Da Borgo Panigale a Stoccolma (e ritorno) #biografia #Adriana Lodi
Introduzione a:
Adriana Lodi, Laura Branca, Raccontami una favola vera. Adriana Lodi: biografia di una politica, Imola, Bacchilega Editore, 2021, pp. 11-15
Il riformismo viaggia nel tempo e nello spazio sulle gambe degli uomini e delle donne. Il riformismo può essere l’impegno di una vita. Certamente cambia la vita degli uomini e delle donne, in meglio. Adriana Lodi racconta molto sobriamente (ma con qualche reticenza) la sua vita in questa autobiografia, scritta con la preziosa collaborazione di Laura Branca, dando non solo la precedenza, ma la supremazia a quanto ha fatto e a come lo ha fatto cercando per l’appunto di introdurre cambiamenti in un ampio arco di politiche sociali in Italia. Non è una favola, nel senso di avvenimenti immaginari e fantastici, ma sono corposi tasselli di fenomeni reali. Di volta in volta il racconto riguarda e si sofferma su innovazioni importanti che molti pensavano irrealistiche e molti ostacolavano, ma che Adriana perseguiva con ostinazione e convinzione fine a conquistare il sostegno necessario. Temprata nelle circostanze difficili del fascismo e di un contesto caratterizzato da poca disponibilità di mezzi, ma grazie ad un famiglia che la appoggia dalla quale trae affetto e approvazione, l’adolescente Adriana sentì quasi da subito la necessità dell’impegno a migliorare le sue condizioni di vita insieme a coloro che le condividevano. Lo fa perché animata, senza rancori e invidie, senza motivazioni di rivalsa, dal desiderio di trovare rimedi a situazioni di ingiustizia sociale. È un’ingiustizia che colpisce i lavoratori subalterni, i bambini, le donne (ma Adriana non è sicuramente una protofemminista e l’idea della separatezza fra uomini e donne le è del tutto estranea), gli anziani. Lo ha fatto perseguendo, uso un termine appropriato, ma che so essere anacronistico, la pratica dell’obiettivo.
Di volta in volta l’obiettivo da perseguire e, quel che più conta, conseguire scaturiva dalle condizioni reali di lavoro e di vita sperimentate da Adriana e dalle molte altre persone con cui si rapportava, lei era una di loro, nelle varie attività. Lì sentiva, imparava, tentava di trovare le soluzione. Da operaia consapevole a sindacalista “di base” il passo fu relativamente facile. Con il sindacato, grazie alla sua capacità di lavoro, al suo impegno, alle sue doti personali quasi naturalmente iniziò il suo cursus honorum. Immagino che leggendo questa espressione Adriana abbia un moto di leggera insofferenza e allora aggiungo subito convintamente che non v’è traccia nelle sue memorie e in quello che qui rivela di nessuna ambizione personale di puntare ad una carriera di qualsiasi tipo. In effetti, successe ad Adriana e probabilmente a molti altri, uomini più che donne, che, grazie allo stretto legame (forse “cinghia di trasmissione”, ma spesso la “trasmissione” funzionava da entrambi i lati) fra sindacato e partito, i sindacalisti considerati più bravi venissero reclutati dal partito, in cariche interne, ma anche facendoli eleggere nelle amministrazioni comunali e provinciali. In quei luoghi portavano la loro competenza acquisita, le loro esperienze, la loro voglia di fare. Conosciamo i casi di successo, Adriana è uno dei migliori, ma sappiamo poco di quelli/e che mostrarono i loro limiti e che si persero per strada. Infatti, il partito, molto più che il sindacato, sapeva svolgere un’opera di reclutamento e di selezione, consapevole di quanto fosse in gioco che dipendeva proprio dagli uomini e dalle donne alle quali offriva opportunità che dovevano costantemente dimostrare di sapersi meritare.
Il partito era il Partito Comunista Italiano. Adriana vi si iscrisse giovanissima neanche quindicenne: “nel cortile in cui abitavo tutte le famiglie erano iscritte al PCI”. Peraltro, in quegli anni i confini fra il sindacato, la CGIL e il Partito comunista erano, soprattutto, in alcune regioni e città italiane, molto permeabili. L’Emilia-Romagna, ma ancor più Bologna, che stava diventando la vetrina del comunismo italiano, erano i luoghi dove i rapporti sindacato/partito risultavano più stretti e benefici. Da allora, i cambiamenti sono stati tali che Adriana si limita a farci sapere che nel 2013 non ha rinnovato la tessera del partito successore perché non si è più “sentita riconosciuta nel partito”. Non posso trattenermi dall’affermare che nel non troppo degno successore del PCI di persone come Adriana non se ne trovano molte e che il cursus honorum dei dirigenti democratici non è neppure minimamente comparabile con quello dei dirigenti e dei parlamentari del PCI.
