veloce nel richiedere l’applicazione del codice etico. Poiché Errani ricopre anche la carica di Presidente della Conferenza Stato-Regioni, il suo ruolo, la sua competenza, le sue doti di equilibrio rischiano di venire meno proprio quando più servirebbero per giungere ad una riforma decente del Senato nel quale i Consiglieri regionali prossimi venturi dovrebbero ottenere compiti tutt’altro che irrilevanti.
Le conseguenze istituzionali e politiche delle dimissioni di Errani sono molte e tutte significative. Eletto dai cittadini, nessun Presidente di regione può essere sostituito senza una nuova consultazione elettorale. E’ teoricamente possibile per l’Emilia- Romagna essere ricompresa nella tornata elettorale prossima che riguarderà molte regioni a statuto ordinario che, contrariamente a Lazio e Lombardia, travolte da scandali, e dal Piemonte, rovesciata da brogli elettorali, andranno alle urne nella primavera del 2015. Altrimenti quella che è stata la più stabile e solida regione italiana, governata da Errani per quasi quindici anni, potrebbe subire l’onta del Commissariamento sulla brutta scia del comune di Bologna, commissariato dal febbraio 2010 per più di un anno. La cronica e deplorevole debolezza del centro-destra emiliano-romagnolo non è in grado di presentare nessuno sfidante politico decente, ma, proprio per questo, la corsa alla successione di Errani sembra già cominciata non proprio ottimamente.
La vecchia, ma sostanzialmente efficace e capace di buongoverno, nomenklatura emiliano-romagnola è già da qualche tempo saltata sul carro di Renzi e vi ha trovato comodo posto. Si stava posizionando per l’elezione del nuovo segretario regionale e adesso ha a disposizione anche la Presidenza della Regione. L’affollamento delle candidature è notevole. Qualcuno attende nomine e benedizioni, magari velocissime, dall’alto. Altri si posizionano senza troppo curarsi di formulare qualche proposta programmatica non soltanto nuova, ma migliore di quanto la “vecchia” politica ha fin qui fatto in una regione che rimane all’avanguardia. Non restano che le primarie, preferibilmente senza predesignati fra i renziani della seconda, della terza e… della penultima ora (della prima ora non ce ne sono proprio: nessuno volle rischiare nel 2012), aperte, trasparenti, competitive, per uscire dal pesante neo-conformismo renziano e inaugurare una fase davvero riformista. Sarebbe il modo migliore per riconoscere e valorizzare l’autonomia regionale e per dare impulso alla politica post-nomenklatura e post-rottamazione.
Pubblicato Agl 10 luglio 2014
La scomunica e il sedicente onore
Uomini d’onore. Così si autodefiniscono e vogliono essere chiamati i boss della mafia e della ‘ndrangheta. Meno ipocriti, forse, i camorristi non aspirano a tanto. Per i sedicenti uomini d’onore il primo impegno solenne è l’omertà: tacere nomi, fatti, complici e azioni criminose. Ne va della forza e della solidità dell’organizzazione. Chi parla mette in pericolo tutti; quindi, va subito soppresso. E’ una lezione per tutti. Da qualche tempo viene impartita anche, in maniera “trasversale”, alle donne e ai bambini. L’onore deve essere costantemente riconosciuto e omaggiato davanti a tutti, in pubblico. In questo modo viene anche esteso e potenziato. La sosta e l’inchino della Madonna in processione a Oppido Mamertina di fronte alla casa del vecchio boss della ‘ndrangheta locale non è stato soltanto un omaggio da parte del parroco suo cugino primo. Non era soltanto il probabile ringraziamento per voti ricevuti del sindaco eletto quaranta giorni fa. Ha costituito un modo ottimo per riconoscere e onorare il potere politico, sociale, economico (quanti “favori” avrà fatto nella sua carriera quel vecchio boss!) e criminale del boss.
“Siete scomunicati” ha intimato Papa Francesco con voce alta e ferma proprio in Calabria due settimane fa. Dopodiché, duecento detenuti in un carcere del Molise si sono rifiutati di andare a messa prendendo atto, forse senza saperlo, che dimostrano di avere una concezione del tutto strumentale, profana, della religione. Se non se ne possono più servire, allora tanto vale astenersi dalle funzioni. Il parroco di Oppido Mamertina crede, invece, che l’inchino della Madonna serva, eccome, a ribadire che il suo cugino boss è uomo d’onore. Si esime palesemente e consapevolmente dal tradurre l’invettiva del Papa in pratica quotidiana. Certamente, non soltanto nei piccoli comuni sotto il controllo della criminalità organizzata, i parroci correranno molti rischi nel dare attuazione alla scomunica, ma saranno coerenti con il messaggio portato da Cristo, a cominciare dal comandamento “non uccidere”.
Agli scomunicati vanno negati i sacramenti. Tuttavia, credo che non debbano essere in questione né il battesimo né la comunione e la cresima dei figli dei boss perché le colpe dei padri non vanno fatte ricadere sui figli. Sarebbe sbagliato, ma anche controproducente creando indebite simpatie per i discriminati. Ai boss della mafia, della ‘ndrangheta, della camorra vanno interdetti due sacramenti che colpiscono loro personalmente e che hanno notevoli ricadute sul loro onore e sulla loro stessa attività. Ai boss riconosciuti e conclamati, resi tali da condanne passate in giudicato, ma anche da processi in corso per fatti efferati, i preti non consentiranno né i matrimoni in Chiesa né i funerali religiosi. Nei matrimoni gli invitati riconoscono in maniera palese l’importanza e il ruolo dei boss. Insieme ai funerali religiosi, i matrimoni costituiscono uno dei luoghi d’incontro privilegiati dei criminali, a ogni livello di carriera, e degli aspiranti che si scambiano informazioni e stabiliscono le gerarchie. Per quanto formale e strumentale sia la religiosità dei boss e delle loro famiglie negare prima l’estrema unzione, poi la cerimonia religiosa è più di uno smacco. Venga intesa o no come anticipazione di una condanna all’inferno, il rifiuto del funerale religioso è un colpo durissimo e irrimediabile inferto al malposto “onore” del defunto e della sua famiglia.
Molti preti, non soltanto i collusi e i timorosi che, lo sappiamo (e lo sanno anche sia i mafiosi stessi sia i “fedeli”) sono purtroppo ancora non pochi, faranno fatica a convincersi che adesso tocca anche a loro combattere la battaglia contro la criminalità organizzata. Con la dignitosa e immediata fermezza dimostrata dai carabinieri di Oppido Mamertina e con il sostegno di quella parte della popolazione che vuole liberarsi dal pesante giogo della mafia e della ‘ndrangheta, godendo anche della benedizione papale, quei preti non saranno lasciati soli e potranno dare un contributo determinante (finora, spesso mancato) alla sconfitta delle organizzazioni criminali.
Pubblicato Agl 8 luglio 2014