Nel 1960 l’esperienza maturata e le attività svolte da Adriana la resero visibile e molto apprezzata tanto che fu candidata al Consiglio comunale e le fu affidato l’assessorato all’Anagrafe nella giunta del popolarissimo sindaco Dozza e, in seguito, ai servizi sociali. Per approfondire queste tematiche Lavorando alla fondazione degli asili nido Adriana fu inviata ad una Conferenza internazionale a Copenaghen. Ne approfittò, grazie ad un cugino per andare a Stoccolma (di qui il titolo, non del tutto scherzoso, della mia prefazione) a vedere come funzionavano gli asili nido. In verità, i comunisti italiani avevano sempre snobbato le esperienze socialdemocratiche del Nord. Non potevano ovviamente negare che in quei paesi ci fossero molte cose che funzionavano benissimo, che consentivano a uomini e donne di avere ottime condizioni di lavoro e un vita resa più facile da un’efficiente e ampia offerta di servizi: dalla culla alla tomba. Ma, insomma, sostenevano i comunisti italiani, quelle politiche socialdemocratiche non miravano a cambiare il capitalismo, a fuoruscirne. Al contrario, lo rafforzavano, lo rendevano più solido e efficace. Era, dunque, giusto che il PCI cercasse in autonomia una terza via, fra la socialdemocrazia e il comunismo sovietico, del quale si parlava il meno possibile e rispetto alla cui natura e struttura in privato i dirigenti del PCI manifestavano non poche preoccupazioni. Quella terza via, se c’era, non condusse da nessuna parte.
Ad Adriana le non proprio sottili, spesso pesanti dispute paraideologiche non interessavano affatto. Il suo forte era un altro, schiettamente e serenamente riformista: individuato un problema che complicava la vita delle donne, dei bambini, delle famiglie, degli anziani, di coloro che avendo lavorato a lungo in condizioni difficili si meritavano di vivere gli ultimi anni con una pensione dignitosa, era (continua a essere) imperativo trovare, non una qualsiasi soluzione, ma quella più adeguata. Parafrasando Che Guevara (nel testo è riportato uno scambio di lettere fra Adriana, nominata fra i rappresentanti italiani che tenevano i rapporti fra Italia-Cuba, e Fidel Castro): “il dovere di qualsiasi riformista [rivoluzionario] è fare le riforme [fare la rivoluzione]”. Come assessore e come parlamentare Adriana ha adempiuto pienamente al suo dovere.
Giunta per la prima volta alla Camera dei deputati nel 1969 subentrando a Luciano Lama che aveva dovuto lasciare il seggio per l’incompatibilità stabilita dai sindacati con le cariche nelle loro organizzazioni, l’on. Lodi è stata rieletta cinque volte terminando la sua esperienza nel 1992. Probabilmente, non si accorse mai di essere entrata a far parte di quella che è oggi impropriamente e inopportunamente definita Casta! In verità, il PCI aveva la sua regola dei due mandati. Farne solo uno significava che ci si era dimostrati inadeguati, ma farne tre significava che il giudizio dei dirigenti del gruppo parlamentare e, in ultima e decisiva istanza, quello decisivo degli organismi del Partito era più che positivo. Lascio ai lettori valutare che significato abbia essere eletti e ri-eletti per cinque volte! Forse, ma Adriana non lo scrive e non lo direbbe mai, è il riconoscimento che le proprie competenze sono ritenute non surrogabili, ovvero che non ci sono altre plausibili candidature in grado di svolgere in maniera altrettanto efficace il compito di elaborare le politiche sociali e di contrastare, emendare, migliorare le politiche del governo. Con la mannaia burocratica dei due mandati e quindi la sua esclusione dal Parlamento già alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, non sarebbe stato soltanto il PCI a rimetterci, ma anche il Parlamento italiano, privato di una deputata con molte più conoscenze specifiche e specialistiche e, naturalmente, ancor più, gli elettori, con i quali Adriana manteneva rapporti intensi e frequenti. Avrebbero perso una rappresentante brava, esperta, disponibile che davvero si curava di loro, delle loro aspettative, dei loro problemi.
In più di un passaggio questo libro di memorie suscita una legittima e nient’affatto deplorevole nostalgia di molte cose dei tempi passati, di quella che impropriamente viene definita Prima Repubblica. Non di tutte, e molte le abbiamo già variamente criticate. Giustificata è in special modo la nostalgia non dei tempi passati che non torneranno, ma dei tempi che verranno, soltanto se li sapremo costruire. L’autobiografia di Adriana Lodi non pretende affatto di insegnarci che cosa fare e come, quali comportamenti tenere e in che modo tradurli in pratica. Ma, seppur in tono dimesso, gli insegnamenti sono molti. La politica si impara facendola. L’impegno politico serve a migliorare la vita degli altri/e, ma offre anche a ciascuno di noi molte opportunità e molte gratificazioni. Alcune attività, scelte, compiti sono inevitabilmente individuali e personali, ma, oggi forse più che ieri, sentiamo che è con la condivisione dei compiti e dei rischi che è possibile migliorare. Per concludere, vorrei, anche da parte di Adriana, mandare a dire due cose a John Donne (1572-1631), il grande poeta inglese in questi tempi duri per la sua frase “No man is an island”. Primo, “no woman is an island” e certamente Adriana, non femminista, ma sempre al lavoro per conseguire la parità donne-uomini, non ha mai pensato di essere isolata. Secondo, quello che conta è proprio sapere connettere quelle isole, quegli uomini e quelle donne in un’impresa condivisibile e condivisa. Alla quale vale la pena dedicare una vita.
Bologna, 4 ottobre 2020
La Ciencia Política por Gianfranco Pasquino #Dialogos #Entrevista @GuadagnoFacundo 

En esta emisión Facundo Guadagno Balmaceda conversa con el politólogo italiano, Gianfranco Pasquino Profesor emérito de Ciencia política de la Universidad de Bolonia. El motivo de la reunión fue su más reciente trabajo editado en Argentina, “Bobbio y Sartori: Comprender y cambiar la política” (2020), libro editado sobre Eudeba, donde recorre su vida junto a estos dos autores, y realiza un análisis sobre su obra.
Los autores y libros mencionados son los siguientes: Elias Canetti, Francis Fukuyama, Friedrich Von Hayek, Giovanni Sartori, Isaiah Berlin, Juan José Linz, Juan José Sebreli, Karl Popper, Ludwig Wittgenstein, Michael Kremer, Norberto Bobbio, Otto Neurath, Robert Dahl, Robert Musil, Samuel P. Huntington, Sidney Verba.
Bobbio, N. (1996). Tra due repubbliche: alle origini della democrazia italiana (Vol. 19). Donzelli Editore.
Bobbio, N. (2014). Derecha e izquierda. Taurus.
Bobbio, N., Matteucci, N., & Pasquino, G. (1991). Diccionario de política (Vol. 2). Siglo xxi.
Canetti, E. (2011). Auto da fé. Random House.
Huntington, S. P. (1998). El choque de las civilizaciones y la reconfiguración del orden mundial. Cuadernos de estrategia, (99), 239-248.
Fukuyama, F. (1996). Trust: Human nature and the reconstitution of social order. Simon and Schuster.
Fukuyama, F., & García-Morán, J. (2015). ¿ El fin de la Historia? y otros ensayos. Madrid: Alianza.
Fukuyama, F., & Maldonado, A. G. (2019). Identidad: la demanda de dignidad y las políticas de resentimiento. Barcelona: Deusto.
Musil, R. (2015). El hombre sin atributos. Grupo Planeta: España.
Pasquino, G. (2014). Nuevo curso de ciencia política. Fondo de Cultura Económica.
Pasquino, G. (2020). Bobbio y Sartori: Comprender y cambiar la política. Eudeba.
Sartori, G. (2005). Parties and party systems: A framework for analysis. ECPR press.
Sartori, G. (2012). Homo videns: la sociedad teledirigida. Taurus.
#LosRetosdelaPolítica #entrevista en el canal oficial del Área de Ciencia Política de la Universidad de Salamanca @usal
Los retos de la política: Manuel Alcántara conversa con Gianfranco Pasquino, Profesor emérito de la Universidad de Bolonia.
Marta Cartabia al Quirinale? Perché no: potrebbe essere la donna giusta al momento giusto #intervista @ildubbionews


Il professore Pasquino parla della possibile candidatura della Cartabia al Quirinale. E sul Governo dice: «E’ destinato a durare, non vedo scossoni».
Intervista raccolta da Giacomo Puletti
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega perché «alla Lega converrebbe essere europeista», dice di vedere di buon occhio Marta Cartabia al Colle ed è convinto che «se la ripresa continua il governo è destinato a durare».
Professor Pasquino, come cambieranno i referendum nel prossimo futuro?
Firmare con lo Spid agevola in maniera piuttosto significativa coloro che vogliono proporre un referendum, anche se introduce una distinzione tra i cittadini che hanno facile accesso ai sistemi di tecnologia e gli altri. Oggi i firmatari sono gruppi più facili da attivare, come giovani e professionisti, e nel complesso questo produce maggiore facilità di raccogliere le firme e in misura non enorme incentiva la produzione di referendum.
Alcuni propongono l’innalzamento delle firme necessarie a proporre un referendum. È d’accordo?
Di aumento delle firme si parla da molto tempo per via delle norme scritte dai costituenti, quando l’elettorato italiano era di 30 milioni di persone mentre oggi è di 54. Allora scrissero 500mila e penso che 800mila firme, cioè la cifra sulla quale si è assestato il dibattito, è accettabile nel momento in cui viene reso più facile firmare come accade con lo Spid.
Si parla poi di abbassare il quorum, che ne pensa?
L’esito dei referendum è una storia diversa. Partiti e organizzazioni possono invitare all’astensione e quindi vanificare il referendum per mancanza di quorum. Per scongiurare questo fenomeno gli stessi che vogliono aumentare le firme dicono che bisogna ridurre il quorum in base alla percentuale di votanti all’ultima elezione nazionale che precede il referendum. Anche questa proposta mi pare abbia una sua logica e una sua validità.
Alcuni studiosi auspicano poi un controllo anticipato della Corte sull’ammissibilità dei quesiti. Arriveremo a questo correttivo?
Anche questo è fattibile ma sarebbe utile sentire cosa ne pensano i giudici costituzionali. Ma c’è un rischio: che ci sia un alto numero di richieste di referendum e quindi si intasi la Corte. Tuttavia se le cifra minima richiesta per il controllo è centomila firme, allora è difficile che ci siano molte richieste. Mi lasci dire però che la Corte non è stata brillante nel dichiarare l’accettabilità o meno del quesito in passato.
Cioè?
Se il referendum abrogativo si propone di abrogare la legge, bisogna che la abroghi nella sua interezza, non cambiando le virgole. Invece si è consentita l’abrogazione di alcune parti creando confusione.
Addentriamoci nell’agone politico. Come giudica l’addio alla Lega di Francesca Donato?
Come un segno che c’è qualcosa che non va. Ma il problema è a monte. La Lega alle Europee ha candidato diverse persone senza sottoporle a qualche filtro, raccogliendo un po’ di tutto. Una parte di quel tutto oggi si trova insoddisfatta e se ne va. Spesso poi converge in Fratelli d’Italia e lo fa solo perché Fd’I è in crescita. Pura strategia di sopravvivenza politica.
Se alle Amministrative Fratelli d’Italia dovesse scavalcare la Lega si arriverà alla resa dei conti?
Secondo me no, perché sarà tutto il centrodestra a non andare bene. Fratelli d’Italia ha imposto un candidato non brillante a Roma e altrove la Lega ha fatto lo stesso. Ma il loro futuro è comunque legato, perché separati non andranno lontano. Magari nemmeno insieme vinceranno, ma di certo quella è una condizione per provarci. Il problema sarà decidere il candidato alla presidenza del Consiglio. E lì se ne vedranno delle belle.
La nuova centralità di Berlusconi e il sostegno senza condizioni di Fi al governo Draghi daranno linfa alla parte moderata del centrodestra?
La parte moderata ed europeista del centrodestra non può fare tanti passi avanti rispetto a quelli che ha già fatto. L’europeismo è ormai attribuito al Pd, che è un partito convintamente europeista, senza nessuna tensione o cedimento. Si parla inoltre della candidatura di Berlusconi al Colle ma sarebbe il primo caso di un presidente della Repubblica eletto da condannato e in più a 85 anni. È un’operazione di vetrina che sminuisce il ruolo dell’istituzione della presidenza della Repubblica.
Per la quale invece si parla di Marta Cartabia, che ha appena portato a casa la riforma del penale. Come la vede?
Mi pare in fase ascendente. I candidati di cui si parla di più sono Mattarella, che ha già detto che non vorrebbe fare un altro mandato, e Draghi, che è indeciso tra l’ambizione personale del Quirinale e mettersi in gioco per cambiare in profondo il paese come sta già facendo. Tuttavia molti pensano che serva una donna e Marta Cartabia è la donna giusta al momento giusto. È stata presidente della Corte costituzionale, è ministro della Giustizia e sembra che abbia fatto una buona riforma. In più non ha nemici visibili e questo nel segreto dell’urna può giovare.
Un 5- 0 per il centrosinistra alle Comunali farà togliere qualche sassolino dalla scarpa a Enrico Letta?
Ci sono buone possibilità di un 5- 0, anche se Torino non mi pare messa bene per il candidato di centrosinistra. Se dovesse arrivare, Letta dovrebbe prendersi la vittoria che però a Milano sarebbe di Sala e a Bologna del Pd locale. Lui deve occuparsi di vincere a Siena e di cambiare il partito. Per ora di cambiamento non se n’è visto molto.
Sullo stesso fronte il Movimento è diviso tra l’estrema visibilità del presidente Conte e la fatica nel raccogliere voti sul territorio. Come andrà?
Il M5S ha cominciato con Parma e poi ha vinto a Torino e Roma. Quindi non è sempre andato male sul territorio. E anzi se andrà “meno male” di quello che pensiamo potrà anche dire che è in ripresa, ad esempio con una Raggi al 18- 20 per cento a Roma. Gli serve un risultato competitivo con il Pd e con la possibilità che numericamente la loro somma si avvicini a quella del centrodestra. Al Movimento servirebbe maggiore decentramento, favorendo i gruppi che si riferiscono ai Cinque stelle in provincia. Ma non è questa l’intenzione di Conte e di un partito che ha deciso di affidarsi a un leader improvvisato.
Intravede scossoni nei prossimi mesi di governo, magari a causa della Lega, o si andrà dritti fino al 2023?
Gli scossoni non li intravedo. La Lega ha dei ministri al governo ma soprattutto ha una classe dirigente che si è formata nella amministrazioni locali. Parlamentari e ministri hanno un contatto diretto con una parte di società che ha capito che rimanere in Europa è fondamentale, perché a questo sono legati i profitti delle imprese. È per questo che alla Lega converrebbe essere europeista. Il governo, se questa ripresa continua, è destinato a durare.
Pubblicato il 23 settembre 2021 su Il Dubbio
Il referendum con lo Spid resta strumento da usare con cura @DomaniGiornale


Nei suoi termini essenziali la questione è semplice: la possibilità di raccogliere le firme attraverso lo SPID rende la richiesta di referendum esageratamente facile con il rischio di intasare le procedure democratiche e “svuotare” di potere il Parlamento? I Costituenti intesero l’istituto del referendum abrogativo essenzialmente come modalità attraverso la quale coloro che erano stati sconfitti in Parlamento e tutti coloro che erano ostili ad una legge approvata potessero fare appello ai cittadini per vanificarla. La paziente raccolta delle 500 mila firme indispensabili per chiedere il referendum serviva soprattutto a mobilitare i contrari e a informare gli elettori sui contenuti della legge, ma anche a dimostrare un minimo di sostegno iniziale alla sua eventuale abrogazione. Non fu mai molto facile raccogliere quel numero di firme. Ci riuscirono le organizzazioni, come quelle cattoliche, i sindacati e anche i partiti grandi. Ci riuscirono anche i radicali, più che un semplice “movimento di opinione”, attraverso tumultuose (e volute) vicissitudini fino alle raffiche di richieste lanciate contro la classe politica: “aboliscila con una firma”.
Rapidamente i difensori di una legge appresero che qualsiasi referendum poteva essere fatto fallire per mancanza di quorum incitando all’astensione. Il punctum dolens, però, fu che 500 mila firme, con una popolazione e un elettorato molto cresciuti rispetto al 1948, vennero considerate troppo poche. L’innalzamento delle firme fu spesso proposto, da taluni accompagnato con l’abbassamento del quorum per la validità dell’esito. Oggi la possibilità di ricorrere a nuove tecnologie rende molto semplificata la raccolta delle firme e alcuni temono (ma altri auspicano) l’avvento di una (a mio parere alquanto improbabile) democrazia referendaria. Per giustificare e legittimare questo tipo di democrazia, i cui segni iniziali, peraltro, sono flebili, non basta puntare il dito contro il Parlamento accusandolo di incapacità e inerzia legislativa, anche se certamente esistono entrambe. Bisogna, invece, argomentare che su alcune materie è cosa buona e giusta che siano i cittadini ad esprimersi direttamente, di persona personalmente.
Sappiamo, peraltro, che, da un lato, il Parlamento può “sventare” qualsiasi referendum legiferando lungo le linee dei proponenti, ma anche producendo un testo che dia una risposta più o meno puntuale e organica alla problematica. Dall’altro, non dobbiamo dimenticare che rimane comunque possibile l’appello potenzialmente “vittorioso” all’astensionismo. Però, giustamente, molti solleveranno l’obiezione dei costi comunque incorsi per lo svolgimento del referendum. In generale, è certamente vero che le nuove tecnologie sono promettenti per quanto riguarda la “voce” dei cittadini, ma contengono più di una criticità per qualsiasi concezione della democrazia intesa come confronto e scontro nonché conciliazione di opinioni, posizioni, soluzioni diverse. Forse, dovremmo meglio distinguere fra la fase di formazione dell’agenda, ovvero quello che è importante porre all’attenzione dei policy-makers e della cittadinanza, e le modalità decisionali. Dovremmo, cioè, andare a esplorare e utilizzare quanto formulato e già applicato attraverso esperimenti di democrazia deliberativa. Il referendum è uno strumento, utile e importante, ma da maneggiare con cura. C’è molto lavoro da fare per i partiti e i loro dirigenti, dentro e fuori del Parlamento.
Pubblicato il 22 settembre 2021 su Domani
Ottima risorsa per gli elettori pensanti @qn_carlino

Due voti sono meglio di uno. Lo sanno perfettamente i francesi con il loro maggioritario a doppio turno di collegio, e i tedeschi, voto per candidati e voto di lista. Entrambi sono consapevoli di avere il potere, in qualche caso addirittura il dovere, di differenziare il loro voto.
La legge elettorale per i sindaci dei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, alla cui stesura mi onoro di avere contribuito, prevede per l’appunto che gli elettori abbiano due voti. Uno per scegliere il candidato sindaco che preferiscono; l’altro per votare la lista/partito di loro gradimento anche, semplicemente, dando la preferenza ad un/a candidato.
Il voto è disgiunto quando, scelto il sindaco, l’elettore dà il suo voto ad una lista/partito diversa da quella del candidato sindaco oppure, persino, a candidati che non si trovano fra le liste/partiti che sostengono quel sindaco, e viceversa. Non è possibile sapere con precisione quale è la percentuale di elettorato che decide di fare uso del voto disgiunto. Dipende, naturalmente, da molti fattori: la popolarità del sindaco, politico o civico, la campagna elettorale di alcuni candidati e il peso e la coesione delle associazioni che li sostengono, il gradimento dei partiti. Talvolta quella minoranza di elettori che votano “disgiunto” può fare la differenza sia nell’elezione dei consiglieri comunali sia nel mandato più o meno ampio e personale per il sindaco eletto sia, infine, nel sostegno all’opposizione. Il voto disgiunto è un’ottima risorsa per gli elettori pensanti.
Pubblicato il 16 settembre 2021 su Il Resto del Carlino
Oltre la pandemia, l’Unione Europea cresce e avanza
Ieri, in seduta solenne di fronte al Parlamento europeo, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha tenuto il discorso annuale sullo stato dell’Unione. Nonostante la pandemia, anzi proprio per questa sfida, contrariamente a quello che sostengono i troppi profeti del malaugurio, l’Unione ha risposto efficacemente e ha già iniziato una ripresa economica crescendo tassi superiori a quelli degli USA e della Cina. La Presidente ha sottolineato quanto fatto sul piano delle vaccinazioni, ma anche della distribuzione dei vaccini ai paesi non europei che non hanno bisogno. Poi, ha chiarito quali politiche l’Unione formulerà per l’ambiente e per la digitalizzazione. Infine, ha annunciato un nuovo programma ALMA che mira ad aiutare i giovani che non lavorare e non studiano a trovare un’occupazione in qualsiasi paese dell’Unione, un po’ come i giovani più fortunati possono, grazie al programma Erasmus, studiare nelle Università europee che preferiscono.
L’elemento problematico del quadro complessivamente e documentatamente positivo è costituito dalla debolezza della presenza dell’Unione sulla scena mondiale. Quanto è avvenuto in Afghanistan non può essere e non sarà dimenticato poiché la sue conseguenze, non soltanto riguardo ai profughi e ai rifugiati, ma anche con riferimento ai diritti, in particolare delle donne afghane, sono destinati a durare molto a lungo. Giustamente, von der Leyen, già Ministro della Difesa in Germania, ha sottolineato che l’Unione deve dotarsi di una politica estera e di difesa effettivamente comuni. L’Alto Rappresentante è destinato a contare poco, se, da un lato, su entrambe le materie nel Consiglio dei Ministri sono necessari voti all’unanimità e se l’Unione non si attrezza con un contingente militare di una dimensione all’altezza della sfida.
Quasi contemporaneamente, partecipando ad una riunione di una quindicina di capi di Stati europei, il Presidente Mattarella, da sempre convinto europeista, ha a sua volta ribadito la necessità di una politica estera e della difesa comune e criticato la persistenza delle votazioni che richiedono l’unanimità. Salvaguardia per i paesi più piccoli, l’unanimità si è trasformata in uno strumento di blocco e addirittura di ricatto spregiudicatamente minacciato (e usato) da alcuni paesi, in particolare del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), ma non solo. Attribuendo enorme potere anche ad un solo Stato contro una maggioranza anche molto ampia, l’unanimità non è una modalità democratica. L’Unione è riuscita a funzionare, talvolta a bassi e lenti livelli di rendimento, nonostante la necessità di voti all’unanimità su alcune materie, fra le quali, l’immigrazione, la politica fiscale e la revisione dei Trattati. Una maggiore e migliore integrazione dell’Unione Europea, oltre alla grande pazienza e intelligenza degli europeisti, richiede nuove procedure decisionali. È lecito augurarsi che sarà la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen a procedere con successo nella giusta direzione.
Pubblicato AGL il 16 settembre 2021
Democrazia Futura. Mario Draghi fra Presidenza del Consiglio e Presidenza della Repubblica @Key4biz #DemocraziaFutura

Un bilancio della sua presenza a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale.
Un bilancio della presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi e una previsione sul suo futuro istituzionale richiedono alcune premesse. Per fin troppo tempo, in maniera affannata e ripetitiva, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e alcuni editorialisti di punta (Aldo Cazzullo, Paolo Mieli, persino Ferruccio de Bortoli) hanno criticato i governi e i capi di governo non eletti (dal popolo), non usciti dalle urne (Antonio Polito) (1).
La nomina di Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio li ha finora zittiti tutti nonostante la sua non elezione popolare e il suo non essere uscito da nessuna urna.
Forse, però, siamo già entrati, sans faire du bruit, in una nuova fase del pensiero costituzionale del Corriere. Draghi vive e opera in “una sorta di semipresidenzialismo sui generis”, sostiene Ernesto Galli della Loggia (2) non senza lamentarsi per l’ennesima volta della sconfitta delle riforme renziane che avrebbero aperto “magnifiche sorti e progressive” al sistema politico italiano senza bisogno di semipresidenzialismo e neppure del voto di sfiducia costruttivo German-style. Fermo restando che le forme di governo cambiano esclusivamente attraverso trasformazioni costituzionali mirate, esplicite, sistemiche, la mia tesi è che Draghi è il capo legittimo di un governo parlamentare che, a sua volta, è costituzionalmente legittimo: “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94).Tutti i discorsi sull’operato, sulle prospettive, sui rischi del governo Draghi si basano su aspettative formulate dai commentatori politici da loro variamente interpretate e criticate.
Sospensione della democrazia o soluzione costituzionale flessibile del parlamentarismo?
Lascio subito da parte coloro che hanno parlato di sospensione della democrazia poiché, al contrario, stiamo vedendo all’opera proprio la democrazia parlamentare come saggiamente delineata nella Costituzione italiana. Sono la flessibilità del parlamentarismo Italian-style e l’importantissima triangolazione fra Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento che per l’ennesima (o, se si preferisce, la terza volta dopo Dini 1995-1996; e Monti 2011-2013) volta ha prodotto una soluzione costituzionale a problemi politici e istituzionali.
Il discorso sulla sospensione della politica merita appena più di un cenno. Infatti, nessuno dei leader politici ha “sospeso” le sue attività e le elezioni amministrative si svolgono senza nessuna frenata né distorsione. Aggiungo che non soltanto Draghi è consapevole che quel che rimane dei partiti ha la necessità di ingaggiare battaglie politiche, ma anche che, da un lato, prende atto di questa “lotta” politica, dall’altro, la disinnesca se non viene portata nel Consiglio dei Ministri.
Sbagliano, comunque, coloro che attribuiscono a Draghi aspettative e preferenze del tipo “non disturbate il manovratore”. Al contrario, se volete disturbare è imperativo che le vostre posizioni siano motivate con riferimento a scelte e politiche che siano nella disponibilità del governo e dei suoi ministri. Chi ha, ma so che sono pochissimi/e, qualche conoscenza anche rudimentale del funzionamento del Cabinet Government inglese (certo, costituito quasi sempre da un solo partito), nel quale può manifestarsi la supremazia del Primo ministro, dovrebbe apprezzare positivamente la conduzione di Draghi.
I veri nodi da sciogliere: ristrutturazione del sistema dei partiti e accountability
A mio modo di vedere rimangono aperti due problemi: la ristrutturazione del sistema di partiti e la accountability. Il primo si presenta come un wishful thinking a ampio raggio, privo di qualsiasi conoscenza politologica. Il secondo è, invece, un problema effettivo di difficilissima soluzione.
Non conosco casi di ristrutturazione di un sistema di partiti elaborata e eseguita da un governo, dai governanti. Fermo restando che in nessuna delle sue dichiarazioni Draghi si è minimamente esposto e impegnato nella direzione di una qualsivoglia (necessità di) ristrutturazione, facendo affidamento sull’essenziale metodo della comparazione la scienza politica indica tre modalità attraverso le quali un sistema di partiti potrebbe ristrutturarsi: leggi elettorali; forma di governo; emergere di una nuova frattura politica.
Leggi elettorali, forma di governo, emergere di fratture politiche o sociali
Quanto alle leggi elettorali, pur tecnicamente molto perfezionabile, la legge Matttarella, grazie ai collegi uninominali nei quali venivano eletti tre quarti dei parlamentari, incoraggiò la competizione bipolare e la formazione di due coalizioni, che, più a sinistra che a destra, fossero coalizioni molto composite, è responsabilità dei dirigenti dei partiti. Fu un buon inizio. Oggi ci vuole molto di più per ristrutturare il sistema dei partiti. Non può essere compito di Draghi e del suo governo, ma i dirigenti dei partiti e i capicorrenti tutto desiderano meno che una legge elettorale che offra più opportunità agli elettori e più incertezza e rischi per candidati e liste.
La spinta forte alla ristrutturazione potrebbe sicuramente venire da un cambio nella forma di governo. Da questo punto di vista, il semipresidenzialismo di tipo francese è davvero promettente per chi volesse imprimere dinamismo al sistema politico italiano. Mentre mi pare di sentire da lontano le classiche irricevibili critiche alle potenzialità autoritarie della Quinta Repubblica, ricordo di averne fatto oggetto di riflessione e valutazione in più sedi (3) e respingo l’idea che all’uopo sia necessaria la trasformazione di Draghi in novello de Gaulle. Naturalmente, non sarà affatto facile per nessuno imporre una trasformazione tanto radicale se non in presenza di una non augurabile crisi di grande portata.
La terza modalità che potrebbe obbligare alla ristrutturazione del sistema dei partiti è la comparsa di una frattura sociale e politica di grande rilevanza che venga sfruttata sia da un partito esistente e dai suoi leader sia da un imprenditore politico (terminologia che viene da Max Weber e da Joseph Schumpeter).
La frattura potrebbe essere quella acutizzata e acutizzabile fra europeisti e sovranisti, sulla scia di quanto scrisse Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. Potrebbe anche manifestarsi qualora si giungesse ad una crescita intollerabile di diseguaglianze, non solo economiche, cavalcabile da un imprenditore che offra soluzioni in grado di riaggregare uno schieramento. In entrambi i casi, la ristrutturazione andrebbe nella direzione di un bipolarismo che taglierebbe l’erba sotto ai piedi di qualsiasi centro che, lo scrivo per i nostalgici, non è mai soltanto luogo di moderazione, ma anche di compromissione ovvero, come scrisse l’autorevole studioso francese Maurice Duverger, vera e propria palude.
I compiti ambiziosi su cui potremo valutare l’operato del governo Draghi e il futuro del premier in politica e nelle istituzioni
Il governo Draghi in quanto tale non può incidere su nessuno di questi, peraltro molto eventuali e imprevedibili, sviluppi. La sua esistenza garantisce lo spazio e il tempo per chi volesse e sapesse agire per conseguire l’obiettivo più ambizioso. Nulla di più, giustamente. Draghi e il suo governo vanno valutati con riferimento alle loro capacità di perseguire e conseguire il rinnovamento di molti settori dell’economia italiana, la riforma della burocrazia, l’ammodernamento della scuola e l’introduzione di misure che producano maggiore e migliore coesione sociale. Sono tutti compiti necessariamente ambiziosissimi.
Per valutarne il grado di successo bisognerà attendere qualche anno, ma fin d’ora è possibile affermare che il governo ha impostato bene e fatto molto.
Qui si situa il discorso che non può essere sottovalutato sul futuro di Draghi in politica e nelle istituzioni. I precedenti di Lamberto Dini e di Mario Monti dovrebbero scoraggiare Draghi a fare un suo partito, operazione che, per quel che lo conosco, non sta nelle sue corde e non intrattiene. Ricordando a tutti che Draghi è stato reclutato per un incarico specifico: Presidente del Consiglio (dunque, sì, in democrazia le autorità possono essere tirate per la giacca!), procedere alla sua rimozione per una promozione al Colle più alto, richiede convincenti motivazioni, sistemiche prima ancora che personali.
È assolutamente probabile, addirittura inevitabile, che, senza farsene assorbire e sviare, Draghi stesso stia già valutando i pro e i contro di una sua ascesa al Quirinale.
Non credo che il grado di avanzamento nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà già a fine gennaio 2022 tale da potere ritenere che viaggerà sicuro senza uscire dai binari predisposti dal governo. Però, è innegabile che esista il rischio che il prossimo (o prossima) Presidente non sia totalmente sulla linea europeista e interventista del governo Draghi. Così come è reale la possibilità che il successore di Mattarella sia esposto a insistenti e possenti pressioni per lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate con la vittoria annunciata dei partiti di destra e dunque governo nient’affatto europeista, se non addirittura programmaticamente sovranista.
L’ipotesi plausibile di Draghi al Quirinale alle prese con la formazione del governo dopo le elezioni del 2023: verso una coabitazione all’italiana?
Non è, dunque, impensabile che negli incontri che contano Draghi si dichiari disponibile ad essere eletto Presidente della Repubblica.
A partire dalla data della sua elezione Draghi avrebbe sette anni per, se non guidare, quantomeno orientare alcune scelte politiche e istituzionali decisive.:
- Anzitutto, non procederà a sciogliere il Parlamento se vi si manifesterà una maggioranza operativa a sostegno del governo che gli succederà.
- Avrà voce in capitolo nella nomina del Presidente del Consiglio e di non pochi ministri.
- Rappresenterà credibilmente l’Italia nelle sedi internazionali.
Qualora dopo le elezioni del 2023 si formasse eventualmente un governo di centro-destra Draghi Presidente della Repubblica ne costituirà il contrappeso non soltanto istituzionale, ma anche politico per tutta la sua possibile durata.
In questa chiave, forse, si può, ma mi pare con non grandi guadagni analitici, parlare di semipresidenzialismo di fatto nella versione, nota ai francesi, della coabitazione: Presidente versione europeista contrapposto a Capo del governo di persuasione sovranista. Il capo del governo governa grazie alla sua maggioranza parlamentare, ma il Presidente della Repubblica può sciogliere quel Parlamento se ritiene che vi siano problemi per il buon funzionamento degli organismi costituzionali (ed è probabile che vi saranno).
L’irresponsabilità del capo di governo non politico. Uno stato di necessità e un vulnus non attribuibile a Draghi.
Concludo con un’osservazione che costituisce il mio apporto “originale” alla valutazione dei governi guidati da non-politici.
Ribadisco che non vedo pericoli di autoritarismo e neppure rischi di apatia nell’elettorato e di conformismo.
Nell’ottica della democrazia il vero inconveniente del capo di governo non-politico è la sua sostanziale irresponsabilità. Non dovrà rispondere a nessuno, tranne con un po’ di sana retorica a sé stesso e alla sua coscienza, di quello che ha fatto, non fatto, fatto male.
Poiché la democrazia si alimenta anche di dibattiti e di valutazioni sull’operato dei politici, l’irresponsabilità, cioè la non obbligatorietà e, persino, l’impossibilità di qualsiasi verifica elettorale a meno che Draghi intenda, commettendo, a mio modo di vedere, un errore, creare un partito politico oppure porsi alla testa di uno schieramento, esistente o da lui aggregato, rappresenta un vulnus. Non è corretto attribuire il vulnus a Draghi, ma a chi ha creato le condizioni che hanno reso sostanzialmente inevitabile la sua chiamata. Ne ridurremo la portata grazie alla nostra consapevolezza dello stato di necessità, ma anche se i partiti e i loro dirigenti sapranno operare per impedire la futura ricomparsa di un altro stato di necessità. È lecito dubitarne.
Note al testo
- Ho criticato le loro analisi e proposte in un breve articolo: Cfr. Gianfranco Pasquino, “Ma di cosa parlate, cosa scrivete?”, Comunicazione Politica, XXII, (1), gennaio-aprile, pp.103-108.
- Ernesto Galli della Loggia, “Il sistema politico che cambia”, Il Corriere della Sera, 8 settembre 2021.
- Si vedano i miei contributi in: Stefano Ceccanti, Oreste Massari, Gianfranco Pasquino, Semipresidenzialismo. Analisi delle esperienze europee, Bologna, il Mulino, 1996, 148 p. e il capitolo conclusivo: “Una Repubblica da imitare?” del libro da me curato insieme a Sofia Ventura, Una splendida cinquantenne: la Quinta Repubblica francese, Bologna, il Mulino, 2010, 283 p. [pp. 249-281].
Pubblicato il 14 settembre 2021 su Key4biz
L’alleanza tra PD 5 Stelle è inevitabile ma non basta @DomaniGiornale


Da soli né il Movimento 5 Stelle né il Partito Democratico riusciranno a fare molta strada. A seconda della legge elettorale potranno sopravvivere, in maniera più o meno soddisfacente, ma sicuramente non sconfiggeranno le destre. Dunque, una qualche forma di collaborazione, estesa e flessibile, oppure stringente, una vera propria alleanza appaiono indispensabili anche se, come stanno le cose, cioè le intenzioni di voto dell’elettorato italiano, nient’affatto sufficienti. Pur se necessarie, le alleanze elettorali e politiche non vanno presentate come inevitabili, senza alternative. Vanno costruite intorno a programmi e persone, anche viceversa, a politiche da attuare e, nel migliore dei casi, improntate a una visione di società e di Europa. Forse, proprio l’europeismo, se convintamente elaborato, tanto da Letta, che ci crede, quanto da Conte che dovrebbe crederci, potrebbe costituire la base di un’alleanza solida fra i due partiti, soprattutto se messa in contrapposizione al sovranismo duro di Meloni e a quello venato di opportunismo di Salvini. Una alleanza elettorale va costruita a partire dal centro, ma, se la legge Rosato non verrà rivista, tradotta in pratica nei collegi uninominali intorno a candidature che quei collegi rappresentino al meglio (dunque, non da paracadutati/e).
Letta sembra avere acquisito adeguato controllo del suo partito, ma a livello locale le correnti del PD hanno una presenza e una presa con le quali il segretario dovrà fare i conti. Da Conte stesso sappiamo che guidare quel che resta (che non è affatto poco) del Movimento è “una faticaccia” (lo sarebbe ancor di più guidare l’alleanza). La faticaccia deve essere orientata alla selezione e valorizzazione di coloro che, svanito l’obiettivo annunciato da Grillo del 100 per 100, credono alla necessità e all’utilità di un rapporto stretto con il Partito Democratico. Parlarne per tempo, senza farne una specie di toccasana che risolverebbe tutti i problemi del PD e del Movimento, è raccomandabile. I due potenziali contraenti hanno già perso una buona occasione di verificare quanto a livello locale i militanti e gli elettori abbiano consapevolezza della difficoltà del compito da svolgere e delle opportunità che una loro alleanza può offrire. Le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre diranno molto sull’esistenza di un elettorato disposto a premiare gli accordi fra democratici e pentastellati.
Sicuramente Letta probabilmente Conte sanno che neppure una alleanza stretta e buona, ma limitata a loro due, può bastare. Anzi, sarebbe/sarà sicuramente perdente a meno che entrambi, ciascuno ricorrendo al meglio del catalogo delle loro proposte, riescano, non tanto a strappare voti ai vicini, quanto a raggiungere e conquistare quel 30 per cento di elettorato che è insoddisfatto dall’attuale offerta politica e che decide chi premiare nell’ultima settimana. Andare alleati a chiedere il voto è sicuramente preliminare a qualsiasi altra attività, ma, in assenza di originalità nelle proposte politiche, la sconfitta, per quanto dignitosa, rimane dietro l’angolo.
Pubblicato il 14 settembre 2021 su Domani
